Ehi ragazzina, ti sei persa?”

La partitella è infuocata come solo le partitelle all’Holcombe Rucker Park, la capitale spirituale dei playground newyorkesi e di tutta America, sanno essere. Però i “fratelli neri” si accorgono subito dell’insolita presenza estranea. Al Rucker vedere una ragazza a bordo campo in canottiera e pantaloncini non è cosa di tutti i giorni. A maggior ragione se si tratta di una bambina di 11 anni, per di più dalla pelle bianca e i capelli biondi, in un quartiere come quello di Harlem a stragrande maggioranza afroamericana. E la Harlem di fine anni ‘60/inizio anni ’70 non è magari la zona più pericolosa, ma non è neanche la più semplice di New York: diciamo che ha poco a che fare con quella del 2016, dove il tasso di criminalità e quello di omicidi sono crollati rispettivamente del 75% e del 90% negli ultimi 25 anni. La ragazzina bionda però sembra non preoccuparsi né di tutto ciò né di eventuali pericoli per la propria incolumità. Attraversa il campo tenendo gli occhi fissi sulla palla arancione, come se ne fosse stregata e si avvicinasse a lei esattamente come un magnete fa con una calamita. Una volta arrivata di fronte ai suoi interlocutori la risposta è molto più decisa di quella che potresti aspettarti da una normale undicenne: “Non mi sono persa. Ho sentito dire che voi siete molto forti, e io voglio giocare contro i più forti. Non ho timore di voi”.
Oggi, a distanza di oltre 45 anni, la ragazzina bionda divide ancora il campo con i fratelli neri, ma stavolta non è più per sfidarli, bensì per insegnargli quel gioco che lei ha amato con una devozione ossessiva e che l’ha portata a conquistare la nazionale a 17 anni, ad essere la prima donna a giocare prima nella Summer League della NBA, poi in una lega professionistica maschile, e a diventare un volto conosciuto ed affermato del basket femminile ai tempi in cui questo era ancora poco più che un passatempo scolastico. Ad un anno di distanza dall’esordio assoluto di Becky Hammon, fortemente voluta da Gregg Popovich e diventata prima assistant coach donna di sempre nella NBA (ne parlai qui), Nancy Lieberman è diventata all’inizio di questa stagione la seconda allenatrice nella Lega più famosa del mondo. Ma se Becky Hammon è arrivata fin lì prima di lei, e se decine di migliaia di altre cestiste hanno fatto il percorso che hanno fatto, devono gran parte del merito proprio a Nancy, la ragazzina bionda che a 11 anni non aveva paura di sfidare i migliori giocatori di Harlem.

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E dire che da bambina Nancy Lieberman adorava più di ogni altra cosa il baseball e, prima ancora che a basket, giocava a football americano. La sua squadra del cuore erano i New York Jets, che all’epoca erano una delle squadre più forti del Paese e potevano contare su un quarterback di livello assoluto come Joe Namath. Proprio una lampada a forma di elmetto dei New York Jets diventò il suo primo casco: i suoi l’avevano comprata perché la usasse per leggere in camera, lei tolse lampadina e cavi, ci infilò un piccolo asciugamano per fare spessore e usò del nastro adesivo per formare il laccio da far passare sotto il mento. Essendo scattante e veloce giocava running back, ma un giorno mentre tentava un’azione di corsa venne placcata da un altro bambino con una testata allo stomaco. Nancy cadde all’indietro e ruppe il casco, pardon, la lampada. Tornando a casa, quando la madre le chiese cosa diavolo avesse combinato alla lampada della sua cameretta, Nancy decise che magari era meglio cambiare sport. Provò allora col suo grande amore, il baseball, giocando da shortstop e da esterno sinistro. Ma il giorno della prima partita il suo coach si presentò da lei e le spiegò che non poteva giocare, perché per una questione assicurativa non potevano tesserare una bambina. La novenne Nancy pianse per giorni, poi si presentò alla YMCA del suo quartiere e chiese se potesse giocare a basket. “Certo che puoi”, fu la risposta. “Davvero posso giocare? Anche se sono una bambina?”, chiese lei con stupore. “Of course you can” fu la frase che ridonò il sorriso alla piccola Lieberman e che diede ufficialmente il là alla storia di una delle atlete più rivoluzionarie dello sport femminile.

