ATLANTA HAWKS

di Giorgio Barbareschi

Dal 2008 al 2017 gli Atlanta Hawks hanno centrato i playoff per dieci stagioni consecutive, traguardo non certo semplice da raggiungere nella NBA odierna (citofonare per referenze a casa dei tifosi dei Sacramento Kings, che non vedono una gara di postseason dai tempi di Giulio Cesare).

In questo lasso di tempo la formazione della Georgia si è anche resa protagonista di una stagione da 60 vittorie (record di franchigia), terminata soltanto in Finale di Conference di fronte a quell’insormontabile ostacolo a nome LeBron James. Dopo soli tre anni da quella memorabile cavalcata, gli Hawks si presentano ai nastri di partenza della stagione 2018/19 come la probabile peggior squadra di tutta la Lega.

Il processo di totale rebuilding ha coinvolto tutti, dal roster allo staff tecnico, ed è partito con l’arrivo in Georgia nel 2017 del nuovo President of Basketball Operations Travis Schlenk, ex vice-GM dei Golden State Warriors. Lasciati partire tutti gli All Star che nel corso degli anni avevano fatto le fortune della franchigia (Jeff Teague, Paul Millsap, Kyle Korver, Al Horford) e liberatisi senza troppi rimpianti del contratto di Dwight Howard già nella passata offseason, i nuovi Hawks sono un gruppo di giovani guidato da un allenatore (Lloyd Pierce) alla sua prima esperienza da head coach NBA. Ma se il presente è sicuramente molto nebuloso, il futuro potrebbe invece riservare qualche speranza.

In cabina di regia il titolare sarà Trae Young, il folletto da Oklahoma che tanto ricorda il giovane Stephen Curry. Raggio di tiro potenzialmente illimitato e sottovalutate doti di playmaking (come Steph), restano però gli ovvi dubbi su un fisico molto ridotto per gli standard NBA (idem). Dire se saprà ripetere gli strabilianti risultati del suo illustre modello è molto difficile, di certo gli Hawks sono andati all-in su di lui sacrificando la possibilità di mettere a roster quel Luka Doncic che assomiglia tanto ad una superstar in-the-making. A coprirgli le spalle ci sarà Jeremy Lin, reduce da un intervento al ginocchio, che attende ancora di ritrovare la pozione magica bevuta in quelle due leggendarie settimane newyorkesi ma che perlomeno si è tagliato quelle improponibili treccine sfoggiate durante la sua permanenza ai Brooklyn Nets.

In guardia, accanto al veteranissimo Vince Carter giunto ad Atlanta per la tappa finale della sua carriera, troviamo Kent Bazemore, il cui contratto da oltre 37 milioni nelle prossime due stagioni rende molto complessa una cessione che il suo front office spera invece di completare entro breve.

Nel ruolo di ala piccola Taurean Prince sarà chiamato a consolidare i progressi fatti nella seconda parte della passata stagione (19 punti e quasi 5 rimbalzi di media dopo la pausa dell’All Star Game) per diventare uno dei leader di questo gruppo. Il suo backup sarà DeAndre Bremby, giocatore che potrebbe trovare minuti grazie alla sua energia ma che nelle sue prime due stagioni ha faticato terribilmente a rimanere integro fisicamente.

Photo by Scott Cunningham/NBAE via Getty Images

Nonostante sia passato abbastanza sotto-traccia nella sua prima stagione NBA, la vera pietra angolare del futuro degli Atlanta Hawks è rappresentata dal giocatore che occuperà lo spot di ala forte titolare. John Collins è un lungo dinamico, atletico e dotato anche tecnicamente. I “soli” 10.5 punti e 7.3 rimbalzi portati a casa nei circa 24 minuti sul parquet concessi da coach Budenholzer nella passata stagione possono trarre in inganno: qui c’è materiale da potenziale All Star e nella passata Summer League di Las Vegas Collins lo ha ampiamente dimostrato, dominando le gare apparentemente senza sforzo quasi fosse un uomo in mezzo a un gruppo di bambini. Nel suo ruolo sarà interessante vedere quanto spazio riuscirà a ritagliarsi Omari Spellman, ala forte da Villanova sottodimensionata nel fisico ma dotata di un ottimo tiro dal perimetro.

