illustrazione grafica di Paolo Mainini
articolo di Davide Romeo e Marco Munno

 

 

 

L’idea era stata di DeShawn Stevenson, uno tutto barba, difesa perimetrale e soprattutto tatuaggi, che era principalmente noto alle cronache per aver portato a letto due delle Destiny’s Child – non Beyoncé però – e per la rivalità con Lebron quando il Re era ai Cavs e lui era ai Wizards. Non è da tutti iniziare e sostenere un feud con uno dei migliori giocatori di sempre e questo la dice lunga sul personaggio in questione. Stevenson aveva invitato tutta la squadra dei Mavs, dove ora militava, a casa sua in Florida prima dell’inizio, portandosi anche lo chef e il tauatore di fiducia. Mancavano pochi giorni all’inizio della stagione e, tra una birra e l’altra – forse qualcuna di troppo – aveva proposto che tutti si facessero un tatuaggio come esercizio di team building. Questa particolare forma di manifestazione di affiatamento non riscosse grande successo, ma a sorpresa Jason Terry annunciò di stare al gioco. The Jet annunciò che si sarebbe tatuato il Larry O’Brien Trophy sul bicipite. All’inizio tutti pensarono fosse una gag, uno scherzo, un’esagerazione, ma Terry andò fino in fondo nello stupore generale. Persino Stevenson, che probabilmente aveva più tatuaggi che organi interni, credeva che fosse una follia. Jason però era determinato ad usare quel tatutaggio come motivazione, perché il suo obiettivo per quella stagione era proprio quello.

Il titolo.

E quando decise di imprimerselo sulla pelle, tutti capirono che aveva intenzione di fare sul serio.

Foto Ronald Martinez/Getty Images

In carriera Terry il titolo se l’era giocato una volta sola, nel 2006. Era stata anche l’unica finale mai giocata dalla franchigia di Dallas, contro Miami, in cui gli sfavoriti erano gli altri. A trascinare la squadra della Florida era stato Dwyane Wade, coi 39 punti di media nelle quattro gare con cui gli Heat conquistarono la serie, rimontando il 2-0 texano. E Jason era l’unico reduce di quella squadra, oltre ovviamente a Dirk Nowitzki.

Già, Dirk. Era una superstar ma allo stesso tempo non lo era, perché ritenuto troppo soffice in difesa, troppo Europeo, troppo poco atletico o forse, semplicemente, incapace di vincere. La sua sembrava la classica storia da underdog: arrivato da semisconosciuto dall’Europa, cresciuto da Don Nelson e maturato come un cigno in un giocatore unico, uno dei migliori realizzatori di sempre, il pioniere del lungo moderno dalla mano morbida. Un giocatore talmente iconico da diventare un modello per definire altri giocatori, uno standard di paragone con cui in tanti, con fortune alterne – da Bargnani a Tskitishvili, da Mirotic a Porzingis – hanno dovuto necessariamente confrontarsi. La storia però sembrava essersi interrotta a metà degli anni 2000, quando pareva aver raggiunto le sue massime espressioni di pallacanestro fallendo però clamorosamente nel concretizzarle. Prima, appunto, nella dolorosa sconfitta contro Miami e l’anno successivo addirittura nell’ inaspettata débacle contro i Golden State Warriors, un clamoroso upset che vide i Mavericks eliminati al primo turno da prima testa di serie.
Nowitzki non era l’unica star che si avviava al termine della carriera senza titoli nel palmarès. In squadra era presente anche Jason Kidd, tornato a Dallas dove aveva iniziato la carriera NBA. Jason, con più primavere e più chilometri del tedesco, annoverava anche con più finali perse. Prima che l’avanzare degli anni lo portassero a sviluppare un solido tiro da fuori, al picco della forma fisica coi Nets si era fermato all’ultimo atto per due volte: una contro i Lakers, una contro gli Spurs.

D’altro canto, nel primo decennio degli anni 2000, escludendo il passaggio dei Mavs, quello di gialloviola e neroargento a capo della Western Conference era un duopolio. Fra le due non si riuscirono a frapporre i Phoenix Suns: nel circo dei 7 seconds or less messo in piedi da Nash&D’Antoni era diventato un All Star anche Shawn Marion, coi voli a canestro di inizio carriera che giustificavano il soprannome The Matrix. L’occasione venne persa dai Suns nel 2006, quando la franchigia dell’Arizona fu sconfitta nella finale di Conference proprio dai Mavericks.

A proposito di occasioni sprecate per la conquista dei vertici dell’Ovest, Peja Stojaković avrebbe potuto scrivere un trattato. Nella gara 7 delle spettacolari finali ad Ovest del 2002, il “Greatest show on the court” dei Kings dovette arrendersi ai Lakers sprecando l’occasione del sorpasso decisivo proprio con un suo airball. Ci riprovò agli Hornets, ma la migliore avventura in postseason della squadra di New Orleans si fermò ad un’altra gara 7, nella semifinale del 2008.

