di Andrea Cassini

 

 

With the ninth pick in the 2019 NBA Draft the Washington Wizards select…

Rui Hachimura, from Toyama, Japan, and Gonzaga University.

 

Prima del 20 giugno 2019 il commissioner della NBA Adam Silver non aveva mai pronunciato un nome giapponese sul palco del Barclays Center di Brooklyn; e nemmeno il suo predecessore nel ruolo, David Stern. Difatti pochi minuti dopo Rui Hachimura si presenterà a microfoni e telecamere, sfoggiando sorriso e cappellino dei Wizards, dicendo: “Minna-san, yarimashita. Nihon-jin hatsu. NBA desu,” che starebbe a significare “Sono il primo giapponese a essere stato scelto in NBA”. Il motivo del suo esprimersi in giapponese non è da ricercare in eventuali difficoltà con la lingua inglese: ce le aveva eccome quando atterrò a Spokane nel 2016 per il suo anno da freshman a Gonzaga, ma ora parla in maniera fluente e disinibita. Il punto è che c’erano oltre 60 reporter giunti dal Giappone per intervistarlo, forse il contingente mediatico più imponente tra i candidati della green room dopo Zion Williamson. Hachimura sente un debito di responsabilità sia verso il paese natale, sia verso il paese di origine del padre, il Benin, nell’Africa occidentale: li ha onorati entrambi proprio nella notte del draft, con due disegni tessuti sull’interno della giacca a significare come culture diverse possano convivere. E dal 31 agosto al 15 settembre onorerà anche la maglia della propria nazionale nei mondiali che si disputeranno in Cina: sebbene giovanissimo, ne è la colonna da almeno due anni, e manco a dirlo Hachimura è la speranza più brillante di un basket giapponese che sta progettando di fare le cose in grande per il torneo olimpico di Tokyo 2020, per stravolgere l’opinione del mondo sul movimento cestistico del Sol Levante.

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L’NBA, specialmente sotto la guida di Adam Silver, si è aperta come mai prima d’ora al basket internazionale: i camp di Basketball without Borders in Africa, che hanno portato nella lega talenti come Joel Embiid e Pascal Siakam, le accademie realizzate in Cina in supporto al Ministero dell’Istruzione, e molte altre iniziative ideate con un occhio al basket vero e proprio e l’altro al marketing. Non è un mistero che espandendosi all’estero la NBA voglia consolidare la sua posizione di “lega sportiva professionistica più famosa al mondo” svincolandosi dalla competizione interna con la NFL, da cui certe strizzate d’occhio a paesi in crescita economica – ma non altrettanto mature punto di vista cestistico – come l’India: qualcuno ha detto Sim Bhullar? Al di là di questo, sarebbe un errore madornale pensare che l’avventura americana di Rui Hachimura, al netto di come andrà il suo esordio con gli Wizards, sia una manovra pubblicitaria incentrata su un fenomeno passeggero: nessuno l’avrebbe scelto alla nove, in piena zona lottery, in tal caso. E soprattutto, c’è un’abbondanza di prove a suo favore: basta tornare indietro nel tempo e riesaminarne la parabola.

18 anni fa Rui Hachimura non aveva mai giocato a basket. Si cimentava nel karate, nel calcio, e soprattutto nel baseball che è lo sport nazionale – anche il nome Rui, del resto, scelto dal nonno materno, rimanda alle basi del baseball. Per un mero fatto fisico, era bravo in tutte le discipline visto che il 50% di genetica africana giocava a suo favore per altezza e forza muscolare. Poi un amico lo convince a provare il basket, alle scuole medie Okuda, e bastano pochi minuti di allenamento prima che il coach, Joji Sakamoto, gli dica “Un giorno andrai in NBA”. “All’epoca ero stupido”, racconta Hachimura, “e lo presi sul serio”. Anche se non ci aveva mai giocato il basket lo appassionava, bastava leggere le pagine del manga Slam Dunk per innamorarsene, e più o meno ogni ragazzino giapponese lo ha letto. Hachimura dà un’occhiata a questa NBA e sceglie subito come modello Carmelo Anthony. Ganbatte kudasai, Hachimura-kun, gli dicono amici e compagni, dacci dentro con l’allenamento, fai del tuo meglio – che è anche il modo giapponese di augurare buona fortuna. Lui segue l’invito.

