Se premi “play” comincia il caos. Voci che stonano, frequenze che gracchiano. Poi canzoni che suonano forte, note indimenticabili e ancora caos. Chitarre scordate, abissi e rinascite, ripartire da zero. Vale la pena premerlo quel “play”, anche se si ama la tranquillità, perchè è un caos che conquista, che racconta e che comunica. Caos, non tappatevi le orecchie, perché tutto questo fa parte di una sinfonia alternativa, ed è il caos più pieno di sempre. Spingo play, ci ripenso, pausa. Stop, tolgo la cassetta, anzi no. Ma poi, di chi si parla? Gilbert Jay Arenas. Riavvolgo il nastro, non ho dubbi. Play.

Prima fermata Tampa, Florida. Mary Frances Robinson aspetta un bambino ma ha solo diciotto anni. Non ha disponibilità economiche per crescerlo, già lo sa, ma non vuole farne a meno. È il 6 gennaio del 1982 quando la giovane diventa mamma di Gilbert, neonato che le autorità non le consentiranno di tenere. L’affido viene concesso al padre, impiegato in un negozio di ricambi per automobili e amante spudorato del baseball. È un bell’uomo, alto, piazzato e distinto: non molto, ma abbastanza per farsi assumere, come comparsa-attore, nella serie TV che stava iniziando a spopolare in territorio americano, Miami Vice. Era diventata necessaria, a quel punto, una sistemazione: un problema, neanche a dirlo. Un problema perché gli affitti a Los Angeles sono folli, nessuno scende sotto i mille dollari mensili. Senza alternative, le prime notti californiane padre e figlio Arenas le passarono abbracciati all’interno di una Mazda RX7, la stessa macchina che li aveva portati dove si trovavano, dalla Florida alla California. Lo si era detto, è caos.

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Arenas Sr iniziò a inviare domande di lavoro, qualsiasi lavoro, per proteggere il figlio. Si fece assumere in un negozio di mobili, diventò autista per la UPS e la sera continuava con le prove della serie TV. Incastrava tutto con grande dedizione e sacrificio, ma intanto il piccolo Gilbert si stava crescendo da solo. Se la cavava a scuola ma odiava stare in casa: e allora usciva, cacciandosi in guai più grandi dei suoi anni.
Intorno agli undici anni in una delle solite sgattaiolate fuori di casa trova una palla da basket. Palleggia, fa un tiro, poi due e s’innamora. Gli bastano poche settimane per cominciare a farsi rispettare su tutti i playground della zona, nonostante l’età. E il padre, che già aveva capito, cominciò a dedicare il suo tempo libero a Gilbert, sui campi da basket.

Comincia a Birmingham School ma la prima vera esperienza da giocatore è quella alla St. Grant High School. È giovanissimo, il più giovane rispetto a tutti gli altri, ma ha già qualcosa in più. Prende l’autobus ogni giorno per andare ad allenarsi, rimane in palestra a tirare dopo gli allenamenti, si dedica con tutto il corpo e la mente allo sport che l’ha tirato fuori dai guai. Ha un uno-contro-uno micidiale, rimbalzi e corsa, demonio in difesa senza fermarsi mai, stakanovista. E’ palesemente inadeguato per quel tipo di pallacanestro, ha un estro fuori dal comune e merita già scene più importanti. Per qualcuno, ma non per tutti.

Cominciarono timidamente a farsi avanti le prime università: UCLA, Kansas e Arizona su tutte. Sul talento non si discuteva, più sull’atteggiamento nei confronti dei compagni su cui c’era molto scetticismo. Discute a lungo con UCLA, l’università per cui avrebbe voluto giocare, che però non si sbilancia. Intorno al ragazzo c’è un alone di diffidenza ingiustificata, e dopo qualche “forse” di troppo, Gilbert sceglie Arizona. Giocherà con la maglia numero 0, in onore delle critiche da parte degli addetti. Eppure i numeri parlavano chiaro, nella stagione da senior a Grant Gilbert Arenas scrisse un pezzo di storia dell’high school: 33 punti ad allacciata di scarpa, 8 rimbalzi, 5 recuperi e 3 assist a partita.

