di Donatello Viggiano e Giampaolo Ricci
foto in copertina di Marco Brondi

 

 

Miglior rimbalzista e miglior difensore della Finale, un contributo non appariscente, forse, ma determinante per la vittoria di un trofeo. Facile a dirsi, se ad aggiudicarsi il doppio premio fosse uno straniero atletico e dalle lunghe leve. Meno scontato nel caso di un italiano di ventotto anni, dalle mani buone ma con un fisico normale, che in A ci gioca da appena un anno e mezzo. Tutto dopo una carriera di “step by step”, come piace dire a lui, partendo da un esordio in B2 esattamente nel giorno del suo diciottesimo compleanno: “Me lo ricordo bene il debutto in serie B: 27 settembre 2009 (19 punti e 7 rimbalzi in 22’ nel 104-75 contro Castelfiorentino, ndr). Era anche il giorno del mio compleanno. Sono diventato maggiorenne e Uomo anche dal punto di vista cestistico lo stesso giorno!”

foto LegaBasket

Dietro l’ascesa di Pippo Ricci, infatti, c’è una carriera fatta di sacrifici e conquiste, di pregiudizi superati e scommesse vinte, frutto del lavoro quotidiano e di uno spirito genuino, che ha saputo guadagnare la stima di compagni ed avversari, entrando nel cuore di ogni tifoso per il quale abbia giocato.

Sono una persona estremamente emotiva, mi piace provare delle emozioni quando gioco e trasmetterle. Penso che la gente apprezzi proprio questo, la mia naturalezza e la voglia di spaccare ogni volta che scendo in campo – le sue prime parole dal raduno della Nazionale– quando sento l’inno prepartita mi tremano le gambe, quando faccio un canestro importante sento l’adrenalina che mi corre lungo la schiena, quando mi butto su un pallone sento il cuore in gola. Queste cose le provo per davvero e provo a trasmetterle a quelli che la domenica vengono al palazzetto proprio per emozionarsi. Sono innamorato di questo sport, anche se ogni tanto è facile, ogni tanto meno. Ma comunque,  che sia durante la stagione in allenamento o l’estate al campetto, quando ho la palla tra le mani sono felice e provo a trasmettere questo entusiasmo a quelli che mi sono intorno.

Un rapporto con pubblico e tifosi cementato nel corso del tempo ed alimentato, anche a distanza, attraverso un utilizzo diretto e personale dei suoi account social, per esprimere appieno un’emozione ogni volta nuova provata su un parquet.

Grazie a ogni singola persona, giocatore, allenatore, fisioterapista, amico, che ha condiviso con me un pezzo di strada da più di 10 anni a questa parte”, si legge in un post di ringraziamento pubblicato su Facebook all’indomani della conquista della Coppa, perché adesso tutti apprezzano il valore di un ragazzo col sorriso sempre stampato sulle labbra, ma non tutto è sempre stato facile in un percorso che l’ha fatto crescere in fretta e su cui in pochi, probabilmente, avrebbero scommesso ad occhi chiusi. “Ma la mia voglia di dimostrare a tutti che si sbagliavano sul mio conto ha sempre prevalso”.

Il simbolo del lavoro e della versione della prima Stella Azzurra”, esordisce Angelo Santini, che “svezzò” Pippo insieme a Germano D’Arcangeli, ai tempi di una Stella diversa da quella attuale, ricca di scudetti e giocatori europei, dove passano in molti, ogni anno, con un sogno nel cassetto, ma in pochi lasciano il segno. Fu questo il caso, perché Pippo, l’unico del vivaio ora in A1,  fu tra quei giovani che la Stella decise di lanciare in campo una volta accantonati i senior, spingendosi fino ad un turno di playoff (2010), guidata da chi a neanche 19 anni aveva già saputo prendere per mano i suoi fratelli più piccoli.

