articolo di Roberto Gennari
disegno in copertina di Paolo Mainini

 

 

26 giugno 2009, ore 11 del mattino, interno di Carlo’s Bake Shop, Hoboken, New Jersey. Tre isolati più avanti, l’Hudson River si affaccia sul Greenwich Village, dove ci sono alcune delle librerie più antiche del mondo, e c’è anche “The Cage”, che in quanto a notorietà e livello del gioco viene subito dopo Sua Maestà Holcombe Rucker Park. All’interno della pasticceria ci sono cinque tizi in abito firmato, camicia bianca con le cravatte allentate e l’aria di chi ha passato una nottata complicata e cerca di stare sveglio e decomprimere la tensione trangugiando bicchieroni giganti di caffè Starbucks e pasticcini ipercalorici. Hanno tutti impressa sul volto la scritta gigantesca “avremo fatto bene?”.  I loro nomi sono Chris Wallace, David Kahn, Larry Riley, John Hammond, Kiki Vandeweghe. È proprio quest’ultimo ad aprire bocca per primo, in virtù del suo status di ex bombardatore di canestri nella NBA degli anni ottanta. “Sapete che facciamo?” – dice agli altri quattro, che hanno tutti l’aria di chi non vede l’ora di uscire fuori e fumarsi una o più sigarette – “ci ritroviamo qua, tra qualche anno. Facciamo tra otto anni, che ne dite? Per fare due chiacchiere e vedere chi ha fatto bene, chi ha fatto male eccetera.  Chi avrà fatto meglio di tutti pagherà la colazione agli altri quattro. Chi avrà fatto peggio, dopo la colazione dovrà fare una penitenza. Buttarsi nell’Hudson River vestito. Ci state?” Le facce tirate ed assonnate degli altri quattro annuiscono neanche troppo convintamente, Kiki, che inspiegabilmente i genitori si ostinano a chiamare Ernest, mentalmente registra.

Adesso, se questa fosse una storia costruita bene, ci dovrebbe stare tutto il dipanarsi della vicenda negli otto anni successivi, e invece qua saltiamo direttamente al finale. Metà giugno 2017: Kiki, che alla fine della storia doveva semplicemente riscuotere una colazione gratis senza buttarsi a bagno nel fiume, crea un gruppo su WhatsApp con gli altri quattro, e scrive semplicemente “Visto che anche quest’anno il draft è a casa Nets, ci troviamo da Carlo’s la mattina del 23, diciamo alle 10. Larry offre la colazione a tutti. Chris, mi raccomando, sotto l’abito da sera non dimenticarti il costume da bagno. I Love this game! K.”

 

Passo indietro.
 

All’epoca dei fatti, Chris Wallace era il GM dei Memphis Grizzlies, David Kahn il suo omologo dei Minnesota T’Wolves, John Hammond dei Milwaukee Bucks, Larry Riley dei Golden State Warriors e Ernest Maurice “Kiki” Vandeweghe (sì, abbiamo usato il copia e incolla per il cognome) degli allora New Jersey Nets.  Per completare il quadro, il 25 giugno 2009 si era svolto il draft della NBA. I Grizzlies con la seconda scelta avevano chiamato Hasheem Thabeet, che a parte essere alto 2.21 non è che abbia fatto scalpore, nella Lega, tutt’altro, e che nonostante le ottime credenziali della sua carriera collegiale a UCONN (una stagione da junior a 13.6 punti, 10.8 rimbalzi, 4.22 stoppate e il 64% dal campo) attualmente si cimenta nello stoppare tiri nei parquet del Paese del Sol Levante.

A Minnesota, quattro chiamate al primo giro, avevano chiamato tre play (con la cinque Ricky Rubio, subito dopo Jonny Flynn perché forse di Rubio si fidavano ma anche fino ad un certo punto, con la 18 Ty Lawson girato a Denver senza passare dal via) più una guardia tiratrice (Wayne Ellington, per la cronaca oggi agli Heat senza sfigurare). I Warriors con la 7 presero Steph Curry, non un omonimo eh, proprio quello lì.

Quello che segna da ogni posizione. Letteralmente.

I Bucks chiamarono Brandon Jennings, un prodotto della celeberrima Oak Hill Academy che avrebbe voluto e potuto fare il salto direttamente dalla high school e che però passò un anno dalla Lottomatica Roma, rischiando di distruggersi la carriera in modo irreversibile. I Nets andarono con Terrence Williams, uno che fece appena meglio di Thabeet.

