Per conoscere la storia degli Orlando Magic from the very beginning non bisogna andare poi così tanto indietro negli anni, rispetto a molte altre franchigie NBA. La squadra della Florida infatti nacque nel 1986 (riconosciuta effettivamente nell’87) da un’idea di Pat Williams, ex GM dei Philadelphia 76ers: Williams confidò ad un businessman di Orlando, Jimmy Hewitt, che l’NBA stava pensando di espandersi ulteriormente in Florida, stato americano sicuramente tra i più interessanti. Hewitt disse: “Perché non Orlando?”. Venne istituito sull’Orlando Sentinel un sondaggio sul nome da dare alla franchigia, e ne uscì Magic, perché il figlio dell’ex GM di Philly, dopo averla visitata, la definì magica.
Orlando è una città dalle grandi attrazioni: 6^ città più grande della Florida, il Walt Disney World Resort è sicuramente il motivo principale della grande affluenza di turisti nel capoluogo della contea di Orange. Ciò che vi racconto in queste righe non va poi così tanto lontano dalle favole dei cartoni animati più famosi al mondo.
Immediatamente dopo il Resort Disney c’era il college football, con i Florida Gators. Portare il basket nella Florida Centrale poteva sembrare una missione davvero difficile da realizzare, ma non per Pat Williams e John Gabriel: il primo, proprietario della franchigia, ed il secondo team executive e primo assunto della nuova famiglia Magic.
Bene:
Città: trovata.
Nome della franchigia: c’è.
Arena: pure.
Roster:
Ecco, mancava ‘solo’ la squadra. “Non vi preoccupate. Costruiremo tutto tramite il Draft. Never give up Draft picks”. Questo era il motto di Williams, e col senno di poi si può dire che non fosse poi un’opinione così sbagliata.

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Nel Draft dell’89, il primo a cui parteciparono anche i Magic, venne scelto Nick Anderson, ottimo esterno che poi fece le fortune (o sfortune, giudicherete voi) dei Magic nel futuro non così prossimo, ma l’episodio da raccontare è un altro.
Per la prima amichevole della preseason (e la prima partita in assoluto) di NBA ad O-Town, all’Orlando Arena arrivarono i Detroit Pistons campioni NBA in carica. L’arena era stracolma ed in completo fermento, un ambiente davvero incredibile da vivere. La partita venne portata a casa da Orlando tra il tripudio generale dei tifosi. Invasioni di campo, baci, abbracci ai giocatori. Ecco: i tifosi pensavano che fosse una partita di playoff.
Le prime stagioni non furono certamente entusiasmanti, ma a detta dei giocatori stessi, pur perdendo parecchie partite, quegli Orlando Magic erano comunque competitivi.
La stagione ’91-’92 si chiuse col record di 21-61 (competi-che?!), e come disse il buon Pat Williams, bisognava costruire partendo dal Draft. Orlando si presentava alla lotteria di assegnazione delle scelte con 10 palline su 66 a loro favore. Per le ultime due posizioni rimasero Charlotte e proprio i Magic. Stern prese quella che avrebbe significato scelta numero 2: Charlotte. Pat Williams era in piedi sul suo tavolo, in preda alla gioia, che sventolava la maglia con su scritto il nome del giocatore più interessante di quella classe del Draft.
Il nome era quello di Shaquille O’Neal, un ragazzone da LSU, 216 cm di potenza, tecnica ed atletismo, pronto a fare le fortune di qualsiasi – leggasi qualsiasi – franchigia NBA.
Basti pensare che tutte le squadre il giorno della Lottery avevano la propria divisa sopra al loro tavolino con stampato il nome di Shaq. Era chiaramente l’oggetto del desiderio di tutti.
I Magic non ebbero nemmeno bisogno di fare i consueti workout con i giocatori in uscita dal college, per testarli e vedere chi tra questi facesse al caso loro. C’era già lui.