Però pensare non solo di diventare una sportiva, ma addirittura di ESSERE semplicemente sportiva, in molte famiglie di quegli States -che ancora erano a qualche anno dal ’68 e da tutte le rivoluzioni culturali che si sarebbero susseguite nei decenni successivi- non era uno dei traguardi più semplici a cui poter ambire. Negli anni ’60 solamente il 4% delle ragazze praticava sport, una percentuale che negli USA di oggi è più o meno decuplicata. Proprio all’inizio dell’età d’oro della motricità, quella di otto anni in cui un bambino inizia un periodo di circa 36 mesi in cui sviluppa la gran parte delle capacità coordinative e delle potenzialità psico-fisiche che poi si porterà appresso per tutta la vita, Nancy inizia questo suo percorso tra gli sport di squadra per rifugiarsi e distrarsi dal divorzio che sta separando i suoi genitori e frammentando per sempre la sua famiglia. La madre Renèe, con la quale Nancy rimane a vivere, non è assolutamente contenta di questa sua passione per lo sport. Le sue proteste più comuni sono “Le ragazze non fanno sport. Perché ci devi mettere in imbarazzo? Perché giochi al campetto con tutti quei bambini neri? Cosa penseranno di noi i vicini?”. La piccola Lieberman però non molla e si rifugia sempre di più in quell’angolo di felicità che i giochi di squadra le regalano. Fino a quando un giorno non vede in tv uno dei più grandi sportivi individuali di sempre, Muhammad Ali, dichiarare “I am the greatest!” dopo aver messo ko al primo round il favoritissimo Sonny Liston. Lì il pugile più famoso di tutti i tempi diventa l’idolo d’infanzia di Nancy, che guarda a lui come modello nel lungo percorso verso l’eccellenza assoluta. La ragazzina abbandona la tv, entra in cucina e piazzandosi davanti alla madre le dice: “Fattene una ragione, scriverò la storia. Diventerò la miglior giocatrice di pallacanestro di tutti i tempi”. Profezie impreventivabili sul lungo termine realizzate: segnare “1” per Nancy Lieberman.

