1° giugno 2007, Quicken Loans Arena. Lebron James con 48 punti ha spinto i Cavs sul 3-2 in gara 5 della finale della Eastern Conference contro i Pistons e vuole chiudere i conti a domicilio per arrivare alla sua prima finale Nba in carriera. Al suo fianco una truppa di fenomeni da baraccone più che una squadra: Larry Hughes, Zydrunas Ilgauskas, Drew Gooden, Anderson Varejao, Donyell Marshall, Sasha Pavlovic. Altro che Big Three.

Con loro, però, c’è anche un piccoletto che la mette con una certa regolarità da tre punti e che col suo fare affabile e la passione per i tagli di capelli non proprio all’insegna della sobrietà è diventato uno degli idoli della tifoseria locale: Daniel Gibson, meglio conosciuto col nomignolo di “Boobie”, quello che la madre gli aveva affibbiato da piccolo.

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Dopo le fatiche di tre giorni prima, non è la serata di Lebron, almeno al tiro (sfiorerà comunque la tripla-doppia anche se con 3/11 dal campo) e la sfida, ad un paio di minuti dalla fine del terzo quarto, vede sul tabellone luminoso il 62-61 per i Pistons.

Boobie ha già acceso i motori nei primi 35’ ma quando, verso la fine del terzo quarto, Damon Jones lo arma per il primo tiro dall’arco della sua partita è subito cesto. 65-63, sorpasso Cavs. Un perfetto giro in lunetta cui replica Lindsey Hunter da 3 fissa il punteggio sul 67-66 Cleveland. Ultimi 12’, Gibson da 7 è salito a 12 a referto nel finale del quarto, ma i 21 rifilati in gara 4 a Detroit, career high per l’allora rookie natio di Houston, sembrano un miraggio.

Sembrano.

Si apre l’ultimo periodo, Jones va in palleggio a destra, vede nell’angolo apposto Gibson completamente libero e lo pesca. Segna 3, 70-66 Cavs. Azione successiva, è ancora Jones la mente, ancora Boobie il braccio. La difesa è collassata in area e in punta c’è già il piccoletto con la fascetta ad aspettare. Damon dà uno sguardo a Daniel, gliela passa, Gibson si alza. Segna altri 3, Cleveland va: 73-67. Lebron certifica l’allungo con un jumper ed un tiro libero, ma poi tocca ancora al #1, con un canovaccio già visto: l’attenzione della difesa è sul Re, lui è in guardia ad attendere. Lo scarico arriva, puntuale. I 3 punti manco a dirlo.

I Cavs sono a +12, 79-67 con 9’ da giocare e Gibson è a quota 21 punti, ha già eguagliato gara 4. Finita qui? Neanche per sogno. Tayshaun Prince prova a fermarlo in Bad Boys style, ma dalla lunetta è 2/2. Sheed si innervosisce, si becca il tecnico d’ordinanza e chi va in lunetta? Boobie, ovvio. Stavolta è 1/2, ma Cleveland ora è sull’82-69. I Pistons sono con un piede nella fossa, Gibson ce li spinge dentro. Transizione al fulmicotone di Lebron, l’ex Longhorns è dove tutto sanno che sarà, ma nessuno lo ferma. Segna 3, 86-71 e solo 6’ alla sirena. Detroit non ne ha più, i Cavs sono in finale.

Boobie chiude quella che sarà la partita più incredibile della sua carriera con 31 punti in 29’, 19 nell’ultimo quarto con 5 triple su 5 negli ultimi 14’ e pure 6 rimbalzi. “Ci eravamo detti che ci avrebbe dovuto battere qualcun altro – dice Chauncey Billups a margine di quella sfida facendo riferimento a James – e il bimbo ce ne ha fatti 30”. La città di Cleveland vede davvero la possibilità di vincere un titolo in uno sport a caso e i tifosi sono in delirio per Boobie, l’alfiere del Re diventato Imperatore per una notte.

La delusione sarà enorme poche settimane dopo, visto che quella serata sarà l’ultima di festa in quella stagione, l’ultima nella quale accarezzeranno davvero il sogno dell’O’Brien. I Cavs in finale subiscono lo sweep dagli Spurs e non basta un Gibson per 3 volte su 4 in doppia cifra a chiudere il suo personale finale di stagione pirotecnico (12,4 punti di media col 42% da 3 tra Finale di Conference e Finals).