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Hey Pat, ascolta… Che ne dici di scambiarlo ai Lakers? Dai, faresti un affare. Trust me”.
Leonard, non ci pensare. O’Neal rimarrà qui: insieme a lui cresceremo e faremo la storia”.
Questo il breve ma significativo dialogo tra Leonard Armato, agente di Shaq, e Pat Williams. Per Armato, un giocatore ed un personaggio come il suo assistito aveva bisogno di una piazza di pari importanza per esplodere e diventare The Sensation, l’attrazione n°1 dell’NBA, ed il procuratore aveva un’attrazione speciale per Los Angeles.
Ma come si è visto poi, O’Neal non aveva bisogno di piazze importanti. Lui le creava.

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L’impatto di Shaq su Orlando, e soprattutto sulla lega, fu abominevole.
I Magic erano una squadra nata da poco ed avevano bisogno di costruirsi un po’ di credibilità. Era mio compito fare sì che ciò avvenisse”. In cabina di regia c’era un playmaker esperto come Scott Skiles, grandissimo passatore e tutt’ora detentore di maggior numero di assist in una partita (30). La guardia titolare era Nick Anderson, buon giocatore a 360° e con un discreto tiro dalla lunga. Dennis Scott giocava da ala piccola: era il cecchino della squadra e grande amico di Shaq fin da subito. Jeff Turner, mormone da Vanderbilt University, era l’ala forte. Poi c’era il 32. Dalla panchina uscivano Donald Royal, ala che nella sua carriera ha tirato da 3 punti solo 14 volte (segnandone 0), Anthony Bowie, miglior difensore della squadra, e Tom Tolbert, ala grande dalla mano più che educata. Una squadra giovane nel complesso, che con l’addizione del prodotto di LSU sarebbe potuta diventare la mina vagante della lega.
Nell’annata 1992/1993, O’Neal mise insieme cifre seconde solo a quelle di Michael Jordan nel suo anno da rookie (23.4 punti col 56.2% al tiro, 13.9 rimbalzi e 3.5 stoppate), e fu il primo giocatore dai tempi del 23 dei Bulls ad essere scelto per l’All Star Game come titolare nel suo anno da matricola.
Inutile dire che vinse il premio di Rookie of the Year, ma la cosa importante è il record di Orlando, che migliorò di ben 21 vittorie: 41-41, 50%. Cose mai viste per i Magic. Il caso volle che l’accesso ai playoff fu loro negato dai Pacers, con lo stesso record ma con gli scontri diretti a loro favore. Ma probabilmente fu proprio questa una delle più grandi fortune di sempre della magica Orlando.

La franchigia di Pat Williams si presentava al Draft 1993 con UNA pallina su 66. Una sola probabilità su 66 di accaparrarsi la prima scelta nella lotteria.
Direttamente dalle parole di Willams il rapido racconto di quella sera: “[…] Tirarono fuori la pallina numero 3: Golden State. Girarono poi la 2… Philadelphia. Diamine, era successo ancora!”.
Con una buona dose di cu…ore, i Magic si aggiudicarono per il secondo anno consecutivo la prima scelta al Draft. Quell’anno usciva dal college di Michigan Chris Webber, ala già fatta e finita e pronta per scrivere 20+10 ad ogni gara. Ma c’era anche un playmaker da Memphis State: 201 cm, smilzo, grande atletismo ma sicuramente non pronto a dominare da subito. Il suo nome era Anfernee ‘Penny’ Hardaway. Prima del suo anno da sophomore al college, venne chiamato per svolgere il training camp con Team USA prima delle Olimpiadi del 1992. Jordan, Bird, Johnson, Pippen. E poi Hardaway, che all’epoca avrà pesato si e no 70 kg coi vestiti bagnati addosso.
‘Sto ragazzo era bravo, ed anche parecchio.
Magic, dopo averlo visto giocare per la prima volta, gli disse: “Mi somigli così tanto che mi sembra di guardarmi allo specchio”. E non si riferiva all’aspetto fisico.
Shaq lo aveva conosciuto sul set di Blue Chips, uno dei tanti film in cui ha recitato da quando è entrato nell’NBA. Diesel andò da John Gabriel, GM dei Magic, e gli disse: “Senti John, so che volete prendere Webber. Grande giocatore, fareste bene. Ma Penny… A me serve Penny, ed io servo a lui. E noi due insieme serviamo a voi. Vi assicuro che possiamo essere i nuovi Magic e Kareem. Se non lo scegliete, allora inizierò a pensare di guardarmi intorno”.
La sera del Draft, al Palace of Auburn Hills di Detroit, andò così.

