Se la squadra del 1992 aveva prodotto una reazione chimica perfetta, una miscela ideale di talento, tenacia e maturità, quella del 1994, che fu prematuramente e infelicemente etichettata come ‘Dream Team 2’, fu un miscuglio terrificante di tutti gli ingredienti sbagliati, una distopia cestistica, con gente che si stringeva continuamente le palle come Derrick Coleman e Shawn Kemp, gasati come Mourning, giocatori dotati ma incompleti come Larry Johnson, il cui gioco consisteva sostanzialmente nel mettersi in post spalle al canestro e aspettare che qualcuno gli passasse la palla.  Don Nelson ottenne l’incarico che avrebbe voluto due anni prima e, siccome non era il genere di coach che sapesse tenere a freno i giocatori, rimase a guardare impotente come tutti gli altri mentre la squadra degli Stati Uniti scatenava la sua arroganza nel torneo.

 

La citazione – non proprio lusinghiera – con cui viene bollato il Dream Team 2 è di Jack McCallum, giornalista in forza a Sports Illustrated dal 1981 al 2008 e autore di quello che è più o meno universalmente riconosciuto come IL libro sul Dream Team originale. Condivisibile ma non proprio fino in fondo, proviamo a metterla un po’ nel contesto e vediamo come era stata composta la rosa della nazionale americana che avrebbe avuto l’incombenza necessaria di stravincere i Mondiali del ’94, dopo aver stravinto i Giochi Olimpici del ’92, senza per questo essere la copia sbiadita di una squadra dove c’erano Jordan, Magic e Bird.  Ripeto: una squadra dove c’erano Jordan, Magic e Bird. Capito il punto?

“Il problema principale è che abbiamo un precedente. Ed è un precedente molto – diciamo così – ingombrante, ecco.  Però con quel tizio della FIBA siamo stati chiari, e ora tornare indietro è un po’ un casino. Dobbiamo tirare su una squadra per i mondiali, una squadra che vinca ma che ovviamente non può essere il Dream Team. Perché no? Va beh, che ve lo dico a fare? Magic ha i suoi problemi, Larry ha smesso, MJ si è convinto di essere un giocatore di baseball… dobbiamo mettere insieme un qualcosa di totalmente diverso, dai!”

“E se facessimo una squadra che è l’antitesi di quella di Barcellona? Potrebbe funzionare? Non una squadra di giocatori amati da tutti, ma una specie di team di bad boys?”

Avete presente quel famosissimo meme in cui c’è della gente riunita per fare un brainstorming e ad un certo punto buttano uno fuori dalla finestra? No? Vabbè, è questo:

Ecco, poteva succedere anche nelle segrete stanze della USA Basketball a La Jolla, California, nell’estate 1993, con le medaglie d’oro ancora lucide e i mondiali alle porte. Perché era vero che il Dream Team dell’anno prima era nato dalle insistenze di Boris Stankovic che riteneva (a ragione, diciamo col senno di poi) che l’unico modo per aumentare l’esposizione mediatica della pallacanestro fosse quella di far competere il resto del mondo con le stelle della NBA, ma d’altro canto questo significava non poter fare passi falsi, perché le gerarchie erano appena state ristabilite, dopo un periodo difficile per i giocatori a stelle e strisce. Quindi dopo il Dream Team del 1992, quello delle facce pulite fuori ma implacabile nel rettangolo di gioco, ci voleva un’altra squadra che non poteva – inevitabilmente – esserne la continuazione.  Serviva una selezione di giocatori che avrebbe dovuto comunque asfaltare gli avversari, ma con un atteggiamento diverso.  Ecco, allora forse l’idea buttata lì poteva funzionare. “Mettiamo in campo degli All Stars, magari meno noti dei loro predecessori, mescolando qualche veterano che non ha mandato giù l’esclusione del 1992 con dei giovani in rampa di lancio. Sapete che c’è? Oh, potrebbe davvero funzionare!”