In mezzo all’area gli Hawks schiereranno infine la coppia Dedmon-Len, decisamente limitata in attacco ma piuttosto valida nella metà campo difensiva. Niente per cui strapparsi i capelli ma in giro nella NBA c’è sicuramente di peggio.

In conclusione, Atlanta è una franchigia in piena fase di ricostruzione, che nella migliore delle ipotesi potrà sfiorare quota 25/30 vittorie. Nella peggiore potrebbero essere molte meno, ma un’altra scelta di lotteria al prossimo draft (in aggiunta a quelle di Cavaliers e Mavericks già incamerate) sarà di certo utile per il futuro.

 

 

 

CHARLOTTE HORNETS

di Davide Romeo

Al momento è difficile prevedere con esattezza cosa sarà degli Charlotte Hornets in questa stagione: dopo tanti anni trascorsi a cercare di sviluppare la perfetta chimica di squadra, investendo su un ristretto nucleo di giocatori, c’è stata una piccola rivoluzione. L’arrivo di Mitch Kupchak come President of Basketball Operations e l’innesto di Joe Borrego (scuola Popovich) al posto dello storico coach Steve Clifford hanno cambiato un po’ le parti in tavola, e ora gli Hornets sono un po’ un’incognita.

L’unica certezza, come sempre è stato in casa Hornets/Bobcats, è Kemba Walker. Grande scorer e leader in campo e fuori, è da tempo oggetto di voci di mercato ma sembra determinato a rimanere fedele a Charlotte. Il suo backup sarà Tony Parker, che per la prima volta nella sua carriera vestirà una canotta diversa da quella dei San Antonio Spurs: il play francese è molto calato nelle ultime stagioni ma è sicuramente ancora in grado di dare un valido contributo, se riuscirà a preservare la condizione fisica. Il rookie Devonte Graham potrebbe ritagliarsi qualche minuto grazie alla sua fisicità, caratteristica che manca alle altre due point guard della squadra. Jeremy Lamb e Malik Monk sono in ballottaggio per il ruolo di shooting guard titolare, con il primo leggermente in vantaggio. L’ex OKC è nato come specialista difensivo ma è molto cresciuto nelle ultime stagioni e ha impressionato il nuovo allenatore per la sua versatilità e il suo playmaking. Monk è già un discreto realizzatore con ampi margini di miglioramento, e partire dal pino con la possibilità di avere più palloni in mano potrebbe essere la soluzione migliore per favorirne lo sviluppo.

Photo by Kent Smith/NBAE via Getty Images

Nicolas Batum ha disputato probabilmente la peggior stagione della sua carriera, ma il ritorno a giocare nel suo ruolo naturale da ala piccola e l’entusiasmo per l’approdo in squadra del compagno di nazionale Parker potrebbero rinvigorirlo. Di certo gli Hornets si aspettano che sia uno dei leader della squadra, obiettivo che non sempre ha raggiunto nel corso delle ultime stagioni. Il rookie Miles Bridges può avere subito un impatto grazie alla sua grinta in difesa, in attesa che migliori anche il suo scoring, mentre il minutaggio di Dwayne Bacon potrebbe patire l’affollamento di esterni, nonostante le buone prestazioni del 17/18. Nel ruolo di power forward se la giocano Micheal Kidd-Gilchrist, grande promessa mancata che fa della difesa il suo punto di forza, e Marvin Williams, affidabile veterano che funge da “collante” della squadra. In attesa che Frank Kaminsky diventi (forse) lo stretch four definitivo, è probabile che l’ex stella collegiale parta dietro ai due in rotazione.