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Nancy decide che da grande non vuole vivere la vita della madre, non vuole abitare in una casa senza riscaldamento o vendere quei pochi oggetti di valore per comprare la benzina da mettere nella macchina o il cibo quando non arriva l’assegno per gli alimenti dall’ex marito. Lei aspira alla grandezza. Per questo, una volta deciso che il suo futuro sarà il basket, si presenta al Rucker. Lei vuole diventare la migliore, e per poter diventare la migliore deve conoscere i migliori, imparare dai migliori, sfidare i migliori. Battere i migliori. A 11 anni ruba di nascosto qualche dollaro alla madre, prende i mezzi dalla sua casa di Brooklyn fino a Manhattan, più precisamente ad Harlem, e si presenta così -con l’ispirazione di Muhammad Ali e la voglia di diventare non una giocatrice forte, ma la più forte di tutte- come unico biglietto da visita per essere accettata da ragazzi più grandi, di un altro colore e di un’altra zona della città. Diciamocela tutta: i rischi che corre la ragazzina bianca e bionda nell’attraversare New York, per presentarsi nel campetto più rinomato e sfidare ragazzi di colore maggiori di lei, non sono irrilevanti. Ma la sua sfacciataggine e il suo modo diretto di parlare, quel “siete i più forti e voglio giocare contro i più forti, non mi fate paura” li conquista, la fa di colpo diventare una di loro, pur con tutte le differenze, pur senza essersi mai incontrati prima.
E’ come se avessimo tagliato un sacco di preamboli e convenevoli sociali. Lo sapevo che io ero bianca e loro neri, che io ero una ragazzina e loro dei ragazzi, e allora? Tutto ciò che volevo era solo essere la migliore e giocare contro i migliori. Loro l’hanno capito subito e mi hanno accolta in un secondo. Mi hanno fatta giocare, mi hanno protetta e rispettata. A volte mi riaccompagnavano anche a casa in treno, e mia mamma si arrabbiava a morte. Ma quei ragazzi mi hanno sostenuta, mi hanno spronata a migliorare, non mi hanno mai trattata come una ragazzina, con accondiscendenza, ma esattamente come una di loro. Quando feci un provino per Team USA nel 1975, avevo 17 anni ed ero ancora al penultimo anno di liceo, e loro erano gli unici convinti che ci sarei riuscita, che avrei fatto la squadra”.
E’ proprio dall’asfalto dei campetti di Harlem e della natìa Brooklyn che parte la parabola sportiva di Nancy. Le prime partite “organizzate” contro altre ragazze arrivano solamente con l’approdo alla high school. Poi, come detto, a 17 anni riceve la prima convocazione in nazionale, con cui vince l’oro ai giochi Panamericani. A 18, dopo aver vinto il titolo di miglior giocatrice liceale d’America, porta a casa l’argento olimpico di Montreal 1976 nella prima storica apparizione del basket femminile ai Giochi, diventando l’unica liceale nella storia a giocare per Team USA e la più giovane cestista di sempre (indistintamente tra uomini e donne) a vincere una medaglia olimpica fino a quando verrà superata da Ricky Rubio nel 2008. In finale contro l’imbattibile Unione Sovietica, a dimostrazione del suo coraggio sviluppato sui campetti, con il suo metro e 78 conquista anche un fallo di sfondamento da Uljana Semjonova, giocatrice di 210 cm col 58 di piede, una che nella sua carriera ha vinto 10 Europei con l’URSS e 11 Coppe dei Campioni col Daugava Riga. A quel punto potrebbe scegliere una qualsiasi università del paese a piacimento, sono lì tutte pronte ad accoglierla. Però lei decide di puntare su Old Dominion, un college della Virginia, una buona squadra ma nulla di eccezionale. Ancora oggi detiene una lista di record della storia delle Monarchs tale che ci vorrebbero 20 minuti per elencarli tutti. In una partita contro Norfolk State al suo anno da sophomore piazza una tripla doppia da 40 punti, 15 rimbalzi e 11 assist. Al terzo e al quarto anno di college fa l’en-plein: conduce Old Dominion a 72 vittorie e 2 sconfitte in due stagioni, conquistando per due volte il titolo di miglior giocatrice dell’anno (una delle uniche quattro giocatrici di sempre ad averlo vinto più di una volta) e trascinando le Monarchs a due titoli nazionali (da lì in poi ne avrebbero rivinto solo un altro nella loro storia). Contemporaneamente in quegli anni un altro “giocatore totale” si sta affacciando nel mondo del basket americano, gioca a Michigan State University e si chiama Earvin Johnson, soprannominato “Magic” fin dai tempi del liceo, grazie ad un giornalista che lo aveva ribattezzato così dopo una partita da 36 punti, 16 rimbalzi e 16 assist. Johnson e Lieberman sono i volti incontrastati del nuovo che avanza in campo maschile e femminile, entrambi sono giocatori completi, competitivi, nettamente i migliori della loro generazione (anche se Larry Bird…), e sono pure personaggi magnetici. L’associazione è presto fatta e Nancy si guadagna così il soprannome di “Lady Magic”.

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Nel 1980, quando esce dal college, Nancy Lieberman è la giocatrice più forte d’America. La sua “asphalt arrogance” e quell’intensità imparata nei campetti contro i maschi, così poco comune nelle partite femminili, la rendono diversa da tutte le altre. Chiude i suoi quattro anni di università quasi in tripla doppia di media e c’è grande attesa per vederla alle Olimpiadi, con la curiosità di scoprire se può condurre Team USA al primo oro della propria storia sconfiggendo le inarrestabili sovietiche. O meglio, ci sarebbe grande attesa, perché in realtà i Giochi si disputano a Mosca, e gli Stati Uniti assieme ad altre 64 nazioni danno vita al boicottaggio. Quindi niente Olimpiadi, niente seconda medaglia e strada spianata verso l’oro per l’URSS padrona di casa. Allora nell’estate del 1980, libera dagli impegni con la nazionale, Nancy partecipa alla Summer League della NBA con i Los Angeles Lakers, diventando la prima donna a prendervi parte. “Io e Pat Riley adesso ci ridiamo sopra, ma nel 1980, quando divenne assistente ai Lakers, uno dei suoi primi compiti fu allenare la squadra alla Summer League dove io ero la sua point guard. Andavo ad allenarmi e per tre ore mi faceva un culo così, ma non mi sono mai lamentata o tirata indietro. Un paio di volte durante il gioco ho addirittura cercato la rissa per far vedere che non ero intimorita. Ogni volta che il coach diceva ‛Ho bisogno cinque ragazzi per questo esercizio’ io ero la prima a fiondarsi in campo”. Per lei, cresciuta giocando con i ragazzi nei playground di New York, è praticamente la normalità. Poi, dopo l’esperienza con i Lakers, arriva il suo primo contratto da professionista con le Dallas Diamonds della WBL.

