L’anno è il 1959. Gli Stati Uniti stavano attraversando un periodo di relativa prosperità, con il doppio mandato del presidente repubblicano Eisenhower che stava per terminare: “Everybody Likes Ike” si diceva al tempo della sua elezione, e la grande popolarità dell’ex-generale rende piuttosto singolare l’accostamento col suo vicepresidente, il ben meno “liked” Richard Nixon;
I rapporti con l’Unione Sovietica, benché lievemente più distesi rispetto all’inizio del decennio, erano ancora piuttosto tesi, più o meno quanto erano ancora piuttosto letali gli arsenali nucleari con i quali le due potenze si minacciavano a vicenda. Fino a non molto tempo prima negli USA imperversava ancora il cosiddetto “Maccartismo”, ossia quel periodo di isterismo collettivo che portava a sospettare infiltrazioni comuniste nel cinema, nell’esercito (sic!) e ad accusare il vicino rompiballe di essere nipote di Stalin per parte di madre.
Per farvi capire il livello di logica di queste accuse, anche Walt Disney fu sospettato di essere un comunista. Walt Disney, quello che oggi dà il nome alla gigantesca multinazionale globale.

Considerando quindi che, se pure non si era più all’apice della Guerra Fredda, di certo non era ancora tempo di togliersi i cappotti, chissà come si sarà sentito Abe Saperstein, professione coach, massaggiatore, autista, talvolta giocatore, ma soprattutto colui che stava dietro al successo di una delle più squadre più famose di sempre, gli Harlem Globetrotters, quando ebbe la conferma ufficiale che i suoi giocatori avrebbero potuto esibirsi per nove partite al Lenin Central Stadium di Mosca.

Facciamo qualche passo indietro.

Abe Saperstein era un londinese di famiglia ebrea, che si era stabilito a Chicago fin dalla più tenera età. Si prenda in considerazione il classico imprenditore americano del primo dopoguerra, con sedici chili di brillantina sui capelli, sorriso smagliante ad almeno cinquantasei denti, una discreta abilità – naturale o acquisita – in un gran numero di attività e una ferrea determinazione nello spremere al massimo la Land of Opportunities? Si aggiunga a questo mix una profonda passione per lo sport e la pallacanestro in particolare, si tolgano venti centimetri dall’altezza media e si otterrà il ritratto di Abe Saperstein, spesso considerato uno dei più grandi promoter della storia, dietro a P.T. Barnum e pochi altri.

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Saperstein, nonostante non arrivasse nemmeno al metro e sessanta, al liceo era stato membro delle squadre di atletica, di baseball e di basket: non eccelleva in nessuna di queste attività, ma ben presto si innamorò dell’ultima, e decise che presto o tardi avrebbe trovato il modo di guadagnarsi da vivere grazie alla sua passione, un po’ quello che sognano quasi tutti.
L’occasione arrivò abbastanza presto: nell’anno domini 1926, dopo aver giocato per qualche anno da semi-professionista con i Chicago Reds, rilevò i “Giles Post”, che militavano nella Negro American Legion League – perché erano gli anni ’20 e del politically correct non fregava niente a nessuno – e rinominò la squadra in “Savoy Big Five” per promuovere il Savoy Ballroom, un locale che all’epoca aveva appena aperto ma che diverrà piuttosto noto per le esibizioni di artisti Jazz del calibro di Louis Armstrong.

Il team per qualche tempo si esibì in incontri amichevoli prima delle esibizioni del locale – cena più basket più jazz non era affatto male come programmino – ma presto Abe ebbe l’idea di mandare la squadra, di grande talento e composta esclusivamente da afroamericani, in tour per gli States. All’epoca una squadra composta solo da neri era roba da far alzare le sopracciglia al piccolo borghese americano medio, ma spesso ciò che fa alzare le sopracciglia spesso fa anche aprire i portafogli.

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Così decise di rinominare la squadra “New York Harlem Globetrotters, poi abbreviato semplicemente in Harlem Globetrotters.
La scelta del nome ebbe delle curiose motivazioni: innanzitutto, Abe credeva che associare i suoi giocatori alla città di New York e dare loro un nome altisonante come Globetrotters li avrebbe fatti sembrare atleti di fama mondiale all’occhio del solito piccolo borghese americano medio ( e parzialmente aveva ragione); Inoltre, inserire il nome del noto quartiere di Manatthan, ossia Harlem, che era un grande centro culturale e commerciale per gli afroamericani avrebbe subito palesato l’impronta culturale della squadra, nella quale risiedeva la “novità” – ossia ciò per cui avrebbero uscito i dollaroni – e allo stesso tempo avrebbe reso la squadra immediatamente riconoscibile.

