illustrazione grafica di Paolo Mainini

 

 

Finale del Campionato Mondiale 1986, al Palacio de Deportes de la Comunidad de Madrid, si affrontavano Stati Uniti e Unione Sovietica.

A quei tempi gli Stati Uniti schieravano solo giocatori universitari alle competizioni internazionali, e allenati da Lute Olson arrivarono alla finale abbastanza agevolmente, eliminando il Brasile di Oscar e Marcel di casertana memoria in semifinale. Gli Stati Uniti erano una ottima squadra, con David Robinson, Brian Shaw, Kenny Smith e altri ottimi giocatori reduci dalla stagione NCAA che si era conclusa con la vittoria di Louisville su Duke alla Reunion Arena di Dallas. L’Italia dopo un buon girone preliminare (seconda dietro gli Stati Uniti), concluse il torneo al sesto posto, mentre MVP di quel torneo fu un ventunenne di belle speranze, un certo Drazen Petrovic, che con la sua nazionale yugoslava fu eliminato dall’Unione Sovietica in una tiratissima semifinale, terminata 91-90 per i sovietici dopo un supplementare. Meno di due minuti giocati in quella finale USA-URSS, 2-0 sul tabellone in favore degli americani, con le squadre che ovviamente stavano ancora studiandosi, un paio di palle perse, una stoppata di Sabonis su Robinson, ancora schermaglie. 

Campo aperto dopo il rimbalzo difensivo per gli Stati Uniti che partono in transizione velocissima. Arresto e tiro dal gomito del playmaker, errore, rimbalzo di Alexander Volkov. Il play, dopo l’errore, seguì il suo tiro sotto canestro, e con mani velocissime rubò la palla dalle mani di Volkov e in un millisecondo la servì dietro la schiena al compagno di squadra Charles Smith, giocatore un po’ pigro e senza il sacro fuoco del gioco che gli bruciava dentro, ma che in quell’occasione non potè esimersi dallo schiacciare dentro il canestro la palla dopo questo passaggio illuminante. Il playmaker titolare di quegli Stati Uniti era incidentalmente uno dei più piccoli giocatori della storia del gioco, nonché il più piccolo ad aver mai calcato un parquet NBA, ovvero Tyrone Curtis Bogues, detto Muggsy, da Wake Forest, 160 centimetri di velocità ed esplosività.
Gli Stati Uniti vinsero non senza faticare quella partita laureandosi campioni del mondo superando l’URSS 87-85, con una grande partita di Bogues.

Lafayette Housing Projects, blocco condominiale demolito nel 1995 e ricettacolo di gran parte della malavita e dello spaccio di East Baltimore. Una volta un imprudente giornalista italiano si avventurò baldanzosamente in solitaria per Patterson Park in piena East Baltimore alla ricerca di un playground, trovando un capannello di gente che gliele suonò (solamente e giustamente) per bene, tanto per fargli capire che non era zona sua.

Questa è East Baltimore, uno dei luoghi più pericolosi degli Stati Uniti, il luogo in cui Muggsy Bogues è cresciuto, con sua madre single gran lavoratrice, con suo padre in carcere al Baltimore City Detention Center, e con il sogno di uscire dal ghetto con le proprie forze, attraverso il basket, lo sport che amava più di qualsiasi altra cosa.

Lafayette Housing Projects – foto di Richard Stacks/Baltimore Sun

La natura però non lo aveva esattamente dotato di un fisico imponente, capace di imporsi con prestanza nel mondo dei giganti.
Ma Muggsy non era preoccupato, perché si può essere giganti anche a 160 centimetri di altezza.

Con la dedizione, l’etica del lavoro, la caparbietà, la disciplina mentale, e soprattutto, cosa non trascurabile, con una abbacinante velocità, nel più classico dei “prova a prendermi”, Tyrone riuscì ad affermarsi, a qualsiasi livello cestistico si sia cimentato.