Arizona University è prosciugata dagli addii di Mike Bibby e Michael Dickerson ma rincuorata dagli arrivi di Richard Jefferson, Luke Walton figlio di Bill e Jason Gardner. Nel primo scrimmage stagionale Arenas scrive 22, due settimane dopo viene nominato MVP della pre-season. La prima partita stagionale è proprio contro UCLA, l’università che gli aveva fatto accarezzare il sogno di poter giocare per la propria maglia. Non è uno vendicativo, solo ha la faccia tosta. Ecco perché in quel debutto ne segnò 20 vincendo la partita e prendendosi il riconoscimento, pochi giorni dopo, di player of the week della PAC-10. Arizona chiude al primo posto la stagione qualificandosi, ovviamente, per il torneo NCAA. Nel momento chiave Jefferson e Woods out per infortunio. Dopo aver battuto al primo turno Jackson State, i Wildcats rimangono vittima di un upset ad opera dei Badgers, Wisconsin, abbandonando il sogno della vittoria. Lo stesso sogno che appena un anno dopo tornerà a prendere forma, con stimoli diversi per ragioni diverse.

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Bobbi Olson, moglie dell’allenatore dei Wildcats, viene portata via da un cancro la mattina del primo gennaio del 2001. Lute Olson, il coach, chiede supporto alla squadra, perché chi vive di pallacanestro non può fare altro, e la risposta è commovente: 20 vittorie in 23 partite e qualificazione al torneo NCAA. Questa volta però, Arizona cavalca il bracket trascinata da una chimica di squadra fuori dal comune. Gilbert è un rebus per le difese, Richard Jefferson è straripante, Jason Gardner una macchina dall’arco. In semifinale contro Michigan, Arenas a quota sei recuperi, subisce un colpo violentissimo da Zach Randolph, ed è costretto ad uscire dalla partita. I Wildcats vinceranno lo stesso quella gara per andarsi a giocare la finale contro Duke. Il giorno della gara Gilbert è ancora perseguitato dal dolore. Ma è una finale, e lui non si è mai tirato indietro: si allaccia le scarpe, stringe i denti, è in quintetto. Partita di altissimo livello fisico, dall’altra parte vivono la follia di Jason Williams e la freddezza di Shane Battier. Finisce 82 a 72 per i Blue Devils, Arizona è costretta a piegarsi, e l’addio dei protagonisti è imminente: Lute Olson è di nuovo solo.

Arenas, Jefferson e Gardner si rendono eleggibili al draft. Lute prova a tenere con sè Gilbert, cercando di convincerlo del fatto che è ancora troppo giovane per quel tipo di salto, anche se in fondo era il primo a non crederci. E il ragazzo da Tampa rincorreva un sogno che mai avrebbe lasciato sfumare.
Quel sogno che la notte del draft, si avvera ma si lacera. Dopo le prime venti chiamate nessun nome che rimandasse a quello di Gilbert Arenas: il ragazzo è incredulo, scoppia in lacrime. Viene chiamato alla #31 dai Golden State Warriors, la squadra forse meno adatta a lui. Nello stesso ruolo c’è la stella della squadra Jason Richardson e dalla panchina sale Bob Sura. Una squadra con poche ambizioni, in cui Gilbert non trova spazi. Gli addetti cominciarono a screditarlo, dicendo che valeva meno di zero, che non era pronto e che mai lo sarebbe stato. Passò le prime quaranta partite in panchina, e la sua risposta fu quella di andare a chiedere una copia delle chiavi per aprire la palestra da allenamento, per poter lavorare nel tempo libero.
Poi, improvvisamente, un’opportunità: giocare da playmaker. Non era la sua posizione, ma era tutto quello che aveva per dimostrare qualcosa. In 30 partite riuscì a mettere insieme 14 punti di media con 5 assist. Furono fondamentali quelle 30 partite perché valsero a Gilbert la possibilità di essere il playmaker titolare di quella squadra, l’anno successivo.

