articolo di Davide Giudici

 

 

È un giorno come gli altri del 1960 a Campagnola Emilia, minuscolo centro rurale immerso nella pianura reggiana. Nel retrobottega di un piccolo forno, Gianni, il figlio del titolare, gioca con una pallina di pasta. Il papà è nei paraggi ma non si accorge che il piccolo, due anni compiuti da poco, tentando di imitarne i gesti infila quella dannata pallina tra i rulli di acciaio dell’impastatrice. L’urlo disperato del genitore non riesce a fermare l’inevitabile e quella macchina infernale inghiotte la manina del bimbo. Dopo un lungo calvario costellato di visite specialistiche e interventi chirurgici, è lo stesso papà a intimare l’alt ai medici, rassegnato all’idea che il figlio non recupererà mai più la mano destra, ormai trasformata in un moncherino in cui solo il pollice e una falange dell’indice si sono salvati.

 

Qualsiasi bambino privato dell’uso di una mano avrebbe scelto la strada del Dio Pallone e invece Gianni accetta la sfida contro il proprio destino. Nemmeno dieci anni più tardi e una manciata di chilometri più in là, in quella Correggio resa celebre dalle canzoni di Ligabue, due amici inseparabili si sfidano quotidianamente, uno contro uno ai 100 punti, andata e ritorno con eventuale bella. Il canestro è appeso alla parete di una casa contadina e il terreno è ricoperto di ghiaia. Caldo torrido o gelo pungente non riescono a fermare la passione di quei due piccoli cestisti di campagna. Da una parte il figlio del padrone di casa, Orazio Rustichelli, il ragazzo prodigio dal fisico già scultoreo che diventerà capitano e trascinatore della Pallacanestro Reggiana fino alla Serie A1, temuto e osannato anche da Dan Peterson. Dall’altra Gianni, più piccolo di un anno e dal fisico normale, che quando riesce usa la parete come trampolino per schiacciare con la mano sinistra. Ne vince davvero poche, ma impara a non mollare mai, studiando i movimenti per battere quello che era già da giovanissimo un atleta fenomenale.

Orazio Rustichelli e Bob Morse – ilrestodelcarlino.it

Grazie a quelle sfide infinite Gianni sviluppa un agonismo impareggiabile, trasformandosi ben presto in un realizzatore spietato, specializzandosi nel rubare palloni e catturare rimbalzi. Proprio a rimbalzo, quello che rimane della mano destra diventa l’arma in più per colpire velocemente la palla, mandando fuori tempo l’avversario, per poi arpionarla con la mano sinistra, una mano sempre più grande e forte, costretta a fare gli straordinari dopo l’incidente. Poco più che adolescente viene convocato in prima squadra e qualche settimana dopo esordisce in Serie C. L’anno successivo è già una pedina fondamentale della Pallacanestro Correggio, tanto da decidere una partita punto a punto proprio grazie a una palla rubata. L’avversario, un esperto playmaker bolognese, sottovaluta l’astuzia del giovane Gianni che gli sfila la palla a metà campo e si invola verso il canestro, concludendo con un terzo tempo indisturbato a fil di sirena.

Nonostante queste prestazioni, Gianni non viene mai convocato ai concentramenti regionali e il sospetto che il vero motivo di quelle continue esclusioni fosse quella sua mano menomata cresce dentro di lui.

«Quando giocavo nelle giovanili di Correggio, sia che fossi cadetto o juniores ero regolarmente tra i migliori, ma ai concentramenti provinciali e regionali chiamavano solo i miei compagni di squadra. Il sottoscritto non lo hanno mai convocato e mi chiedo ancora il perché» confidò al giornalista Maurizio Bezzecchi «C’era gente che pagava per andare a questi concentramenti e tanti miei compagni, tornando dai raduni, mi dicevano che se ci fossi stato io avrei surclassato tutti. Ecco, lì forse ho pensato che non mi chiamavano perché avevo una mano sola».

Anche quando la Pallacanestro Correggio rischia di scomparire e i due giocatori più forti cambiano aria, Orazio Rustichelli viene prelevato subito dalle Cantine Riunite in Serie B, mentre Gualdi non trova di meglio di una Serie D. La frustrazione cresce ma allo stesso tempo alimenta il suo agonismo e la sua fame di rivalsa, quella fame che metterà al servizio della Fornaciari, la seconda squadra di Reggio Emilia, trascinandola dalla D alla B in appena tre stagioni. Le sue statistiche sono impressionanti, vince più volte la classifica marcatori sia in C che in B, chiudendo sempre ben oltre i 20 punti di media. Nel 1986 compie un doppio miracolo, segnando per due volte a fil di sirena e portando una partita al doppio overtime, prima di vincerla praticamente da solo. Tra gli avversari c’è Mark Campanaro, che a fine partita esclama “Gualdi, che tu sia maledetto!”