Quindi, in sintesi: gli Harlem Globetrotters in realtà sono nati a Chicago. E non giocarono ad Harlem fino al 1968. So che è un mito che crolla.

Durante i primi anni giocarono partite vere e competitive, ovviamente dominando contro tutte le squadre. Fu solo nel 1939 che introdussero quell’aspetto goliardico che li renderà famosi in tutto il mondo, quando Inman Jackson, durante una partita tiratissima che stavano conducendo sul 112-5, col pubblico annoiato a morte, si mise a mettere canestri da centrocampo, a tirare da sotto la gamba, a lanciare passaggi folli. La folla si divertì tantissimo, e decisero di adottare questo stile goliardico ogni sera. Secondo alcuni, non soltanto in campo.

Ben presto divennero così forti che nessuno voleva più giocare contro di loro – dopotutto in quegli anni erano tutti un po’ minors – e allora dal ‘53 decisero di portarsi in tour anche gli avversari, i quali avrebbero dovuto tentare di giocare una partita di basket “seria” mentre i Globetrotters si burlavano di loro con trick shots e giocavano col pubblico.

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Questi cambiarono spesso nome e casacca, ma furono noti soprattutto come Washington Generals, in onore al già citato Ike Eisenhower che all’epoca era presidente.
Non vinsero una partita fino al ’71, quando ai Globetrotters, tra un trick e l’altro, sfuggì il conto del punteggio e i Generals vinsero con un buzzer beater. Red Klotz, lo storico manager della squadra, raccontò che “L’arena ci fissò in stato di shock, come se avessimo appena assassinato Babbo Natale.”
Meadowlark Lemon, leggendario capitano dei Globetrotters, pare sia marciato infuriato negli spogliatoi, imprecando contro tutto e tutti.

Il loro primo tour europeo risale al 1950, con esibizioni a Berlino, Parigi e nell’Est Europa.
Fu nel ’52 che Saperstein ebbe l’idea di organizzare un tour nell’Unione Sovietica e, nonostante i suoi sforzi fossero stati vanificati dalle tesissime relazioni diplomatiche, non abbandonò mai l’idea. La sua arma vincente fu un ragazzo di Philadelphia, talmente eccezionale sul parquet che persino i russi volevano vederlo dal vivo: Wilt Chamberlain, che era entrato a roster nel 1958 e si apprestava ad approdare in NBA con i Philadelphia Warriors.

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Nel 1959 arrivò finalmente la tanto agognata lettera da Mosca, che autorizzava la squadra a disputare nove partite in terra sovietica, e immediatamente seguita da un breve allegato del Dipartimento di Stato USA che consigliava minacciosamente di non creare controversie e di mostrare le “qualità americane” di benevolenza e buona volontà. Giusto per non mettere eccessiva pressione al gruppo.

Meadowlark Lemon raccontava del grande freddo che li accolse al loro arrivo, dovuto solo in minima parte a causa del clima.
Giocatori e staff non potevano andare da nessuna parte da soli. Furono loro affiancati una dozzina di interpreti, un numero che sembrò a tutti esagerato: in realtà erano agenti del KGB, che avevano il compito di assicurarsi che i Globetrotters facessero quello che erano invitati a fare e nulla di più.
Qualche giorno prima del loro primo incontro, ovviamente contro avversari “portati da casa”, furono portati in una palestra e dovettero mostrare ad un gruppo di ufficiali acrigni tutti i tricks e le gag che avevano intenzione di fare, per controllare che non ci fosse nulla da censurare.

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Il clima con cui si arrivò alla prima partita era dunque da brividi. La partita stessa non iniziò molto meglio.

La “scaletta” dei Globetrotters inizia generalmente con il famoso Magic Circle, in cui i giocatori fanno passaggi acrobatici e iniziano a scaldare la folla, mostrando un piccolo antipasto di quello che verrà.