Insomma, anno dopo anno i draft offrono fregature clamorose e occasioni magnifiche, il 2009 in questo caso non ha fatto eccezione. Anzi, dopo qualche anno è esercizio futile ma divertente il cosiddetto re-draft.  Il 2009 è appunto uno di quegli anni che dà tanto materiale per questo tipo di volo pindarico.  Col senno di poi, questo avrebbe dovuto essere il primo giro, ovviamente secondo chi scrive.

 

1. Steph Curry (posizione reale: 7).  Va beh, che ve lo dico a fare?

2. James Harden (posizione reale: 3). Anche qui, vedere quanto detto per la chiamata al numero uno, solo con più barba e due anelli in meno – ad oggi.

Come siamo messi a controllo del corpo? Benino, direi.

3. Blake Griffin (posizione reale: 1). Viste le medie in carriera, ci poteva stare una chiamata anche alla 1 o alla 2.  Lo mettiamo alla 3 semplicemente perché gli altri due sono troppo forti per essere veri (non certo per la sua presunta antipatia, che comunque pare acclarata), e perché negli anni ha tentato di aggiungere una dimensione perimetrale al suo gioco, riuscendoci però solo in parte: il risultato più evidente sin qui è stata una diminuzione dei rimbalzi a partita e un calo delle percentuali dal campo, compensato solo in parte dagli evidenti progressi dalla lunetta. Però le sue medie in carriera dicono 21.5 ppg e 9.3 rpg, e quindi un po’ di ragione ce l’ha pure lui.

(Questa entra tranquilla nelle top 5 dunk di sempre, siamo tutti d’accordo, si?)

4. DeMar DeRozan (posizione reale: 9).  Ecco invece uno che non smette di migliorare e di lavorare sugli aspetti del suo gioco che trascendono dall’atletismo, liberandosi della fama di quello che è in NBA solo perché salta come una cavalletta. La sensazione, vedendo DeRozan nella sua stagione da rookie, era quella di un giocatore che stesse ancora cercando di capire un po’ come funzionava per davvero questo giochino. Oggi invece è una stella NBA fatta e finita. Percentuali da tre finalmente dignitose, precisissimo alla lunetta, adesso che smazza anche 5,2 assist a partita è diventato ufficialmente uno dei migliori 2-ma-anche-3 della NBA, come abbiamo già spiegato in dettaglio QUI

5. Jrue Holiday (posizione reale: 17). Ottimo a Phila. Ma giocava da solo, direte voi. Ok. Sostanzialmente sugli stessi livelli anche a New Orleans, dove era chiamato all’impresa impossibile di non far rimpiangere Chris Paul.  Combo guard ma solo fino a un certo punto, abituato a giocare molti minuti da play con discreto profitto, come dimostrano i quasi 3500 assist in carriera al momento in cui scriviamo.  Oltre ai 16 ppg abbondanti fin qui. Quest’anno, in cui a gestire il playmaking di solito arriva secondo dopo Rajon Rondo, siamo ai suoi massimi in carriera come punti a partita (quasi 19) e percentuali dal campo (49,6%): a Minneapolis si mangiano le mani. Amen.

6. Jeff Teague (posizione reale: 19).  Vale sostanzialmente il discorso fatto per Holiday, con una percentuale migliore ai liberi e una stagione da protagonista da 60 W che non è mai frutto del caso. Alla fine, gli abbiamo preferito il buon Jrue più che altro perché ha un fisico più strutturato che gli permette di soffrire meno in difesa se abbinato ad una SG. Però Teague è più “play puro” di Holiday,e dopo i primi due anni in maglia Hawks decisamente col freno tirato, ha messo insieme delle ottime stagioni sia in Georgia che successivamente ai Pacers. Soffre un po’ di più quest’anno ai T’Wolves, in modo abbastanza inspiegabile se si considera che questa è probabilmente la squadra con più talento in cui gli sia capitato di giocare finora in carriera.

