1) IL MINIBASKET

minibasket-011

“Si stava meglio quando si stava peggio”? No. Si stava meglio quando c’erano babbo, mamma o nonna che ti cambiavano in spogliatoio, quando si perdeva mezz’ora di lezione per allacciarsi le scarpe, quando potevi fare 8/10 passi prima di buttare la palla per terra perché, se ti facevi i campi di corsa ma ogni tanto palleggiavi, per chi ti allenava andava bene uguale, in fondo. E dalle tribune ti applaudivano.

In tanti, quasi tutti, abbiamo cominciato con il Minibasket. E’ un’età cruciale soprattutto per gli istruttori, perché i genitori hanno messo la pallacanestro come opzione di svago e crescita per i propri figli assieme al violino, il nuoto, la televisione, il tiro con l’arco subacqueo e la zampa di ferro, e devono fare in modo che i bambini estraggano da questa margherita il petalo giusto. I puristi affermano che il vero basket sia un’altra cosa, non a torto: nelle categorie che comprendono i più piccoli ci sono pochi esercizi e molti giochi con e senza palla, perché in qualche modo bisogna avvicinarli allo sport e non è facendo delle trecce Nikolic che puoi pensare che si ripresentino la volta dopo.

Attenzione, però: se i pulcini (5/6 anni) fanno fatica anche a tirare e si esibiscono, spesso e volentieri, in lanci che dalle mie parti chiamiamo “alla campagnola” – per intenderci, quelli a due mani dal basso -, nell’ultima fascia d’età del Minibasket, quella degli esordienti (11/12 anni), si iniziano a stabilire un minimo gerarchie e ruoli, e gli allenamenti sono certamente più importanti sotto l’aspetto tecnico, anche perché si cominciano ad usare i canestri ad altezza regolare. Se dopo questi 5 anni hai raccolto 5 vittorie ma il tuo bambino è contento di stare in palestra, non disperare. Come istruttore, hai appena ottenuto una delle più grandi soddisfazioni della tua vita.

 

2) LE GIOVANILI

giovanili

A 12/13 anni si avvisano i primi problemi: l’infrazione di campo, le infrazioni sulle rimesse, se in precedenza potevi permetterti di fare un po’ di ”melina” adesso l’arbitro non conta i secondi, ma inizia a metterti fretta. Chi comincia a fare fatica, l’anno dopo è spacciato: in under14 si passa ad usare la palla regolare, quella croce e delizia che non ti abbandonerà più per tutto il resto della tua esistenza (a meno che non decida tu di farlo, volontariamente).

Chi ha la fortuna, il coraggio o il tempo libero di poter assistere a degli allenamenti di ragazzi fra i dodici e i vent’anni, si accorge ben presto che ci sono un paio di aspetti su cui gli allenatori lavorano intensamente. La condizione atletica, inallenabile durante il periodo del Minibasket – anche se girano voci che qualche istruttore avesse proposto flessioni e gradoni nella prova finale, ma non ha mai ricevuto il patentino per poterlo fare – e, soprattutto, i fondamentali. Passaggio, palleggio e tiro sono all’ordine del giorno: partenze dirette e incrociate, uso del piede perno, si va dai passaggi “due mani al petto” ai lanci baseball, che sono oramai rarità da vedere in giro nonostante siano da sempre utilissimi per mandare in contropiede i propri compagni di squadra. Si definiscono i ruoli, con il playmaker che urla per chiamare i primi schemi e il lungo che impara l’arte del mestiere, sgomitando e facendo a botte con chiunque in post basso.

Le giovanili rappresentano un periodo di formazione lungo ed appassionante. E’ facile rendersi conto dei fenomeni (per tanti addetti ai lavori dell’Emilia Romagna, Federico Mussini lo era già a 13 anni), più difficile lavorare con chi dal basket non è ancora preso al 100%. La storia racconta di talenti che hanno smesso appena maggiorenni, ragazzi miglioratissimi fra una categoria e l’altra, altri con il percorso di crescita stoppato, talvolta anche per colpa dell’allenatore. Ma i primi trofei, l’interzona o eventi come le finali regionali sono e restano nella memoria di chi li ha vissuti. Qui si lascia da parte il “partecipare”. Si vuole vincere.

 

3) IL PERIODO ‘UNDER’

Gallinari, Aradori, Ndoja e Poletti in periodo under..

Gallinari, Aradori, Ndoja e Poletti in periodo under..

Il passaggio fra le giovanili e la prima squadra è quella terra di mezzo che, per comodità, chiameremo il periodo under. In quasi tutte le categorie FIP c’è l’obbligo, cui modalità variano di regione in regione, di mettere a referto un certo numero di giocatori under21. Questi vengono convocati dai Coach delle rispettive squadre secondo determinati criteri: alcuni sono effettivamente molto bravi (e meritano di stare in campo più dei veterani, ma questo gli allenatori non lo ammetteranno mai), altri sono richiamati fra i Senior ma la loro presenza in panchina è fattivamente nulla, in quanto nelle gerarchie si reputano come l’ultima ruota del carro e, piuttosto che farli entrare anche solo per 1′ sul +35, c’è chi schiererebbe il custode o giocherebbe in 4.

