Non le era bastato sconfiggere in maniere perentoria Francia e Serbia nel girone, mettere per prima in serio pericolo la striscia ancora aperta di vittorie di Team Usa o umiliare la Lituania con una sonante lezione nei quarti di finale.

Evidentemente quel cruccio di una medaglia mai conquistata nonostante fosse, con quattordici partecipazioni all’attivo (dal 1956 è mancata solo due volte e gli unici due argenti oceanici li ha vinti in edizioni post-olimpiche), la più presente a non essere mai salita sul podio era diventato troppo grande ed assillante, tanto che addirittura un improbabile gancio di Aron Baynes in faccia a Pau Gasol era sembrato il miglior preludio ad un bronzo olimpico più che meritato.

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Ma un fischio più che discutibile, diciamo pure molto poco condivisibile ed un ultimo possesso altrettanto pasticciato regalano ai “Boomers” (uno slang australiano che sta ad indicare il genere maschile del canguro) la più amara delle medaglie di cartone, per un quarto posto (il quarto nella storia, come nel 1988, 1996 e 2000) che non deve stupire più di tanto oltre che per le vittoria già raccontate, anche e soprattutto per le già solide e ben radicate basi su cui poggia tutto il movimento del basket “aussie

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Nella foto il fallo di Mills e nel link l’ultimo possesso

Le origini sono datate 1978, quando, in un inutilizzato hangar dell’aeroporto di Sidney, John Raschke, presidente della New South Wales Basketball, aveva sottoposto ad una decina di interlocutori potenzialmente interessati la possibilità di istituire un vero e proprio campionato nazionale che avrebbe dovuto contribuire allo sviluppo ed alla crescita dello sport, in Australia e non solo. Già, perché fin dall’inizio l’idea di Raschke era chiara: il campionato avrebbe anche dovuto migliorare la competitività dei giocatori australiani in vista delle successive manifestazioni internazionali, Giochi Olimpici e Campionati del Mondo in primis.

Non è mai semplice, però, passare subito dalle parole ai fatti ed i primi tornei (St. Kilda si aggiudica i primi due “anelli”) si giocano di fronte a poche centinaia di persone e durano pochi mesi all’anno, tendenzialmente durante il periodo estivo: da Aprile ad Ottobre. La svolta arriva nel 1997, quando il calendario diventa più “tradizionale” e inverte la tendenza.  la stagione regolare si disputa da Ottobre ad Aprile e vi partecipano otto squadre, due delle quali – Illawarra e Brisbane – sono le uniche “superstiti” della prima edizione ad essere in campo ancora oggi.

Ma lo sviluppo procede inesorabile ed esponenziale: da poche centinaia di persone si passa velocemente a 750mila spettatori annui, anche per merito della costruzione di grandi arene come quella di Perth, ben lontana dai piccoli stadi suburbani degli inizi ed in grado di ospitare fino a 14mila persone. Oltre al basket è sede anche della Hopman Cup di tennis.

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Anche per merito di dirette televisive in prima serata sui più importanti canali nazionali (Fox Sports quattro volte la settimana, Sky Sport e NBL Live) che tengono incollate allo schermo migliaia di persone, decolla il numero dei tesserati, così da rendere il basket uno degli sport di squadra di punta del panorama nazionale. Non male, per un popolo abitualmente conosciuto per la grande passione per football, rugby e cricket e che apre la stagione internazionale del tennis con i suoi Australian Open.

Nulla, però, è frutto del caso e dietro il grande successo riscosso dalla National Basketball League ci sono certamente le misure adottate dall’Executive Director Larry Kestelman e dal General Manager Jeremy Loeliger, che hanno finito per rendere la Lega più equilibrata ed avvincente che mai. Il Salary Cap di 1 milione di dollari australiani, infatti, è un sistema volto a garantire ed assicurare la parità del livello delle squadre, proteggendole dalla potenziale alterazione economica dei diversi mercati di provenienza, ma viene bilanciato dal Marquee Player Rule, la possibilità, cioè, per ogni squadra, di ingaggiare un giocatore anche a costo di sforare il monte ingaggi. Un modo, secondo l’organizzazione, da un lato per attrarre nella Lega giocatori stranieri di livello più alto e dall’altro di trattenere i migliori atleti locali, spesso tentati da migliori opportunità economiche all’estero.

Qualche nome che renda l’idea? Josh Childress, ad esempio, quasi 400 partite ed oltre 3mila punti in NBA, secondo miglior realizzatore della passata stagione con oltre 21 punti di media nei Sidney Kings, stessa squadra nella quale si è visto per sei partite anche Al Harrington, che ha scelto prima la Cina e poi l’Australia per le prime esperienze dopo otre 15 anni tra i professionisti. Ma anche Hakim Warrick, l’inossidabile Kirk Penney ed il neopesarese Marcus Thornton, insieme a ben cinque “Boomers” (tra gli altri cinque erano in NBA, Motum in Lituania e Broekhoff in Russia) che hanno appena concluso i Giochi: Lisch (in possesso di passaporto italiano) e Goulding hanno chiuso rispettivamente al quinto e sesto posto la classifica marcatori, ma il settimo titolo della storia (è la squadra più vincente) con i Perth Wildcats l’ha portato a casa Damian Martin (primo nella classifica dei recuperi), dopo aver sconfitto in tre gare i New Zealand Breakers. Durato tre anni l’esperimento di una squadra di Singapore, questi ultimi, con sede ad Auckland (Nuova Zelanda), sono l’unica squadra non australiana del torneo, capace, tra l’altro, di un fantastico threepeat tra il 2011 ed il 2013 sotto la guida dell’attuale tecnico della nazionale australiana Leimanis.

http://www.nbl.com.au/#ooid=x3MjNvMTE6fXJUvl-hpyDwjVm0vAZanN

Ma c’è anche chi compie il viaggio inverso per sbarcare tra i professionisti e, a testimonianza della bontà del lavoro svolto in terra oceanica, a pari merito con la Croazia l’Australia è al quarto posto per numero di giocatori approdati nella NBA: 20.