7. Wesley Matthews (posizione reale: non draftato).  Ecco, qui vale la pena di aprire una parentesi, che è quella degli undrafted, quei giocatori cioè che erano eleggibili, si erano comprati il vestito buono, magari non proprio su misura, cercando di azzeccare più o meno la taglia, una camicia in tinta unita, ma che la sera del draft si sono visti sfilare davanti agli occhi tutte le 60 chiamate senza sentir pronunciare il proprio nome.  Il caso di Matthews in effetti è abbastanza eclatante, visto che comunque aveva disputato un quadriennio a Marquette di buonissimo livello.  Chiamato con un contratto al minimo salariale dagli Utah Jazz – per capirsi, prendeva grosso modo quello che la Roma elargisce al suo terzo portiere Lobont –  dopo poco era già nello starting five, e oggi siamo alla sua nona stagione in NBA, tutte in doppia cifra per punti segnati con un 83% ai liberi che ai coach fa sempre piacere. Unico neo, per un giocatore sotto i 2 metri, un rapporto assist/palle perse certo non stellare (1.65).

8. Ricky Rubio (posizione reale: 5). Meglio, molto meglio della sua “scelta gemella” Jonny Flynn, che però oggettivamente a Syracuse era stato grandissimo giocatore – cosa che sotto Jim Boeheim vuol dire qualcosa, visto che Mike Krzyzewski (sì, anche qui abbiamo usato il copia e incolla, avevate dubbi?) lo vuole praticamente sempre come suo assistente in Team USA.  Chi scrive non ha mai capito i paragoni con “Pistol” Pete Maravich, visto che RR ha un tiro da tre appena decente e più in generale tutto si può dire di lui meno che sia un realizzatore, a differenza di quell’altro. È però buonissimo passatore e recuperatore di palloni, e in generale sta in NBA senza sfigurare. La sensazione è che la fama di predestinato che lo accompagna ormai da quando è un adolescente (esordio in Liga ACB a neanche quindici anni, in Eurolega a 16 e in quintetto in finale olimpica a 18) gli abbia fatto più male che bene. Anche il taglio di capelli di inizio carriera, vagamente beatlesiano, non aiutava.

9. Ty Lawson (posizione reale: 18). Uno che era un play buono, Minny lo prende e lo scambia subito. A UNC era stato fortissimo, arrivando al draft da campione NCAA, a Denver aveva messo insieme quattro ottime stagioni, prima di passare ai Rockets dove sembrava totalmente evaporato come giocatore, impressione confermata anche nello scorcio di stagione disputato in maglia Pacers.  Lo scorso anno ai Kings aveva però dato ottimi segnali di risveglio mettendo anche a referto la sua prima tripla doppia in 550 gare in NBA, salvo poi decidere che ai minimi salariali o giù di lì che gli offrivano negli USA poteva preferire i dollaroni dei Golden Stars di Shandong, Cina. Difficile dargli torto.

10. Danny Green (posizione reale: 46).  Il motivo per cui il draft NBA ha solamente due giri è che quando ne aveva tantissimi veniva scelta gente anche decisamente improbabile, tipo quando venne chiamato al decimo giro Carl Lewis, che avrebbe pure potuto diventare compagno di squadra di MJ e invece sappiamo tutti com’è andata.  A volte, un discreto numero di giocatori scelti già al secondo giro non riescono a vestire una maglia di una squadra NBA. A volte sì, e con ottimi risultati, soprattutto se parametrati a quell’Hasheem Thabeet di cui sopra.  Ecco, questo è il caso di Danny Green, che ormai da sei anni è stabilmente nello starting five dei San Antonio Spurs, magari senza mettere insieme cifre eclatanti, ma fidatevi, se Pop crede in lui, ha ragione Pop. Tra l’altro questo ha vinto sia il titolo NBA che quello NCAA, scusate del poco.

11. Tyreke Evans (posizione reale: 4). Ricordate il discorso fatto poco fa per DeMar DeRozan? Ecco, ribaltate il concetto e avrete Tyreke Evans. In una draft class che ha tirato fuori due che ogni anno si giocano il titolo di MVP della Lega, ecco che questo ti salta fuori come quello più NBA ready di tutti e si porta a casa il titolo di Rookie dell’anno. Solo che poi la sua produzione offensiva comincia a scendere, e scendere, e scendere ancora, e insomma dai 20.1 ppg del suo anno da matricola si scende in picchiata fino ai 10.3 dello scorso anno. Merita una posizione da lotteria perché quest’anno, a Memphis, ha finalmente aggiustato le percentuali al tiro e potrebbe mettere insieme la prima stagione da 20+5+5 dall’anno del debutto.