Webber prima scelta ad Orlando, Hardaway terza scelta a Golden State, poi lo scambio: Webber per Hardaway più 3 future prime scelte. Shaq, ed anche Hardaway, che aveva chiamato John Gilbert qualche giorno prima col tentativo di ‘sedurlo’, videro realizzarsi il loro desiderio. I tifosi di Orlando un po’ meno, visto che già s’immaginavano le Twin Towers O’Neal-Webber, e giù fischi.

penny webber

O’Neal ed Hardaway strinsero amicizia fin da subito. Un’amicizia che era ricca di rivalità (pacifica) fuori dal campo. Un esempio? Penny una mattina si presentò all’allenamento con una Ferrari nuova di zecca. Shaq, sentitosi sfidato, il giorno dopo comprò 2 Ferrari e le fece unire in una sola Ferrari più lunga del normale. Brian Hill aveva preso il posto del dimissionario Matt Goukas in panchina, la squadra lo seguiva e tutto andava perfettamente. Tranne quando un giorno, dopo una sconfitta a con i Clippers, si creò una piccola crepa che non prometteva nulla di buono.
Era da poco iniziato un giro di trasferte ad Ovest per i Magic, che vinsero la prima partita a Seattle e di conseguenza, qualcuno di loro decise di andare a Los Angeles a festeggiare. Nello spogliatoio si erano create due cricche: la prima formata da O’Neal, Anderson e Scott, la seconda da Skiles, Turner, Krystkowiak e Kite. Da una parte quelli di colore, dall’altra i bianchi. Non era una distinzione razziale, i due gruppi avevano solamente interessi differenti. Ad uscire a festeggiare quella sera andò chiaramente il gruppo di afro-americani, ed il giorno seguente Orlando perse con i Clippers. A Brian Hill il fatto non andò giù: l’allenamento del giorno dopo prevedeva corsa e suicidi per tutti. Skiles era quello che correva più di tutti, rivolgendo anche qualche parola di troppo verso O’Neal ed i suoi amici. Shaq non si trattenne. “Shut up. That’s enough”.

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Skiles gli si avvicinò a muso duro, ed il lungo non esitò a mollargli un montante destro alla mascella, che stese il playmaker e fece partire una piccola rissa tra i due clan. Un segnale che il maschio alpha col 32 sulle spalle stava prendendo il controllo della franchigia fu che, l’estate seguente, Orlando vendette tutti i ‘nemici’ di O’Neal.
La stagione terminò col record di 50-32, ma la squadra uscì malamente al primo turno di playoff contro gli Indiana Pacers, gli stessi Pacers che la stagione precedente li esclusero dalla postseason. Obiettivo: riazzerare tutto e ritornare l’anno successivo, più competitivi che mai.

penny shaw

L’annata ’94-’95 fu nel bene o nel male la stagione decisiva per questa edizione degli Orlando Magic.
Michael Jordan si era ritirato ed i Bulls non erano più gli stessi, così John Gabriel scippò a Chicago Horace Grant, uno dei pezzi pregiati del puzzle di Windy City.
Nel frattempo, con la dipartita di Skiles, tutti nello spogliatoio e fuori capirono che il tempo di Penny Hardaway di salire in cattedra era ormai arrivato. “Quando era in salute, Penny era uno dei giocatori di basket più dominanti su cui abbiate posato i vostri occhi”, diceva di lui Nick Anderson.
Per uno come O’Neal, abituato da sempre ad essere l’unico giocatore al centro della squadra, avere un’altra stella al suo fianco poteva influire negativamente. Era una questione di ego.
I due erano buoni amici, ma fuori dal campo ormai la rivalità era totale.

