illustrazione grafica di Paolo Mainini
articolo di Roberto Gennari e Marco Munno

 

Nei Paesi anglosassoni sono chiamati career-defining moments, e se ne parla in ambito lavorativo, ma anche studentesco o – come nel nostro caso – sportivo. Sono quei momenti che, al di là di tutto il resto di quello che uno possa aver fatto, sono i primi che vengono in mente quando si pensa a quella specifica persona. Le lacrime di Agassi a Roland Garros 1999, Il gol di Fabio Grosso nella semifinale dei Mondiali di calcio del 2006 contro la Germania, Usain Bolt che posa indicando il pannello del cronometro che dice 9”58 ai Mondiali di Atletica del 2009. Sono tutti momenti che possiamo tranquillamente isolare e che fanno parte di una memoria collettiva che trascende a volte perfino la grandezza della carriera di un atleta, e lo consegnano di diritto alla storia del proprio sport.

Il career-defining moment per antonomasia di Reggie Miller ebbe luogo il 7 maggio del 1995 in uno dei luoghi simbolo del basket mondiale, il Madison Square Garden. Semifinali della Eastern Conference, New York Knicks col vantaggio del fattore campo contro gli Indiana Pacers. Nonostante Rik Smits abbia dominato il confronto diretto contro Pat Ewing, a 18.7 secondi dalla sirena finale i Knicks sono avanti 105-99, grazie ai 21 punti di John Starks a cui si aggiungono i 17 di Oakley, i 15 di Mason e i 15 di Greg Anthony. Reggie Miller è il secondo miglior marcatore dei Pacers a quota 23, ma con brutte percentuali dal campo: 5/16, di cui 1/5 da oltre l’arco dei tre punti, parzialmente compensato dal 12/13 dalla lunetta, dai 4 assist, 3 recuperi e 0 palle perse. Indiana ha bisogno di un canestro immediato da tre e una difesa aggressiva per provare a recuperare il pallone. Alla rimessa va ovviamente Mark Jackson, secondo miglior assistman della lega dietro all’inarrivabile John Stockton. Byron Scott si libera in angolo ma la palla va, abbastanza prevedibilmente, al numero 31, che riesce a ritagliarsi dal nulla un mezzo metro di spazio e a infilare la seconda tripla della sua partita. Sulla rimessa successiva, Anthony Mason va in confusione per la difesa aggressiva di Indiana, si libera della palla per non commettere infrazione di 5 secondi ma la consegna direttamente nelle mani di Miller, che con un palleggio si sposta oltre l’arco dei tre punti, si gira, tira e segna un’altra tripla. Quando il cronometro si ferma, sono passati 5.5 secondi dall’uscita dal timeout. Indiana spende un fallo e manda in lunetta John Starks, che fino a quel momento è a 2/2 ai liberi e viaggia intorno al 75% in stagione. Il Ninja li sbaglia entrambi, Ewing conquista il rimbalzo offensivo ma sbaglia a sua volta, la palla è di nuovo nelle mani di Miller che si conquista un fallo, va in lunetta e fa 2/2. Il cronometro segna 7.5 secondi alla sirena. Gli 8 punti messi a segno in un lasso di tempo di 11.2 secondi (dal momento in cui entra la prima tripla al momento in cui segna il secondo libero, i secondi sono appena 8.9), hanno ribaltato le sorti di una partita, e a conti fatti di un’intera serie di playoff, che i Pacers porteranno a casa in sette partite.

Quello è il gioiello più scintillante di una corona ricchissima: quella di re del Madison Square Garden, nel corso di una delle rivalità più belle degli anni ‘90 della Eastern Conference, quella fra i Knicks e i Pacers. Con questi ultimi ad identificarsi spessissimo, nei vari incroci playoff coi newyorkesi, col volto scarno e gli occhi spiritati di Reggie, spesso impegnato nelle schermaglie con l’icona della Grande Mela cestistica Spike Lee.

