foto copertina Flickr – Olimpia Milano
articolo di Marco Pagliariccio

 

 

Alcuni giorni mi sento più alto di altri.

Sono piccolo e quando sei piccolo devi metterci qualcosa in più.

Credo che questo, essere sfidato, finire in situazioni difficili mi abbiano reso quello che sono.

Mike James

 

182 centimetri.

Come quelli di Allen Iverson.

In assoluto, non si può dire che Mike James sia un nanerottolo. Ma quando nella vita hai deciso di volerti fare spazio tra gente di almeno una decina di centimetri più alti di te hai bisogno di trovarti dentro la forza per andare oltre i limiti che Madre Natura ti ha imposto.

A Mike la cosa non ha mai fatto troppa paura. Mattone dopo mattone ha lastricato una strada tortuosa che l’ha portato fin là dove non avrebbe creduto di poter arrivare: la NBA. «A essere sincero, non ci ho mai davvero pensato– confessava un anno fa di questi tempi in un’intervista ad Espn mentre la Lega faceva la scoperta della nuova sensation dei Suns – da dove vengo io non ci sono molti giocatori NBA, per cui è difficile valutare quando giochi contro qualcuno».

D’altro canto, non era facile prevedere una scalata del genere per un ragazzino mai reclutato da un college di Division I, mai invitato a provini e combine vari e, ovviamente, passato sotto traccia in sede di draft. «Si sentiva sempre come se dovesse dimostrare qualcosa. E questo lo ha aiutato molto nella sua scalata», dice Maurice Leitzke, uno che questa scalata ha contribuito a lanciarla.

Leitzke infatti era il coach del junior team di Eastern Arizona un decennio fa. Colui che per primo provò a dargli una chance in uscita dall’high school. Alle finali del torneo statale dell’Oregon, la sua Grant battè la favorita Oregon City scrivendo 17 punti in finale con la tonante schiacciata che chiuse i conti e valse il titolo.

Ma non bastò: in quella terra che con il basket non aveva grande feeling tutti gli occhi erano per il compagno di squadra Mike Moser (che ora, dopo qualche stagione tra Rytas e Hapoel Tel Aviv, è disperso in Medio Oriente) e così per James iniziava l’estate degli interrogativi. Nessun college di Division I bussava alla porta, nemmeno uno di Division II, men che meno di Division III. È estate e Mike è in una palestra a giocare una partitella con degli amici. Tra questi c’è anche Kalanji Paschal, suo compagno di squadra alle superiori. È stato appena reclutato da Eastern Arizona e in tribuna a seguirlo c’è anche Leitzke. Il coach del piccolo junior college si stropiccia gli occhi a guardarlo volare verso canestro e gli offre la chance che aspettava. Non sarà Kentucky o Duke, ma almeno è un punto di partenza. «Accettai perché era gratis», ha confessato James qualche anno dopo.

Eastern Arizona ha il suo campus a Thatcher, cittadina di 5 mila abitanti con una discreta tradizione nel football ma pressoché nulla nel basket. «E’ una bella città e la gente è a posto, ma non c’era granché da fare: guardare le partite delle high school, andare da Walmart senza motivo». 19,5 di media nella stagione da rookie, addirittura 26 nel secondo anno, che lo vede issarsi al quarto posto tra i realizzatori di tutti i junior college d’America. Una scheggia impazzita. «Maturò così rapidamente che vedevamo il suo atletismo progrediremensilmente», disse Leitzke all’Oregonian.

Tanta roba, ma non ancora abbastanza per mettergli i riflettori dei college che contano addosso. «Tutti pensavano che fossi una testa calda perché mi piace fare trash talking con le squadre avversarie– dice James in un’intervista a Sporting Newsè divertente a pensarci oggi perché ora quasi la cercano gente che faccia così». E così l’estate 2010 sembra destinata a passare in maniera simile a quelle precedenti: senza offerte di rilievo. Finché il telefono non squilla: chiamata dal Texas. È Steve Roccaforte, coach di Lamar University. «Mi chiese solo se ero l’allenatore di un college di Division I– ricorda Roccaforte – al mio sì rispose: “Mandami i fogli da firmare”. Gli chiesi se voleva prima vedere il campus, ma mi disse che lo avrebbe visto quando sarebbe arrivato lì e che sarebbe andato benissimo in ogni caso».

Una chance, non chiedeva altro Mike. La chance di dimostrare che si meritava di più. Testa bassa e pedalare, James continua la sua impetuosa crescita. Ne mette 29 contro la Kentucky di Anthony Davis e addirittura setta a quota 52 il record dell’ateneo per punti in gara singola nel match contro Louisiana State.