Shaq era il volto della Reebok e della Pepsi, appariva in una serie infinita di film e programmi TV ed era in grado di intrattenere la gente qualsiasi cosa facesse.
Aveva le sue scarpe, aveva recitato in tanti film e si stava anche cimentando nel mondo della musica, con la produzione di alcuni album rap, che attirarono le attenzioni persino di Jay Z.

pupazzo

Penny stava sgomitando e cercava il suo spazio come stella della squadra, cercando di raggiungere il livello di notorietà del suo compagno. Firmò come testimonial per la Nike, che ebbe la brillante idea di mettergli a fianco un alter ego un po’ particolare: Lil’ Penny, una fedele riproduzione del playmaker da Memphis State ma in scala. Le Air Penny prodotte dalla Nike venivano vendute come il pane, tutti ne avevano almeno un paio nel loro armadio: Penny giocava, segnava e vinceva, Lil’ Penny vendeva le sue scarpe. Era un binomio che funzionava davvero. Ma tutto ciò avrebbe potuto rovinare il rapporto tra Shaq e Penny sul campo?

scarpe

La loro convivenza doveva obbligatoriamente continuare, per il bene della squadra. Oltre a Grant arrivò Brian Shaw a coprire le spalle di Hardaway, una sorta di polizza assicurativa: così, la franchigia era pronta ad affrontare la stagione più importante dei loro 9 anni di vita. Il tutto, affidandosi a Shaquille O’Neal e Penny Hardaway, due dei giovani più forti in circolazione.
La squadra terminò la stagione regolare con un record di 57-25 e primi classificati nella Eastern Conference. Hardaway, dopo una stagione da 20.9 punti, 4.4 rimbalzi e 7.2 assist venne inserito nel primo miglior quintetto NBA; O’Neal nel secondo, nonostante i 29.3 punti ed 11.4 rimbalzi a partita, e Grant nel secondo miglior quintetto di difensori NBA. Quella volta, gli ingredienti per dei playoff da favoriti c’erano tutti.

Al primo turno vennero spazzati via i Boston Celtics per 3-1, poi al secondo turno arrivò Chicago. Ai Bulls era da poco tornato a giocare His Airness, Michael Jordan. Durante quel periodo aveva indossato il 45, in onore del papà deceduto, ed anche per Gara 1 delle semifinali della Eastern Conference vestì quella canotta. Vinsero i Magic, Jordan giocò probabilmente al 60, 70% delle sue possibilità. Ma tutti lo sapevano. Nick Anderson commise l’errore di dire “45 is not like 23”.
Jordan per Gara 2 tornò ad indossare il 23. “Non stuzzicate il cane che dorme”, avvertì Brian Hill. “Non c’è bisogno di dargli ulteriori motivazioni”. Troppo tardi. Il secondo atto andò ai Bulls. La serie si era ufficialmente infuocata.

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Ma i Magic avevano troppo talento per questi Bulls, e nemmeno Jordan potè contrastare un’incredibile Hardaway, che sembrava poter spianare la strada verso il titolo all’intera città di Orlando. E questa storia del dominio di Penny, delle luci della ribalta tutte per lui, non andava proprio a genio ad O’Neal. Tutt’altro.
Dopo aver fatto fuori i Bulls per 4-2, i Magic ebbero l’opportunità prendersi la rivincita sui Pacers: detto, fatto. Una sudata serie venne risolta a Gara 7 grazie ad una grande difesa di squadra e, soprattutto, ad un O’Neal da 25+11. Stavolta toccò a Reggie Miller, dopo Michael Jordan, salutare i playoff NBA per mano di Shaq, Penny&Co. Finale per gli Orlando Magic: ad aspettarli c’erano gli Houston Rockets di Hakeem Olajuwon e Clyde Drexler.