Il Dream Team 2, così venne per l’appunto battezzato all’epoca, come criterio si era dato quello di non richiamare giocatori che avessero vinto l’oro olimpico, e questo aveva tolto di mezzo tre quinti del primo quintetto All-NBA del 1994 – Stockton, Sprewell, Pippen, Karl Malone, Olajuwon, con il solo Latrell potenzialmente convocabile e un po’ a sorpresa rimasto invece a casa, e Hakeem The Dream che al momento della selezione non era ancora ufficialmente cittadino USA – e al tempo stesso di ottenere risultati sul campo almeno paragonabili a quelli del suo omologo di due anni prima. Risultati che – per i più distratti o per chi non c’era – significavano scarto medio sugli avversari di quasi 44 punti a partita.  SPOILER: non ci sono andati tanto lontani, arrivando vicini a 38.  Questo ve lo diciamo subito così non ce ne dimentichiamo, né noi né voi. Anzi, se proprio vogliamo dirla tutta, i replicanti hanno vinto la finale con 46 punti di scarto contro i 32 degli originali.

Alla fine, come spesso accade, è stata anche una questione di contesto.  E raggruppando i giocatori per macrocategorie, questa fu la composizione della rosa.

 

UNO – Cinque inconsolabili del 1992

Su tutti Dominique Wilkins (SF, 1960, Los Angeles Clippers), trentaquattrenne che quattro anni dopo sarebbe andato a quasi-vincere uno scudetto alla Fortitudo Bologna, ma che era ancora The Human Highlight Film e che aveva appena concluso la sua decima stagione consecutiva sopra i 25 punti a partita.  Bisognava poi chiamare anche Joe Dumars (SG, 1963, Detroit Pistons), che insieme ad Isiah Thomas aveva costituito il backcourt dei Detroit Pistons due volte campioni NBA.

I Pistons non avevano avuto nessun loro rappresentante nel Dream Team 1992, a causa del famoso ὄστρακον consegnato da Michael Jordan a Chuck Daly in fase di convocazione e con su scritto il nome di Isiah Thomas. La rottura del tendine di Achille di Zeke, poi, tolse ogni dubbio su chi dei due Pistons dovesse essere arruolato dalla USA Basketball.

Occhio che ora cala la mannaia…

Certo, c’era anche l’astro già splendente di Reggie Miller (SG, 1965, Indiana Pacers), che infatti non fu mai messo in dubbio nel Dream Team 2 – e anzi, già che c’era si fece pure le Olimpiadi del 1996 col Dream Team 3 – ma lui, a differenza degli altri tre già citati, aveva ben poco da obiettare, visto che il suo spot, quello di guardia tiratrice, era coperto da MJ e Clyde Drexler.  Così Reggie si mise il cuore in pace, e aspettò il suo turno. Non che potesse fare altro, ma insomma.

(La faccia di Pat Riley è la stessa che fa il vostro coach di minors quando perdete palla sulla rimessa, sì)

Infine Shaquille O’Neal (C, 1972, Orlando Magic) Alonzo Mourning (C, 1970, Charlotte Hornets), che hanno entrambi ammesso di ritenere di meritarsi molto più di Christian Laettner la convocazione per il posto riservato al giocatore che veniva dal college basket. Due che non erano propriamente arrivati in NBA in punta di piedi, tutt’altro.  Shaq, in particolare, veniva da una stagione a 29.3 punti e 13.2 rimbalzi di media, sfiorando il 60% dal campo, ma al suo attivo aveva più singoli come rapper (4) che partite di playoff (3). Era già famoso per i canestri distrutti in schiacciata, per essere apparso nel controverso “Blue Chips” insieme a Nick Nolte, e in una lega orfana di Jordan aveva tutte le carte in regola per essere il nuovo uomo di punta, come poi in effetti per qualche anno è stato. Proprio a partire da quel mondiale di cui fu MVP.