È appena la sua 8° partita a livello NCAA.

Il secondo anno a Lamar è quello della consacrazione: si prende il titolo di MVP del torneo della Southland Conference ed è il leader della squadra, che nel frattempo è passata nelle mani di Pat Knight (figlio di Bobby). James suo malgrado finisce nei radar di tutta l’America per il clamoroso sfogo del coach dopo l’inattesa sconfitta interna contro Stephen F. Austin: Knight caccia praticamente James dalla conferenza stampa, prende il microfono e accusa tutto il suo team di essere il peggior gruppo che abbia mai allenato, parlando persino di problemi di droga. Un rant epocale:

«Furono parole dure da accettare perché molte di quelle cose non mi riguardavano– commentò poi James – io non fumo, non faccio niente di tutto ciò e ne sto alla larga. Il giorno dopo quella conferenza stampa dovetti spegnere il telefono. Non ho nemmeno più guardato quel video». Piccolo dettaglio: quella squadra riportò Lamar al torneo NCAA per la prima volta dopo oltre un decennio, chiudendo la stagione con un record di 23-12. Nei due successivi anni, senza quel gruppo di senior, Lamar piombò in un abisso fatto di sole 6 vittorie e 50 sconfitte.

Farsi una brutta nomea, anche quando immeritata, spesso vale più di quanto sai fare in mezzo al campo. E così concluso il quadriennio collegiale, nessun cornetta dagli uffici delle franchigie NBA si alza per chiamare casa James. Niente draft, niente provini, niente di niente. La scelta è obbligata: varcare l’oceano in cerca di un contratto da professionista. Il biglietto aereo arriva ed è per la Croazia, direzione Zagabria, sponda KK. Team storico (solo qualche anno prima aveva vinto la coppa di lega) ma la pecunia non abbonda: Mike resta tre mesi senza vedere un euro, pur viaggiando a 19,1 punti a partita nel massimo campionato croato. «Dovevamo pure lavarci la roba da soli», ricorda Mike di quei giorni nell’intervista realizzata da La Giornata Tipo per Eurolega. Ma ormai il ragazzo si è fatto la pelle dura e non molla di certo: a gennaio arriva la chiamata dell’Hapoel Kazrin in A2 israeliana, e il sì è più che convinto. I soldi sono puntuali e con la serenità giusta fa sfracelli: 22,8 punti, 3,8 rimbalzi, 5,2 assist.

Un alieno.

D’estate, poi, come tutti gli americani d’Europa, se ne torna a casa per le vacanze. Ovviamente, senza lasciare mai il pallone per troppo tempo. Siamo nell’estate del 2013 e con un gruppo di giocatori dell’area di Portland, dove vive, decide di partecipare ad alcuni tornei estivi lungo la costa ovest. E prende la cosa tremendamente sul serio. Ne rifila 50 in faccia ad Isaiah Thomas al torneo “Rip The Cut” di Seattle e di lì a poco Jamal Crawford lo invita alla Pro-Am, una delle leghe estive più competitive d’America. Le sue sfide col maestro del crossover nelle edizioni successive diventeranno leggendarie…

Guardatelo fino in fondo per vedere come vince questa Mikuccio

 

Gli scout segnano il suo nome, i big della NBA ormai lo conoscono tutti. Eppure nessuno sembra volergli dare davvero una chance. Anche in Europa, dove sembra una scommessa a rischio zero, la stessa storia: i club di prima fascia non se lo filano. Troppo piccolo, troppo chiacchierone. A fiutare l’affare è allora la Paffoni Omegna: Divisione Nazionale A Silver, all’epoca la terza serie italiana

«Il suo nome ci capitò sulla scrivania insieme ad una marea di altri – ricorda Giampaolo Di Lorenzo, un passato da ottimo giocatore tra A2 e B, oggi coach dei Tigers Cesena nella terza serie ma all’epoca sulla panchina piemontese – la società era alla prima esperienza con gli stranieri, ne visionavamo un sacco e chiedevamo in giro anche dei consigli a gente di cui ci fidavamo. Dai suoi video, James ci balzò subito all’occhio, anche se noi cercavamo un playmaker e lui, tra Croazia ed Israele, giocava soprattutto da guardia. Ma la bravura nell’attaccare il pick and roll, la capacità di costruirsi da solo il tiro e la possibilità di ondeggiare tra due ruoli mi convinse al punto che proposi alla società di fargli un biennale. Alla fine glielo fecero sul serio, ma per convincere anche loro della bontà della scelta insieme al mio vice Federico Perego [oggi assistente allenatore a Bamberg, ndr] facemmo un sacco di telefonate: Alberani, Trinchieri, Pasquini, tutti ci confermarono che era una grande scelta e che poteva farne 20 a partita con la mano legata dietro la schiena».