Il look di Gianni, o Giànasa, ne rispecchia la personalità, un rocker delle minors, schivo e burbero ma sempre schietto: capelli lunghi, folte basette, pantaloni a zampa. Ascolta gli Who, colleziona dischi dei Waterboys, e inizia a lavorare in fabbrica nel 1973, appena quindicenne.

È sempre in giro tra concerti e scorribande tanto che un paio d’anni dopo, quando scioperi e manifestazioni sono all’ordine del giorno e gira qualche “canna”, ancora minorenne viene “pizzicato” dalle forze dell’ordine. Sono gli anni di piombo e la polizia non scherza: nonostante la giovane età e il quantitativo minimo di droga, Gianni viene rinchiuso per quattro lunghissime notti, di cui la prima in isolamento, mentre le altre tre le passa in compagnia di uno stupratore seriale e di un ladro specializzato in furti alle chiese. Nonostante quest’esperienza, Gianni non perde certo la voglia di divertirsi e di divertire. Anche a costo di andare sopra le righe, come capita spesso nel post-partita. Prima di sedersi in pizzeria è sua abitudine ordinare al bancone un boccale di birra che trangugia in pochi istanti per poi lanciare in aria un rutto roboante che terrorizza gestori e avventori. Dopo una trasferta a Como, dopo la scena della birra e divorata la pizza, è indeciso sul dessert da ordinare, così si gira verso il tavolo vicino e chiede a una coppietta che si sta gustando il profiterole: “L’è bòun?” (È buono?). I malcapitati, non capendo il dialetto reggiano, non rispondono, così Gianni infila la mano nel loro piatto raccogliendo con la sua manona un paio di bignè ricoperti di cioccolato che si divora in un boccone. La coppietta è allibita mentre i compagni se la ridono di gusto. Quegli stessi  compagni di squadra a cui in campo non le manda certo a dire, rivolgendo loro imprecazioni e offese irripetibili, rigorosamente in dialetto reggiano, dove la bestemmia è l’intercalare per eccellenza. Gianni è amato, temuto, ma anche odiato. Ma è impossibile non sorridere davanti a certe scene, come quella volta in cui Dan Peterson, nei primi anni ’80, fa tappa a Reggio per incontrare alcuni esponenti del basket locale. L’incontro dura più del previsto e il coach di Evanston perde il treno programmato per rientrare a Milano. Le due ore di attesa non le vuole passare in stazione, così si fa accompagnare al Palazzetto dello Sport, dove proprio la Fornaciari di Gualdi si sta allenando. Coach Peterson fa il suo ingresso nell’impianto di gioco e Gianni non crede ai propri occhi, sfodera il suo sorriso contagioso e in dialetto reggiano, in barba a qualsiasi timore reverenziale, esclama ad alta voce: “Mo veh chi gh’é!” (Ma guarda chi c’è!)

Il nome di Gianni Gualdi inizia a circolare ben oltre i confini emiliani e nel 1983, reduce da un’annata strepitosa, benché pieno di dubbi accetta la ricca offerta messa sul piatto dall’ambiziosa Roseto. Con i soldi guadagnati in una singola stagione riuscirà finalmente a comprar casa, quindi fa buon viso a cattivo gioco e si trasferisce in Abruzzo. Legatissimo alla propria terra e poco incline alla vita da professionista, dopo poche settimane inizia a sentire sempre più forte il richiamo di casa. Un venerdì, appena terminato l’allenamento pomeridiano, sale sulla sua piccola utilitaria, ma invece di rientrare nell’abitazione abruzzese parte alla volta della sua Correggio, lontana oltre 400 km. Qualche ora più tardi, la moglie sente suonare il campanello di casa e quando apre la porta con in braccio la piccola Valentina non crede ai propri occhi: un sorriso illumina il buio della notte correggese, il suo Gianni le ha fatto una sorpresa. Prima dell’alba caricherà entrambe in auto, direzione Roseto, per arrivare in tempo all’allenamento del sabato mattina e sopratutto per passare, finalmente, un intero fine settimana con le sue amatissime donne. Ma è venerdì sera, come canta Ligabue “I ragazzi sono in giro” e prima vuole mette a tacere definitivamente quell’insopportabile nostalgia di casa. Gianni raggiunge di corsa li amici di sempre e per qualche ora, a suon di buona musica e risate fraterne, si sente molto meno solo.