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Da quel dì, sembrava che il bimbo si dovesse trasformare se non in una star almeno in un ottimo role player. Guardia in un corpo da playmaker con una mano mortifera dall’arco (quasi il 41% nei suoi 7 anni di carriera in Nba), Gibson era in realtà semplicemente capitato al posto giusto al momento giusto. Al college non era riuscito a confermare in toto gli sfracelli fatti all’high school perché costretto spesso ad agire in cabina di regia, ruolo che non gli si confaceva nonostante il fisico. Incredibile ma vero, Mike Brown con lui almeno azzeccò qualcosa di diverso dall’ordinazione al ristorante. Dopo che la dirigenza lo ha selezionato alla 42 nel draft 2006, il coach piazza Larry Hughes come point guard e con Lebron James da tuttofare per lui e Sasha Pavlovic non c’era altro da fare che starsene ad aspettare gli scarichi e fare quello che sanno fare meglio: mitragliare senza pietà.

Dopo un’annata da rookie chiusa con un tale crescendo, la stagione da sophomore va alla grande: Boobie sfonda la doppia cifra di media (10,4 a sera) e va all’All Star Game con i ragazzi del secondo anno, vincendo partita e titolo di Mvp con una prestazione da 33 punti con 11/20 dall’arco.

I Cavs non decollano più verso il titolo, la dirigenza rimescola spesso le carte ma lui, insieme a Varejao e Ilgauskas, rimane uno dei fedelissimi del Prescelto nella sua disperata scalata al trono.

Tutto sommato, sembra andare tutto a gonfie vele al buon Daniel quando nel 2009 compare la sua femme fatale: Keyshia Cole. Con l’artista rap l’amore è fulminante: nel 2010 la coppia ha anche un figlio, Daniel jr., e nel 2011, il primo post-Lebron a Cleveland, Boobie fa da scudiero al talento di Kyrie Irving facendo registrare la sua miglior annata a livello personale (11,6 punti e 2,6 assist col 41% da 3). A fine stagione, il 21 maggio, sposa la sua amata Keyshia, rinnovando pure le promesse con una sfarzosa cerimonia alle Hawaii nel mese di settembre. La coppia è chiacchieratissima, tanto che la tv americana BET mette in piedi pure un reality su di loro: Keyshia and Daniel: Family First. Altro che Odom e la Kardashian. Tutto pare filare per il meglio, insomma.

Pare.

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Il rendimento di Boobie, nei due anni successivi, cala vistosamente. Nella stagione 2012/2013, l’ultima che lo vedrà in campo in quei Cavs che ormai sono feudo dell’amico Kyrie, gioca solo 46 partite, martoriato dagli infortuni e facendo segnare solo 5,4 punti di media con un terribile (per lui, Varejao darebbe la chioma) 34,4% da 3 punti.

Nell’estate 2013 Cleveland lo scarica ed iniziano a serpeggiare le voci di problemi con la Cole. Gibson resta senza squadra, se ne torna nella natia Houston con la moglie e il figlioletto ma viene beccato più volte nei locali della città a fare baldoria con signorine poco vestite, alcol a fiumi e molti bigliettoni verdi. Keyshia scopre una tresca (percentuale decisamente più bassa di quelle del marito) con una spogliarellista e il matrimonio che pare felice esplode. Daniel entra nel tunnel della depressione, chiude definitivamente anche con quella Cleveland che lo adorava vendendo ad Uncle Drew quella che era stata la casa dove aveva costruito la sua famiglia.

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Vuole ricostruire la sua vita, partendo da Keyshia. Lei, però, non si fida più di lui ed il loro rapporto di fatto si chiude, ma lui vuole rimettersi in pista. Byron Scott, suo ex allenatore a Cleveland, visti i problemi dei suoi Lakers pensa a lui per dare una mano sugli esterni. D’altronde, peggio di Smush Parker non potrà mai essere. “Ho bisogno assolutamente di rimettermi in gioco di nuovo” ha ribadito Boobie qualche tempo fa in un’intervista. L’Ohio è un capitolo chiuso, quella Cleveland che l’aveva adottato come uno dei suoi figli è una terra che gli ricorda sì le picconate a Billups e soci ma anche il dolore di una vita andata in frantumi troppo presto. Però, a 28 anni, c’è tutto il tempo per rimettere insieme i pezzi, infilare la fascetta in testa e piazzarsi sull’angolo in attesa dello scarico del Damon Jones di turno. Segnane 3, amico.

 

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Marco Pagliariccio

Di Sant'Elpidio a Mare (FM), giornalista col tiro dalla media più mortifero del quartiere in cui abita, sogna di chiedere a Spanoulis perché, seguendo il suo esempio, non si fa una ragione della sua calvizie.

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