Parte integrante del nucleo di quegli Hornets era Tyson Chandler, con la coppia che si ricompose quindi a Dallas. L’àncora difensiva non avrebbe neanche dovuto trovarsi ai Mavericks: dopo i continui problemi fisici, i Bobcats si erano accordati per mandarlo ai Raptors, così da ottenere José Manuel Calderón per la posizione scoperta di playmaker titolare. Il proprietario Michael Jordan titubò sull’affare, per cedere quindi alla proposta dei Mavericks. I sogni LeBron e Chris Paul per Dallas si rivelarono irraggiungibili; i Mavs virarono perciò su un obiettivo meno impattante, sia dal punto di vista tecnico che da quello salariale. Sfruttando il prezioso contratto da 13 milioni di dollari non garantiti di Erick Dampier, accoppiarono a Nowitzki un lungo dalle caratteristiche complementari.

Sotto canestro fu suo il posto in quintetto, con l’ex titolare Brendan Haywood a subentrare dalla panchina così come DeShawn Stevenson: i due erano arrivati nel febbraio precedente dai Wizards, dove erano finiti Josh Howard e Drew Gooden, come pezzi accessori a Caron Butler, che però chiuderà la stagione nei primi giorni del 2011 per la rottura del tendine rotuleo del ginocchio destro.

Foto Espn

Ad un attacco che senza Butler perse il secondo riferimento offensivo, un discreto contributo era apportato da J.J. Barea. Con un concentrato di pallacanestro e cazzimma a scorrergli nelle vene, nonostante la minuta statura il portoricano si era guadagnato un posto in rotazione, risalendo la china dalla mancata scelta al draft di 4 anni prima.

Insomma, agli ordini del geniale coach Rick Carlisle c’era un drappello di ragazzi tutti in cerca di un riscatto personale, che difficilmente però si sarebbe concretizzato con un anello.

 

Western Conference first round: vs Portland Trail Blazers

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Nella serie d’esordio ai playoffs, col terzo posto ad Ovest nel corso della stagione regolare i Mavericks furono contrapposti ai Blazers, sesti.

Fra le chiavi tattiche dello scontro, c’era quella dalla fisicità: fra gli esterni, con gente come Brandon Roy, Wesley Matthews, Gerald Wallace, Nic Batum e Rudy Fernández, i Blazers erano ben più robusti di un pacchetto che comprendeva Terry e Barea. Insomma, in aiuto ad Aldridge c’era abbastanza massa corporea da contrapporre a Nowitzki.

Dopo le prime due vittorie di Dallas, a Portland questo fattore pareva essere entrato in gioco nel confronto: il recupero dal -23 per il trionfo in gara 4 e il pareggio nella serie sembrava il preludio del sorpasso Blazers.

(Con 18 punti su 24 nell’ultimo quarto, compreso il tiro della vittoria, l’ultimo show sui grandi palcoscenici di Brandon Roy)

Invece, in gara 5 a spiccare fu il corpaccione di Tyson Chandler. Il lungo confezionò la propria miglior partita in carriera ai playoffs: con una doppia doppia da 20 punti e 14 rimbalzi, fu lui a far la voce grossa sotto canestro. Con l’inerzia a proprio favore, i Mavericks si presero la gara 6 e l’intera serie, chiudendo la postseason dell’ultima versione dei Blazers targata Brandon Roy (costretto al prematuro ritiro nella stagione seguente).

 

Western Conference semifinals: vs Los Angeles Lakers

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Per le truppe del presidentissimo Cuban, il turno successivo prospettava i Los Angeles Lakers bicampioni in carica e, con la prematura uscita dalla postseason degli Spurs, nuovamente i favoriti ad Ovest.

Curiosamente, nonostante i tanti anni da portabandiera delle proprie franchigie, Kobe e Dirk non si erano mai incrociati ai playoffs. Dei tanti scontri in regular season, il precedente più famoso non era certo confortante per i texani: il 20 dicembre del 2005, nel successo gialloviola per 112-90, Bryant mise a segno 62 punti. Non solo: li segnò tutti nei primi tre quarti, al termine dei quali il risultato del match era di 95-61 per i Lakers. In pratica, in tre periodi di gioco da solo segnò più dell’intera squadra dei Mavericks.