Ad accendere la miccia tra i due è il match del primo giugno del 1994, gara 5 di semifinale di Conference. Knicks e Pacers sono 2-2 nel computo totale della serie, e Indiana si trova sotto di venti all’inizio del quarto quarto, destinata alla sconfitta. Miller però non è d’accordo e accende la modalità killer: guida la rimonta da assatanato, segnando 25 punti nella sola ultima frazione di gioco (arrivando a 39 totali). Confeziona una delle più grandi prestazioni di sempre nella storia dei quarti quarti delle postseason NBA, col gesto del “choke” rivolto a Spike che diventa iconico.

Quello delle mani al collo non sarà l’unico gesto sopra le righe di una faida in cui gli schieramenti delle due squadre, pur mutando nel corso degli anni, non cambiavano l’atteggiamento. Non si facevano prigionieri: nessuno indietreggiava di fronte all’altro, i colpi duri erano tanti quanti i canestri fondamentali e ogni match regalava scintille tanto per le adrenaliniche giocate che per gli aspri scontri.

Gara 3 del primo turno del 1993, il primo incrocio della lunga serie: John Starks colpisce, “Hollywood” Miller tiene fede al suo soprannome e accentua il contatto

Se nel 1993 e nel 1994, al di là dell’exploit di Reggie Miller, a spuntarla sono i Knicks, i famosi 8 punti di gara 1 nel 1995 fanno da premonizione al passaggio della torcia che avviene a fine serie. Il lay-up di Ewing che sarebbe potuto valere il pareggio in gara 7, sputato via dal ferro, è in effetti la perfetta rappresentazione del volere degli dei della pallacanestro, che questa volta avevano indirizzato i loro favori verso i Pacers.

Ma fra le due compagini la storia non era finita.

Dopo i tre anni di stop, un nuovo incontro nel 1998. Reggie batte il suo colpo in gara 4, con la serie sul 2-1 per i Pacers. Segna 38 punti, comprensivi della tripla del pareggio a quota 102 a 5.1 secondi dal termine. I supplementari si concludono poi con la vittoria dei Pacers, che si portano avanti 3-1 nel totale: vantaggio mai recuperato dai Knicks.

Stagione nuova, incrocio nuovo: stavolta però a trionfare sono i newyorkesi, che stupiscono l’intera Lega prendendosi la finale partendo dall’ultimo seed ad Est. Nella loro marcia trionfale verso l’ultimo atto dell’annata sportiva, dopo aver fatto fuori gli Heat testa di serie numero 1 e gli Hawks, trovano nuovamente le truppe capeggiate da Miller. Il quale gioca una delle peggiori partite della sua storia ai playoff nella decisiva gara 6: mentre i Knicks diventavano, nonostante gli infortuni patiti da Ewing e Larry Johnson, l’unica squadra ad arrivare alle Finals partendo dall’ottava posizione nella griglia dei playoff, Reggie chiuse con soli 8 punti frutto di un misero 3/18 al tiro. Pareva la chiusura di un cerchio, con la crociata di Miller contro i newyorkesi conclusa. Ma non fu così: dopo la precedente anche questa si dimostrò una trilogia di battaglie ai playoffs consecutive, e fu Reggie ad emergere vincitore alla fine. Anno 2000, è finale di Conference: ancora Knicks, ancora Pacers, ancora una serie tirata, ancora Madison Square Garden. Si tiene lì gara 6, in quella che risulterà l’ultima partita giocata da Patrick Ewing con la squadra di New York. Il palcoscenico se lo prende di nuovo, e stavolta definitivamente, Reggie: miglior marcatore del match con 34 punti, 17 dei quali nell’ultima frazione, per portare i Pacers alle prime e finora uniche Finals della propria storia.