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Orlando, in pochi anni di vita, era finita sulle mappe del basket americano e mondiale.
Una sosta di 10 giorni separava i Magic dalle Finals, e probabilmente il tempo a loro disposizione fu troppo. Festeggiamenti, serate in discoteca, addirittura una parata a Disney World per i campioni della Eastern Conference, ma non ancora dell’NBA. Dopo 4 giorni di incessante baldoria, i ragazzi di Brian Hill tornarono a sudare in palestra in pessima condizione fisica.
L’eccesso di sicurezza da parte dei Magic, portato dalla consapevolezza di avere uno sconfinato talento e dall’aver battuto due volte i Rockets in regular season, fu solo uno dei tanti motivi di un fallimento inaspettato. Prima delle Finals, dopo un allenamento, O’Neal, insieme a Scott, Show ed Anthony Avent si rinchiusero dentro casa di Shaq per registrare una canzone celebrativa del loro primo titolo NBA. Non c’era spazio nemmeno per la scaramanzia in quello spogliatoio. “Pensammo che farlo prima delle finali fosse una buona idea, perché una volta vinte le quattro partite avremmo potuto capitalizzare immediatamente su quella canzone”.

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Si partì ad Orlando per Gara 1. L’hype era alle stelle, tutta la città era impazzita per una cosa mai capitata prima, in quella che una volta era solamente la città del college football e Disney World.

I Magic partirono alla grande, già nel secondo periodo i punti di scarto erano 20. Dall’alto della loro esperienza, Olajuwon e Drexler riportarono sotto i Rockets, ed a pochi minuti dal termine era ancora tutto on the line. Nick Anderson ebbe l’occasione di chiudere la gara segnando almeno uno di due tiri liberi a 10 secondi dal termine, sul +3 Orlando.
0/2, lo stesso Anderson si lanciò a rimbalzo e subì un altro fallo.
0/2. Ancora.
Dopo il timeout, Kenny Smith si alzò da 3 sopra Hardaway per pareggiare la gara sulla sirena. Solo cotone.

Overtime.

Dopo quel momento, non fummo più competitivi. That was it”. Era la fine, dice Donald Royal ripensando a quel momento.
O’Neal a fine gara aggredì verbalmente Anderson nello spogliatoio, accusandolo di aver giocato “come una pippa”.

E Nick Anderson, dopo i 4 errori consecutivi in lunetta in Gara 1, subì un crollo incredibile. Dopo aver avuto il 70% ai liberi per la prima parte della sua carriera, dopo quell’episodio tirò addirittura col 40%, con nomignoli sulle sue spalle come “Nick the Brick” che di certo non aiutavano.

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Ma quello di Anderson non fu l’unico crollo psicologico in casa Magic.
Tutta la squadra, improvvisamente, si vide come privata di ogni sua certezza, ed i Rockets ebbero la strada spianata verso l’anello.
Questa tesi fu dimostrata già dai primi 2 quarti di Gara 2, dove all’intervallo Houston andò negli spogliatoi col punteggio sul 63-41 a loro favore. I tentativi di rimonta dei Magic, tra il silenzio e lo sgomento dell’Amway Arena di Orlando, furono vani e soprattutto in ritardo, così Houston, grazie ad uno stoico Robert Horry in campo per tutti e 48 i minuti con 7 palle rubate in cascina e ad un Sam Cassel da 31 punti.
33 per O’Neal e 32 per Hardaway, ma non bastarono ai Magic per pareggiare la serie. Era la difesa il neo di questa squadra, che non riusciva ad arginare i movimenti spalle a canestro di Olajuwon e le giocate di Drexler. O’Neal, dopo quelle Finals, ammise che “Hakeem mi dominò per tutta la serie. Lo stimavo al punto che mi dimenticai il fatto che era un avversario e che dovevo rompergli il culo”. Una delle scelte sbagliate di coach Hill fu quella di non usare a sufficienza due ottimi difensori come Bowie e Royal, che non presero benissimo la sua scelta. Lo spogliatoio non era più unito come prima.