Cody Zeller, se riuscirà a stare alla larga dall’infermeria, disputerà la stagione cruciale della sua carriera: parte avvantaggiato per il ruolo di centro titolare, ma occhio ad un Willy Hernangomez e al suo tiro mortifero, mostrato in grande spolvero in questa preseason, nonché al ritorno di Bismack Biyombo nella “sua” Charlotte: lo specialista difensivo dovrà dimostrare di valere il supercontratto strappato ai Magic qualche stagione fa.

Se si riuscirà a trovare l’amalgama giusto tra vecchia guardia, coach e nuovi innesti, gli Hornets potrebbero essere degli underdogs ad Est. Anche nelle migliore delle ipotesi, tuttavia, è difficile immaginare che vadano oltre il secondo turno, e sembra più ipotizzabile che si confermeranno sui livelli della stagione scorsa.

 

 

 

MIAMI HEAT

di Marco Munno

In un sistema organizzato come quello NBA, gli Heat si ritrovano nella posizione più scomoda, quella da cui non si può scendere né salire: ben attrezzati per entrare nella griglia dei playoff, mal messi per andare oltre il passaggio al massimo di un primo turno, esattamente come successo durante la scorsa stagione, rispetto alla quale i cambiamenti a livello di personale sono stati minimi.

Se il ritorno di Dwayne Wade, all’ultima annata di una gloriosa carriera, era infatti auspicato, i tentativi di piazzare altrove i due pesanti contratti di Hassan Whiteside (25 milioni per lui in questa stagione, 27 se sfrutterà la player option nella prossima), in rotta con coach Spoelstra e di Goran Dragic (trentaduenne, anche lui con una player option per il prossimo anno che prevederebbe ben 19 milioni a pesare sul monte salari) non hanno registrato l’esito sperato.

Photo by Mike Ehrmann/Getty Images

Per tentare di migliorare le proprie sorti, il team del presidente Riley dovrà allora attingere alle risorse interne e puntare sul loro sviluppo; sperando di avere finalmente una lista infortunati svuotata, i giovani dai quali si cercherà un miglioramento saranno Bam Adebayo e Justise Winslow.

Dragic resterà il punto fermo in regia, con una maturità conclamata dai successi dell’ultimo anno passato fra Europeo vinto da MVP e prima partecipazione ad un All Star Game; fra gli esterni, mentre si ricercano novità sul recupero di un Dion Waiters fermo da fine dicembre 2017 (e in odore di cessione, causa il pessimo rapporto fra stipendio percepito e numero di partite giocate), gli faranno compagnia un Josh Richardson in continuo miglioramento e lo stesso Winslow. Non così inferiori le seconde linee, con un Tyler Johnson nella scorsa stagione fra i migliori sesti uomini della lega, così come il tiratore compagno di squadra Wayne Ellington (diventato lo scorso anno nuovo recordman di triple segnate in un singolo campionato NBA partendo dalla panchina, nonché primatista assoluto di triple in un’intera stagione degli Heat); il tutto senza dimenticare gli ultimi lampi di “Flash” Wade e i progressi che in preseason ha fatto intravedere Rodney McGruder.

Sotto le plance invece, a un Hassan Whiteside poco incline a un gioco che coinvolge spesso i lunghi fuori dall’arco, farà compagnia almeno inizialmente James Johnson, l’ex lottatore di arti marziali miste, playmaker aggiunto della squadra; non è certamente da escludere che nei momenti in cui la partita conterà di più, quest’ultimo si ritroverà in coppia con un altro giocatore che conosce le maniere forti come il bianco tiratore Kelly Olynyk (sempre che Adebayo non confermi i progressi lasciati intravedere in estate, scalando le gerarchie).