Delle vette impensabili raggiunte da uno che da quelle parti non ci sarebbe neanche dovuto stare.  Da bambino, Reggie aveva bisogno di tutori per camminare dritto a causa di una malformazione delle gambe. Tutori portati per diversi anni, fino a quando la sua muscolatura non si sviluppò a sufficienza da non renderne più necessario l’uso. Ma il suo gioco, con quella meccanica di tiro così particolare, sviluppata negli 1 vs 1 contro la sorella Cheryl che i primi tempi lo batteva sistematicamente, non sembrava quello di un predestinato, che avrebbe guidato la NBA per numero di triple segnate fino all’avvento di Ray Allen, che avrebbe guidato la Lega nella percentuale di tiri liberi per 5 stagioni e avrebbe giocato altrettanti All-Star Game. Alla sua prima stagione in maglia Bruins, coach Farmer lo relega pressoché ai margini delle rotazioni di UCLA: meno di 14 minuti di impiego medio, 4.6 punti a partita e nessuna partenza in quintetto. Ma – per fortuna di Reggie – le strade di UCLA e del suo coach si separano alla fine di questa sua prima stagione. I gialloblù chiamano in panchina l’ex gloria Bruin Wally Hazzard, che complice la partenza per fine carriera accademica di entrambi i componenti del backcourt dell’anno precedente, decide di fare di Reggie Miller il suo go-to-guy già al secondo anno. La scelta pagherà, e sarà il trampolino di lancio di Reggie: miglior realizzatore di UCLA a 15.2 punti a gara, guiderà i suoi alla prima vittoria in un torneo post-season dall’abbandono di John Wooden: il torneo NIT del 1985, prendendosi lo scalpo di Louisville in semifinale e, nell’atto conclusivo disputatosi – guarda un po’ – al Madison Square Garden (com’è tradizione del NIT), degli Indiana Hoosiers del leggendario coach Knight. Nella finale, vinta dai suoi per 65-62, Reggie mette a segno 18 punti, di cui 8 nel parziale di 19-5 che porta i Bruins sul +10 a metà secondo tempo, e il canestro che sigilla la partita portando il punteggio sul 64-60 a 15 secondi dalla sirena.

Foto SLAM

Nella stagione successiva, poi, Miller mette a segno la bellezza di 25.9 punti a partita, per un totale di 750 stagionali: meglio di lui, nella storia dell’ateneo, solo un certo Lew Alcindor, che magari conoscete meglio col nome di Kareem Abdul-Jabbar. Dopo aver concluso la sua carriera universitaria, Miller si presenta al Draft del 1987 dove viene dato verso metà primo giro: il suo fisico non certo da Maciste, quella meccanica di tiro un po’ stramba e i non eccelsi risultati di squadra dei Bruins nelle ultime due stagioni di Reggie hanno fatto desistere più di un GM dal chiamarlo. Oltretutto, quello del 1987 è un draft ricco di talento: alla 1 viene chiamato David Robinson, alla 5 Scottie Pippen, alla 7 Kevin Johnson, alla 8 Derrick McKey, alla 10 Horace Grant. Ci sono anche Muggsy Bogues, Mark Jackson, Dallas Comegys (poi protagonista in Italia per diversi anni) e il povero Reggie Lewis, tra i chiamati al primo giro. Reggie Miller va agli Indiana Pacers, scelta numero 11, suscitando fischi e disappunto tra i tifosi dell’Indiana, un po’ perché non avevano dimenticato la finale del NIT del 1985, un po’ perché avrebbero preferito la celebrità locale Steve Alford, che aveva appena guidato gli Hoosiers al titolo NCAA contro Syracuse. Parlando della scelta, anni dopo, Steve Alford disse che avevano fatto bene a chiamare Miller e non lui, non solo per i Pacers ma per tutto il movimento cestistico dell’Indiana. L’ex gloria universitaria locale, per la cronaca, venne chiamato al secondo giro da Dallas, restò 5 anni in NBA a 4.4 punti di media a partita.