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In quegli anni le leghe femminili si alternano in successione: una lega apre, dura uno o due anni, tre se proprio va bene, e poi fallisce. Le difficoltà finanziarie sono all’ordine del giorno. Questo non impedisce comunque alle Diamonds di offrire un contratto da 100mila dollari a Nancy Lieberman, tanto è l’hype che circola attorno al suo nome. Nancy vince il premio di Mvp già nel 1981, alla fine della sua stagione da rookie. Poi, come tante altre leghe prime e tante altre dopo, la stagione successiva la WBL chiude e allora si riparte due anni dopo (durante il periodo di stop Nancy diventa addirittura la personal trainer della tennista Martina Navratilova) con un’altra lega, la WABA, dove si spostano le Dallas Diamonds. Nel 1984 Lieberman conduce la sua squadra al titolo e vince ancora il titolo di Mvp segnando 27 punti di media a partita, ma anche la vita della WABA dura il tempo di un respiro. Senza un campionato femminile stabile in cui giocare e riluttante ad accettare le numerose (e ricche) offerte provenienti dall’Europa, Nancy nel 1986 riceve una chiamata dagli Springfield Fame, squadra della USBL, lega fondata l’anno precedente, che la vorrebbero a giocare per loro. Manco a dirlo l’idea non le fa paura e Lieberman accetta: diventa così ufficialmente la prima donna a giocare in una lega sportiva professionistica americana.

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Nei primi due mesi della sua avventura deve concedere 350 interviste. Ovviamente la differenza fisica con i maschi a livello professionistico è tanta e Nancy gioca solo 15 minuti di media a partita, ma l’approccio dei suoi compagni è positivo. “L’ho imparato sui campetti di Harlem giocando 7 o 8 ore al giorno, la cosa principale è giocare con la convinzione di appartenere a quel livello” spiega in una di quelle interviste. Il suo compagno Oliver Lee, ex stella di Marquette e scelto al draft dai Chicago Bulls, la spalleggia: “Si è inserita alla grande, talvolta ci dimentichiamo quasi che è una ragazza. Cerchiamo di sostenerla ma non ha bisogno del nostro aiuto, è perfettamente del nostro livello. Le vogliamo bene come a una sorella”. Il sogno è quello di poter giocare un giorno in NBA: il GM e coach degli Utah Jazz, Frank Layden, le ha ventilato l’opportunità di partecipare alla Summer League e poi chissà cosa può succedere. “E’ una gran giocatrice, ma giocare in NBA è troppo complicato. Ovviamente non può correre e saltare come i giocatori di quel livello, potrebbe tenere il campo per qualche minuto, ma alla lunga i suoi limiti strutturali verrebbero tutti a galla” spiega con pragmatismo il suo coach di Springfield Henry Bibby, padre di Mike. “Finchè qualcuno ha un sogno, i limiti esistono solamente nella propria testa” è però il mantra di Lieberman, convinta di poter arrivare in NBA. CI arriverà, non in canotta e calzoncini, ma ci arriverà.

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L’anno successivo Nancy cambia squadra e passa ai Long Island Knights. La sua avventura in USBL finisce però dopo due stagioni quando nel 1988 la chiamano i Washington Generals, storici partners degli Harlem Globetrotters. Anche in questo caso diventa la prima donna a partecipare ad un tour mondiale della squadra ambasciatrice del basket nel pianeta. Contestualmente alle esperienze di gioco contro gli uomini, Nancy inizia a costruirsi un futuro. Quell’anno, dopo aver sposato Tim Cline, suo compagno di squadra nei Washington Generals, si ritira e segue da commentatrice televisiva le partite della nazionale USA femminile alle Olimpiadi di Seoul e i match di College Basketball femminile. Nel 1991 fa uscire la sua autobiografia “Lady Magic: the Nancy Lieberman story”, nel 1992 torna a commentare i Giochi a Barcellona. Nel 1993 gioca anche un 1-vs-1 a scopi televisivi contro Michael Jordan, all’epoca all’apice della sua carriera. Ormai la sua carriera da giocatrice è finita da tempo quando nel maggio 1996, a 38 anni, viene inserita nella Hall of Fame a Springfield.