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Cinque anni fa Rui Hachimura è al primo anno delle scuole superiori, alla Meisei High School di Sendai, allenato da coach Hisao Sato, e sta disputando la prima di tre finali del campionato nazionale studentesco consecutive. Tutte e tre vinte, chiaramente, perché con 203 centimetri d’altezza e gambe da velocista Hachimura vanta un  gap atletico semplicemente incolmabile sul liceale medio giapponese, e lui viaggia intorno ai 30 punti e 20 rimbalzi. Gli sport scolastici hanno un buon seguito in Giappone. Da una parte c’è l’influenza della tradizione sportiva e scolastica americana, dall’altra una strana spaccatura tra dilettantismo e professionismo che riflette un aspetto complesso della società giapponese: finite le scuole la posizione dell’individuo cambia, prendere lo sport con la stessa serietà di un lavoro – anche solo dalla prospettiva del tifoso – non è l’atteggiamento più diffuso.

Meisei High School, 2016

Ma in quegli anni Hachimura ha una discreta visibilità. Intervistato dopo il primo titolo, dice: “Il basket mi piace!” Dopo il secondo, precisa: “Il basket mi piace tanto!” E dopo il terzo, conferma: “Il basket mi piace davvero, davvero tanto!” Nel frattempo, non perdeva occasione per palesare in pubblico la sua intenzione di trasferirsi in America, sperando che la voce arrivasse fino a qualche college di alto livello in NCAA. A proposito di Slam Dunk, viene in mente la partita tra Shohoku e Sannoh Kogyo al campionato nazionale che chiude la serie, quando Kaede Rukawa ed Eiji Sawakita trovano il tempo, in mezzo a uno scontro all’ultimo sangue, di confrontarsi sulle loro aspettative per il futuro, entrambe rivolte oltreoceano. Rukawa si era fatto convincere da coach Anzai: prima diventa il più forte in Giappone, poi penserai agli Stati Uniti. Per Hachimura il primo passo è arrivato in maniera naturale, fin troppo semplice.

Nel 2016 Hachimura accetta la borsa di studio degli Zags. Gonzaga ha un occhio di riguardo per i talenti internazionali. Solo negli ultimi anni: Przemek Karnowski, Domantas Sabonis, Killian Tillie. E la lista sta crescendo con Joel Ayayi, Filip Petrusev e Julian Strawther visti agli ultimi mondiali U19. Da un punto di vista urbanistico, l’impatto non è sconvolgente: con 200 mila abitanti annidati in una modesta cittadina sotto le montagne, Spokane non è così diversa da Toyama, dove Hachimura è cresciuto con la famiglia. Per tutto il resto, però, è letteralmente un altro mondo. Nell’anno da freshman Hachimura gioca solo 4.6 minuti a partita, registrando 2.6 punti. Il suo scoglio principale è la lingua. Nonostante l’aiuto di Ken Nagawa, video coordinator nato in America ma di discendenza giapponese, capisce a malapena il 10% di quello che gli viene detto. Brevetta un’espressione che diventa in breve il suo marchio di fabbrica: quando Rui sorride e fa sì con la testa, lo sanno tutti a Gonzaga, vuol dire che non ha capito mezza parola. Poi, piano piano, qualcosa si sblocca. Nonostante le difficoltà Rui non si chiude in se stesso, fraternizza coi compagni, in particolare con Josh Perkins – lo chiamano Louie, talvolta Lucas, perché la fonetica giapponese ha un modo particolare di rendere quelle che per noi sono “L” e “R”. Insieme guardano serie tv, gli piacciono soprattutto The Vampire Diaries e Stranger Things, e ascoltano musica hip-hop. Più che sui libri, Hachimura si forma il vocabolario sui testi di Drake, 21 Savage e Kodak Black. Insieme alla musica si appassiona alla cultura afroamericana, che trova stimolante e inclusiva come la sua, che è nato in Giappone ma è per metà africano. All’inizio parla in uno slang costruito riciclando frasi dalla tv e dalle canzoni, ma si fa capire, e di riflesso comprende sempre di più. Anche oggi, che si esprime con molta più precisione, gli è rimasta qualche traccia di quel metodo di apprendimento: grazie al suo approccio peculiare alla lingua inglese Hachimura parla in maniera diretta, genuina, senza frasi fatte, e per chi ascolta è una ventata d’aria fresca.

