BOSTON CELTICS

di Andrea Cassini

Durante gli scorsi playoff, in molti commentavamo lo scontro in semifinale tra Philadelphia e Boston come un antipasto di quella che sarebbe stata la finale della Eastern Conference per gli anni a venire. Ora che i Cleveland Cavs hanno lasciato il posto sul trono dell’est, in contumacia LeBron, la profezia potrebbe avverarsi da subito ma tra le due squadre – entrambe giovani, entrambe in controllo del salary cap e con un paio di franchise player a disposizione – non c’è dubbio che i Celtics sembrino quella più pronta a uscire vincitrice (nell’equazione vanno considerati anche gli irriducibili Raptors, ovviamente, ma la risata di Kawhi Leonard ci perseguita nel sonno e preferiamo pensarci il meno possibile).

Per Boston, la notizia più importante è che il quintetto fantascientifico disegnato da coach Brad Stevens è finalmente abile e arruolato: una guardia pura, Kyrie Irving, un lungo di riferimento, Al Horford, e un pacchetto di ali intercambiabili, tutti in grado di difendere, impostare il gioco e creare tiri dal palleggio. Un manifesto del basket positionless che tanti frutti ha portato ai Golden State Warriors.

Non è un mistero che questi Celtics siano stati costruiti proprio seguendo il modello della Baia, con la speranza – finora ripagata – che Jaylen Brown e Jayson Tatum diventino due gemme coltivate in casa al pari di Steph Curry e Klay Thompson. In estate si è scelta la continuità, confermando Marcus Smart con un contratto vantaggioso e proteggendo Terry Rozier. Anche Aron Baynes, Marcus Morris e Daniel Theis restano nella banda. Un segnale piuttosto chiaro da parte di Danny Ainge, uno che di solito è velocissimo a premere il dito sul grilletto delle trade: si può vincere già quest’anno. Kyrie Irving, nelle dichiarazioni del media day, ha rafforzato il concetto: all’orizzonte (piatto) di giugno vede una finale in sette partite coi Warriors.

La sfida più ostica per coach Stevens sarà inserire Gordon Hayward nelle rotazioni ben rodate della scorsa stagione, mantenendo la pazienza necessaria per un giocatore che torna dopo un infortunio così grave, ma senza tarpare le ali di Jayson Tatum – emerso come leader offensivo negli scorsi playoff – né sprecare la brillantezza di Smart e Rozier. Per puntare in alto servirà lo stesso Al Horford versione extralusso visto nel 2018 – la sua freschezza fisica non è scontata, considerando l’alto chilometraggio – e un Irving centrato sull’obiettivo: le sirene della free agency rischiano di distrarlo, specialmente quelle provenienti da New York, anche se lui ha rassicurato i tifosi esternando la sua volontà di prolungare l’esperienza ai Celtics.

 

 

BROOKLYN NETS

di Davide Romeo

I Brooklyn Nets si preparano ad affrontare un’altra stagione di lenta ricostruzione, col GM Sean Marks e il coach Kenny Atkinson che cercano di risalire la china dopo le scellerate decisioni prese dal front office dal 2013 in avanti. 

Nelle ultime due stagioni i Nets hanno compiuto dei notevoli passi avanti dal punto di vista manageriale, riuscendo a pescare con scelte basse giocatori utili alla causa e di discreto potenziale. Dal punto di vista tattico, Atkinson sta forgiando una squadra che punta a sviluppare una fase offensiva a ritmo elevato e a prendere tiri ad alta percentuale – il cosiddetto pace and space – e al contempo si dimostra molto solida difensivamente. I Nets sono stati una delle squadre più efficaci nel difendere la zona più vicina al canestro e il tiro da tre avversario, ossia le aree dove le moderne tattiche NBA concentrano di più le loro azioni d’attacco.

Il loro limite più grande è la mancanza di una stella, potendo vantare a roster solamente giovani di prospettiva ancora in fase di sviluppo o veterani a basso costo. Ma le fondamenta sono state gettate: ora che non ci sono più contrattoni a intasare il salary cap (con tanti saluti al povero Mozgov) e che finalmente potranno ottenere di nuovo una scelta al primo giro al Draft, si può guardare con ottimismo al futuro e ad una stagione che sarà sicuramente molto importante per le prospettive della franchigia.