(Don’t try this at home)

 

DUE – Tizzoni d’inferno

Spogliando il Dream Team dall’alone del mito, è risaputo che c’erano giocatori durissimi (Jordan, Bird, Malone ma non solo), ma ok, la caratteristica comune era il talento sterminato, al netto di Laettner. Qui, oltre a quelli già citati, c’erano soggetti tipo Larry Johnson (SF, 1969, Charlotte Hornets), Shawn Kemp (PF, 1969, Seattle SuperSonics), Derrick Coleman (PF, 1967, New Jersey Nets)Dan Majerle(SG, 1965, Phoenix Suns) e Kevin Johnson (PG, 1966, Phoenix Suns), per dire. LJ, che veniva dalla scuola di Jerry Tarkanian, era uno che aveva portato UNLV a vincere la finale del torneo NCAA di trenta punti (103-73) contro la Duke di Krzyzewski e del già citato Christian Laettner, era stato prima scelta assoluta nel draft 1991 e poi nominato Rookie of the Year.

Uno che faceva cose come queste, per capirsi

Kemp era una forza della natura. Un mio amico cestista, parlando di lui, mi disse una volta: “Praticamente Blake Griffin prima di Blake Griffin, però meglio.” Se non lo avete visto, è anche difficile da raccontare, perché poi il suo talento è stato ingabbiato da un avversario più difficile da marcare di qualsiasi cristone gli sia capitato contro in NBA, il demone della bottiglia, per cui c’è sempre questo scollamento tra quello che abbiamo visto e la sensazione che avremmo potuto vedere molto di più.

Magari anche a Montegranaro. Amen. (Un plus per Kemp: veniva da Seattle, la città dove era appena nato il grunge. Non che c’entri molto col basket, ma in quegli anni Emerald City era VERAMENTE un posto figo.  Insomma, una città che in quegli anni ci ha dato i Nirvana, i Pearl Jam, i Soundgarden, gli Alice in Chains, come potevi non volergli bene?)

Coleman, al tempo, era semplicemente una delle migliori power forward della Lega, forse subito dopo Barkley e Malone e un pelino davanti a Kemp, quindi la sua convocazione non era decisamente da mettere in discussione. Prima scelta assoluta nel draft 1990, rookie dell’anno, giocatore stabilmente da 20+10, una specie di Karl Malone ma che non potevi battezzare neanche da fuori dalla linea dei tre punti. Finché il fisico ha retto, e nel 1994 ancora reggeva.

Dan e Kevin erano un backcourt complementare: KJ ottimo attaccante e passatore, un tipo capace di realizzare 20 punti e distribuire una decina di assist ogni sera; Thunder Dan più tiratore e difensore sopra la media, al punto che dopo la sua avventura ai Suns e una breve parentesi ai Cavs riuscì a guadagnarsi anche la fiducia di Pat Riley ai Miami Heat. La loro complementarità era uno dei segreti del successo di Phoenix (lo strapotere di Barkley non vale come segreto), e probabilmente il motivo per cui vennero chiamati entrambi.

 

TRE – per arrivare a 12 giocatori ne mancano due

Si sapeva che gli avversari si sarebbero messi a zona, quindi era bene avere dei tiratori da fuori, just in case. Nello spot di point guard c’era un giocatore che faceva dell’affidabilità il suo tratto caratteristico, un apriscatole: Mark Price (PG, 1964, Cleveland Cavaliers) era un buon passatore, un ottimo tiratore da tre, una sentenza ai tiri liberi. Quattro volte All-Star, primo quintetto NBA 1993.  La dodicesima chiamata fu un po’ a sorpresa per Steve Smith (SF, 1969, Miami Heat). Ok avrebbe aggiunto un altro rebus tattico per gli avversari, ma anche un amante del gioco run and gun qual era Don Nelson, alla fin fine, di Steve Smith non sapeva poi molto cosa farsene, e infatti finì con l’essere il giocatore meno impiegato della selezione.