Nella scorsa stagione Spoelstra ha superato addirittura il mentore Pat Riley quale coach con più vittorie nella storia della franchigia

Un gruppo che quindi presenta tante diverse possibilità di schieramenti, ma nessun campione di livello nettamente superiore agli altri; vera stella della squadra risulta allora quel coach Erik Spoelstra: fra i migliori 5 dell’intera lega, dopo i 2 anelli vinti trascinato dai talenti di LeBron James è il primo insegnante della decantata Heat culture, con un attacco che fa del continuo movimento, delle letture, delle spaziature e delle responsabilità condivise la sua forza. Proprio quella idea di pallacanestro che potrebbe portare Miami ad approfittare degli eventuali scivoloni, sia in stagione che in post season, dei teams che ora sembrano più attrezzati.

 

 

 

ORLANDO MAGIC

di Marco Munno

Senza andare a scomodare le Finals del 2009, dal lontano 2012 i Magic cercano almeno di non chiudere le stagioni già ad aprile, inanellando tentativi di ricostruzione abortiti dopo mosse di mercato rivelatesi poco felici (dall’aver svenduto Dario Saric per un Elfrid Payton a sua volta regalato, alla quinta scelta assoluta del 2015 con cui fu selezionato Mario Hezonja, passando per la cessione di Tobias Harris per İlyasova e Jennings o quella di Oladipo e Sabonis per Serge Ibaka come principali esempi). Questa offseason non risulta un’eccezione rispetto al copione consueto: nuovo allenatore con Steve Clifford, il quinto negli ultimi 5 anni.

Rispetto al solito, però, non sembrano essere state effettuate mosse di cui pentirsi particolarmente: innanzitutto, è arrivato il rinnovo di contratto che investe pienamente Aaron Gordon del ruolo di leader della squadra (a cifre quasi convenienti, visto il mercato, con un quadriennale da 76 milioni garantiti complessivi).

Sono stati poi confermati Evan Fournier e Jonathon Simmons: entrambi saranno fondamentali in rotazione (col secondo provato in preseason nel ruolo di sesto uomo per far spazio a Wesley Iwundu), assicurando nel caso del francese tanti punti (17.8 a gara nella scorsa stagione) e nel caso dell’ex di San Antonio diligenza e sostanza in entrambe le metà campo.

Inoltre, con la sesta scelta assoluta, la serata del draft ha visto Mohamed Bamba aggiungersi al roster; con un corpo di 2 metri e 13 d’altezza e 239 centimetri di apertura alare (!!!), presenta un physique du rôle che potrebbe far bella figura anche nel locale parco di Disneyworld, abbinandovi un eccellente atletismo e con una grande coordinazione nei movimenti, tale da portarlo anche a tirare da 3 punti.

Le note positive in quel di Orlando però sono quasi tutte terminate; ad esempio la dirigenza non è riuscita a trovare acquirenti per Nikola Vucevic, destinato a partire ancora almeno all’inizio come centro titolare, ma sul mercato in quanto la società non pare più intenzionata a puntare sulle sue doti offensive di assoluto livello, dal gioco in post fino al tiro anche oltre l’arco, accompagnate però da una presenza difensiva quasi inesistente.

Inoltre, non è arrivato un playmaker che potesse riportare D.J. Augustin al ruolo più congeniale di cambio; verrà proposto ancora lui come titolare, in un ballottaggio non certo entusiasmante con Jerian Grant. La panchina quindi presenta ancor meno alternative, con Terrence Ross a sembrare l’unico in grado di far rifiatare i componenti del quintetto, in attesa che Jonathan Isaac dimostri di valere la sesta chiamata assoluta nel draft dello scorso anno, dopo esser stato praticamente sempre frenato da problemi fisici.

Va davvero glorificato il miglior assistman dell’annata con queste cifre?

