di Emanuele Venturoli

 

 

Un tizio chiama, dice che hanno appeso un cartello. Proprio lì, davanti a casa sua. Ma certo che lo vede dalla finestra, dice. Ozzano dell’Emilia, 13.770 anime, provincia di Bologna, patrono San Cristoforo. 26 Novembre, esterno sera. Nebbia, anzi, foschia. Il tizio dice che mezzora fa il cartello non c’era, ne è sicuro perché ha portato fuori il cane, che gli piace pisciare nel prato lì davanti, che c’è l’erba alta. Piace al cane, non a me, dice il tizio, con voce incerta. Il tizio dice anche che glielo può leggere direttamente dal telefono, che si vede benissimo, il cartello. Il tizio al telefono dice che sul cartello c’è scritto “Belinelli bavoso del cazzo. Mai più in questo palazzo”. Pronto? È ancora lì, chiede il tizio.

A Bologna tutti hanno una storia su Marco Belinelli da raccontarvi. Come quella volta che siamo andati al ristorante da Oltre, all’angolo di Via Belvedere, ed è arrivato Belinelli. Camicia bianca, giacca della felpa nera, cappello a tesa larga, nero pure quello. Si avvicina al cameriere, gli sussurra qualcosa all’orecchio, quello ride e se ne va. Ovviamente hanno servito prima lui di noi, manco a dirlo, neanche se ci eravamo seduti un quarto d’ora prima.

È necessario capire che non tutte le storie su Marco Belinelli che sentirete a Bologna sono vere, o perfettamente rispondenti alla realtà. Quella che avete sentito sul ristorante, ad esempio, non lo è. Neppure quella su quella volta che eravamo al Meloncello a giocare e sono arrivati i soliti ignoti, verso l’ora di cena, e ci hanno detto che dovevano giocare loro perché il campo era prenotato, mentre parcheggiavano i Cayenne sotto il portico.

È altresì necessario capire che a Bologna tutti -compreso il sottoscritto evidentemente- approcciano la propria opinione come fanno con la ricetta del ragù: ognuno ha la propria, che è necessariamente migliore di quella del vicino. Quando le presentiamo, sia l’opinione che la ricetta, alziamo le mani con i palmi verso il fuori, come a dire “per l’amor di Dio, io la penso così, ma la mia vale quanto la tua”. Un po’ come Bruno Barbieri con il meme del “Chiedo”. Fa ridere perché lui non stava chiedendo e noi non stavamo pensando davvero che il suo ragù potesse essere migliore nel nostro. Il segreto, ad ogni modo, è 3 foglie d’alloro, rigorosamente intero, da lasciare riposare. Poi, per l’amor di Dio, fate voi.

Marco Belinelli torna a casa dopo tredici anni di oltreoceano per ritrovare la sua città spaccata e livorosa come l’aveva lasciata nel 2007 quando se ne era andato. Questo la dice lunga sia sul ruolo del tempo nel capoluogo emiliano sia sul punto della narrativa sportiva italiana, che chissà perché manca sempre di centrare il bersaglio grande, concentrandosi sulla conquista della Kamchatka perché fa figo quando bisognava conquistare la Cina dalla quale si attacca più facilmente. Poi, per l’amor di Dio, a RisiKo ognuno gioca come vuole.

Buona parte della suddetta narrativa si concentra su una frase che Marco disse nel 2007, mentre lasciava Bologna alla volta dell’America e che recitava più o meno così: “Porterò sempre la Fortitudo con me, e per questo il giorno che tornerò a giocare in Europa lo farò solo qui a Bologna, la mia città, e con la maglia della Fortitudo. Questo è il mio impegno e la mia promessa”.

Foto Ginger Royalty – pinterest

Erano le parole di un ragazzo di appena vent’anni, emozionato per la convocazione nel basket che conta e colto nell’urgenza di dire qualcosa di importante a chi lo vedeva andar via. Erano parole sincere, senza ombra di dubbio, ma anche ingenue. Erano una dichiarazione d’amore per la squadra che lo aveva consacrato come uno dei più grandi italiani di sempre e che erano sia un lascito per la sua città sia un ringraziamento ad una tifoseria esigente e da sempre amante delle bandiere. Chiedere che Marco tenesse fede, 13 anni dopo, a quelle parole, è assoluta follia.

Su questo punto nello specifico è bene intendersi e non lasciare spazio ad ipocrisie facili come a isterismi sguaiati. Le parole di Marco Belinelli del 2007 sono semplicemente le parole di Marco Belinelli nel 2007. Tanto è legittimo che un tifoso Fortitudo si senta deluso e tradito dal mancato ritorno del figliol prodigo, tanto non lo è chi invoca infortuni, premature scomparse e l’abduzione dei parenti più prossimi. Allo stesso modo, il virtussino giustamente lieto per il bell’acquisto, non si gonfi il petto di valori morali o di crociate gagliarde per il giusto, il bello e il buono: Belinelli ha giustamente scelto la parte di Bologna che può garantirgli più soddisfazioni sportive nel breve termine e garanzie economiche di spessore. Qui il romanticismo c’entra poco, poi, per l’amor di Dio, ognuno la pensa come gli pare.