D’Angelo Russell si candida nuovamente al ruolo di leader della squadra. Se il giovane playmaker riuscirà a trovare concretezza, solidità in difesa e soprattutto a evitare infortuni, potrebbe essere la stagione del suo breakout. A contendergli il posto da titolare c’è il candidato al Most Improved Player Spencer Dinwiddie, che la stagione di breakout l’ha appena avuta: una delle migliori point guard nei recuperi e nelle gag su twitter, ma tiratore non eccelso, ha sicuramente avuto un ruolo chiave dopo gli infortuni a Jeremy Lin e a Russell. Il nuovo arrivato Shabazz Napier viene da una stagione positiva a Portland e potrebbe dire la sua se riuscisse ad entrare in rotazione. La guardia titolare sarà Allen Crabbe, che dopo qualche difficoltà iniziale ha decisamente trovato il giusto ritmo in attacco nella seconda metà di campionato, riuscendo a realizzare addirittura 41 punti contro i malcapitati Bulls.

Caris Levert, anch’egli chiamato in causa dai numerosi infortuni alle guardie, ha dimostrato grandi doti di playmaking e può ricoprire egregiamente tre ruoli.

L’ala piccola titolare potrebbe essere Joe Harris, cecchino alla distanza che, numeri alla mano, è il giocatore più efficace della lega nell’attacco in entrata (anche più di Lebron!) e ormai un tassello chiave per l’attacco dei Nets. Sarà in ballottaggio con Demarre Carroll che si è rivelato prezioso come elemento di esperienza in una squadra molto giovane. Il veterano ha trovato grande costanza di rendimento ed è riuscito a tornare ai livelli di qualche anno fa, superando gli infortuni con cui aveva battagliato negli ultimi tempi a Toronto. Completa il reparto il rookie Dzanan Musa, al momento ai box per un infortunio riportato in nazionale: la sua abilità di tiratore sugli scarichi potrebbe risultare utile nel corso della stagione.

Occhio a Rondae Hollis-Jefferson, power forward che interpreta al meglio l’accezione moderna del ruolo: atletico, versatile, impetuoso, la sua crescita ricorda per certi versi quella di Draymond Green. Troverà sicuramente minuti il veterano Jared Dudley, e forse anche il rookie Kurucs che sarà però impiegato principalmente in G-League.

Jarrett Allen si è rivelato una delle steal dello scorso Draft: il giovane sophomore è letale nelle situazioni di pick’n roll e molto efficace nella difesa del ferro. Se riuscirà a migliorare la difesa sul gioco a due avversario potrà davvero diventare un’icona dei Nets, e si trova sicuramente nella realtà ideale per poter sgrezzare il proprio talento. Le sue riserve saranno due grandi rimbalzisti, Ed Davis e l’ex team USA Kenneth Faried: quest’ultimo, in particolare, in cerca di riscatto dopo stagioni difficili dentro e fuori dal campo.

I playoff non sono un obiettivo irraggiungibile, in un Est “povero” come quello di quest’anno, ma non sembrano ancora alla portata di questi Nets. In più, potendo usufruire per la prima volta di una propria scelta al draft, forse risulterebbe addirittura sconveniente cercare di arrivare a tutti i costi alla postseason, col rischio di restare fuori di poco e trovarsi con una pick bassa. Sembra più logico aspettarsi un’altra stagione di quieto progresso per la franchigia di Brooklyn, in attesa di trovare il tassello mancante del puzzle che potrebbe renderli una mina vagante.

 

 

NEW YORK KNICKS

di Giorgio Barbareschi

Scrivere dei New York Knicks è decisamente complicato. La sensazione di fondo è sempre che al management manchi un’idea chiara sulla direzione da prendere (pronto, casa Dolan?), figuriamoci un progetto vincente che da queste parti non si vede ormai da tempo immemore. Dopo la finale NBA persa dagli Spurs nel 1999 e la finale di conference raggiunta l’anno successivo, i tifosi dei Knicks hanno potuto vedere almeno una partita di playoff al MSG soltanto in cinque occasioni, con un unico passaggio al secondo turno datato 2013.

Negli ultimi quattro anni la situazione è addirittura precipitata, con le fallimentari esperienze in panchina di Kurt Rambis, Derek Fisher e Jeff Hornacek e l’ancor più fallimentare gestione di Phil Jackson, fenomeno in panchina se ce n’è mai stato uno ma incomprensibile in quasi tutte le sue decisioni come GM (tipo dare 72 milioni in 4 anni a Joakim Noah o cose del genere).

In pratica soltanto la scelta al draft di Kristaps Porzingis, peraltro al tempo salutata con sonori fischi, può essere salvata dell’intero quinquennio appena concluso, perché il lettone è davvero un giocatore speciale: un unicorno di quasi 220 centimetri in grado di mettere palla per terra come una guardia e di tirare con profitto praticamente da qualunque posizione del campo. Purtroppo “Porzi” non sarà disponibile per la partenza di questa stagione, anzi è possibile che non lo vedremo sul parquet fino all’inizio della prossima. Tutto dipenderà dal rendimento nella squadra nei primi mesi, se i Knicks dovessero languire nei bassifondi della classifica all’alba di dicembre/gennaio allora è probabile che il lettone venga tenuto precauzionalmente a riposo fino al giugno prossimo, anche perché una scelta di lotteria al draft 2019 farebbe sicuramente comodo in prospettiva futura.