Le sue 61 triple messe a segno nell’anno da matricola rappresentano il nuovo massimo per un rookie all’epoca, superando il precedente record che apparteneva a un altro mito dell’Indiana, Larry Joe Bird. Quando dà l’addio alla pallacanestro giocata, nel 2005, alla soglia dei 40, le stagioni disputate con la maglia numero 31 dei Pacers saranno 18. Le partite disputate con la stessa maglia, 1389 (meglio di lui, a quel tempo, solo John Stockton e Karl Malone. Le triple segnate, 2560. Quelle triple che gli valgono la convocazione nel Dream Team 2 che vinse i mondiali del 1994, in cui fu il secondo miglior realizzatore dopo Shaq, primo per minuti in campo e percentuale da tre,e in seguito anche nel Dream Team 3, oro olimpico a casa, ad Atlanta, anche in quel caso migliore dei suoi per triple messe a segno nel torneo olimpico ed autore di 20 punti nella finale per l’oro vinta contro la Serbia.

Già, il tiro da fuori, elemento così peculiare dell’intera carriera di Reggie. Soprattutto nei momenti decisivi, quando la palla scotta e Reggie ha il fuoco nel cuore e il ghiaccio nelle vene. Non solo i Knicks ne patirono le conseguenze, ma in tantissimi nell’intera Lega videro sogni infrangersi sotto i colpi mortiferi di Miller, che nei momenti topici si è esaltato per l’intero corso della carriera. Basta spostarsi nell’altra metà della Grande Mela, quando a 3 stagioni dal ritiro, pochi giorni prima di compiere 37 anni, mostrò ai Nets futuri finalisti che il suo talento era ancora alla loro altezza. Difatti, quasi da solo li portò a un passo da una clamorosa eliminazione al primo turno: nella quinta e ultima partita del primo turno, prima portò il match ai supplementari con una tripla scagliata da distanza siderale e poi firmò il pareggio nel corso del primo overtime con un’inchiodata. I Pacers persero il secondo supplementare, ma Reggie fu l’ultimo a gettare la spugna. Nelle cinque partite contro Kidd e soci, per Miller 23,6 punti a partita con il 50,6% dal campo.

Questa, peraltro, non fu altro che una replica di quanto accaduto nei playoff precedenti coi 76ers: ugualmente Philadelphia arriva fino all’ultimo atto, e ugualmente nella serie Miller griffa uno dei finali. Nel faccia a faccia contro il piccolo grande MVP della NBA del 2001, per Reggie i punti di media nella serie sono addirittura 31.3. I Pacers battono solo una volta la squadra di Iverson, e manco a dirlo il tiro decisivo per quel successo viene realizzato da Reggie, al termine di una serata in cui era 4/20 dal campo fino a quel momento.

I 76ers si presero così la rivincita dell’annata precedente, quando ad estrometterli dalla postseason nella semifinale di Conference (prima della Finale ad Est con i Knicks) furono proprio i Pacers. I quali, nel turno precedente, avevano a loro volta rischiato di essere eliminati: sul 2-2, nella decisiva gara 5 contro i Bucks, fu ovviamente Miller a spiccare. In ballo c’era anche il confronto personale con Ray Allen, leader di quella squadra di Milwaukee e suo eterno metro di paragone per quanto riguardava l’abilità nel tiro da fuori (sarà lui a togliere a Reggie, anni dopo, il record di triple totali registrate nella Lega). Per chiudere i sogni di gloria di Milwaukee, nello spareggio Miller ne mette a referto 41.