Foto virtus.it

In tredici anni lontano da casa Beli ha cambiato casacca 10 volte, girando l’America in lungo e in largo, da una costa all’altra, dalle enormi metropoli alla vita più lenta del Sud. Lungi dall’esistenza dell’uomo con valigia di cartone, questa è la carriera che l’NBA riserva agli specialisti: una vita di innesti continui, di perfezionamenti tattici, di micromissioni scientifiche. Migliaia di rimesse allo scadere, infinite serie di blocchi per liberare quei settanta centesimi di secondo che servono per lasciare andare un tiro, una serie interminabile di movimenti ripetuti fino all’ossessione perché -come diceva quel tizio- non ci si allena fino a quando non si fa una cosa bene, ma fino a quando non si sa più come farla sbagliata. Sportivamente, un incubo. Essere specialisti in un basket di specialisti come è quello americano significa dovere azzerare il margine d’errore su quell’area specifica, venire misurato esattamente per quel fondamentale, non avere scuse e andare dove c’è bisogno di te.

Foto s.hdnux.com

Belinelli in America ci sta proprio bene. Se facciamo eccezione per i primi due, tre anni a San Francisco e Toronto[1], la carriera di Marco in NBA è assolutamente di prim’ordine, e non di prim’ordine per un italiano. Belinelli in America ci vince un titolo, una gara del tiro da tre all’All Star Game, colleziona più di 200 presenze da titolare, spacca qualche cuore come quella sera a Philadelphia e lascia una casa e più di un allenatore a San Antonio. È uno che ha visto e giocato tanti playoff, che ha messo qualche trentello, che ha sempre tirato con percentuali attorno al 40% da tre punti e che è stato parte importante di più di un progetto, come quello degli Hornets del 2010-11 insieme ad Trevor Ariza, Chris Paul e David West.

[1]Vi ci vorrei vedere a voi, ad essere catapultati a San Francisco da San Giovanni in Persiceto a vent’anni e poi sentire uno che da un bar di Via Mazzini vi dice che lui l’aveva detto che non andavi bene per quel basket lì.

Belinelli, che era un “cinno” quando se ne è andato, non è più un “cinno” oggi. Zanetti ha definito il suo ritorno in maglia Virtus come la firma più importante per il basket italiano degli ultimi 40 anni. Anche su Zanetti i bolognesi hanno sempre una storia e un’opinione, non sempre necessariamente vera, ma questa potrebbe essere quantomeno verosimile e come al solito è necessario vedere il valore assoluto, e non relativo, dell’operazione se si vuole parlarne con senso compiuto.

Che Marco Belinelli torni in Italia è un’operazione importante per il basket italiano. Uno come lui poteva benissimo andarsene a Madrid, a prender comunque un sacco di soldi (forse di più) e cercare di vincere l’Euroega, al CSKA a prender un sacco di soldi e cercare di vincere l’Eurolega mentre imparava il russo o all’Efes, al Barcellona e via discorrendo a fare più o meno le stesse cose con più o meno coreografie sugli spalti. Oppure poteva pure prendersi una casetta su una collina di Ibiza, infilarsi un paio di ciabatte e un cappello di paglia e lamentarsi per tutta la vita di come siano i turisti a rovinare l’isola. Se Belinelli ha scelto Bologna e l’Italia è per un indiscutibile amore per questa terra, questa città e per la sua famiglia. Una terra e una famiglia che ha ricordato sempre, con orgoglio e senza retorica, in ogni giorno d’America. Si può dire che se è tornato a Bologna non è solo per il basket, e questo è umano e comprensibile, se non addirittura encomiabile e giusto.

Uscendo da questa infinita ed estenuante sineddoche, in cui la parte dell’uomo Belinelli sta prendendo il posto del Marco giocatore italiano che gioca in Italia, è tempo di lasciare che il campo parli di pallacanestro e che Belinelli parli per se stesso o non parli affatto. Per il movimento è il momento di gustarsi e sapere gestire la presenza di uno dei suoi esponenti più importanti nel suo campionato più importante. Per i tifosi è l’occasione di ammirare uno dei massimi interpreti italiani di quest’arte sui parquet nazionali. Per i bolognesi, infine, è il momento di pensare che anche chi ha vissuto a San Francisco ha voglia di ritornare qui, a camminare sotto un portico, a ridere con gli amici di sempre, a vedere San Luca che sbuca sulle colline mentre dalla bassa ci si avvicina al centro. Il ragazzo è tornato a casa. In fondo, non è una gran bella storia?

Ad ogni modo, una volta Belinelli mi ha rubato la palla e poi è andato dall’altra parte del campo a schiacciare. Io avevo 16 anni, lui 14. Palasport di Castel Maggiore, via Lirone, un martedì sera. Mi piacerebbe dire un sacco di cose sensate e ragionate sull’argomento, del tipo che già si vedeva che sarebbe diventato un campione, che si capiva da come si muoveva, da come guardava il campo, che certe robe sono scritte. Mi piacerebbe dirvi che tornando indietro e passandomi accanto ha mimato il gesto delle spallucce e delle mani verso il cielo, come chi dice “che vuoi farci amico? È così che va la vita”. Mi piacerebbe dirvi un sacco di cose, ma anche questa storia potrebbe essere vera oppure no.

Sapete perché ogni bolognese ha una storia su Belinelli, come su Cremonini o Lucio Dalla? È una ragione idiota, se volete, ma in fondo è il nostro modo di sentirci un po’ più vicini a quelle stelle che ammiriamo da sempre.

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