A differenza della squadra del 1992, il Dream Team 2 non dovette affrontare le qualificazioni per il Mondiale. La loro prima partita ufficiale, quindi, fu la gara inaugurale del torneo contro la Spagna. Che si svolse, come del resto tutto il torneo, a Toronto e non a Belgrado come inizialmente progettato, a causa delle tensioni geopolitiche della ex Jugoslavia di quegli anni. Toronto e il Canada, come scelta di ripiego, erano ben visti dalla NBA – che infatti partecipò attivamente all’organizzazione del torneo – perché si sapeva già che nel 1995 avrebbero ospitato gli expansion team dei Raptors e dei Grizzlies. Ma torniamo al 1994. Ora, uno dice “la Spagna” e pensa ai Gasol, a Calderon, Rubio, Ibaka, al Chacho Rodriguez, a Navarro, a Rudy Fernandez eccetera. Ecco, no. Quella Spagna lì aveva agguantato l’ultimo posto disponibile per i Mondiali arrivando quinta agli Europei dell’anno prima, e aveva come punte di diamante Alberto Herreros, Fernando Martinez e Jordi Villacampa, che contro gli USA ne mise 28 e poi ne segnò 60 in tutto il resto del Mondiale. Ecco, gli USA contro questa Spagna erano avanti di 8 a fine primo tempo e vinsero 115-100 grazie ai 21 di Dumars e ai 20 di Reggie Miller.

Credit: Doug Pensinger /Allsport

Falsa partenza, a detta di tutti.  Ma i giocatori a stelle e strisce non erano disposti a concedere il bis. Il giorno dopo la Cina venne sepolta con uno scarto di 55 punti. Bastò un giorno di pausa e il (relativo) calo di concentrazione tornò a galla: vittoria di “soli” 23 punti contro il Brasile. Il giorno dopo ebbe inizio la seconda fase e toccò all’Australia: altro massacro: 130-74, +56. Il 10 agosto venne il turno di Porto Rico, sepolto sotto uno scarto di altri 51 punti.

Giorno di riposo, altro mezzo passaggio a vuoto: la Russia di Bazarevich cede solo nel finale, 111-94, in una partita in cui entrambe le squadre tirarono sopra il 50% dal campo ma i russi ebbero uno scabroso 11-23 dalla lunetta. La fase finale propriamente detta fu una formalità: +39 alla Grecia in Semifinale, +46 alla Russia (ancora) nella gara per l’Oro con una prestazione collettiva clamorosa. Dieci giocatori su 12 segnarono tra 8 e 20 punti, 60% dal campo, 47-27 ai rimbalzi.

Photo by Nathaniel S. Butler/NBAE via Getty Images

Il problema di questa versione del Dream Team, a ben guardare, non era la superiorità sulle altre squadre, indiscussa e indiscutibile, quanto lo scarso rispetto che avevano per gli avversari e per loro stessi, come ammise qualche anno dopo anche Mark Price. A parziale discolpa della squadra del ’94, tuttavia, trovò una giustificazione perfetta Shaun Powell del Newsday: “Nessuno può essere mai abbastanza buono da suonare dopo i Beatles o Michael Jackson o Stevie Wonder senza essere fischiato dal pubblico”. Certo, anche i giocatori ci misero del loro: il mondo – giornalistico, ma più in generale cestistico – non era proprio prontissimo a recepire giocatori che si mettevano una mano sul pacco dopo avere schiacciato, o si battevano il petto, o facevano trash talking fuori da un contesto che non fosse quello delle arene NBA. È vero, c’era stato Barkley nel 1992 con “l’Angola è nei guai” e la gomitata ad Herlander Coimbra, ma niente di più. Il Mondiale era in cerca dei nuovi eroi del basket, persi Jordan, Magic, Bird ma anche l’eroe dei due mondi Petrovic. Così, più che del Dream Team, andò a finire che si parlò di Dino Radja e Arijan Komazec, che in due segnavano oltre 40 punti a partita (il secondo da lì lo vedemmo seppellire di trentelli la competitivissima serie A1 degli anni 90), e che si incepparono sul più bello in semifinale contro la Russia, dove tirarono 9-31 dal campo (fate 11-39 se volete aggiungerci anche la serata storta di Toni Kukoc) e dovettero cedere il passo alla truppa di Sergey Bazarevich per il posto in finale. Bazarevich che poi passò agli annali della pallacanestro non tanto per il posto nel primo quintetto della manifestazione, quanto per l’epocale dichiarazione, rilasciata il 14 agosto 1994 dopo la finale persa malamente dai russi: “tempo dieci anni e vedrò una squadra USA perdere una partita ufficiale”. Erano passati 10 anni e 1 giorno quando Porto Rico, nella prima partita del torneo olimpico di Atene, fece quella bella passata di straccio al Team USA che era già stato bacchettato in amichevole dagli azzurri: il 92-73 con cui i caraibici guidati da Carlos Arroyo fecero capire agli americani che – per usare un’espressione purtroppo molto in voga nell’Italia di oggi – era finita la pacchia andrebbe ricordato come The Bazarevich Prophecy.