Se però si parla di standard di riferimento e rivalità fra pari ruolo, nella Eastern Conference degli anni 90 ogni discorso inizia e finisce con Michael Jordan. Curiosamente, fino al 1998, i due non si incrociarono mai nei playoffs. Non che non avessero avuto a che fare uno con l’altro, anzi: le schermaglie iniziarono subito, quando Reggie era al suo anno da rookie. In un’amichevole di preseason, i Pacers affrontavano i Bulls: nonostante le superstar si vedano raramente in quegli incontri, Jordan era in campo. Nella prima metà gara Reggie parte benissimo, realizzando 10 punti al cospetto di un MJ fermo a 4. Ma incitato da Chuck Person, commette l’errore di andare a far notare la cosa a Michael, con un “There is a new kid in town” che servì solo a pungolare l’orgoglio del 23: dopo l’intervallo, Jordan ci si mise d’impegno, chiudendo il match a quota 44 e lasciando Miller a 12, con un parziale di 40-2. “Non mancare più di rispetto a Black Jesus”, gli intimò MJ, senza immaginare che le storie con quel ragazzino smilzo che da allora lo avrebbe sempre chiamato “Black Cat” non erano certo finite. Anzi, nel pieno della cavalcata finale dei Bulls, quella per il secondo three-peat raccontata in The Last Dance (documentario a cui Reggie ha deciso di partecipare solo all’ultimo, dopo tanta riluttanza) i Pacers rappresentavano l’ultimo avamposto prima della rivincita coi i Jazz. Il gruppo guidato da coach Bird si dimostrò forse l’ostacolo più duro da quando MJ aveva iniziato a mettere titoli in bacheca; in un nucleo che contava Mark Jackson, Chris Mullin, Rik Smits, Jalen Rose e i due Davis, Miller era la punta di diamante da contrapporre a Sua Maestà. Chicago scappa, si porta avanti per 2 gare a 0, ma la serie sarà lunga e logorante.

Foto sportshub.cbsistatic.com

Indiana fa sua gara 3, ma si trova davanti al baratro in gara 4 quando Jodan segna, dopo essere stato a secco per 7 minuti, il jumper del +3 in faccia a Derrick McKey a 52.7 secondi dal termine. Replica Travis Best, zigzagando fra Michael e Kukoc sul blocco di Smits sotto 94-93, prima del fallo in attacco di Rodman e il tiro di McKey stoppato da Jordan dall’altra parte. Sulla rimessa in attacco i Pacers pasticciano, e una volta persa la palla a Rik Smits non resta che far fallo sul più vicino in quel momento, Pippen. C’è il bonus; a -1 con due liberi per gli avversari a 4.7 secondi dalla sirena sembra finita. Sarà stata la baruffa scatenatasi in conseguenza della rimessa (con protagonisti Ron Harper, e indovina chi: Reggie Miller) a fargli perdere concentrazione, ma Scottie fa 0/2. Sulla smanacciata a rimbalzo, il pallone è assegnato ai Pacers che a 2.9 secondi dalla fine chiamano timeout per la loro ultima occasione prima di cedere il quarto incontro ai Bulls e un conseguente 3-1 nella serie, un gap quasi impossibile da colmare.
Sanno tutti che a tirare sarà Miller, e anche Jackson è preparato. Piazza Scottie Pippen a disturbare la visuale di McKey sulla rimessa col suo fisico e su Miller, che parte dal post basso sul lato debole, lascia Ron Harper. In punta c’è però Jordan, che tiene Best ma è pronto al cambio quando Reggie si avvicinerà al pallone per la ricezione. Questo accade: sullo sprint di Miller verso il centro del campo, Michael raccoglie da Ron la consegna di tenere a bada Reggie. Il quale però, letta la situazione, cambia direzione per andare a ricevere in ala, tenendo dietro Jordan: in equilibrio precario, fa partire la miracolosa tripla. Canestro.
Fra mille rimpianti i Pacers (avanti fino agli ultimi due minuti dell’ultima frazione) cederanno il passo in gara 7, ma quella conclusione resterà una delle maggiori manifestazioni del talento di Miller nei momenti decisivi.

Proprio in quest’ultimo tiro c’è tutto Reggie Miller: la maestria della tecnica e il ricorso ad armi al limite del regolamento, come la spintarella su MJ per liberarsi definitivamente della marcatura.
In Euphes, John Lyly sosteneva: “All is fair in love and war”. E Reggie, per vincere le guerre sportive, non trascurava alcun mezzo. C’è chi nel proprio gioco utilizza la tecnica, chi le provocazioni, finendo spesso per venire identificato con una delle due caratteristiche. Miller era maestro in entrambe: i palloni che scagliava entravano nel canestro così come lui entrava nella testa degli avversari. Arti rifinite nelle partitelle giocate da ragazzino a Riverside, nelle sfide familiari sui playground con papà Saul (discreto cestista universitario prima e migliore sassofonista poi) e soprattutto con la sorella Cheryl, il vero fenomeno di casa, della quale bisognava in qualche modo contrastare il dominio.
Risultava perciò un’eccellenza in tutti e due gli aspetti e anche alcuni fra i migliori di sempre, per livello tecnico e durezza mentale, hanno patito la cura Reggie. Per informazioni, chiedere anche a MJ (“E’ l’unico pugno che abbia visto tirare da Jordan a un avversario” dirà a proposito Phil Jackson o a Kobe Bryant (che da rookie gli aveva ordinato di chiamarlo “Caramel Cat” visto il “Black Cat” di Michael)…