In contumacia Porzingis i gradi di capitano saranno nelle mani di Tim Hardaway Jr, rifirmato a cifre un po’ altine ma reduce da un paio di ottime stagioni, ed Enes Kanter, che nella Grande Mela ha espresso finora il suo miglior basket anche se di difendere, come sempre, non se ne parla.

In cabina di regia si spartiranno i minuti Trey Burke, Emmanuel Mudiay e Frank Ntilikina. Nessuno dei tre può essere al momento considerato un starter NBA ma nel complesso potrebbero produrre qualcosa di decoroso per la causa blu-arancio.

Dall’ultimo draft sono arrivati due giocatori decisamente interessanti. Kevin Knox, selezionato con la nona chiamata assoluta, ha fatto sfracelli nella Summer League (oltre 21 punti di media), mostrando un atletismo fuori dal comune sebbene accompagnato da un tiro decisamente erratico (35% dal campo). L’altro rookie sarà Mitchell Robinson, scivolato al secondo giro fino alla numero 36 per i suoi problemi con la NCAA, che potrebbe però passare agli annali come steal of the draft se trovasse il modo di esprimere con continuità l’enorme talento fisico di cui dispone.

A completare il roster troviamo Mario Hezonja, Courtney Lee, Noah Vonleh, Lance Thomas e Ron Baker: tutti giocatori singolarmente discreti per carità (vabbè, forse non proprio tutti), ma niente che possa incidere granché nella casella delle vittorie complessive della squadra.

In panchina è arrivato David Fizdale, autentico idolo del web dai tempi del “Take that for data” sbattuto in faccia alle telecamere di quando allenava i Memphis Grizzlies, che è sicuramente un upgrade rispetto ai predecessori ma che avrà parecchio da rimboccarsi le maniche se vorrà riportare il basket giocato a New York anche da metà a aprile in poi. Ad occhio sembra però che Spike Lee e soci dovranno aspettare ancora per un altro po’.

 

 

 

PHILADELPHIA 76ers

di Davide Romeo

L’esplosione dei Sixers è finalmente arrivata nel corso della scorsa annata, in cui si sono affermati come una delle nuove powerhouse dell’Est. 16 vittorie consecutive nelle ultime 16 partite stagionali e un ottimo debutto nella prima serie con i Miami Heat, poi l’eliminazione per mano di una Boston rimaneggiata e le dimissioni (con scandalo pubblico) del GM Colangelo hanno rappresentato una sorta di passo indietro per una delle squadre più intriganti dell’intera lega. Philly non è riuscita ad assicurarsi un top free agent, e durante l’estate ha perso due elementi importanti della seconda metà dell’ultimo campionato in Belinelli e Ilyasova. L’obiettivo è stato quindi non appesantire troppo il libro paga, rinnovando i veterani e ingaggiando comprimari low-cost, per restare competitivi ma al contempo avere margine di manovra durante la prossima offseason. L’obiettivo non dichiarato è probabilmente la finale di Conference, ma i Sixers non sembrano ancora attrezzati – né sembrano puntare – ad un serio push per il titolo.

Ben Simmons ha dimostrato di essere, già alla sua prima stagione, un top della lega: il suo atletismo, l’immensa visione di gioco e la fisicità che in grado di fornire in difesa lo rendono un giocatore unico, ma dovrà sviluppare un jumpshot affidabile per realizzare il suo sconfinato potenziale. Molto ci si attende anche da Markelle Fultz, che deve ritrovare fiducia nei propri mezzi per portare i 76ers al salto di qualità decisivo, avendo tutte le abilità per riuscirci. TJ McConnell fornirà intensità in difesa e solido playmaking quando necessario, col veterano Bayless ormai ai margini della rotazione.

JJ Redick partirà titolare come shooting guard – dedicandosi prevalentemente allo shooting, appunto – finché Fultz non registrerà significativi miglioramenti. Il rookie Landry Shamet potrebbe avere un discreto minutaggio nella prima parte della stagione, visto che Zhaire Smith sarà fuori fino a Natale e Shake Milton giocherà spesso in G-League.

Il nuovo arrivo Wilson Chandler, anche lui fuori per un problema al quadricipite, è un veterano che punta a insidiare il posto da titolare di Robert Covington, che al momento rimane difficile da scalzare dal quintetto. Forse il miglior 3&D della lega insieme ad Ariza, la sua presenza è fondamentale per gli equilibri della squadra. I numerosi infortuni sugli esterni concedono anche al cecchino turco Furkan Korkmaz l’occasione di strappare un posto in rotazione.