Mettendo insieme tutti i pezzi, la risultante è stata una squadra che aveva molto meno fascino della precedente in termini di “potenziali leggende del basket” (Ok, Shaq e Reggie Miller, ma vogliamo mettere?), ma una rosa al tempo stesso talentuosa, brutale, spietata e – conti alla mano – vincente.  Nella storia dei mondiali, prima di loro, era successo solo nel 1954 che Team USA vincesse i mondiali senza perdere una partita. Tra Kemp che ruba palla e va coast to coast in transizione, Shaq che si fa auto alley oop, Mark Price che segna da tre da 10 metri, era una squadra che faceva ancora cose che agli altri non erano possibili, una squadra bigger, faster, stronger.

Ma c’erano meno timori reverenziali, e Bazarevich aveva ragione a pronosticare che pian piano sarebbero caduti del tutto: non c’erano quasi più avversari che si volevano fare una foto coi beniamini, né bagni di folla fuori dall’albergo. C’era Don Nelson che non era Chuck Daly, non riusciva ad avere quel tipo di presa psicologica sui giocatori, e in effetti le cronache riportano che dovettero pensarci più che altro Joe Dumars e ‘Nique Wilkins, a mettere un freno alle irriverenze dei giovinotti, a dire che un atteggiamento un filino meno hip hop andava bene uguale, ecco. Alla fine, Don Nelson fu anche sincero, parlando della sua esperienza come head coach di quella squadra:  “non so dire perché abbiano scelto me. Però è la miglior rosa di giocatori che abbia mai avuto.”  Onesto.

Un po’ come i film, dove il sequel non è mai al livello dell’originale, anche se esistono sequel atroci e sequel buoni: il Dream Team 2, tutto sommato, apparteneva a questi ultimi. Arrivò un Oro indiscusso, alla fine, a differenza delle successive esibizioni degli USA nei mondiali, dalla Sporca Dozzina che agguantò il bronzo nel 1998 (composta da professionisti che giocavano in Europa, a causa del lockout della NBA), all’eliminazione ai quarti nel 2002 e al nuovo bronzo nel 2006 (queste ultime due con roster di soli giocatori NBA) . Niente, comunque, che gli sia valsa la sempiterna gloria: per capirsi, al momento in cui scriviamo, metà settembre dell’Anno Domini 2018, non c’è ancora una pagina Wikipedia in inglese dedicata alla compagine che vinse i mondiali nel 1994. I giocatori di quella squadra, peraltro, raccontano che la parte più tosta non erano le partite contro le avversarie dei mondiali, ma gli allenamenti: Shaq e Mourning a battagliare sotto canestro, Reggie Miller e Joe Dumars a sfidarsi sul perimetro, Mark Price e Dan Majerle a competere nelle gare di tiro.

Una squadra che cercava in ogni modo di sbarazzarsi dell’illustre paragone, che ha vinto un mondiale a mani basse giocando le partite solo a tratti, che – a detta di Alonzo Mourning, che c’era anche alle olimpiadi del 2000 – era una squadra che se la sarebbe potuta giocare con tutte quelle che sono venute dopo. C’è voluto fino al 2010 per vedere di nuovo un Team USA sul gradino più alto del podio mondiale, vale a dire nel posto che gli spetta, quando cioè Kevin Durant decise che le luci della ribalta potevano cominciare ad essere tutte per lui. Ma questa è un’altra storia, che magari un giorno vi racconteremo. Per oggi ci fermiamo qui: sul tetto del mondo, a un passo dalla leggenda.