Ma il richiamo della palla è troppo forte: nel 1997 nasce ufficialmente la WNBA come la conosciamo oggi, una lega solida e organizzata, destinata a durare nel tempo e non a sparire dopo due anni come tante delle leghe a cui aveva preso parte. Nancy decide che allora due tiri a canestro si possono ancora fare: all’età di 39 anni viene chiamata con la 15esima scelta all’Elite Draft organizzato appositamente per dare corpo alle neonate squadre. Le sue Phoenix Mercury vinceranno la Western Conference per poi perdere in finale contro le Houston Comets. L’apporto di Nancy è ormai modesto, ma può così vantare di essere stata una delle pioniere della WNBA nei periodi in cui doveva ancora lanciarsi e affermarsi.

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L’anno successivo appende di nuovo le scarpette al chiodo e diventa general manager e allenatrice delle esordienti Detroit Shock. Il suo 56.7% di vittorie di quell’anno è la percentuale di vittorie più alta di una expansion team al suo primo anno in qualunque lega professionistica americana, maschile o femminile che sia. A Detroit rimane tre anni, prima di dedicarsi a tempo pieno alla carriera di commentatrice televisiva per ESPN, organizzando anche camp estivi e tenendo conferenze e discorsi motivazionali per le aziende grazie alle sue abilità comunicative. In suo onore viene anche istituito il Nancy Lieberman Award, l’equivalente femminile del Bob Cousy Award, che ogni anno viene assegnato alla miglior point guard della stagione NCAA. Nel 2008 torna a far parlare di sé quando firma un contratto di una settimana con le Shock per tornare a giocare una partita WNBA. Il 24 luglio scende in campo contro le Houston Comets all’età di 50 anni, disintegrando il record di anzianità che già le apparteneva a quell’unica stagione giocata a Phoenix da 39enne. Inutile dire che ancora oggi è un primato di longevità imbattuto tra NBA e WNBA.

Quell’esperienza le fa tornare voglia di toccare da vicino il parquet. Un giorno in uno Starbucks di Plano, nel Texas, incontra Donnie Nelson, figlio di Don e GM dei Dallas Mavericks. I due si salutano e Donnie, degno di tanto padre, ha una visione. Pochi giorni prima la NBA ha assegnato ai Mavs una nuova expansion team per la D-League, che verrà controllata direttamente da Dallas. Nelson si accerta di avere il numero di Nancy e il giorno dopo la richiama. “Ti andrebbe di allenare la mia squadra in D-League? Ieri ti ho vista e ho pensato ‛Forse il mio uomo per questo lavoro non è un uomo, ma una donna’. Conosci il basket, lo hai giocato con le donne, lo ha giocato con gli uomini, lo hai allenato. E soprattutto hai la qualità migliore”. “Quale?” chiede Nancy. “Non hai paura”. Cinque anni prima di Popovich e della sua chiamata a Becky Hammon per proporle il ruolo di assistente, Donnie Nelson abbatte una barriera assegnando il ruolo di capo allenatore dei Texas Legends a una donna. Lieberman abbandona momentaneamente cuffia e microfono, riprende ad allenare e nel novembre del 2009 diventa la head coach di Texas, che debutta in D-League a partire dalla stagione 2010/11. Neanche a dirlo, anche in questo caso infrange una barriera, diventando la prima donna di sempre ad allenare una squadra professionistica di basket maschile. Nella sua prima stagione conduce i Legends, da expansion team, fino ai playoff proprio come fatto con le Detroit Shock anni prima.

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Successivamente Nancy passa dietro la scrivania, diventando dirigente della squadra, e poi torna davanti al microfono come commentatrice delle partite degli Oklahoma City Thunder per Fox Sports Oklahoma, scrivendo anche articoli per testate come USA Today, il New York Times e Dallas Morning News e dedicandosi a numerose associazioni benefiche, tra cui Special Olympics, la Jimmy V Foundation creata in memoria di Jim Valvano e la Nancy Lieberman Charities, da lei stessa fondata per aiutare ragazzi e ragazze in difficoltà economiche a crescere, a ricevere un’educazione e ad entrare nella società grazie allo sport, proprio come era successo a lei. Ma l’ennesimo step della sua vita arriva il 30 luglio della scorsa estate, mentre Nancy è in una palestra di Plano, la città del Texas dove risiede. Sul suo cellulare arriva una chiamata da un numero non conosciuto. “Pronto Nancy, sono Ailene dal Sacramento Bee, ho appena parlato con Vlade Divac e mi ha detto che sarai la prossima assistente dei Kings”. L’unica risposta che Lieberman riesce a dare è: “Ridimmelo di nuovo e più lentamente”. Nancy non riesce a crederci fino a quando pochi minuti più tardi la chiama Divac di persona. Un’altra mezz’ora e l’ex centro dei Kings ha già dato l’annuncio in un’intervista su NBA Radio. A meno di un’ora dalla scoperta di essere finalmente riuscita a sbarcare nella NBA, Nancy Lieberman ha già oltre 600 richieste per un’intervista.