Fin dai tempi della leggendaria Paul Laurence Dunbar High School di Baltimore, dove assieme ad altri futuri giocatori NBA come Reggie Williams, Reggie Lewis e David Wingate ha portato la propria squadra alla Numero Uno nazionale con un record di 60-0 in due anni, Muggsy Bogues ha dominato l’hardwood con la sua velocità, la sua visione di gioco e la sua abilità nel passaggio, raggiungendo la eccellenza dell’high school.

foto di Espn

Ma si sa, la high school è una cosa, la NCAA è un’altra, Muggsy non ce la farà mai con un livello di fisicità così alto come il campionato universitario, la fucina di campioni per il campionato professionistico più importante del mondo. Queste erano le solite “preoccupazioni” dei detrattori di Bogues e di tutti coloro che in un qualche modo non rispondevano agli standard fisici (grossolani) dello stereotipo del cestista.

Tra tutte le proposte di borsa di studio, Bogues accettò quella di Wake Forest in North Carolina, giocando per tutti e quattro gli anni universitari in maglia Demon Deacons.

Il primo anno fu il più duro, meno di dieci minuti di impiego a partita e una grande fatica a scrollarsi di dosso la etichetta di bambino, i suoi ingressi in campo nelle partite in trasferta erano salutati da sorrisetti e mormorii, cose che peraltro non hanno mai scoraggiato Bogues, giocatore e uomo dalla grande etica del lavoro e dalla inscalfibile convinzione di essere un giocatore capace di arrivare, se non a dominare, ad appartenere totalmente al massimo livello del gioco.

Dopo il primo anno da freshman, conclusosi con fugaci apparizioni e poco più di un punto di media in 32 partite, dal suo anno da sophomore Bogues fece il salto di qualità, divenendo in pianta stabile il titolare inamovibile dei Deacons, e vedendo il proprio minutaggio e la propria produzione offensiva incrementata in maniera esponenziale, divenendo fin dal suo secondo anno il leader della squadra.

Nonostante la Wake Forest di quegli anni non fosse esattamente uno squadrone, concludendo sempre fuori dal torneo e con dei record perdenti, Bogues spiccò per personalità, leadership, talento, visione di gioco e ovviamente velocità. Le sue perfomances nell’anno da Junior (11.3 punti, 8.4 assist e 3.1 rimbalzi di media a partita in 38 minuti di impiego) portarono il coach di Team USA Lute Olson a convocarlo per i campionati mondiali di Madrid nel 1986, dove giocò da titolare portando gli Stati Uniti alla vittoria in finale, come raccontato.

Foto AP

L’anno successivo da senior fu quello della consacrazione di Bogues a Wake Forest, inamovibile dal campo e unica vera superstar dei Demon Deacons, Tyrone concluse la stagione con 14.8 punti, 9.5 assist e 3.8 rimbalzi di media a partita, confermandosi come uno dei più incisivi playmaker della ACC.

Ma si sa, l’NCAA è una cosa, la NBA è un’altra, Muggsy non ce la farà mai con un livello di fisicità così alto come il campionato professionistico più importante del mondo.

Altro giro altro regalo, gli scettici ancora non credevano che Muggsy potesse farcela al massimo livello.

Tra non poche perplessità infatti, Tyrone Curtis Bogues fu scelto dai Washington Bullets al Draft 1987, selezionato alla Numero 12, dopo alcuni Hall of Famer (David Robinson, Scottie Pippen e Reggie Miller) e alcuni ottimi giocatori (Kevin Johnson, Kenny Smith e Horace Grant), e prima di altri ottimi giocatori come Mark Jackson e il suo concittadino e ex compagno di squadra a Dunbar High Reggie Lewis (tragicamente morto per arresto cardiaco sei anni dopo a soli 27 anni), in un Draft che vide anche alcuni personaggi di culto del campionato italiano come Tellis Frank, Dallas Comegys e Vincent Askew.

La stagione da rookie di Bogues ai Bullets fu caratterizzata dalla presenza contemporanea nello stesso roster del giocatore più alto nella storia della NBA, Manute Bol, e da quello più basso, Muggsy Bogues, una trovata mediatica abbastanza azzeccata, che ha portato i due a posare spesso assieme per giornali e riviste di sport e non.