Alcuni di essi (Longley, Andersen, Bogut, Dellavedova ed Exum) sono anche transitati per l’Australian Institute of Sport, un college costruito nel 1981 a nord di Canberra e voluto e controllato direttamente dal governo dopo gli insuccessi (nessuna medaglia d’oro) di Montreal 1976, altro indispensabile fattore nella crescita dello sport australiano nel corso degli ultimi decenni.

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Il primo, è stato Luc Longley, per il quale nel 1991 iniziò una decennale carriera spesa tra quattro squadre, che gli ha regalato anche tre titoli consecutivi (1996-1998) con i Bulls, ma tre suoi concittadini hanno fatto anche meglio.

Longley a Rio

Longley a Rio

Melbourne, infatti, ha dato i natali anche a tre prime scelte assolute del draft in appena 11 anni e tra Andrew Bogut (2005) e Ben Simmons (2016) – contrariamente a quanto dichiarato in un primo momento, uno dei grandi assenti di Rio (aveva esordito in Nazionale poco più che diciassettenne) “per prepararsi al meglio alla stagione NBA” – c’è anche Kyrie Irving (2011), che, casomai dovesse esservi sfuggito nel corso delle dirette Rai degli ultimi Giochi, è nato in Australia da genitori americani, ha la doppia cittadinanza, ma ha fatto parte di Team USA a livello internazionale fin dalle prime manifestazioni giovanili.

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Ma anche Thon Maker, nato in Sudan nel 1997 ma in possesso di cittadinanza australiana, e Nathan Jawai (campione con Perth nel 2016) il primo indigeno australiano mai approdato in NBA, David Andersen e Joe Ingles, Dante Exum, scelta numero 5 a Utah ma frenato, dopo l’esordio nel 2014-15, da un brutto infortunio al ginocchio che l’ha tenuto lontano dai campi per tutta la stagione scorsa, e Matthew Dellavedova, fresco campione NBA con Cleveland nella rivincita del derby tutto Boomers contro Bogut. Per chiudere con Patty Mills, la cui prestazione nella finalina per il bronzo (30 punti contro i 31 di Gasol) a molti avrà ricordato il terzo quarto di gara 5 (14 punti per il numero 8) contro Miami nella finale del 2014, valso un anello anche al suo connazionale Aron Baynes.

Ma la novità assoluta è probabilmente il player point sistem. E’ un punteggio da 1 a 10 che viene attribuito ad ogni giocatore al momento della firma del contratto, sulla base del rendimento tenuto nella stagione precedente nella NBL o del livello del campionato dal quale provenga e che sarà aggiornato annualmente, diventando decisivo in fase di contrattazione. Ciascuna squadra, infatti, potrà allestire un roster di giocatori il cui Player Point Sistem totale non superi – comprendendo anche l’undicesimo e dodicesimo sotto contratto, ma non i giocatori “in via di sviluppo” – la somma di 70. Ecco perché non c’è da stupirsi se, su trentasette edizioni totali, la squadra più titolata abbia conquistato appena sette anelli, garantendo l’equilibrio e la spettacolarità tanto cari all’organizzazione. Che non dimentica neanche i grandi protagonisti del passato, con una Hall of Fame che accresce ulteriormente i punti di contatto con la NBA, al pari dei premi di fine stagione: dal miglior giocatore al miglior rookie, dal giocatore più migliorato al sesto uomo dell’anno, per chiudere con coach dell’anno e miglior difensore, ci sono proprio tutti. Ne fanno parte giocatori e allenatori che si siano ritirati da almeno quattro anni, come coach Phil Smith, che ha vinto sei titoli totali equamente distribuiti tra campo e panchina e ovviamente Andrew Gaze, un’apparizione ad Udine nel 1992 ed un titolo con gli Spurs nel 1999 , ma soprattutto sette volte Mvp nella NBL: come lui nessuno mai.

Ma i suoi record non si fermano certo qui, per lui che è stato 14 volte capocannoniere della Lega con 18.908 punti totali, tutti con la maglia dei Melbourne Tigers, compresa una stagione (il 1987) chiusa a 44.1 punti per allacciata di scarpe e forse un solo rammarico : non aver giocato mai insieme a Shane Heal, se non in nazionale, dove il coraggio e la faccia tosta non sono mai mancati ad entrambi nemmeno al cospetto del Dream Team.

Ma questa è un’altra storia che merita sempre di essere riletta: https://lagiornatatipo.it/la-lucida-follia-di-shane-heal/

E adesso che sono entrambi allenatori chissà che non tocchi proprio ad uno di loro due conquistare quella medaglia olimpica già sfiorata troppe volte.

 

di Donatello Viggiano