E andò davvero così.

www.lastampa.it

«Un ragazzo serio, ambizioso, che credeva in sé stesso ed era focalizzato sul volere fare il giocatore di basket– aggiunge Di Lorenzo – si capiva che era un fenomeno perché apprendeva le cose prima degli altri. Arrivò ad Omegna che il resto della squadra aveva già iniziato la preparazione ma non ci mise nulla ad apprendere giochi e situazioni. Dopo due giorni che era arrivato in Italia, avevamo amichevole contro Casale. Lo mandammo in campo per 8’: fece 18 punti. Lì mi resi conto che forse avevamo beccato quello giusto».

È la fame di apprendere e di volersi migliorare quello che però colpì maggiormente Di Lorenzo. «Quando voleva fissare qualche aspetto se lo segnava. Nella riunione prepartita della prima gara della stagione, a Roseto, lo vidi col telefonino in mano. Gli dissi “Mike, ma che fai?”. Girò il telefono: finita la seduta con la squadra, faceva sessioni di tiro da solo e non voleva che nessuno gli prendesse i rimbalzi. Davvero un fenomeno. Se devo trovargli un difetto è che in casa giocava sempre da 10, fuori spesso partiva alla grande poi si spegneva nel secondo tempo. E tutta la squadra con lui. Non so perché, ma a volte succede quando pensi sia troppo facile e poi non riesci a riaccendere il livello di intensità. Ma mi pare che sia un problema che ha ampiamente superato negli anni successivi».

www.fulgorbasket.it

L’annata di Omegna fu molto positiva anche se finì con un po’ di amaro in bocca ai playoff: da terza in griglia, la Fulgor esce nei quarti contro Casalpusterlengo. James, nonostante un serie così così condizionata da un problema alla caviglia, finì a 21,6 punti, 5,4 rimbalzi, 4,9 assist e a giugno, benché avesse un contratto già in essere per la stagione successiva, il Kolossos Rodi pagò la buonuscita da 10 mila euro e se lo portò via. «Nessun club italiano ce lo chiese a stagione in corso e anche nell’estate successiva non ci furono grandi manovre– aggiunge l’allora coach di Omegna – forse perché quella A2 Silver era considerata come una Serie C con due americani. E invece col senno di poi molti americani bravi poi partirono da lì per salire più in alto, James è stato solo il caso più eclatante. L’unica che ci chiamò per avere informazioni su di lui fu Cremona, che aveva bisogno di un giocatore con le sue caratteristiche in uscita dalla panchina. Lui voleva la Serie A e sarebbe stato disposto a partire non da titolare, ma poi la Vanoli gli preferì Jazzmarr Ferguson e luì se ne andò in Grecia».

Voleva la Serie A e la Serie A ebbe, ma in terra ellenica. Anche se la sua avventura al Kolossos durò molto poco: otto partite a 21 di media (capocannoniere dell’Esake), con una stratosferica prestazione da 28 punti contro l’Olympiacos che gli accende finalmente i riflettori dell’Europa che conta addosso: a inizio dicembre ecco la chiamata del Baskonia, eccolo il basket che conta. Il 12 dicembre esordisce in Eurolega contro il Valencia, partendo subito in quintetto nella vittoria basca nel derby iberico e mettendo a referto 8 punti in 13’: in sette mesi dalla A2 Silver all’Eurolega. Niente male.

Mezza stagione per affilare le lame, una per esplodere definitivamente. Il Baskonia 2015/2016 è quello in versione Perasovic, uno che ama ritmi alti e gioco spettacolare. Il vestito perfetto per una squadra che vuole confermare come direttori d’orchestra Darius Adams e Mike James. Ma c’è sempre quel chiodo fisso che si chiama NBA… «Il mio obiettivo ultimo è sempre quello di arrivare lassù– conferma a Hoops Habit nei giorni in cui è a Las Vegas per ritentare la carta della Summer League in maglia Phoenix Suns – ma ora come ora sto lavorando per essere il miglior giocatore possibile in Europa». Insomma, un’esperienza buona a tenere la pista calda, ma che James prende terribilmente sul serio: i 32 punti rifilati in finale agli Spurs mettono il suo nome su tante agende americane. «Non sapevo chi fosse, mi chiesi perché non era nella NBA», ricorda Devin Booker, che in quella estate si affacciava al mondo dei pro in uscita da Kentucky.