Il primo anno da under è faticosissimo. Solitamente, ci si presenta al raduno del 25 Agosto conoscendo 2 compagni di squadra (su 17) perché sono gli altri under, e devi far vedere di essere già pronto agli occhi della dirigenza. Se i più vecchi ti accolgono bene non è fatta, ma sicuramente la strada è in discesa: in altre squadre possono capitare episodi di puro bullismo cestistico, come la caccia al tesoro – nascondere i vestiti con cui sei arrivato ad allenamento, e per questo si torna a casa alle 2 -, l’autoprestito – prendere la chiave della macchina dell’under neopatentato e farci un giro, ovviamente sotto i suoi stessi occhi -, costringerlo a fare i piegamenti in spogliatoio se non ha portato abbastanza cibo nel suo turno di paste, e così via. In altri contesti, tuttavia, l’obiettivo della società è quello di far crescere i propri giovani: si vedono sempre di più squadre di ogni categoria puntare sui talenti del vivaio, anche per evitare di spendere troppi soldi per i parametri nelle tasse annuali.

Questo terzo passo ha il merito di rendere i ventenni più smaliziati, e li prepara psicologicamente ad un futuro fatto non solo di schemi e di zone, ma anche di comunicazione ed interazione con persone di ogni età, dal 35enne veterano al più vecchio Presidente. I più furbi cercano di sfruttare questo periodo a proprio vantaggio: non si contano i flirt alle feste scolastiche iniziati con un “gioco in serie C” quando poi, in realtà, fai fatica a portare le borracce al cambio dell’ala piccola.

 

4) DA SENIOR

salus

Sei riuscito ad innamorarti del gioco facendo rubapalla con gli amici delle elementari? Hai pensato di essere un mix fra Tracy McGrady, Mike Bibby e Alonzo Mourning, ma non sei riuscito a farti capire neppure dal tuo Coach dell’under16, che ti lasciava in panca per 39′ su 40? Hai tenuto duro alla tua prima esperienza con i più grandi, anche se ti insultavano non appena facevi canestro in allenamento? Bene: sei ufficialmente pronto per la tua quarta reincarnazione cestistica. Quella del giocatore Senior.

Quando hai 22/23 anni i tuoi margini di miglioramento diventano sempre più limitati, il tuo ruolo all’interno della squadra è chiaro e preciso. Hai sviluppato una tua tecnica, che ti consente di fare quelle 2-3 cose che in campo ti permettono di sopravvivere: se sei alto e grosso nessun allenatore ti farà mai condurre un contropiede; se sei un tiratore, qualsiasi altra cosa che farai di positivo in partita oltre a segnare da 3 sarà oggetto di stupore ed allucinazione. Se sei un lungo… beh, se sei un lungo vivi l’allenamento solamente per fare le gare di tiro: da una parte, perché sei stufo di fare i pick & roll e di correre più veloce degli altri da un lato all’altro del campo, ma soprattutto perché è l’unico momento dove ti è concesso prendere dei tiri che non siano dentro l’area o sotto il ferro, giusto per far vedere a tutti che non hai nulla da invidiare al bomber che esce come 6° uomo dalla panchina, e spara senza pietà sulle 20 volte di media.

Da Senior cambiano tante cose anche perché, memore delle tue esperienze, devi guardare i tuoi compagni under con un occhio diverso. Cambia anche l’atteggiamento con cui si arriva al match, forse: se nelle giovanili ogni pre-partita era vissuto in un certo modo, la trasferta a 100km di distanza il Venerdì sera dopo una settimana di lavoro intenso si vive, a volte, come se dovessi timbrare il cartellino, e chissà con quale felicità.  Ogni stagione che passa, poi, c’è il bisogno di curare sempre di più l’aspetto fisico. Non per cercare di evitare la virgola anche in discoteca, ma per poter stare di più in campo e senza soffrire. Anche se, a trent’anni suonati, sul minutaggio è più facile “comprare” il proprio allenatore…

 

5) DA VETERANO

master

I cosiddetti “over”, insomma. (Ex) ragazzi che hanno sposato la palla a spicchi ancor prima della propria moglie e che dalla propria moglie fuggono, perché di stare a casa con i pargoli tutte le sere non ci pensano neppure. Trovare dei veterani ad altissimo livello in Italia è pressoché impossibile, fatta eccezione per i Fantastici del 2004 (Basile a Capo D’Orlando, Bulleri a Ferentino in A2, il “nostro” Teo Soragna a Piacenza in serie B, giusto per citarne alcuni). Molto più semplice scovarli in giro per le Minors: gli over 40 sono l’essenza di categorie come 1° Divisione, CSI o UISP, dove è frequente incontrare vecchie glorie, cinquantenni falcidiati dagli infortuni e con tutori o ginocchiere sparsi per il corpo, delle lezioni di vita su due gambe per ciascuno di noi perché, nonostante tutto, non hanno mai mollato un cazzo.

Così, è facile ritrovarsi delle formazioni cui età media si attesta sui 47 e mezzo. Giocatori-allenatori, mani fatate dai 5 metri – c’è chi ha incominciato a giocare prima che si disegnasse l’arco dei 3 punti -, 40′ di zona 2-3 bulgara: il medico servirebbe, eccome, ma l’esperienza li ha portati a scendere sul linoleum della palestra del quartiere senza fare il passo più lungo della gamba, non in senso lato, ma letterale. Per citare Ligabue, “finché ce ne hai, stai lì”: è qui che s’impara a chiedere il cambio, da un punto di vista tecnico si nota come il passaggio sia molto più utilizzato del palleggio, e i pivot veterani dovrebbero portare a scuola quelli più giovani sull’uso del tagliafuori, sia difensivo che offensivo. Ogni canestro è una festa e si gioisce, sempre, come se fosse la prima volta, come se fosse il minibasket. Neanche qui l’importante è vincere, in fondo. L’importante è stare bene assieme.

 

di Carlo Pedrielli