E buttando un occhio sul risultato all’inizio terzo quarto di gara 1, la storia si stava ripetendo. Quando Bryant segnò la tripla del +16 dopo 81 secondi dalla ripresa delle ostilità, sembrava aver messo la partita in ghiaccio. L’ingresso in campo di Corey Brewer, firmato per l’ultimo mese e mezzo di regular season e visto all’opera 4 minuti in totale nel turno precedente coi Blazers, aveva tutta l’aria del segnale della resa. Per genialità o per fortuna di coach Carlisle, si rivelò invece una mossa chiave: negli 8 minuti passati in campo, fu decisivo nel girare l’inerzia (a fine gara registrerà il miglior plus-minus dei texani, con +11) della gara. Passo dopo passo i Mavericks risalirono la china, per arrivare a contatto nelle fasi finali e lasciare il palco all’atteso show delle due superstar Kobe e Dirk. In un infuocato ultimo minuto, il primo colpo lo battè Bryant: col suo jumper portò a +3 i Lakers, avanti 94-91 con 60 secondi rimasti sul cronometro. Rispose Nowitzki: un canestro nel cuore dell’area, un 2/2 dalla lunetta e coi suoi 4 punti Dallas mise addirittura il muso avanti a 19.5 secondi dal termine. Nella palla consegnata per il controsorpasso Gasol e Bryant combinarono un pasticcio: fra loro due si intrufolò Kidd, che sull’immediato fallo di Pau per mandarlo in lunetta prima tirò un mattone e poi segnò il libero del 96-94. Con 3.1 secondi dalla sirena conclusiva il pallone non poteva che passare per le mani di Kobe: il suo marcatore Kidd si stampò sul blocco di Bynum, la ricezione pulita dalla rimessa di Fisher non si trasformò però nella tripla della vittoria. Mentre lo Staples Center si ammutoliva, i Mavericks presero la via degli spogliatoi con gara 1 in tasca.

 

Gli effetti dello shock della rimonta subita si sentirono anche in gara 2: poco sereni, i Lakers produssero un orrendo 2/20 dalla linea dei tre punti e Ron Artest colpì con un fallaccio quel Barea decisivo nell’ultimo quarto per cementare il secondo successo texano.

L’inizio del declino dei Mavs però sembrava essere arrivato in gara 3. Il +8 losangelino a 7 minuti e 5 secondi dalla fine lasciava presagire l’ingresso a pieno titolo nella serie dei Lakers. Peja Stojaković aspettava da tempo quel momento; riavvolse il nastro della propria carriera fino alla sciagurata conclusione dei playoffs del 2002 e sostituì quel fotogramma con due triple che accarezzarono dolcemente la retina. 6 furono i suoi punti, tanti quanti quelli dei Lakers, nel parziale in cui i Mavs ne segnarono 15 per rimontare e passare in vantaggio nei successivi 4 minuti e mezzo. Una tripla dall’angolo, un rimbalzo offensivo, quattro liberi realizzati su quattro: Jason Terry prese il controllo delle ultime battute di gara, mentre dopo i canestri della resistenza gialloviola Odom e Fisher alzarono bandiera bianca, con la palla persa a 18 secondi dal termine.

Nella serie Mavericks 3, Lakers 0.

Dopo i tre sberloni assestati, i Mavericks procedettero direttamente con la fatality. Gara 4 passò alla storia con l’appellativo di “Mother’s Day Massacre”. Le polveri degli artificieri texani non erano ancora bagnate: mentre i Lakers chiudevano con un desolante 5/24 da tre punti, i Mavericks pareggiarono il record di triple realizzate in singola partita di playoffs (fino ad allora) con 20. Nelle prime tre gare, in uscita dalla panchina il trio Barea-Terry-Stojaković aveva registrato ottimi plus-minus (rispettivamente +16, +22 e +22); non deluse neanche nel quarto confronto, con JJ a mettere a referto 22 punti e 8 assist e la ditta John&Peja a piazzarne 53 con 15 triple a bersaglio su 16 tentativi.

Il 122-86 finale segnò, nella sua ultima presenza in panchina in carriera, il primo sweep subito da coach Phil Jackson.

 

Western Conference finals: vs Oklahoma City Thunder

Foto Usa Today

Per la conquista del titolo della Western Conference, gli avversari furono gli Oklahoma City Thunder.

Lo scontro presentava in sottofondo un tema generazionale: da un lato i giovani rampanti dell’Oklahoma, dall’altro i vecchietti terribili del Texas. Kevin Durant, Russell Westbrook e James Harden bramavano le luci della ribalta ai vertici della Lega; la truppa di Carlisle era motivata a reclamare quello stesso posto al sole, mai completamente ottenuto.

Dopo la scoppola rifilata ai Lakers, i Mavericks avevano giovato di una settimana di riposo, ma il divario di energia fra le due squadre restava considerevole. Anche quello di esperienza lo era, però nel verso opposto: fu Dirk Nowitzki a mostrare il peso specifico di quest’ultimo fattore. Nel match d’esordio della serie, né lo specialista Ibaka né la sua riserva Collison riuscirono a contenere in alcun modo il tedesco. In versione caterpillar, Wunderdirk firmò ben 48 punti e il record di tiri liberi segnati consecutivamente in singola gara di playoffs, con 24.