E così fu. Gilbert era diventato il nuovo playmaker titolare, giocò tutte e 82 le partite viaggiando a 18 punti di media, stravincendo il premio di Most Improved Player. Alla fine di quella magica annata il problema dei Warriors non era più trovare il modo per far giocare Gilbert ma trovare quello per non perderlo. A San Francisco la possibilità del suo addio fu un colpo basso per i tifosi che si erano affezionati al talento di Agent Zero, ma il contratto che si inventò Washington era inarrivabile: 65 milioni di dollari in 6 anni, Gilbert Arenas era diventato un Wizard.

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Al primo anno nella capitale l’obiettivo playoff si spense piuttosto presto, al secondo non ci fu storia: 26 di media con 4 rimbalzi e 5 assist a gara. Al primo turno contro i Chicago Bulls le speranze sembravano già perse dopo le prime due sconfitte. Invece i Wizards impattarono la serie e sorpassarono in gara 5 con una prodezza allo scadere, guarda caso, di Gilbert Arenas. Quella serie finì 4 a 2 per Washington che venne annientata dai Miami Heat di O’Neal e Wade al turno successivo. La strada, però, era quella giusta.
2005/2006 si traduce consacrazione. Gilbert gioca 80 partite su 82, segnandone 29 a serata, smazzando 6 assist. Ai playoff questa volta i Cavaliers di LeBron James, e le medie per il talento da Tampa si alzano ancora, se possibile: 33 di media a partita con una facilità disarmante, quasi irriverente.
Il 17 dicembre del 2006 ne scrive 60 contro i Lakers segnandone 16 in un tempo supplementare: poi, ad inizio aprile, il ginocchio cede. Out for the season, con i Wizards che arriveranno comunque ai playoff salvo uscire al primo turno senza nemmeno l’illusione di poterci provare.

Il 31 ottobre il grande ritorno con 34 punti, poi un altro stop. Il ginocchio non risponde positivamente allo sforzo, serve un altro intervento, altri 5 mesi fuori dal campo. Il ritorno per i playoff fu inutile, Washington ancora una volta annientata al primo turno con un Gilbert Arenas visibilmente in difficoltà. Eppure, i Wizards tirarono fuori un altro contratto galattico per il numero 0: Sempre 6 anni, a 111 milioni.

Nel 2010 il gesto che segnerà la fine di un campione. Uno squarcio in una tela come Lucio Fontana, ma quella di Gilbert non è un opera d’arte. È la vigilia di Natale, Arenas discute con Javaris Crittenton, compagno di squadra a Washington: negli spogliatoi Agent Zero prende in mano una pistola nascosta nel suo armadietto, Crittenton risponde con la stessa moneta. La puntano uno in faccia all’altro, poi tutto torna alla normalità. Il 6 gennaio del 2010, il giorno del suo ventottesimo compleanno, David Stern lo sospende ufficialmente. Adidas taglia il contratto, Gilbert è solo, come Lute che tanto aveva creduto in lui. Nel dicembre del 2010 torna in Florida a Orlando, poi una breve parentesi a Memphis e l’approdo in Cina. Se esistesse un momento in cui schiacciare il tasto “pausa” nella storia di Gilbert Arenas, quel momento sarebbe proprio questo. Semplicemente perché, dopo quella follia, cominciarono  inevitabilmente a scorrere i titoli di coda sulla sua carriera.

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Ha incassato gli abbandoni e la solitudine, ha sbagliato, ha scelto male e si è creato aspettative più grandi di lui stesso. È stato criticato ed è ripartito da zero. Se l’è scritto sulla maglia per ricordarselo, ogni giorno.
Gilbert Arenas è caos e “hybris”. Hybris è eccesso e prevaricazione, è qualcosa che riguarda il passato e che influenza il presente, spesso in maniera negativa. L’avevo detto, spingendo “play” si sarebbe finiti in mezzo al caos. È il prezzo da pagare per vivere qualche minuto da Gilbert Arenas, interprete tracotante di uno sport che l’ha preso per mano e che quasi è riuscito a salvarlo dal cupo destino di chi è abbandonato a sè stesso. Non c’è il lieto fine, il sipario si è già chiuso. Eppure, per Agent Zero, non ho dubbi nemmeno stavolta. Riavvolgo il nastro, ancora una volta. Play. E, ancora una volta, caos.

 

articolo ispirato da http://www.jockbio.com/Bios/Arenas/Arenas_bio.html

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