 

Riprendendo l’espressione di Lyly, di fianco alla guerra però era messo l’amore. E col passare del tempo nei giocatori e tifosi avversari, se non proprio l’innamoramento, scattò comunque un grande rispetto per uno che gara dopo gara dava tutto sé stesso. Diventò sempre più palese come le furbate che tanto indispettivano fossero collegate ad un’essenza della competizione che Miller conosceva a menadito: come quando, conscio delle reazioni dei difensori alle sue conclusioni, introdusse il movimento di allargamento delle gambe al momento del rilascio del tiro per provocare intenzionalmente il contatto (con la Lega che fu costretta a introdurre come punizione per gli attaccanti la cosiddetta Reggie Miller rule). La robusta comunità cestistica dell’Indiana era ai suoi piedi; i compagni lo rispettavano (come testimonia ad esempio Jermaine O’Neal, che segnati 55 punti accettò il cambio per non rischiare di togliergli il primato assoluto di franchigia fissato a 57); pure i più acerrimi avversari dovettero riscontrare come, anche con la carriera al tramonto, Reggie non si risparmiasse, rimanendo in grado di piazzare ancora zampate decisive.

21 gennaio 2005, ultima stagione in carriera: Pacers-Heat va all’overtime, soliti tiri decisivi per Reggie. Per Spike Lee déjà vu in tribuna: era uno spettacolo che aveva già visto…


Addirittura nell’ultimo match contro i Knicks, i sostenitori del Madison Square Garden gli dedicarono un saluto. I boooiniziali si trasformarono in una standing ovation, con l’arena a intonare il coro Re-ggie Re-ggieal nemico tanto odiato, riconoscendogli all’ultimo incrocio in campo il valore dimostrato in tante battaglie.

L’ovazione arrivò poi anche alla sua ultima partita, il 5 maggio, davanti al pubblico che per tanti anni lo aveva visto demolire un tiro dopo l’altro i malcapitati che passavano a giocare nell’Indiana. Mancavano pochi secondi alla sconfitta in gara 6 che avrebbe estromesso i Pacers dalla postseason, ma i pensieri della Conseco Fieldhouse riguardavano tutti il saluto del numero 31. Al momento della sua sostituzione, coach Larry Brown che sedeva sulla panchina dei Pistons (ma che aveva allenato Reggie negli anni delle prime battaglie coi Knicks) chiamò un timeout così da poter allungare il commosso tributo al ragazzo. La carriera del primo Pacertitolare in un All-Star Game, che aveva fatto gravitare per tanto tempo Indiana nei pressi dei salotti buoni della Lega, finì quindi in un tripudio di affetto su un campo di gioco. Anticlimatico rispetto al personaggio interpretato di cattivo della situazione, di quello da odiare. Ma in realtà pienamente rappresentativo della dedizione che Reggie mise in palestra, dove secondo i pediatri che lo videro da bambino non avrebbe mai e poi mai potuto mettere piede.

Perchè si, si amava odiare Reggie Miller . Non poteva esserci migliore dicotomia di quella fra odio e amore, parlando del ragazzo che nel soprannome aveva Killer e che sentiva scandito dal leggendario commentatore Bobby “Slick” Leonard il dolce Baby nella voce di sottofondo ai tiri che distruggevano gli avversari: “Boom Baby!”

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