Imparato l’inglese, sembra che le altre sfide siano una passeggiata. Passare dal livello cestistico “campionato liceale giapponese” al livello cestistico “Final Four del tabellone nazionale NCAA in odore di chiamata al draft NBA”? Hachimura lo fa sembrare un percorso in discesa. Nell’anno da sophomore il ruolo nella squadra cresce e le statistiche s’impennano: 11.6 punti e quasi 5 rimbalzi in 20 minuti. Al terzo anno, salutati i veterani, viene promosso a leader della squadra e risponde con un sonoro “presente”: quasi 20 punti e 6.5 rimbalzi in stagione, che gli valgono il Julius Erving Award come migliore ala piccola della nazione e il premio di miglior giocatore della West Coast Conference. La sua condotta difensiva in combinazione con l’atletismo – è stato uno dei più efficaci nel fronteggiare Zion Williamson di Duke, che Gonzaga ha battuto nella finale del Maui Invitational a novembre – sarebbe già sufficiente a renderlo un prospetto NBA, ma sono i suoi miglioramenti sul fronte offensivo quelli che stupiscono di più, considerando che li ha maturati in meri tre anni di competizione sportiva degna di questo nome. Da 28% a 41% nel tiro dall’arco, e già si parla di un efficiente 3&D. La capacità di sfruttare altezza e lunghe leve per punire i cattivi matchup della difesa, segno di un gioco smaliziato che ha imparato in fretta a padroneggiare. E poi, quei lampi in cui si costruisce il tiro in autonomia, dal palleggio, e prende in mano la squadra da vero all-around player – si veda la recente partita di preparazione ai mondiali, dove ha guidato il Giappone contro la Nuova Zelanda con 34 punti. Certi scout hanno pensato a Kawhi Leonard come best case scenario, a cui Hachimura somiglia per le movenze compatte, quadrate. Riccardo Fois, che l’ha allenato a Gonzaga prima di volare a Phoenix per entrare nello staff dei Suns, assicura che Hachimura ha un futuro radioso davanti a sé. E le stelle NBA, Kemba Walker tra i tanti, hanno già riconosciuto il suo potenziale e attendono curiose di assistere alla portata del suo impatto. Washington, con John Wall fermo ai box e un roster che si riduce a Bradley Beal come uomo solo al comando, gli offrirà abbondanti occasioni per mettersi in mostra – anche se forse, al momento, il cantiere Wizards non pare il più attrezzato per il suo sviluppo tecnico.