Prima di Gara 3 a Houston, Nick Anderson pensò di comprarsi una Ferrari da 150.000$. Royal pensò “Ma perché diavolo devi comprarti una Ferrari in questo momento? E soprattutto, perché a Houston?”. Questo era l’atteggiamento giusto per perdere anche le seguenti due partite, e i Rockets l’avevano percepito. In Gara 3 Orlando rimase in partita per tutti i 48’, ma poi la spuntò ancora una volta Houston nei minuti finali per 106-103, e se si cercava un segnale della resa di questi Magic forse questa sconfitta poteva dire qualcosa di cosa ci fosse nella testa dei giocatori di Hill.
Tre giorni dopo, il 14 giugno 1995, a Houston si giocava Gara 4, quella decisiva per entrambe le squadre: per Houston perché poteva essere quella del titolo; per Orlando perché poteva essere quella della rivalsa, per dare un minimo segnale e dire “WE’RE HERE”.
Anderson non faceva canestro nemmeno nell’Oceano Atlantico, O’Neal ed Hardaway in attacco andavano bene ma in difesa un po’ meno, e Houston giocava in casa, davanti ai suoi tifosi: tutti questi fattori, sommati insieme, fecero la quarta vittoria per i Rockets e lo sweep, il cappotto come diciamo noi, per i Magic.
Olajuwon, dopo una serie a dir poco pazzesca, venne premiato come MVP delle Finals, ed O’Neal uscì ridimensionato da questo duello, con la gente di Orlando che non lo riteneva un giocatore così vincente come lui diceva di essere.
Ad Orlando tutto, ma proprio tutto, venne rimesso in discussione dopo le Finals ’95.
“Ricordate cosa si prova a perdere”, disse Hill ai suoi giocatori.
“Vedemmo i festeggiamenti dei Rockets, di un’intera città, ed avevamo voglia di tornare a lavoro per far sì che quelle scene si vedessero già l’anno dopo, ma ad Orlando”. Le parole di Royal testimoniavano lo stato mentale dei Magic subito dopo la finale: demoralizzazione e voglia di rivalsa.

“When it pours, it rains”
Quando piove, grandina.

La stagione successiva dei Magic fu un interminabile incubo, ma non dal punto di vista delle vittorie.
Un incubo che cominciò già nell’estate ’95, quando Penny Hardaway ritenne opportuno avere un nuovo contratto, la quale cifra sarebbe dovuta essere superiore a quella percepita dal suo fedele compagno ed amico Shaquille O’Neal. Penny ricevette il suo rinnovo, ma quando Shaq si presentò alla dirigenza con la stessa richiesta, scoprì l’impensabile: Hardaway voleva essere il più pagato della squadra.
Il prodotto da LSU rimase incredulo.
Un altro ostacolo nella stagione di O’Neal fu l’infortunio subìto in preseason al pollice, che lo costrinse a saltare il primo mese di stagione. In quel mese, Hardaway segnò 40.1 punti di media.

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Era semplicemente inarrestabile.
Ma il fatto che nello spogliatoio dei Magic ci fossero due maschi alpha come O’Neal ed Hardaway non poteva continuare a passare sottotraccia, ormai entrambi facevano soltanto i loro interessi personali. Orlando vinceva (le W sul loro calendario a fine stagione erano ben 60), ma c’era qualcosa nella chimica della squadra che era irrimediabilmente cambiato.

Ai playoff, i Detroit Pistons di Grant Hill ed Allan Houston non ebbero scampo: 3-0 al primo turno.
Poi arrivarono gli Hawks: buona squadra, ma niente in confronto ai Magic.
In finale di Conference c’erano di nuovo i Chicago Bulls. Ma non era come l’anno precedente: stavolta era l’edizione dei Bulls più forte della storia, da 72-10 in regular season.
Jordan era al suo massimo della forma, Rodman aveva rinforzato il reparto lunghi e Toni Kukoc, al suo 2° anno in NBA, stava già spiegando pallacanestro.
Insomma, ci sarebbe stato da sudare e non poco per gli Orlando Magic.
Le cose, purtroppo, non andarono come sperato in Florida. Con un Jordan ai limiti del commovente, i Bulls accederono alle Finals, che avrebbero poi vinto, con un netto 4-0.
Ancora fuori dai playoff senza anello, ancora con un 4-0.

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Tutte le certezze che circondavano i Magic in quegli anni, in un attimo, svanirono nel nulla.