Insomma, qualche miglioramento si è visto, ma è ancora presto per ripetere in modo continuativo mesi come lo scorso ottobre dal 71% di vittorie; sembra invece probabile per i Magic un’altra annata da esclusi dalla post season. Con la speranza dal maggior fondamento, però, di non ritrovarsi a fine stagione solo di fronte a magrissimi traguardi di cui vantarsi.

 

 

 

WASHINGTON WIZARDS

di Matteo Soragna

Se esiste una squadra che da qualche anno vive su equilibri precari è proprio quella di Capital City. In conferenza stampa all’opening day coach Brooks ha detto chiaramente “Basta parole” e altrettanto chiaramente alcuni giocatori hanno iniziato con dichiarazioni poco accomodanti.

La scorsa stagione sono arrivati ottavi nel non fantasmagorico Est, e i Cavs senza LeBron dovrebbero essere destinati a soffrire per guadagnarsi la post season; i Wizards, con i nuovi innesti, sono obbligati ad ambire a un piazzamento migliore in griglia.

Il talento negli esterni è sotto gli occhi di tutti, con Porter che per quattro stagioni consecutive ha migliorato quasi tutte le voci statistiche principali. Nell’ultima ha portato alla causa della squadra quasi 16 pts, oltre 6 rimbalzi e ha tirato con oltre il 44% da tre punti, oggettivamente dei gran numeri.

Beal si è unito a Wall nella lista delle guardie All-Star ma il secondo non sembra negli anni aver riconquistato i compagni che, più o meno velatamente, hanno fatto capire che nel periodo di assenza della scorsa stagione la squadra ha giocato veramente da squadra, passandosi molto di più la palla. Resta il fatto che Wall ha viaggiato a quasi dieci assist di media, non pochissimi.

Sacrificato Gortat si è puntato su Dwight Howard, non proprio il compagno di squadra più trascinante e amato del mondo. Alla terza squadra in tre anni, dopo essere stato cacciato da L.A. (vs Kobe) e Houston (vs Harden) l’ex prima scelta di Orlando ha dichiarato di aver lavorato questa estate sul suo tiro da tre punti…

6/63 in carriera

Gli spazi creati dalle guardie e il PnR con Wall possono essere devastanti, e molto dipenderà dalla voglia di Howard di tenere il loro ritmo in mezzo al campo. Se funziona, vuol dire che Bradley Beal avrà spazio per tirare piedi per terra o per attaccare i close out con la sua tecnica e il suo talento.

In uscita dalla panchina gli esterni hanno tanti punti nelle mani con Oubre jr che ha prodotto molto in poco più di 27 minuti (quasi 12 pts e 4.5 rimbalzi), Satoransky che nel periodo di assenza di Wall si è guadagnato minuti e rispetto da tutti, Austin Rivers che lontano dalla protezione (e dalla pressione) di papà vorrà far vedere che tutto quello che ha se lo è meritato e Jeff Green in cerca di rivalsa dopo una stagione fatta di molti bassi e pochi alti nel contesto di Cleveland che sicuramente non lo ha aiutato: giocare da 4, non per aprire il campo ma per attaccare gli spazi creati dagli altri, e da 3 per dare più taglia in difesa, saranno i suoi obiettivi.

A mettere un po’ di pepe ci ha pensato Markieff Morris dichiarando che i Celtics non sono mai stati superiori a Washington. Mah.

Sono una squadra molto profonda (uno dei punti critici è se tutti si adatteranno all’idea di dividere e condividere il palcoscenico) e di conseguenza le aspettative saranno altissime. Molto dipenderà da quanto questo gruppo renderà sotto pressione o se alle prime difficoltà esploderanno.

Giunti all’ennesima conferma del blocco di giocatori che li ha portati a questo livello (senza mai andare) oltre, Washington è arrivata probabilmente all’ultima chance di ottenere qualcosa di più che uscire al primo turno. Può essere che inizieranno a pensare anche ad altre strategie dopo che tantissime franchigie stanno rivoluzionando allo scopo di percorrere strade diverse.

 

 

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