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Al suo primo giorno a Sacramento, quando vede il suo ufficio personale con il suo nome sulla placca attaccata alla porta, capisce di avercela fatta. E’ finalmente nella NBA. Poi in campo il primo a presentarsi è Rajon Rondo, che le regala subito un abbraccio. In successione arrivano tutti gli altri. Il benvenuto di DeMarcus Cousins è uno dei più affettuosi: “Siamo davvero felici che tu sia qui con noi”. Fin da inizio stagione Nancy si guadagna la stima, la fiducia e l’affetto di tutti i suoi giocatori, in particolare Cousins, Cauley-Stein e Rondo. Proprio dell’ex playmaker dei Celtics, molto legato a lei, è diventata una sorta di confidente personale: “In una squadra abbiamo allenatori, massaggiatori, preparatori fisici e atletici, psicologi, perché non avere qualcuno che possa essere anche di supporto ai giocatori, oltre ad insegnargli il gioco? Quando allenavo in D-League ero severa ma anche aperta verso i ragazzi. Capitava di ricevere chiamate, magari anche nel cuore della notte, da giocatori che mi dicevano ‛Coach, non mi sento bene’, ‛Coach, ho litigato con mia moglie’, ‛Coach, mia madre ha il cancro’, e io ero sempre lì per loro”.
In un mondo dove quasi sempre è stata lei ad infrangere la prima barriera, Becky Hammon è stata invece la prima (e unica) a diventare assistente allenatrice a tempo pieno in NBA prima di Nancy. “Becky ha aperto un sacco di porte vincendo la Summer League con gli Spurs nel 2014, ha avuto un grosso impatto sul modo di pensare della gente. Tanti addetti ai lavori l’hanno vista allenare con successo, hanno visto i giocatori che la seguivano e hanno pensato che forse non avere paura ad aprirsi mentalmente verso queste nuove opportunità non era male, se era una cosa che portava a dei risultati perché non pensarci?

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E non è un caso che le prime due donne a sbarcare tra i pro, Hammon e Lieberman, siano state scelte proprio da due delle menti più brillanti della NBA, Gregg Popovich e George Karl, che sono rimasti stregati dalle loro conoscenze e dalle loro capacità di insegnare e comunicare il Gioco. “La porta ora è stata aperta da noi due, ma non significa che non dobbiamo comunque continuare a guadagnarci la nostra credibilità” conclude Nancy. “Questi ragazzi vogliono solamente essere allenati, sanno che vedo le cose da una prospettiva diversa ma per loro è ok, vogliono sapere come migliorare e vogliono conoscere il mio punto di vista, sia sul basket che sulla vita. Sta poi a noi riuscire a creare un rapporto di fiducia. Non possiamo aspettarci di riceverla solo perché siamo donne o abbiamo giocato ad alto livello, dobbiamo capire che dobbiamo guadagnarcelo il diritto di poter contare sulla loro stima”.
Un po’ come aveva fatto quasi 50 anni fa sull’asfalto di Harlem, quando i fratelli neri accolsero subito la sorella bianca. Senza badare al fatto che fosse una ragazza, ma accettandola subito come una di loro, perché lei voleva solo essere la migliore e giocare contro i migliori, e non aveva alcun timore. Così come non ne ha mai avuto, già da quando giocava a football con una lampada in testa, passando poi per il Rucker, l’argento olimpico a 18 anni, Old Dominion, le sgangherate leghe femminili, la USBL, i Washington Generals, la WNBA, la D-League fino ad arrivare a sedere ora su una panchina della NBA. Il suo idolo Ali l’aveva ispirata dicendo “I am the greatest!” e lei, nel salotto della sua squallida casa di Brooklyn, aveva giurato alla madre che non avrebbe vissuto una vita come la sua, ma che avrebbe scritto la storia. Che poi è esattamente quello che ha fatto.
I fratelli neri ad Harlem erano gli unici convinti fin dall’inizio che ci sarebbe riuscita. E oggi, ovunque essi siano, sono sicuramente fieri di lei. “She is the greatest!”

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di Mario Castelli