Dopo la stagione di Roseto arrivano altre proposte indecenti da Trapani e Treviso, ma Gianni non ne vuole sapere e ritorna nella sua Correggio. Il carattere spigoloso che lo contraddistingue lo porta ad avere qualche contrasto con la dirigenza così se ne va, sbattendo la porta, a Castelnovo Sotto, dove gioca due stagioni. Richiamato d’urgenza a Correggio, in maglia giallonera centra la promozione in Serie B a suon di canestri. In quegli anni spesso parte per trasferte di lavoro che lo portano a effettuare consegne fino in Germania, per Gianni è inconcepibile saltare allenamento, così sale sul furgone con due borse d’allenamento. Dopo la seduta della sera si mette in viaggio, effettua la consegna, gira il mezzo e rientra in fretta e furia per presenziare all’allenamento del giorno seguente senza ripassare da casa. Nemmeno la febbre alta lo ferma. Dopo cinque giorni con più di 39 si presenta a Prato e ne segna 37. La febbre non passa, anzi, subentrano le allucinazioni. La moglie è preoccupata ma la partita successiva ne mette 47, prima che l’herpes gli ricopra le labbra, segno inequivocabile di una debilitazione estrema. 

Il più grande rimpianto di Gianni è di non aver giocato in Serie A, un sogno che ha sempre e solo accarezzato. «Con i suoi fondamentali, la naturale propensione a difendere e attaccare in tutti i punti del campo, Gianni potrebbe ambire alla Serie A» dice convinto coach Giovanni Iori agli albori degli anni ’90. Lui ne sa qualcosa, con il suo campione in squadra ha centrato ben sei promozioni nelle minors reggiane. «Qualcuno mi prenderà per pazzo, ma ho visto soltanto un giocatore con lo stesso controllo del corpo in qualsiasi circostanza e la capacità di trovarsi sempre nelle migliori condizioni di equilibrio. Quel giocatore si chiama Julius Erving. Quante volte gli ho visto fare quell’entrata lungo la linea di fondo, veleggiando tra le difese avversarie con la palla stretta nella sua grande mano sinistra, finendo con un canestro impossibile da dietro il tabellone, l’esatta fotocopia del celebre movimento di Doctor J!”.

Alle soglie del nuovo millennio, proprio da Iori viene ingaggiato nell’ambiziosa Sacmaplast Bagnolo. In occasione del primo allenamento della stagione il vulcanico Presidente Enzo Sacchini presenta i nuovi innesti. Tra questi Gianni Gualdi, leggenda ormai trentottenne delle minors, e un giovane under appena prelevato dalle giovanili della Pallacanestro Reggiana. Dopo il riscaldamento si parte con un 3 vs 3 a onde, il giovane prende l’apertura e s’invola verso il canestro opposto. Gianni gli sbarra la strada all’altezza di metà campo cercando uno sfondamento, ma il giovane vede lo spiraglio giusto tra le sue gambe, aperte quel tanto che basta per tentare un tunnel che riesce perfettamente. Tutti si fermano di colpo, mentre il giovane conclude facilmente in sottomano. Nel piccolo palazzetto di paese cala il silenzio. Gianni è l’agonismo in persona e nessuno sa come potrebbe reagire a questa umiliazione. Con il suo sorriso contagioso, Gianni si avvicina al ragazzo e gli chiede: “Oh, mo ét sémo? S’at gniù in meint?” (Oh ma sei scemo? Cosa ti è venuto in mente?) e da un buffetto sulla guancia del giovane, che da quel momento diventerà il suo protetto tanto da regalargli un disco dei Waterboys.

A 40 anni centra l’ennesima promozione trascinando proprio Bagnolo in C1, dopodiché giocherà una stagione a Carpi e una a Guastalla, prima di riunirsi con tanti ex-compagni correggesi nella Budriese. Parte dalla Promozione e centra subito la Serie D. In quegli anni compie un’altra impresa epica: a 52 anni segna proprio 52 punti contro un’avversaria bolognese tra le cui fila milita un giornalista il quale, impressionato dall’ineguagliabile talento e dalla grinta infinita di Gianni, gli dedica un articolo leggendario sull’edizione del mattino seguente. 

Ma gli anni ormai sono davvero tanti e il conto di tante battaglie si presenta sotto forma di acciacchi sempre più insopportabili, così, complice l’agognata pensione, Gianni inizia a sentire la nostalgia per gli spogliatoi e per i tanti compagni di squadra conosciuti nelle infinite stagioni passate. Da vecchio sclerotico dei campi di gioco si trasforma sempre più nel compagno ideale di cene “amarcord”, alle quali si presenta sempre sfoderando il suo gran sorriso, la stessa t-shirt degli Who e squisite torte che prepara nel tempo libero. Gianni è, per sua stessa ammissione, drogato di basket ma a 56 anni è costretto a smettere, chiudendo con gli Amatori un’avventura meravigliosa durata tutta la vita. La sua storia è una favola da tramandare ai nipotini: per i tanti che hanno avuto la fortuna di vederlo in azione, da compagno o da avversario, Gianni Gualdi è la leggenda che per oltre cinquant’anni ha sfidato la sorte avversa scegliendo il basket come campo di battaglia.