 

I 40 punti segnati da Durant non furono sufficienti nel primo match; la risposta di Kevin al tedesco arrivò comunque, in gara 2. KD ne realizzò solamente 24 (rispetto ai 29 di Dirk), ma la sua inchiodata sulla testa di Brendan Haywood è la perfetta icona dell’esito del match. Ricevuto il passaggio consegnato dalle mani di Westbrook, con due palleggi di assestamento caracollò verso il centro del campo, prendendo le misure ad uno Stojaković in difficoltà difensiva per l’intera serie: piegate le ginocchia, un solo palleggio fu sufficiente per infilzarlo, con un aiuto di Haywood che servì solamente a rendere più enfatica la foto del poster.

La panchina dei Thunder fece il resto, segnando 50 punti rispetto ai 29 di quella dei Mavericks: la serie fu portata sul 1-1, con fattore campo violato e confronto che si sposò ad Oklahoma City.

Qualcuno da allora ha più sentito parlare del povero Brendan?

Sia per Nowitzki che Durant in gara 3 arrivò un giro (relativamente) a vuoto: per i due rispettivamente 18 e 24 punti, ma anche pessime percentuali dal campo con 7/21 e 7/22. C’era una ragione però se i Mavericks erano titolari (in coabitazione con gli Heat) del miglior record in trasferta della regular season: il 58-36 ottenuto a inizio ripresa non fu recuperato dai Thunder, come accadde con i Blazers ad inizio playoffs. La panchina di OKC non si rivelò efficiente come in gara 2; i 30 punti di Westbrook, panchinato nel finale della gara precedente, non furono abbastanza. Fattore casa recuperato per Dallas.

La reazione dei Thunder dalla palla a due di gara 4 non si fece attendere. A 5:04 dalla chiusura dell’ultimo quarto, una tripladi Kevin Durant dopo il rimbalzo offensivo di Collison fissò a +15 il vantaggio di OKC, sopra 99-84.

Nelle ultime 15 stagioni, nessuna squadra ai playoffs aveva recuperato da un simile scarto con così poco tempo rimanente sul cronometro.

Il sesto fallo di Harden, commesso contendendo il rimbalzo nell’attacco successivo, e la sua conseguente uscita dal campo cambiarono però la gara. Pick’n’roll e transizioni, due situazioni in cui il Barba dava il meglio di sé in stagione, furono abbandonati dai Thunder per affidarsi a sterili conclusioni da fuori. Il 7-0 dei Mavericks nel minuto e mezzo successivo accese la spia rossa per Brooks, che conscio della resilienza dei texani chiamò subito timeout. I 2 punti di Westbrook nell’azione successiva illusero OKC di aver arginato la furia di Dirk e soci, che avevano appena iniziato: 9 punti per il tedesco, 1 per Marion e con un altro 10-0 arrivò il pareggio. Quando Shawn si rimise addosso i panni di The Matrix per andare a stoppare il tentativo di Durant per vincere la partita a 2 secondi dalla fine, il dado fu definitivamente tratto: i Mavs non avrebbero mai perso il supplementare.
Il secondo quarantello di Nowitzki ai playoffs, dopo quello di gara 1 sempre contro i Thunder, indicava più dei suoi 50 liberi su 52 segnati nella serie chi fosse il padrone tecnico e mentale del confronto.

 

“Non è ancora chiusa”: questo il laconico commento di Durant al termine della partita. Invece l’inerzia era irrimediabilmente finita in mano ai texani: in gara 5, dopo il canestro di KD del +4, i Thunder si ritrovarono con più di un possesso di vantaggio e palla in mano a 3 minuti e spicci dalla fine. Fu a loro però che il braccio tremò: la sequenza di attacchi di OKC con errore al tiro di Maynor, palla persa di Harden, conclusione sbagliata di Durant, palla persa di Westbrook vide in contrapposizione recupero e sorpasso dei Mavs con il gancio di Marion e la tripla centrale di Nowitzki. Non arrivò nessun controsorpasso: con il 10-2 di parziale, i ragazzi di Carlisle si portarono a casa gara 5, serie completa e titolo di campioni della Western Conference.