“Gli anni della Stella sono stati fondamentali. Lì non c’è nessuno che ti aspetta. E’ una corsa e chi non ha le gambe rimane dietro ed è spacciato. Così quei tre anni mi sono serviti anche e soprattutto a crescere come persona. A soffrire, ad imparare a stare da solo e a risolvermi i problemi senza l’aiuto di nessuno. È stata un’esperienza tosta, ma senza la quale non sarei dove sono ora. Il mio approccio al basket è cambiato radicalmente da quando sono entrato a quando sono uscito da quel campo in Via Flaminia. Appena arrivato mi hanno dato una maglietta con scritto NIENTE PIU’ SCUSE. Mi sono guardato allo specchio e senza niente tra le mani mi sono detto: proviamoci!”. Parte così, per Pippo, appena arrivato da Chieti, dove aveva iniziato a giocare a basket sotto la guida di Fabio Febbo, un’avventura destinata a mutarne radicalmente, non senza difficoltà, visioni e carriera, in cui gioca un ruolo decisivo il rapporto “di odio e amore con Germano D’Arcangeli, ma senza di lui non sarei arrivato fin qui”.

Con Germano  era un baratto: per ogni rimbalzo conquistato, avrebbe potuto prendersi un tiro da tre”, riprende invece Santini, mentalità ed applicazione che ne fanno un giocatore già solido e maturo, per l’età, e che gli permettono di comprendere l’importanza di certi aspetti ed acquisire la sicurezza di essere sempre pronto quando conta, anche a livelli più alti. “Angelo ha ragione: alla Stella non potevo tirare da 3 punti, solo lavoro sporco: blocchi, sportellate, difesa e rimbalzi. Ma è così che sono diventato un giocatore. Sono arrivato un po’ sovrappeso e fisicamente quasi impresentabile. Quindi ho dovuto sempre lavorare e soffrire il doppio di tutti gli altri. Ma forse è questo che ha temprato il mio carattere e ha fortificato la mia testa.- conferma il diretto interessato– La durezza mentale è una cosa che si acquista col tempo. Con le partite, quelle di merda soprattutto. La testa in questo sport fa la differenza, e lo capisci dopo che l’hai sbattuta parecchie volte. È stato un percorso difficile, fatto di tantissimi alti e bassi”.

E’ per questo, che dopo aver sbagliato un tiro appena rimesso piede in campo, segna due bombe (da sempre un marchio di fabbrica) e sforna due assist che respingono la rimonta della Virtus in semifinale, per questo che sa soffrire e sacrificarsi in difesa su John Brown nella gara decisiva, prima di guadagnarsi la meritata ricompensa, con tre pesantissimi canestri semiconsecutivi nell’altra metà campo.

Una tenacia che conquista il pubblico, che lo premia come miglior difensore e ne certifica l’attitudine a giocare minuti da protagonista questi livelli, in una Serie A che per molti italiani è poco più di una comparsata. “È bello e stimolante che la gente apprezzi tutto quello che faccio in campo. Il cosiddetto “lavoro sporco”, un blocco, uno scivolamento, un aiuto, un urlo, una esultanza– conferma l’ala di origini abruzzesi – Sembrano piccole cose, ma sono quelle che fanno la differenza. E mi piace che la gente possa “identificarsi” in me perché vengo dal basso e mi sono sempre guadagnato tutto. Ogni singolo centimetro di quella coppa è frutto di fatica, lacrime e sangue, ma per davvero, non è retorica”.

Un percorso, come detto, lungo ma sempre volto a migliorare, iniziato in B2 con la Stella e passato per dei campionati, prima la B1 nelle sue varie declinazioni e poi la A2, che Giampaolo conosce bene, e che frequenta sempre ai piani alti. Nelle prime tre stagioni a Casalpusterlengo (scoperto nella Coppa di B da Simone Lottici, consolidatosi con Riva, Carrea e soprattutto Andrea Zanchi) gioca sempre i playoff e si spinge fino alla finale persa solo 3-2 contro Mantova “di cui  ricordo ancora le lacrime versate” – prima di una comoda salvezza in A2 Gold nell’ultima di quattro stagioni all’ombra di quello stesso Campus che ha visto crescere anche Gallinari e Aradori.