Foto di Getty Images

A riguardo della parte agonistica della stagione d’esordio di Muggsy, fu una stagione da alti e bassi, in una squadra con una guida tecnica precaria, dove l’head coach di inizio stagione Kevin Loughery lasciò il posto alla leggenda Bullets Wes Unseld dopo 27 partite e 19 sconfitte, onde terminare la stagione con un record negativo, 38-44, fuori dai playoff e con la quart’ultima media spettatori della Lega.

In una squadra con giocatori dal lungo chilometraggio come Moses Malone (alla sua tredicesima stagione), reduci da terribili infortuni come Bernard King (ginocchio destro disintegrato un paio di stagioni prima, dove era uno dei più devastanti realizzatori dell’NBA), e con talentuosi realizzatori come Jeff Malone, Muggsy giocò tutta la stagione da playmaker di riserva di Steve Colter, totalizzando una media di 5 punti e 5.1 assist di media a partita in poco più di 20 minuti di utilizzo, un tutto sommato buon banco di prova per una stagione da rookie, anche se Muggsy sentiva di poter dare di più.

E l’occasione non tardò ad arrivare.

Foto di Slam

Nell’estate del 1988 Bogues fu scelto nell’Expansion Draft dai neonati Charlotte Hornets, squadra che fece letteralmente impazzire la città, registrando la più alta affluenza di pubblico della NBA, nel famoso e famigerato “Alveare”, lo Charlotte Coliseum, nonostante le sole 20 vittorie nella stagione d’esordio nella Big League.

La sua seconda stagione NBA ebbe numeri simili a quella da rookie, 5.4 punti di media, ma con un sensibile incremento degli assist, 7.8 di media a partita, anche se la sua crescita sembrava essersi fermata lì. Nella Lega dei giganti dallo strapotere fisico, che hanno nel DNA lo schiacciare in testa all’avversario, Bogues sembrava essere già arrivato al suo massimo, data la sua proibitiva altezza. E come massimo già era una grande vittoria, una totale affermazione del suo talento, della sua visione di gioco e della sua velocità, riuscire ad appartenere solidamente alla NBA già era un traguardo di grandissimo prestigio. Ma chi ha conosciuto Muggsy e chi ha avuto occasione di giocarci assieme o contro, sapeva che tutto ciò non bastava.

Foto di Slam

La parola chiave che lo definiva è definitiva: “ferociousness”. Ferocia. Nel termine più agonistico possibile.

Per un giocatore di quella taglia, la ferocia agonistica e la totale ed incondizionata determinazione sono il vero plusvalore per bilanciare una qualche mancanza fisico-strutturale. E qui viene fuori l’uomo di East Baltimore. “Non c’è nulla al mondo che possa fare paura a qualcuno che ha visto East Baltimore” diceva il detective Jimmy McNulty in The Wire, serie HBO ambientata proprio dove Muggsy era nato e cresciuto.

E aveva ragione.

Tyrone Curtis Bogues aveva come naturale e innata attitudine il migliorare, salire di livello e mettersi alla prova, partendo dal presupposto che era un duro e che non aveva paura di niente. E così fece, a partire dalla Dunbar High School fino ad arrivare agli Charlotte Hornets.

E una volta agli Hornets, finalmente trovata la sua dimensione ottimale, continuò a migliorare, divenendo pian piano il leader della squadra, il punto di riferimento del gioco e della attitudine degli Hornets nelle stagioni successive.

Le tre stagioni successive al suo arrivo a Charlotte furono ottime per Bogues, che si attestò su una media di 9 punti, 9 assist e 2 palle recuperate a partita, divenendo un punto di riferimento per la squadra, nonostante i record negativi a fine stagione.

Al Draft del 1991 Charlotte scelse Larry Johnson da UNLV con la prima chiamata assoluta, mentre in quello del 1992 chiamò Alonzo Mourning con la Numero Due, due scelte che diedero la definitiva svolta agli Hornets, che divennero una squadra vincente e una mina vagante della Eastern Conference, sempre con Muggsy Bogues in regia.