Foto Ronald Martinez/Getty Images

 

NBA Finals: vs Miami Heat

Conquistando il titolo di Conference contro le previsioni dei più, i Mavericks avevano dimostrato sul campo di essere una squadra coesa e temibile. Nonostante ciò approdavano alla serie di Finale con l’ormai consueta etichetta di underdogs: la sfida che li attendeva era doppiamente proibitiva perché si trovavano davanti i Miami Heat, proprio loro. E oltre ai fantasmi del passato c’era da aver paura anche delle presenze materiali, dato che si trattava di una vera e propria corazzata che in estate aveva affiancato Chris Bosh e soprattutto LeBron James alla bandiera Dwyane Wade. Quest’ultimo era già un probabile Hall of Famer; il Re era già un campionissimo che cercava la definitiva consacrazione – per raggiungerla aveva bruciato i ponti persino con la squadra della sua città; Bosh si era già affermato a Toronto come uno dei migliori lunghi della Lega: era un grande difensore che già nella prima metà degli anni 2000 aveva la versatilità che hanno oggi i bigman, a quindici anni di distanza.

Foto justwatch.com

Un trio così non aveva nulla da invidiare ai Big Three originali, quelli che avevano il titolo a Boston, ed era stato concepito proprio con l’obiettivo dichiarato a puntare non alla vittoria del campionato, ma alla creazione di una vera e propria dinastia.

Il punto debole era forse il supporting cast. Gli Heat arrivarono alle Finals molto corti nel reparto lunghi: dietro Bosh e Joel Anthony – un buon difensore ma nulla più – c’erano il 35enne Ilgauskas, fedelissimo di Lebron ormai non più in grado di tenere il campo, e il 37enne Juwan Howard, ormai lontano dai fasti dei Fab Five e più uomo spogliatoio che altro. Udonis Haslem aveva saltato gran parte della stagione ed era tornato in tempo per disputare le Finali, ma era decisamente a mezzo servizio: anni dopo ha rivelato che in quel periodo soffriva di coaguli di sangue, la stessa malattia che stroncherà la carriera di Bosh qualche anno più tardi. Il sophomore Mario Chalmers era riuscito a venire fuori come un buon playmaker per una squadra che puntava al titolo e a quel punto era de factoil titolare, anche perché l’esperimento Mike Bibby era stato un mezzo fallimento. Gli altri a vedere il campo erano i tiratori: Mike Miller, Eddie House, James Jones. Erano lì per aprire il campo e lo facevano bene.
A quel punto i Mavericks non erano più certamente presi alla leggera, ma lo star power degli Heat li rendeva necessariamente favoriti.

L’inizio della serie sembrò confermare i pronostici in tal senso: l’intensa difesa degli Heat aveva messo a dura prova anche l’ottima circolazione di palla dei Mavericks, causando turnovers e fulminanti attacchi in transizione. A fine primo tempo i texani era ancora avanti di un punto, trascinata da Nowitzki e dalle triple di Terry, ma non davano l’idea di poter reggere il ritmo e l’atletismo degli avversari che li stavano dominando a rimbalzo. Nel terzo quarto Lebron e Wade misero il turbo, segnando 18 dei 27 punti degli Heat senza sbagliare quasi nulla mentre i Mavs iniziavano a fare fatica, con Dirk che trovava il canestro meno facilmente e Jason Kidd completamente in crisi. Dallas provò a reagire nel corso dell’ultimo quarto, evitando il blowout grazie a buone difese su Bosh, ma gli altri due erano davvero inarrestabili. A pochi minuti dal termine il pubblico dell’American Airlines Arena iniziò a sventolare le magliette e gli asciugamani bianchi che avevano ricevuto in omaggio come in una sorta di pañolada: anziché protestare, però, stavano acclamando i loro giocatori che si erano assicurati gara uno e parevano poter mantenere con facilità la promessa di portare a casa il titolo.

Dallas arrivò a gara 2 con grandi incognite. Per la prima volta in quei playoffs si trovavano in svantaggio, gli Heat erano parsi di un altro livello quando riuscivano ad alzare il ritmo e al termine della partita precedente Nowitzki aveva riportato un problema al dito – che spiega il suo calo di percentuali nel secondo tempo.

L’inizio della partita fu molto simile al primo incontro, con grande equilibrio: l’efficienza offensiva di Nowitzki non sembrava particolarmente intaccata dall’infortunio e l’attacco dei Mavericks stava tenendo il ritmo alto degli Heat. Sul lato difensivo entrambe le squadre facevano fatica a contenere due sistemi offensivi di natura opposta ma di eguale, ottima fattura. Gli Heat riuscirono a rimontare 9 punti di svantaggio negli ultimi minuti del primo tempo e, ancora una volta, provarono a prendere il largo nel terzo quarto. Il copione sembrava lo stesso: per i Mavs palloni persi in attacco, difesa poco efficace e fatica a star dietro alla transizione dei padroni di casa.

Dopo un quarto d’ora di schiacciate e alley-oop gli Heat parevano avvicinarsi alla seconda vittoria della serie quando Wade mise a segno una tripla dall’angolo. Il tabellone segnava un vantaggio di quindici punti per Miami e appena sette minuti sul cronometro. Carlisle chiamò timeout.