Ma In Russia non ci si divertiva approssimativamente dal 1902, e quindi la folla rimase in un silenzio gelido. Niente applausi, niente grida, niente fischi, semplicemente silenzio.
I Globetrotters capirono il momento e cercarono di coinvolgere la folla, andando a stringere le mani alle prime file e cercando di farli ridere con le loro classiche gag, come la palla nascosta sotto la casacca e gli sfottò all’arbitro – che ovviamente non era autoctono, altrimenti poteva scapparci il morto.
Pian piano ci riuscirono: i Russi non erano portati ad esprimere pubblicamente le loro emozioni, di certo non al livello di un pubblico americano, e probabilmente non comprendevano le buffonate dei Globetrotters, aspettandosi un match serio, però nel corso del match capirono che stavano assistendo più ad uno show che ad una mera competizione.

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Il giorno successivo la stampa sovietica non fu particolarmente entusiasta – “Non è pallacanestro, ci sono troppi giochetti” – ma ammise, a malincuore, la straordinaria abilità dei Globetrotters.

Qualche giorno dopo, mentre la squadra di giganti afroamericani si trovava a visitare il Cremlino, la loro attenzione fu bruscamente attirata da alcune limousine che si fermarono bruscamente accanto a loro. Saperstein stava già calcolando il percorso più breve verso l’ambasciata, quando dalla vettura scese un gruppo di uomini, nel quale riconobbe un ometto, tozzo e rubicondo come lui.

Era Nikita Kruschev, il leader del URSS, che esclamò in inglese “Ah, Basketball!”, si fregò le mani come un oste di taverna e si avvicinò per stringere le mani alla squadra. Chiese loro se fossero americani – di certo Wilt Chamberlain, alto poco meno del doppio rispetto a lui, non era il tipico 23enne della Steppa – rimase a chiacchierare per qualche minuto, disse che il basket era molto interessante, fece qualche altro breve commento a noi non pervenuto e poi fuggì, protetto dalla scorta, dalla folla di curiosi che si era presto formata attorno al gruppo, lasciando i Globetrotters e Saperstein frastornati.

Le otto partite seguenti coinvolsero sempre più il pubblico, facendo sempre registrare il tutto esaurito. Alla squadra fu conferita le medaglie dell’Ordine di Lenin per meriti sportivi, e l’equivalente di diecimila dollari in rubli, che non potevano però portare fuori dal Paese e dovettero quindi spendere in loco, perlopiù in caviale e pellicce.
Wilt, che era pur sempre Wilt, ebbe il tempo di fare un’amichevole gara di bevute di vodka con alcuni ufficiali sovietici: non ho bisogno di riferire chi abbia vinto.
Il tour, insomma, fu un successo, e da allora divennero molto più frequenti le esibizioni internazionali dei Globetrotters.

(per chi fosse interessato, segnalo che gli Harlem Globetrotters saranno in tour europeo anche quest’anno, in cui celebrano il 90esimo compleanno e si esibiranno anche in Italia dal 24 al 30 maggio, in sette diverse città, trovate tutte le informazioni sul loro sito).

Come per il tour sovietico, anche in questo caso non dovrebbe scoppiare alcun conflitto nucleare. Forse.

Quello stesso anno, anzi, Kruschev e Eisenhower ebbero uno storico incontro a Camp David, nel Maryland, primo episodio di disgelo nei rapporti tra le due potenze.
Ora, sarebbe assai superficiale affermare che i Globetrotters abbiano avuto un ruolo fondamentale nel processo di riavvicinamento tra USA e URSS, e abbiano salvato il mondo dalla terza guerra mondiale, ma sicuramente diedero il loro piccolo contributo, dimostrando che la pallacanestro – e lo sport in generale – è in grado di unire tutti, persino americani e russi degli anni ‘50.
Non va tralasciata l’importanza che ricoprirono anche all’interno degli Stati Uniti: in un periodo in cui i diritti degli afroamericani erano tutt’altro che garantiti, la loro vittoria sui bianchissimi Minneapolis Lakers di George Mikan fu uno degli episodi che aprirono la pista ad una competizione sportiva senza distinzioni di razza. Ma questa è un’altra storia.

Abe Saperstein era solito affermare: “Se le nazioni risolvessero le loro dispute tramite la competizione sportiva, sarebbe molto meglio per tutti noi.”

Non aveva tutti i torti, no?

 

di Davide Romeo