Foto di Espn

Con il secondo attacco più prolifico della NBA, nella stagione 1992-93 gli Hornets raggiunsero i playoff per la prima volta nella giovane storia della franchigia, con Muggsy sapiente gestore di numerose bocche da fuoco offensive come i due giovani lunghi Johnson (22 punti di media a partita) e Mourning (21 punti), assieme all’altra ottima scelta da Illinois Kendall Gill (16.9 punti), al padre di Steph Curry, Dell, sesto uomo di lusso (15.3 punti) e a Johnny Newman (11.9 punti).

Muggsy mantenne una media di 10 punti, 8.8 assist e 2 recuperi in 35 minuti di impiego a partita, godendo della totale fiducia sul campo di coach Allan Bristow. Bogues era ormai diventato la icona degli Hornets e uno spot vivente per il basket, la sua statura gli fece guadagnare simpatie anche al di fuori del’ambito cestistico, anche perché nell’immaginario popolare un giocatore di 160 centimetri che si faceva ben valere con ottimi risultati nella NBA, era veramente una bomba mediatica.

Muggsy fu anche protagonista nel 1996, assieme a Larry Johnson, Charles Barkley, Shawn Bradley, Patrick Ewing e Larry Bird, del blockbuster movie Space Jam, affiancando il protagonista principale del film Michael Jordan.

Foto del New York Post

Così andò per altre due stagioni, dove Bogues era all’apice della carriera e la sua forma fisica era al top, per poi cominciare lentamente a declinare, con l’assenza per infortunio per quasi tutta la stagione 1995/96 e con il calo di rendimento nella stagione 1996/97, fino ad arrivare alla stagione 1997/98, quando Muggsy viene ceduto ai Golden State Warriors, per rimanervi due stagioni, per poi concludere la propria carriera nel 2001 ai Toronto Raptors, lasciando ovunque e in tutti tante e svariate impressioni positive ed entusiastiche.

Foto di Espn

Foto di NBA

Uno dei suoi terminali offensivi preferiti agli Hornets era il tiratore Rex Chapman, destinatario di decine e decine di assist e scarichi da parte di Bogues. Le sue parole su Muggsy sono un monito: “Nella mia carriera ho avuto la fortuna di giocare con alcuni tra i più grandi passatori della NBA, come Scott Skiles, Steve Nash, Kevin Johnson e Jason Kidd. Posso tranquillamente dire che nessuno di loro era meglio di Muggsy Bogues. La sua velocità da un lato all’altro del campo non ha eguali, soprattutto con la palla in mano, un vero leader in campo, è stato un onore giocare con lui”.

Sulla falsariga delle dichiarazioni di Chapman è l’ex giocatore dell’Olimpia Milano Earl Cureton, che giocò assieme a Bogues verso la fine della carriera, sempre a Charlotte: “Ho avuto occasione di giocare con Julius Erving, Moses Malone, Michael Jordan, Isiah Thomas, tutti grandissimi giocatori, i migliori di sempre, ma quello che posso dire è che non c’è mai stato niente come Muggsy Bogues. Sto solo aspettando la sua introduzione nella Hall of Fame”.

Dopo più di vent’anni Muggsy Bogues rimane ancora il recordman per assist, minuti giocati e palle recuperate degli Charlotte Hornets, e dopo più di vent’anni ancora la gente, a Charlotte e nel mondo si ricorda nitidamente di lui.

Per la durezza mentale che è riuscito a portare a questo gioco, per la disciplina personale che è riuscito ad applicare a sé stesso, per essere stato in grado di competere alla pari, allo stesso livello e forse anche ad un livello superiore, con tutti i più grandi campioni di questo sport, per essere stato colui che è riuscito a fare sentire dei giganti tutti coloro che giganti non sono, per aver toccato l’immaginario collettivo di chi ha sempre visto su quel parquet di 29 metri per 15 dei supereroi, per aver dimostrato che si, sono tutti davvero dei supereroi, ma che un supereroe di 160 centimetri in mezzo a tutti quei giganti, talvolta può anche starci.

E non sfigurare per nulla

Foto di Slam