I cestisti e i tifosi degli Heat stavano già iniziando nuovamente a festeggiare. Durante il timeout i giocatori dei Mavericks non parlarono molto ma si scambiarono sguardi molto carichi di significato. In particolare Terry, Nowitzki e Darrell Armstrong, un altro reduce della grande delusione di cinque anni prima che era adesso assistente.

Sette minuti di basket sono tantissimi: i Mavericks lo dimostrarono appieno.

In uscita da quel timeout Jason Terry realizzò tre canestri di fila, dando il via alla rimonta dei texani.

L’attacco degli Heat si arenò: nei successivi sette minuti di gioco non riuscirono a segnare un solo canestro dal campo. LeBron riuscì a procurarsi un fallo e segnò due liberi, ma sbagliò tutto il resto. Persino Wade,che aveva disputato una partita mostruosa da 36 punti non trovò più la via del canestro. 

Sfruttando sapientemente gli spazi lasciati liberi dalla concentrazione avversaria su Nowitzki, Dallas riuscì a recuperare uno svantaggio che sembrava insormontabile. Dopo l’ennesimo tiro forzato, Nowitzki sfruttò lo spazio creato da un blocco di Chandler e si trovò in mano la tripla del vantaggio con trenta secondi sul cronometro. Il tedesco centrò il canestro nonostante avesse evitato di tirare da tre per tutta la partita, probabilmente a causa del dolore al dito. Miami riuscì a rispondere grazie con una tripla di Mario Chalmers – abbandonato da Terry sul perimetro – in uscita dal successivo timeout, l’unico canestro realizzato dagli Heat dopo quel famigerato timeout Mavericks.

Ma ormai il momentum della partita era cambiato: ancora palla a Nowitzki, che stavolta non fu raddoppiato e in isolamento riuscì a superare Bosh con una virata ed un appoggio al tabellone. I Mavericks erano riusciti a rubare gara 2 fuori casa e ora il pubblico non osava fiatare. Nowitzki aveva messo a segno 24 punti e 11 rimbalzi, Shawn Marion 20 e 8. Bibby con le sue quattro triple era stato il miglior tiratore da lontano: non ne segnerà più un’altra nel corso delle successive quattro gare.

La serie si spostava dunque in Texas con i Mavs che avevano annullato il fattore campo di Miami. Gara 3 fu la battaglia senza esclusione di colpi che si poteva immaginare alla vigilia. L’ormai abituale equilibrio del primo quarto fu spezzato nel successivo quando gli Heat riuscirono ad allungare di dieci punti, sfruttando gli errori difensivi nella simil-zona dei Mavs: in tal senso emblematica la scivolata di Peja Stojakovic, quello più in difficoltà, che finì per terra a pochi minuti dalla fine del primo quarto cercando di capire chi doveva marcare. Ancora una volta però un calo di tensione degli Heat consentì a Dallas di rifarsi sotto. Nowitzki era a quota 24 punti nel secondo tempo quando Miami uscì dal timeout con quaranta secondi sul cronometro. Un passaggio di polso quasi dietroschiena di LeBron James trovò in angolo Chris Bosh. Nelle precedenti due gare aveva faticato a trovare costanza al tiro e anche in questa stava viaggiando con percentuali inferiori al 40%: stavolta però si ritrovò diversi metri di spazio davanti e realizzò il jumper dando un vantaggio importante agli Heat, proprio lui, nativo di Dallas. Nel possesso successivo Dirk si giocò un isolamento per il pareggio ma all’ultimo momento non si sentì di prendere il tiro e tentò di scaricare, perdendo palla. Una tripla di James sputata dal canestro – per LeBron anche in questa gara solo due punti a referto nell’ultimo periodo –  regalò un’altra chance al tedesco, ma ancora una volta il suo attacco fu ben difeso da Udonis Haslem e il tiro rimbalzò sul secondo ferro. Miami riacquistò immediatamente il fattore campo con solo un paio di punti di vantaggio, con la pressione che tornava tutta sui Mavericks.

 

Gli Heat erano in controllo della serie e decisamente fiduciosi nei loro mezzi: prima di Gara 4 Wade e Lebron vennero ripresi nell’atto di prendersi gioco di Nowitzki, che arrivava alla gara colpito da febbre e sinusite. Un vero e proprio momento di ùbris, cioè la cosiddetta tracotanza che nella letteratura e nella mitologia greca era inevitabilmente punita dal destino.

Si può dire che in gara 4 avvenne qualcosa di simile, perché LeBron James disputò quella che ad oggi è ricordata come la sua peggiore prestazione in postseason di sempre.