Alla fine però la scelta è convinta: tornare al Baskonia per salire ancora di un gradino nella sua scalata verso il successo. Risultato: il Laboral Kutxa gioca probabilmente il miglior basket d’Europa in quella annata, viaggiando come un treno con la prua rivolta verso le Final Four di Eurolega. E il capolavoro della stagione di Mike arriva nella serata che vale una stagione: gara 3 dei quarti di finale contro il Panathinaikos. Il nanerottolo da Portland ne stampa 20 con due cruciali triple nei minuti finali e ammutolisce un’Oaka che avrebbe voluto salutare in modo diverso l’ultima gara europea della carriera di Diamantidis.

Ah, dimenticavamo: ogni tanto si prende queste libertà in difesa:

Ora è davvero una star. Le big d’Europa se lo contendono e alla fine la spunta proprio quel Panathinaikos cui tanto avevo fatto male pochi mesi prima. Ma lo sguardo è sempre rivolto verso un sogno fatto solo di tre lettere. In Grecia non va tutto come spererebbe il vulcanico Giannakopoulos, si arriva ai ferri cortissimi con l’avvicinarsi della primavera (James è uno dei quattro giocatori biancoverdi che si rifiuta di tornare da Istanbul in pullman per punizione dopo l’eliminazione nei quarti di Eurolega contro il Fenerbahce), anche se il titolo greco con tanto di corona di giocatore più spettacolare della stagione sembra appianare le cose.

E via a sciare sul Partenone

Stavolta, però, la grande occasione arriva sul serio. I Suns lo conoscono bene, lui conosce loro, l’affare si chiude in fretta. La franchigia dell’Arizona gli offre il nuovissimo format del two-way contract (il contratto che regolamento l’utilizzo tra NBA e G-League) e lui accetta la nuova sfida: la NBA è finalmente pronta ad aprirgli le porte. Non voleva una chance per fare lo sventolatore di asciugamani sul fondo della panchina, ma l’opportunità vera di dare qualcosa alla squadra. Il destino gli dà anche un aiutino: dopo tre gare si fa male Eric Bledsoe e James, comunque in doppia cifra in tutte e tre le sue prime gare americane, si prende subito il posto in quintetto. La sua prima partita da titolare la chiude così:

Phoenix è in piena ricostruzione e non vola di certo, ma James è sicuramente una delle piacevoli scoperte del primo mese e mezzo della franchigia. La soddisfazione è tale che agli inizi di dicembre la società decide di convertire il suo two-way in un garantito (primo giocatore di sempre ad avere tale “fortuna”). «Il suo talento era visibile e innegabile. Tutto dipende dalle situazioni e dai tempi, e poi ci vuole un po’ di fortuna», gli riconosce l’amico Crawford. Ma tutto cambia in pochissimi giorni: a ridosso di Natale, l’innesto di Isaiah Canaan affolla terribilmente il backcourt dei soli e a farne le spese è proprio James, cui non bastano gli oltre 10 punti e 4 assist di media per difendere quanto costruito sudandosi ogni minuto, ogni pallone, ogni soddisfazione. Su di lui piombano i Pelicans, che hanno bisogno di copertura alle spalle di Jrue Holiday e Rajon Rondo. Ma coach Gentry non gli fa vedere campo (18 minuti totali giocati con 10 ne su 14 partite) e allora è lui stesso a chiedere la cessione. Fine cosa, ma lo aveva sempre detto: non sarebbe mai stato a scaldare la panchina. Meglio essere re in Europa che vassalli in America. Meglio tornare sul trono di Atene.

Un ritorno breve ma intenso quello in terra greca: qualche mese per alzare un altro trofeo di campione di Grecia e poi la nuova sfida: fare grande una Milano che tanto gli somiglia. Una piazza affamata di diventare grande, di quella fame che è la stessa che ha animato tutta la carriera del suo piccolo grande generale. «Sono qui per dare il massimo, per prendermi responsabilità importanti quando me lo chiede la squadra», ha detto dopo aver segnato il canestro-vittoria per la AX Armani Exchange nella sfida contro l’Efes. La NBA è un capitolo chiuso, la nuova missione è farsi grande e fare grande Milano per essere finalmente lui a poter guardare tutti dall’alto verso il basso.