Un Campus in cui lui “non c’era giorno libero che non passasse ad allenarsi, trascorrendo ore e ore a lavorare sulle sue lacune e arrivando in anticipo alle sedute fisiche col preparatore atletico”, racconta Daniele Bonessio, che di quella Assigeco, nel frattempo campione d’Italia Under 19  guidata da un ancora semisconosciuto Marco Spissu, era un altro giocatore determinante: “Lo avevo conosciuto come avversario l’anno prima, è stato un fratello, più che un compagno di squadra a Casalpusterlengo, anche se negli 1 vs 1 spalle a canestro ha perso spesso (anche se Pippo nega: “portava a scuola tutti, tranne me”), ma in campo avevamo una grande intesa ed è stato un piacere averlo ritrovato questa estate con la Nazionale 3 vs 3”. Un legame profondo, al pari di quello con Alberto Chiumenti (ora a Cento, in A2) rimasto inalterato anche a distanza di anni “e che mi porterò per sempre”.

Passano le stagioni, non le abitudini. Perché tra il ciclo in Lombardia e l’approdo a Tortona c’è una stagione a Verona troppo deludente, per non essere subito riscattata. Con i leoni bianconeri, infatti, Pippo è di nuovo protagonista e sorridente, tanto che neanche un serio infortunio alla mano riesce ad impedirgli di essere in campo nei playoff, conquistati dopo un lusinghiero secondo posto in regular season. “Non era una stagione facile, perché nell’attesa che si completassero i lavori del Palazzetto a Voghera abbiamo dovuto giocare la prima parte di stagione a Casale Monferrato– ricorda Edoardo Casalone, ora assistente di Pozzecco a Sassari – ma Pippo fu capace di trasmettere, insieme agli altri, tanta di quella empatia ai tifosi, che nonostante la distanza (55 km) ci seguivano in tantissimi. Un leader dentro e fuori il campo, dalla incredibile dedizione al lavoro anche nei giorni liberi, che giocò con una mano rotta le gare dei playoff, pur di non fermarsi”.

Passione, divertimento, piacere, ma anche sani valori e gratitudine fanno di Ricci un elemento indispensabile in ogni spogliatoio, per questo non colpisce, una dedica su tutte, a Coppa appena conquistata: “Ha sempre un sorriso per tutti e resta legato ad ogni posto in cui giochi, per questo– conclude l’ex vice di Tortona – è emblematico della sua persona come in un momento di forte adrenalina ed emozioni a mille, abbia voluto ricordare Luigino Fassino, storico dirigente di Tortona scomparso proprio nella notte prima della finale”.  “Una persona stupenda, che nell’anno di Tortona mi ha dato veramente tanto. Mi abbracciava come pochi hanno mai fatto in vita mia”, conferma il giocatore ora alla Vanoli.

L’abitudine a competere e la voglia di migliorarsi e superare, spingono Cremona a puntare anche su di lui, che ormai per la A2 è un italiano di alto livello, per programmare l’immediato ritorno in Serie A. Che è ancor più veloce del previsto, perché la Vanoli può esorcizzare la retrocessione attraverso il ripescaggio, così arriva inaspettato, per Pippo, un debutto in A1 condito da buone cifre (4.5 punti in 12 minuti di media) che contribuiscono alla qualificazione playoff degli uomini di Sacchetti. “Non ho mai veramente creduto di poter giocare in serie A. Dalla mia prima stagione da professionista, quella di Casalpusterlengo appena uscito dalla Stella, il mio obiettivo è sempre stato fare ogni anno meglio del precedente– ammette con sincerità il miglior difensore della Coppa Italia – alzare ogni anno quella asticella, ma di qualche centimetro, eh, non di qualche metro! Poi l’anno scorso gli astri si sono allineati e mi sono trovato a giocare in Serie A con Drake e Travis Diener, allenato da Meo Sacchetti, che figata! Travis e Meo hanno la stessa testa. Guardano il basket nella stessa maniera. E questa passione per un basket a 200 all’ora in cui il tiro da 3 è tanto importante è anche la mia. E quindi poter giocare cosi, guardare Travis e capirsi con uno sguardo, uscire dal campo con Meo che ti dice “tranquillo la prossima la butti dentro”, è qualcosa di raro e speciale. Poi, però, se perdi una partitella o sbagli un passaggio Travis ti insulta per un’ora eh, perché è la persona più competitiva che conosca, ma questa è una delle sue grandezze, ed è davvero una fortuna vivere il basket con questi due geni”.