12. DeMarre Carroll (posizione reale: 27). Sin dai tempi in cui Brian Grant (a proposito, in bocca al lupo a lui per quello che sta passando) vestiva la 44 dei Miami Heat, chi scrive ha sempre avuto una simpatia istintiva per i giocatori coi rasta lunghi in NBA. Quando gli Atlanta Hawks di Mike Budenholzer decisero di schierare questo giocatore semisconosciuto e neanche più giovanissimo nello spot di ala piccola titolare, sembrava un po’ la classica soluzione “tappabuchi”, un giocatore messo lì sperando che faccia meno danni possibile, da un head coach (finto) esordiente, con l’orecchio sempre teso a radiomercato. E invece quegli Hawks lì, nei due anni in cui i rasta di DeMarre ondeggiavano sulla maglia numero 5 con la scritta ATL, hanno fatto due stagioni di playoff, e nella seconda si sono pure presi il record di franchigia per vittorie nella regular season. Un po’ perso a Toronto, anche per guai fisici, pare però ritrovato in maglia Nets, dove sta tenendo medie da career high per punti, rimbalzi, assist.

Chissà perché poi questi Hawks siano stati così frettolosamente smantellati…


13. Darren Collison
(posizione reale: 21). In un draft dove sembrava che la NBA sarebbe stata invasa da una nuova generazione di playmaker (e in effetti è stato un po’ così, se si considera quanti play o combo guard abbiamo già enumerato anche qui), uno come Collison passa un po’ sottotraccia. Ma è giocatore solido e affidabile, come dimostrano le nove stagioni di fila in doppia cifra, le oltre 400 partenze in quintetto, le percentuali sia dal campo che dalla lunetta, le poche palle perse (quest’anno 1,3 a partita in 30 minuti di impiego medio, mica male per un play). Volendo trovare il pelo nell’uovo, fa bene molte cose senza eccellere in alcuna – salvo forse i tiri liberi, che però si guadagna abbastanza sporadicamente.

14. Patrick Beverley (posizione reale: 42). L’ultima scelta della lotteria va ad un altro che potrebbe scrivere un autentico trattato sulla parola “gavetta”. Quando il suo nome è stato chiamato nel draft 2009, infatti, Beverley aveva già lasciato il college di Arkansas per andare a giocare al Dnipro. Dopo la chiamata al secondo giro, invece di tornare negli USA, ha firmato per l’Olympiacos. Poi la summer league con gli Heat, il ritorno in Russia, la chiamata dai Rockets, la D-League. Oh insomma, sarà quel che sarà, ma Beverley ha già due selezioni negli NBA All-defensive teams (primo quintetto lo scorso anno), e anche se questa stagione ai Clippers è già andata, Beverley è un giocatore che molti coach vorrebbero, per l’attitudine difensiva e una generale attitudine positiva negli intangibles, che se non sei Harden o Curry, magari sono quelli che ti fanno trovare un posto nella Lega.

In questo grafico interattivo, Fabio Fantoni fa ordine proprio sul draft del 2009: sulla sinistra ci sono i giocatori con il reale ordine di chiamata, sulla destra invece ci sono i giocatori riordinati secondo la metrica avanzata VORP con i dati in carriera aggiornati a ieri sera. Cos’è il VORP (Value over replacement player)? È una stima di quanti punti (su 100 possessi di squadra) un giocatore potrebbe dare rispetto ad un giocatore di rimpiazzo.

 

15. Taj Gibson (posizione reale: 26). Dopo oltre 500 gare con la 22 dei Bulls e una brevissima parentesi a OKC, quest’anno lo vediamo ai T’Wolves, dove conferma quanto di buono e meno buono di lui già sapevamo. Buono come quarta opzione offensiva per una squadra, non ha un grandissimo gioco perimetrale (11-65 da tre in carriera) e per essere una power forward non è un leone a rimbalzo (6.4 in carriera). Però ha una buona selezione dei propri tiri, un discreto tempismo nelle stoppate e negli anni è migliorato anche dalla lunetta.

16. Patty Mills (posizione reale: 55). Il discorso fatto per Green ovviamente vale anche per lui. Dopo due anni anonimi ai Blazers, passa a San Antonio, che non si sa bene come, fa di lui un giocatore, con punte di efficienza tremenda, come la stagione 2013-2014, quando andò in doppia cifra di media punti con meno di 19 minuti giocati a partita. Ah, e 17 in 17 minuti in gara-5 delle finali NBA vinte contro gli Heat, con ZERO turnover.