La partita ebbe il solito inizio equilibrato, con le due squadre che si rispondevano colpo su colpo. Jason Terry realizzò un 3/3 dal campo nel primo quarto, Bosh rispose con un 5/5 nel secondo. A fine primo tempo la sorpresa riguardava i due antichi rivali, James e Stevenson: mentre il primo aveva registrato un misero 1/4 dal campo con due turnover, l’altro aveva realizzato 11 punti nel corso del secondo quarto, risultando il miglior marcatore di Dallas all’intervallo. Mentre le difficoltà di James continuavano (2/6 nel terzo quarto) e anche Bosh rallentava, il supporting cast dei Mavericks stava sopperendo magnificamente alle fatiche di Nowitzki, che era esausto per la febbre alta. Nel terzo periodo Shawn Marion realizzò dieci dei venti punti di Dallas e solo un Wade perfetto dal campo permise agli Heat di entrare nell’ultimo periodo con due possessi di vantaggio. James venne definitivamente meno nell’ultimo quarto: rifiutò di prendersi responsabilità in attacco, prendendo – e sbagliando – un solo tiro. Anche Bosh non riuscì a realizzare un punto dal campo nel corso del periodo. Gli Heat tentarono un allungo nei primi minuti del quarto, catalizzati da una tripla di Mike Miller. L’ex-Grizzlies ne aveva realizzata un’altra nel primo tempo e i suoi due tentativi erano stati gli unici realizzati dei quattordici (!) dell’intera squadra.  Dallas per contro riuscì ancora una volta a dare il meglio di sé nei minuti finali, realizzando un parziale di 9-0 che gli consentì di passare in vantaggio. Wade, con l’intera squadra sulle spalle per gran parte del match, sbagliò il libero che avrebbe pareggiato la gara con trenta secondi sul cronometro. Il possesso successivo fu affidato ad un faceup in post alto di Nowitzki. Il 41 era riuscito a realizzare 19 punti e 11 rimbalzi fino a quel momento: dopo aver faticato per gran parte della partita aveva trovato le energie per guidare ancora una volta i Mavs in uno sforzo eroico negli ultimi minuti. Il tedesco riuscì a superare l’attenta difesa di Haslem, sorpreso dall’entrata sulla destra, e portò il vantaggio a + 3 con pochi secondi a disposizione per una risposta di Miami. Gli dei del basket punirono ulteriormente Wade, che combinò un pastrocchio in uscita dal timeout e riuscì a malapena a servire Miller, il cui conseguente airball fu estremamente simbolico della partita appena disputata dagli Heat.

(Col senno di poi il gesto di Wade e LeBron ebbe tutt’altro significato)

Gara 5 era l’ultima che sarebbe stata disputata in Texas e a quel punto della serie diventava un must-win per entrambe le squadre: la vincitrice avrebbe avuto il momentum dalla sua parte quando la serie sarebbe tornata in Florida. Le squadre si eguagliarono nel primo quarto: solito gioco di squadra per Dallas – con persino una tripla del “Custode” Brian Cardinal – ma anche l’attacco di Miami fu insolitamente diffuso nella sua produzione, con tutti i giocatori impiegati a segno, eccezion fatta per Joel Anthony. Nel secondo quarto la produzione passò in mano ai leader delle due squadre. I Big Three di Miami riuscirono ad essere efficienti al tiro in contemporanea per la prima volta da gara 1, realizzando sette canestri su dodici tentativi combinati: dall’altro lato però Nowitzki e Terry furono irreali, realizzandone sette con tre tentativi in meno. LeBron, pur in timida ripresa rispetto alla gara precedente, sbagliò una tripla sulla sirena assicurando un vantaggio di tre punti per i Mavs all’intervallo. Il resto della partita fu segnato dall’inaspettata prestazione di JJ Barea, che realizzò 14 punti e fu il miglior marcatore dei Mavericks nel secondo tempo. Ancora una volta la partita rimase contesa fino all’ultimo minuto di gioco, dove risulterà decisivo un libero sbagliato da Chris Bosh: una realizzazione avrebbe portato gli Heat ad un possesso distanza dei Mavericks, che invece aggiunsero un altro possesso di vantaggio grazie alla tripla realizzata subito dopo da Jason Terry. Il vantaggio era ormai al sicuro e la partita fu messa in ghiaccio dai liberi realizzati da Kidd sui disperati falli sistematici degli Heat, per un parziale di 11-1 negli ultimi tre minuti di gioco. 

I 29 punti di Nowtizki e i 38 combinati di Terry e Barea portarono i Mavs in vantaggio nella serie. Il clinic di attacco perimetrale di Dallas (68% da tre punti) aveva avuto la meglio sulladisperata hero ball degli Heat. Nonostante la tripla doppia, risultò nuovamente deludente LeBron James. Ancora una volta scomparve nell’ultimo quarto e fu più volte imbarazzato nel suo matchup da Jason Terry, in particolare lasciato aperto per la tripla che annullò un prezioso vantaggio Heat a circa tre minuti dal termine.