Parlando di Slam Dunk, c’è qualcosa che unisce Rui Hachimura al protagonista Hanamichi Sakuragi: entrambi spiccano tra la folla. Hanamichi per i capelli rossi e l’aria da teppista, Rui per l’altezza e il colore della pelle. In un paese dove il 98,5% degli abitanti è un giapponese dalla pelle bianca, quegli occhi a mandorla abbinati alla pelle scura e ai capelli neri, ricci, dovevano destare scalpore. La parte africana di Hachimura viene dal padre, nativo del Benin, e il fatto che lui abbia preso il cognome della madre è significativo di quanto in Giappone sia raro il fenomeno dei matrimoni misti. In patria, i figli di tali unioni sono talmente ben riconoscibili da meritare un nome proprio, hafu, ma qualcuno li chiama anche blackanese. Hachimura si è già soffermato più volte a riflettere sulla questione, e ha affermato di voler diventare un modello per “quelli come lui”, ispirando magari un cambiamento nella società giapponese. Il rapporto dei giapponesi col diverso è una questione complessa, molto difficile da studiare dal punto di vista occidentale che non coglie pienamente certe sfumature. È celebre ad esempio il reportage del giornalista americano Baye McNeil, che 11 anni fa scrisse sul suo blog un pezzo intitolato “An empty seat on a crowded train”: si riferiva al gaijin seat, l’idea che, potendo scegliere, un giapponese preferirà sempre sedersi a un seggiolino di distanza da uno straniero in metropolitana. Un atto di emarginazione discreto e silenzioso, ma non meno rilevante secondo McNeil, che dopo dieci anni di permanenza nel paese ritorna sull’articolo e non nota miglioramenti nel fenomeno. Qualcuno chiama in causa il razzismo, ma è forse più appropriato riferirsi a una più ampia xenofobia, unita a un generico senso di sospetto e soprattutto all’abitudine di agire secondo un preciso schema di regole – una tendenza inevitabile per sopravvivere in spazi intasati (Tokyo ha una densità di 6.334,37 abitanti per chilometro quadrato) ma che si porta dietro alcune conseguenze problematiche. Muovendosi per una grande città giapponese non è raro trovare un salaryman che ha esagerato con l’alcool nella sua nottata di uscita libera e attende l’alba riverso in un angolo della strada, ancora in giacca e cravatta, con i passanti che gli sfilano accanto come se non esistesse. Se nessuno interviene, è in parte perché ogni quartiere è presidiato da una piccola stazione di polizia, la cui presenza è piuttosto evidente in certe aree del Giappone, insieme a quella di un vero e proprio esercito di figure professionali che “controllano” e “indicano”: la gente si affida al loro operato, sa che saranno loro a intervenire quando necessario, e il principio non è così differente dalla questione del gaijin seat.

Hachimura ha parlato anche del bullismo nelle scuole. Il problema è similmente complesso, ma basta una panoramica nell’animazione giapponese per apprezzare una parte della casistica. Se ignorato dai professori, il bullismo spesso passa sotto silenzio e la vittima finisce ulteriormente emarginata (Un marzo da leoni), ma basta che una figura di riferimento alzi la voce per opporsi – può anche trattarsi di un senpai, un compagno di scuola più grande – e la situazione può ribaltarsi, trasformando lo stesso bullo in un emarginato tramite la condanna dell’autorità (La forma della voce). Hachimura non fa mistero di aver subito simili trattamenti per via del colore della sua pelle, sia a scuola che nei club sportivi. “Hai la faccia nera, che ci fai qui?” gli dicevano, e lo guardavano strano dovunque andasse. Lui, forte di un carattere sicuro e delle spalle larghe, reagiva a testa alta e diventava fonte d’ispirazione per quelle vittime di bullismo che, a differenza sua, non avevano avuto la fortuna di crescere fino ai due metri di altezza. “A molti ragazzini avrebbe fatto comodo un senpai come Hachimura”, dice Dexter Thomas, ricercatore della Cornell Universty e reporter di VICE, specializzato nella questione razziale vista attraverso la musica hip-hop giapponese.