17. Brandon Jennings (posizione reale: 10). Se non fosse stata introdotta nel 2006 la regola per limitare il passaggio prep-to-pro, probabilmente Jennings sarebbe stato chiamato altissimo nel 2008. Così non è stato, e la stagione disastrosa alla Lottomatica Roma è servita al ragazzo per fare un bagno di umiltà e mettersi a lavorare sul suo gioco. Mettendo insieme cifre importanti senza mai però convincere completamente, soprattutto dopo l’infortunio al tendine di Achille del 2015. Al termine della stagione scorsa è andato anche lui in Cina, dove è stato però recentemente tagliato.


18. Gerald Henderson
(posizione reale: 12). Sinceramente, dopo tre anni a Duke ci si aspettava da lui che arrivasse in NBA un pochino più pronto. Il suo anno da rookie fu invece assolutamente trascurabile, buon per lui che le successive stagioni in maglia Charlotte lo hanno visto in costante miglioramento. Attualmente ai box per un intervento che lo terrà fermo per l’intera stagione, spera di potersi ritagliare un ruolo in virtù del suo curriculum e della sua abilità anche come difensore, nonostante un ultimo anno ai Sixers non proprio entusiasmante.

19. James Johnson (posizione reale: 16). Rigenerato dalle cure di Pat Riley e Spoelstra, dopo una serie di stagioni che lo vedevano sempre abbastanza ai margini delle rotazioni delle squadre in cui ha giocato, tranne il suo primo anno e mezzo ai Raptors. Giocatore assolutamente funzionale al sistema di gioco di Miami, sfrutta il minutaggio con buone scelte di tiro e discrete doti sia come difensore che come passatore.

20. Omri Casspi (posizione reale: 23). Arrivare in NBA dopo essersi fatti un quadriennio al Maccabi Tel Aviv, con tutto il rispetto per la NCAA, ti permette di arrivare un po’ più preparato a un campionato di questo livello. Preparato che nel suo caso vuol anche dire essere consapevole dei propri limiti sul piano fisico. Però di 2.06 con quel tiro non se ne trovano così facilmente, chiedere a Steph Curry che adesso ce l’ha anche come compagno di allenamenti.

21. Jodie Meeks (posizione reale: 41). Ha probabilmente toccato il picco della sua carriera nella stagione 2013-2014 quando, complice l’infortunio di Kobe Bryant, si trovò ad avere un sacco di spazio, minuti e tiri nei Lakers di Mike D’Antoni. Capitalizzò con una stagione da quasi 16 ppg con il 40% dall’arco e oltre l’85% dalla lunetta. Numeri mai più avvicinati in seguito.

22. Dante Cunningham (posizione reale: 33). I suoi trascorsi a Villanova, dove arrivò alle Final Four, potevano forse lasciar presagire una carriera di più alto livello per lui, che però non ha abbastanza gioco da fuori per poter essere un 3 titolare, né abbastanza fisico per essere schierato stabilmente da 4. È comunque gran lavoratore e giocatore intelligente, come testimoniano le pochissime palle perse in carriera (poco più di 300 in oltre 13000 minuti sul parquet).

23. Jordan Hill (posizione reale: 8). Aveva fisico e atletismo. E i rasta. Ma sinceramente, a parte due annate buone coi Lakers e una coi Pacers, da lui ci si sarebbe aspettati di più, soprattutto se pensiamo che veniva comparato a Chris Bosh, che ecco, insomma, era un po’ di un altro livello. È anche vero che le uniche stagioni in cui ha prodotto sono state le uniche in cui ha avuto un minutaggio dignitoso.

24. Marcus Thornton (posizione reale: 43). Dopo il suo anno da matricola a New Orleans si parlava di lui come di Steal of the draft. Impressione confermata anche dopo il passaggio ai Kings. Però quello che abbiamo visto nei suoi primi tre anni in NBA, poi non lo abbiamo visto più. Buonissimo tiratore, difensore diciamo sufficiente, il suo minutaggio negli anni ha risentito del fatto che sa segnare ma sa fare davvero poco altro.

25. Jonas Jerebko (posizione reale: 39). Allora: già sei svedese, quindi non proprio di un Paese dalla tradizione cestistica sconfinata. Poi vieni da una stagione in una squadra a metà classifica di serie A1, che sfido gli scout della NBA di allora a spiegarmi la strada verso Biella. Fai l’anno da rookie e finisci nel secondo quintetto delle matricole. Poi ti rompi il tendine d’Achille e salti tutto il tuo secondo anno. Se nonostante tutto questo riesci ancora ad essere in NBA, vuol dire che te lo meriti.