Dario Saric, seppur oscurato dalla popolarità dei compagni, ha avuto un grande progresso ed è ormai prezioso per la sua versatilità e le abilità realizzative.

Alle sue spalle si alternerà il duo composto da Amir Johnson e Mike Muscala, entrambi in grado di giocare anche da centro, per fornire più energia sotto le plance e una maggior presenza a rimbalzo.

Joel Embiid, la personificazione del Process di Sam Hinkie, ha già dichiarato di puntare al titolo di MVP, e non sembra un’ipotesi così balzana. La definitiva consacrazione dello scorso anno lo pone di diritto tra i centri più dominanti degli ultimi anni, e sembra aver risolto anche i problemi fisici che lo hanno costretto in infermeria per le prime stagioni della sua carriera. Con la partenza di Lebron verso Ovest, sarà lui il nuovo King Of The East?

 

 

 

TORONTO RAPTORS

di Andrea Cassini

Difficile valutare quale sia stato il trasferimento più importante nell’estate canadese: la trade di Kawhi Leonard per Demar Derozan o la firma di LeBron James per i Los Angeles Lakers? Senza più la canotta numero 23 dei Cavs a terrorizzare i sogni dei Raptors come il famigerato meteorite del paleocene, Toronto può finalmente sperare di emergere vittoriosa dalla competizione a est coronando stagioni di grande continuità. Ma l’ultima, cocente eliminazione ai playoff non è stata senza conseguenze. Il primo a pagare dazio è stato coach Dwane Casey, a cui non è bastato reinventare un attacco ormai consolidato, accelerandone il ritmo e allargando gli spazi, al punto da guadagnarsi il trofeo di Coach of the Year. Per insistere ancora di più sul pace & space, Masai Ujiri promuove a head coach Nick Nurse, assistente dal 2013 e principale architetto della fase offensiva.

C’era aria di rebuilding, ma la sempre illuminata dirigenza canadese ha optato per una strategia intermedia imbastendo una trade che ha fatto scalpore ma che, in effetti, si è risolta in una situazione win-win per entrambe le squadre coinvolte. Toronto si aspetta di trovare un Kawhi Leonard in piena forma fisica, e l’esordio nella pre-season lascia ben sperare, per dare una svolta su entrambi i lati del campo e svecchiare la leadership di Kyle Lowry: l’idea è di conquistare Kawhi col calore del pubblico di casa, convincendolo a firmare un’estensione un po’ com’è successo a Paul George, da promesso sposo coi Lakers a colonna dei Thunder. Vista la reticenza del suddetto Leonard e le oscure trame ordite dallo zio e agente Mitch Frankel, principale imputato per la frattura creatasi tra il suo assistito e gli Spurs, non sarà facile intercettarne le intenzioni ma se nella prossima estate Kawhi decidesse di spostarsi a sud del confine, poco male: i Raptors ripartiranno con serenità, con una bella batteria di giovani e un’altra annata competitiva nel carniere.

Nonostante i cambiamenti, Toronto si porta in eredità un bel bottino dalla stagione 2018: la produzione ad alti livelli di Lowry e Serge Ibaka, ad esempio, e una panchina profondissima che si è imposta come second unit più brillante della lega guidata dalla sorpresa Fred VanVleet – che per avere un nome da ciclista fiammingo, è davvero un bel giocatore di basket. In prospettiva, la produzione delle riserve Raptors può migliorare ancora, e non di poco. OG Anunoby e Pascal Siakam hanno ampi margini di miglioramento: il primo è un 3 & D che ambisce a un posto nello starting five, il secondo è un lungo atletico con un interessanti sviluppi nelle skill dal perimetro, utilissimo per compensare le mancanze di Jonas Valančiūnas, in scadenza di contratto, mai veramente esploso in una NBA che gira tutta intorno alle spaziature. CJ Miles e Danny Green ingrossano il pacchetto dei tiratori e portano esperienza, Greg Monroe arriva a gettone per rimpiazzare Jacob Pöltl, lasciato partire senza troppi patemi per San Antonio.

L’altra faccia della medaglia è l’ingeneroso sacrificio imposto a DeMar DeRozan, un All Star di poche parole e poche pretese che si era affezionato a pubblico, squadra e città con una sincera passione. Recapitargli in dono un biglietto di sola andata per il Texas non è stato un gesto tra i più umani, specialmente considerando la mole di lavoro investita da Derozan per evolvere il proprio stile di gioco, ma dal punto di vista del business la scelta è legittima: nonostante il carattere capriccioso, Leonard vanta uno starpower maggiore. Per sciogliere lo stallo e puntare alle Finals, serviva una scommessa audace.

 

 

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