Dopo cinque gare in cui erano sembrati sempre all’inseguimento degli Heat, adesso i Mavericks stavano tenendo il passo: avevano due occasioni di vincere il titolo, pur col fattore campo a favore degli avversari che avrebbero dato tutto per arrivare a gara 7.

Nowitzki iniziò la gara nel peggior modo possibile: per lui solo un canestro realizzato su dodici tentativi nel primo tempo, una percentuale decisamente orribile e che non rendeva giustizia alla serie che aveva disputato fino a quel momento. Gli Heat furono veloci ad approfittare delle difficoltà offensive di Dallas: Lebron era ben deciso a mettersi alle spalle il suo Periodo Blu, realizzando tutti i suoi primi quattro tentativi. Una tripla di Eddie House, preferito a sorpresa a Mike Bibby che non vedrà il campo, sancì un mini parziale di 14-0 per i Miami Heat. Ancora una volta fu la panchina di Dallas a fare la differenza: i pick and roll di Barea, ormai stabilmente in quintetto, la difesa e le triple di Stevenson ma soprattutto il fondamentale contributo di Jason Terry. Proprio l’uomo che aveva il titolo già marchiato sulla pelle si prese sulle spalle una squadra in difficoltà realizzando 19 punti in 12 minuti con l’80% (!) al tiro. The Jet trascinò i Mavs a un vantaggio di due punti nel primo tempo.

Dallas iniziò il terzo quarto con grande intensità, riuscendo a mettere su un mini parziale di 10-5 che gli consentì di tentare l’allungo, ma Miami reagì immediatamente e si portò nuovamente ad un possesso di distanza. Ormai però Dirk si era svegliato, complice il lavoro sporco del Custode Cardinal: prima gli servì l’assist per la tripla, poi si procurò uno sfondamento su Wade che portò ad un tecnico per il numero tre degli Heat e ad un ulteriore libero per il tedesco – e in una serata con difficoltà al tiro un libero gratis è una manna dal cielo. Miami riuscì a montare una nuova reazione con Udonis Haslem, of all people, ma un jumper di Terry e due liberi realizzati da Marion portarono Dallas sul +5 con un minutino e poco più alla fine del terzo quarto.

Per i Mavericks, dopo gara 4 coi Blazers la flessione dava l’impressione di essere arrivata. In gara 1 e 3 coi Lakers la restituzione del posto d’onore ai campioni appariva imminente. Nella gara 4 coi Thunder la resa alla gioventù sembrava cosa fatta. Durante gara 2 e prima di gara 4 la capitolazione nei confronti del terzetto costruito per dominare pareva ad un passo. Però il maggior indizio sul destino – ormai manifesto – dei Texani arrivò da Ian Mahinmi, entrato in rotazione solo per l’infortunio di Haywood. Il centrone aveva licenza di far legna sotto canestro e subito spese due ottimi falli – prima su Howard e poi su James – che si concretizzarono in un brutto 1/3 ai liberi per gli Heat, cui Kidd corrispose invece una tripla dall’altro lato. Acquisiti quindi altri due punti di vantaggio, Marion sbagliò un jumper con 10 secondi sul cronometro ma fu ancora lui, Mahinmi, a catturare il rimbalzo e a segnare un improbabile buzzer beater dai 5 metri – lui che in carriera ha tirato meno dell’1% del totale dei suoi tentativi da quella distanza. L’ultimo quarto sarebbe iniziato con Dallas avanti di nove punti.

L’ultimo quarto, forse un po’ anticlimaticamente, non fu mai davvero in discussione. Una prima, timida reazione degli Heat fu subito stroncata da Terry e Barea. Un layup di quest’ultimo, grande rivelazione della serie, chiuse di fatto la partita con ancora otto minuti di gioco da disputare: il vantaggio era ormai di dieci punti e gli Heat erano già alle corde da quindici minuti di gioco, collassati sotto la pressione del pubblico casalingo e l’impeto degli avversari. Nowitzki, ormai in fiducia, tenne a bada i deboli tentativi di ridurre il gap dei Mavericks: straordinario un suo jumper dalla media oltre Bosh ed Haslem dopo una serie di finte di corpo.

Era tornato a prendere in braccio la squadra come aveva fatto per gran parte della serie, ma allo stesso tempo la squadra era stata pronta a prendere in braccio lui nel momento più difficile.

E quando la sirena finale risuonò nelle orecchie del pubblico attonito dell’American Airlines Arena, il primo giocatore che Mark Cuban corse ad abbracciare fu proprio Jason Terry, miglior marcatore di quell’ultima gara.

Finalmente il suo tatuaggio non sarebbe stato più l’unico Larry O’Brien Trophy dei Mavericks.

Foto opencourt-basketball.com