Foto Eurosport

Una fortuna che Pippo non si è lasciato sfuggire, premio di una corsa lunga ed intensa, ma tutt’altro che destinata a dirsi conclusa: “Penso che il mio percorso, fatto di piccoli step anno dopo anno, mi abbia portato ad arrivare dove sono ora. Ho quasi 28 anni lo so, ma forse 4-5 anni fa non ero pronto come lo sono adesso. E comunque mi sento un giocatore migliore rispetto a qualche mese fa, quindi nonostante l’età, non mi pongo limiti di miglioramento”.

Cremona, dicevamo. Prima tappa di una esperienza nella massima serie che a Pippo vale la conferma, in blocco con il resto del gruppo italiano. Un chiaro segnale di fiducia, che porta ad un’esplosione, stavolta tutt’altro che casuale, in questa stagione, certificata dalle cifre (11.3 di media, secondo miglior marcatore italiano, con un high di 27 contro Pistoia) e dal peso specifico delle sue giocate, alcune delle quali, come detto, determinanti anche per la conquista del trofeo.  Una crescita esponenziale, come sempre basata sull’unica parola d’ordine presente nel suo vocabolario – lavoro – che porta anche al debutto in azzurro (2 presenze e 3 punti nelle qualificazioni finora), supportato dalle qualità umane e morali che coach Meo Sacchetti può apprezzare ogni giorno da un anno e mezzo a questa parte.

Foto Italbasket

”E’ il ragazzo che anche un genitore vorrebbe sempre avere, è un piacere allenarlo, anche se a volte ha quasi timore di chiedermi il permesso per andare a Bologna a sostenere un esame. E studia matematica, eh!”, chiude il CT nella conferenza stampa post – Coppa, con un tono di voce che esprime tutta l’ammirazione nei confronti della tutt’altro che banale scelta universitaria del suo numero otto.

Perché nella vita “da tutti i giorni” di Pippo – quella in cui lo potreste trovare tranquillamente a giocare un torneo in spiaggia in mezzo a tanti minors, come il Lido Riccio a Ortona “dove vanto un poker di vittorie consecutive” – c’è anche una laurea nel mirino, ma perché proprio in matematica? “L’avevo già scelta quando ho finito il liceo Farnesina a Roma, diplomandomi con 100 e lode. Mi è sempre piaciuta e risultata facile– spiega Ricci – e mi sentivo in dovere con me stesso di continuare ad approfondire questo meraviglioso mondo. Ovviamente non pensavo fosse così difficile! Però posso dire che studiare e capire magari qualche argomento da solo è veramente una bella soddisfazione per me, e in attesa di dedicarle in futuro tutto il tempo che le ho tolto in questi anni, è benzina per affrontare la routine settimanale del cestista,”, della quale, a questo punto, diventa inevitabile scoprire la “giornata tipo”.

Foto Vanoli Cremona

Mi sveglio presto e faccio una super colazione per l’allenamento della mattina, pranzo con riso (quasi sempre basmati) e bresaola e verdure, nonostante i miei compagni mi offendano perché mangio sempre le stesse cose tutti i santi giorni– non facile per uno che, ai tempi della Stella Azzurra, bisognava tenere “a stecchetto” – poi pennichella pomeridiana, che per me è patrimonio mondiale dell’umanità, allenamento e cena. Poi devo trovare la forza di mettermi a studiare, ma non è sempre facile! Ogni tanto mollo e svengo sul divano a guardare Netflix

L’Università (con la quale ha vinto anche il titolo europeo 2017), dunque, un aspetto insolito per un professionista, ma che ne connota ulteriormente la vita tranquilla e lineare di un ragazzo che sembra aver programmato tutto in anticipo, senza mai perdere contatto con la realtà: “Sono così, vero e semplice. In campo e fuori, dal vivo e davanti al cellulare. Non mi è mai importato troppo quello che la gente pensa di me, quindi condivido qualcosa solo se sento davvero il piacere di farlo, senza farmi troppi problemi su cosa possa piacere o non piacere ai miei “followers”!

Attimi di una vita che, vissuta al massimo, ma sempre a piccoli passi, lo vede già a Varese per il raduno dell’Italbasket, con un unico obiettivo:  entrare nei 12 della gara di venerdì con l’Ungheria. Quella che vale un biglietto per la Cina, quella che renderebbe anche mondiale una settimana già indimenticabile.