L’estate ’96 fu la più turbolenta di sempre ad Orlando.
La free agency NBA metteva sul mercato pezzi pregiatissimi nel reparto lunghi: Juwan Howard, Alonzo Mourning, Shaquille O’Neal.
Già, il centro più dominante dell’NBA, che aveva fatto le fortune di Orlando fino a quel momento, aveva la possibilità di andarsene. Ma lui non voleva lasciare la città. “Volevo stare ad Orlando. Ma Leonard (Armato, il suo agente) voleva portarmi con sé a Los Angeles, perché sapeva in cuor suo che i Magic non mi avrebbero dato ciò che volevo”.
Shaq pretendeva un contratto da 100 milioni, Orlando gliene propose 69 per 7 anni.
Niente da fare. La dirigenza dei Magic non voleva saperne di garantire ad O’Neal un contratto degno di una stella del suo calibro. Il motivo glielo spiegò John Gabriel: “Non vogliamo far arrabbiare Penny. Non possiamo pagarti più di lui”.
Lì si creò la frattura che portò Shaq dall’altra parte degli Stati Uniti, proprio a Los Angeles. E quei Magic, alla velocità della luce, caddero a picco.
Hardaway aveva preso il controllo della franchigia, Seikaly, Grant ed Anderson erano lì in suo aiuto sul parquet. Ma non era più la stessa cosa.
Nella Orlando del basket, nome a parte, non c’era più niente di magico.
La franchigia andò sfaldandosi: nelle due stagioni seguenti furono 3 gli allenatori a susseguirsi, con Hill cacciato per volontà di Hardaway, ma nessuno di questi riuscì a lasciare un solco significativo.

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E nella stagione ’97-’98 arrivò la fine di una favola, con l’infortunio al ginocchio di Penny Hardaway, che giocò soltanto 19 partite in un’annata da 41 vittorie ma niente playoff per Orlando.
Già, 41-41, lo stesso record con cui si concluse la prima stagione di Shaq in Florida, grazie al quale arrivò Penny dando inizio ai sogni più mirabolanti, ai voli pindarici dei tifosi Magic, che probabilmente capirono di aver avuto davanti agli occhi una squadra tra le più forti di sempre nel momento in cui tutto era ormai finito.

Ora ci ritroviamo a parlare di una squadra che avrebbe potuto vincere tutto, avrebbe potuto creare una dinastia invincibile per anni, con l’asse play-pivot Penny-Shaq più forte del mondo, che oltre a pubblicità, pellicole cinematografiche ed apparizioni in TV show, distruggeva gli avversari sul parquet. Di Horace Grant, che dopo la delusione che gli provocò il mancato rinnovo coi Bulls poteva mettere a segno una Rivincita con la R maiuscola. Di Nick Anderson, che in Gara 1 aveva macchiato la sua carriera e che, con la vittoria dell’anello, avrebbe potuto rimuovere dal curriculum quel macigno.
Di tutta una città, che dopo pochi anni di vita arrivò subito a sgomitare ai piani alti, alla ricerca di quel trofeo che ancora oggi manca alla franchigia della contea di Orange County.

Ma tutto questo rimane solo un What if.
Cosa ne sarebbe stato dei Magic, se O’Neal ed Hardaway avessero avuto un ego proporzionato ai bisogni della squadra?
Cosa sarebbe successo se Anderson avesse messo quei due liberi in Gara 1 contro Houston?
E come sarebbe oggi l’NBA, se questa squadra avesse portato qualche anello ad Orlando, fermando il dominio dei Bulls di Michael Jordan?
L’NBA è anche questa: se non sei championship material, materiale da titolo, stai pur certo che quel titolo, anche con tutto il talento a tua disposizione, non lo avrai mai.

Quello in cui recitano gli Orlando Magic degli anni ’90 non è un film come gli altri.
È la storia di una delle squadre più talentuose ma incompiute degli ultimi 30 anni di Nba, ma per scrivere un finale degno di tutta l’opera non bastano i migliori attori a propria disposizione.
E Walt Disney, simbolo e creatore del magico mondo di Orlando, avrebbe potuto aiutare questa squadra a vivere un sogno che si è interrotto nel momento migliore.
Il momento in cui gli Orlando Magic hanno capito di avere talento, ma non ciò che serve per vincere.

 

di Eugenio Agostinelli 

 

(disegno di copertina a cura di http://fanciullodelghetto.blogspot.it/)