26. Joe Ingles (posizione reale: non draftato). È arrivato in NBA dopo essersi letteralmente fatto le ossa in Europa, tra Granada, Barcellona e Maccabi. Adesso è al suo quarto anno agli Utah Jazz, il primo da titolare, con cifre in continua crescita praticamente in tutte le voci statistiche, e alla fine viene da chiedersi come mai non ci sia arrivato prima. Ah si, perché prima voleva vincere l’Eurolega.

27. Milos Teodosic (posizione reale: non draftato). Diciamo le cose come stanno: Milos Teodosic andava preso e portato di peso in NBA già in questo fatidico 2009, quando fu primo quintetto degli Europei, medaglia d’argento e miglior assistman e quarto miglior realizzatore del torneo. Invece ci è arrivato tardino, a 31 anni, nella NBA, e comunque dopo un inizio costellato di problemi fisici, anche oltreoceano stanno cominciando a rendersi conto di che razza di giocatore si siano portati in casa.

Teodosic Thursday?

28. Tyler Hansbrough (posizione reale: 13). Ok, anche questo è finito a giocare in Cina, e questo lo sappiamo. Però ha fatto una carriera a North Carolina davvero MOSTRUOSA, chiusa in bellezza col titolo di campione NCAA. E probabilmente, proprio qui stava il suo problema: il passaggio da un quadriennio da superstar assoluta a fare la riserva a Troy Murphy. Sarebbe stato interessante vederlo in un altro contesto, vista l’indole da lottatore.

29. Nando De Colo (posizione reale: 53). Certo, se uno si basa solo su quanto abbiamo visto in NBA, la ventinovesima posizione è perfino larga. Però esiste anche l’Eurolega, che è un campionato di livello – diciamo così – altino, e lì Nando la fa da padrone, punto. Il che, con ogni probabilità, significa che anche in NBA potrebbe dire la sua in qualsiasi momento decidesse di tornarci.


(che bellezza, vedere giocatori che fanno ancora palleggio arresto e tiro)

30. Gigi Datome (posizione reale: non draftato). Anche di Gigi abbiamo visto pochino in NBA, tranne forse la parentesi ai Boston Celtics. Che infatti lo avrebbero pure rifirmato. Solo che Gigione, che in NBA ci è arrivato tardi per cause sostanzialmente indipendenti dal suo volere, non aveva tempo di costruirsi una reputazione negli anni, come ha fatto ad esempio Belinelli. Meglio tornare in Europa in un club di vertice. E vincere l’Eurolega, così, per farsi passare un po’ il magone. No matter what the future brings, as time goes by.

 

TITOLI DI CODA. Hoboken, New Jersey, 23 giugno 2017. Kiki VanDeWeghe, che nel frattempo si è fatto aggiungere le maiuscole nel cognome, è adesso Executive Vice President of Basketball Operations della NBA. Al draft del 2017 non ha scelto nessuno, ovviamente. Al momento del tuffo di Chris Wallace ha fatto un video in alta risoluzione col suo iPhone nuovo di pacca, giurando che non lo avrebbe messo su YouTube. Dal canto suo, invece, Wallace è ancora il GM dei Grizzlies, che si sono fatti otto stagioni consecutive con record sopra al 50%. La crescita di Marc Gasol ha aiutato ad assorbire il colpo della scelta di Thabeet. Al primo giro del draft 2017 non ha preso nessuno: la scelta di Memphis era stata scambiata. Ha accettato di buon grado la faccenda del bagno nell’Hudson. Si era perfino portato dietro l’accappatoio. David Kahn è stato rimpiazzato da Scott Layden, è venuto a godersi la scena, fondamentalmente. Anche lui ha fatto un video, con un telefonino un po’ meno nuovo di pacca. In tasca aveva un tot di pen drive USB con il suo curriculum aggiornato. Larry Riley è ancora nei Warriors, come responsabile dello scouting e non più come General Manager. Dopo aver scelto Steph Curry, dal draft 2011 ha fatto arrivare in gialloblù anche Klay Thompson, formando così la più grande coppia di tiratori da fuori della storia del gioco. Adesso vive di rendita, ha pagato volentieri la colazione per tutti. John Hammond è passato dai Milwaukee Bucks agli Orlando Magic, e con la sesta scelta ha chiamato Jonathan Isaac. Essendo stato l’unico ad aver draftato come General Manager, non se l’è sentita di rinnovare la scommessa.