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Il fatto che Hachimura sia la figura chiave della nazionale di basket del suo paese, e che lui sposi con così tanto entusiasmo l’impegno, dice molto sul potenziale in termini di multiculturalità di un paese che, sebbene lentamente, sta cambiando. I matrimoni misti sono in aumento: dal 1965 a oggi si sono moltiplicati cinque volte, e nel 2013 se se sono celebrati oltre 21.000. Come conseguenza ci sono sempre più bambini blackanese. Per una nazione che ha una statura media di 171 centimetri per gli uomini e 158 per le donne, che ha uno dei tassi di natalità più bassi del mondo e che non è stata benedetta dalla genetica con doti atletiche superiori alla norma, il fenomeno rappresenta una notevole iniezione di talento nel bacino dello sport professionistico, e basta dare un rapido sguardo attraverso varie discipline per rendersene conto. Abdul Hakin Sani Brown nell’atletica leggera, Yu Darvish dei Chicago Cubs nel baseball, Aaron Wolf nel judo. Ma il caso di atleta blackanese più famoso, nonché più complicato da valutare è quello della tennista Naomi Osaka, salita al numero 1 del ranking WTA dopo un’annata 2018 semplicemente stellare. Naomi Osaka è per metà giapponese e per metà haitiana, ma come spesso accade ai giovani tennisti di talento si è trasferita molto presto in America e vive in perenne migrazione tra un torneo e l’altro. Raramente parla la lingua madre in pubblico, non appare particolarmente “giapponese” nei modi, e a differenza di Hachimura non si è mai esposta su riflessioni sociali legate alla sua origine multirazziale. Una recente pubblicità realizzata da Nike gioca proprio su questo fatto: sottoposta per 30 secondi al fuoco incrociato di domande bilingui, tra cui la scomoda “Ti senti più giapponese o americana?”, lei risponde facendo “shhh” e continuando a giocare. Nonostante questa reticenza, la sua popolarità in patria è alta al punto da stimolare quelle stesse discussioni da cui Naomi Osaka si sottrae, e su cui Hachimura invece mette l’accento – entrambi, in patria, hanno l’onore di fare da testimonial per i cup noodles, il ramen istantaneo, della Nissin (per fare un paragone, immaginate una celebre marca di pasta o birra italiana). La figura del “personaggio giapponese”, dice il sociologo Lawrence Yoshitaka Shimoji, si è formata tra gli anni ’70 e ’80, ma la visibilità di atleti blackaneseinsieme a politiche più aperte agli stranieri stanno facendo crescere l’interesse intorno alla domanda “Che cosa vuol dire essere giapponese?” Tutto questo accade alle porte delle Olimpiadi di Tokyo, un evento in cui moltissimi hafugiapponesi potranno riconoscersi nei loro idoli sportivi, e gli atleti di casa avranno l’occasione di mostrare al mondo un’idea di “giapponesità” tutta nuova. Non è casuale, in questo senso, che il soprannome della nazionale di basket sia “Akatsuki Five”, letteralmente: i cinque dell’alba. Insieme a Rui Hachimura ci sono Yuta Watanabe, visto tra NCAA, G-League e Memphis Grizzlies, l’altra giovane promessa Yutai Baba e il tiratore Makoto Hiejima, entrambi reduci dalla Summer League, insieme al naturalizzato Nick Fazekas, americano di nascita. Una nuova alba, a tutti gli effetti, e anche una nuova immagine del basket giapponese da trasmettere al mondo.

Sotto certi aspetti, fino a oggi il contributo più significativo del Giappone alla pallacanestro mondiale è stato proprio Slam Dunk, il manga che ha ispirato migliaia di ragazzi a prendere in mano la palla a spicchi. La prima generazione influenzata dal fumetto ha vissuto il suo apice con Yuta Tabuse, conosciuto col poco felice soprannome de “Il Michael Jordan giapponese”; qualche partita coi Phoenix Suns nel 2004 non fu abbastanza per dare slancio a un paese dove il basket è superato in popolarità da baseball, calcio, e glorie locali come sumo e wrestling. Ma un ragazzo come Hachimura è un figlio di seconda o terza generazione di Slam Dunk: nato nel 1998, quando il manga si era già concluso da due anni, l’ha comunque conosciuto e amato. E ora è pronto a sostituirsi al capolavoro di Takehiko Inoue come ambasciatore del basket giapponese nel mondo; a partire dai mondiali di Cina 2019, per poi passare a conquistare l’America da Washington fino alla West Coast.

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