Gli scorsi Australian Open, oltre all’encore concesso da Nadal e Federer in finale a tutti gli amanti del tennis che li hanno ammirati scontrarsi negli ultimi 13 anni, hanno visto Serena Williams imporsi per la ventitreesima volta in uno Slam, salendo così al secondo posto in solitaria per questa particolare graduatoria, staccando Steffi Graff e portandosi a una sola distanza dal record detenuto da Margaret Smith Court.
Lasciando a luoghi più consoni le discussioni su quale posizione occupi Serena tra le migliori tenniste della storia, nessuno può comunque negare il regno di terrore da lei imposto su tutta la categoria.

Ora torniamo a un altro Australian Open, quello del 1998: le sorellone Williams (entrambe minorenni ai tempi) dichiararono spavaldamente di poter tenere testa a un n.200 del ranking maschile. Rispose alla chiamata l’estroso Karsten Braasch, al tempo 203esimo nella classifica ATP, uno con la viziosità di grado 7.9 della scala Gascoigne, al punto che si accendeva spesso e volentieri una sigaretta sfruttando le pause per il cambio campo.
Pur concedendosi bacco e tabacco a volontà anche durante questo match intergender, il tedesco liquidò Serena con un perentorio 6-1 e Venus (fresca di eliminazione ai quarti del torneo per opera di Lindsay Davenport) concedendo appena un game in più.

Non si hanno memorie di una “battaglia dei sessi” ad alti livelli per quanto concerne il basket, anche se non sarebbe difficile prevedere risultati ancora più scoraggianti per l’eventuale team femminile, dovendo aggiungere variabili non da poco come il contatto fisico diretto e i differenti ritmi di gioco sostenibili.
Eppure in Lettonia, ad appena una ventina di km dalla futura casa Porzingis, trascorse i primi anni di vita la cestista che teoricamente più di altre avrebbe potuto mettere in difficoltà qualche maschietto.
Il suo nome? Uljana Semjonova. Le sue dimensioni? Circa 215 centimetri per 130 kg. Per quanto riguarda le scarpe, “Questo 57 mi è un po’ stretto, non potrebbe andare a vedere se è rimasto un numero in più in magazzino?”.
Un potenziale distruttivo pari a quello di un manipolo di bogatyr; mettendo sul piatto anche la stazza e l’origine esteuropea, mai siamo stati così pericolosamente vicini a un’incarnazione antropomorfa della tata in Conte Dacula.

Una carriera limitata solo da quell’ala destra perennemente infortunata.

Per comprendere appieno l’unicità di questa fenomenale giocatrice è necessario muoversi a ritroso fino agli ossimorici anni roventi della guerra fredda, concentrandoci logicamente sul lato sportivo.

Mentre cercate il vostro colbacco buono della domenica lasciamo che il motore della nostra macchina del tempo si scaldi e ascoltiamoci un pertinente classico di Elton John.

 

YOU’RE A BIG GIRL NOW

Abbiamo già avuto modo di confutare ampiamente la teoria secondo la quale nel basket maschile un’altezza fuori dal comune andrebbe a braccetto con la capacità di dettare legge sul rettangolo di gioco.

In campo femminile è molto più difficile smontare tale tesi, specie quando le tacche su metro e bilancia sono sovrapponibili a quelle di un Marc Gasol.

Uljana fu vittima infantile dell’acromegalia, una disfunzione dell’ormone della crescita che nel suo caso è degenerata in gigantismo: ciò comportò, oltre a un viso gonfiato e taglie XXXL di mani e piedi, anche quella verticalità fuori scala. Un po’ come Andrè The Giant, Carel “Lurch” Struycken e Shrek.

Rispetto all’orco verde riuscì almeno a evitarsi le complicazioni causate da una colonna sonora degli Smash Mouth

Per evidenziare ulteriormente l’eccezionalità della Semjonova, basti considerare che attualmente la donna vivente più alta al mondo misura appena 6 centimetri in più di lei, mentre la cestista media in WNBA durante la stagione 2003 si fermava attorno ai 180 centimetri. 5 anni dopo, un calcolo parallelo sulla statura dei partecipanti alla NBA portava a un risultato di 2 metri tondi.

Questo significa anche che la ginnasta pluricampionessa olimpica  uscente Simone Biles, 1.45 a dir tanto, arriva ad appena 2/3 di questa colossale ex cestista.

Tecnicamente lituana di nascita (Zarasai) ma lettone di adozione (Medumi), Ula venne alla luce in una modesta famiglia di fattori ortodossi il 9 Marzo 1952, appena qualche mese prima della morte di Joseph Stalin.

Un notevole tempismo per beneficiare del burrascoso processo di destalinizzazione attraverso il cosiddetto “scongelamento di Kruscev”, che portò con sé una serie di effetti collaterali nella vita quotidiana del popolo russo, con ripercussioni che interessarono anche il mondo dello sport.

L’URSS, da poco affiliata al movimento olimpico, scelse difatti di puntare forte sullo sviluppo dell’attività agonistica, vista ora come un ulteriore strumento per dimostrare agli occhi del mondo la propria superiorità durante la Guerra Fredda, cercando un metodo di propagandare le proprie idee in maniera democratica e, per quanto possibile, non violenta.

Avvalendosi di moderne strumentazioni e rilevatori, non era raro che a quei tempi venisse ricercata per ciascun giovanissimo la disciplina cui potesse essere maggiormente predisposto.

Nel caso della Semjonova non furono probabilmente necessari gli ultimi ritrovati della tecnologia: una tredicenne che passava il metro e 80 sarebbe potuta tornare parecchio utile su di un campo da basket, anche se inizialmente venne indirizzata anche alla pallamano e al salto in alto.

Proprio a 13 anni Uljana a malincuore lasciò casa per dedicarsi alla palla a spicchi, trasferendosi a Riga, dove venne ingaggiata immediatamente dalla maggiore squadra della futura capitale della Lettonia, il TTT (Tram and Trolley Trust), entrando nella squadra maggiore dall’annata 1967/68, con la chiusura di un occhio per i requisiti minimi anagrafici non ancora raggiunti.

7 piedi e 1 pollice per gli statunitensi, quasi 2 piazze per i lettoni.

In quel momento il TTT era già campione uscente di Eurolega da 4 anni, ma grazie alla presenza della Semjonova sotto le plance la striscia perdurò ulteriormente, al punto che fino al 1975 l’Eurolega fu solamente affare del team baltico, trionfante a più riprese a scapito di squadre di grande continuità come Sparta Praga (che prese 166 punti nell’atto conclusivo del 1972) e le francesi del Clermont (schiantate per 164-120 nel 1974) : le volenterose avversarie di turno puntualmente opposero una resistenza destinata a rivelarsi più inutile che quella contro i Borg.

A questa strepitosa dozzina di titoli in filotto ne seguirono altri 3 nel 1977, 1981 e 1982.

Nell’ambito del campionato nazionale la squadra fece ancora più sfracelli, aggiudicandosi 15 scudetti nell’arco di 2 decadi.

Tutte queste vittorie da parte di una squadra periferica come quella lettone (che nel mentre stava formando anche un blocco nella nazionale sovietica), andavano di traverso alla federazione, che cercò di rifare guadagnare lustro alla scena moscovita: di tanto in tanto veniva aggregata una sorta di All-Star con le migliori giocatrici del circondario della capitale o altre selezioni regionali, da opporre alla TTT. Il risultato di tutte queste sfide però lo si può facilmente immaginare.

Neanche a dirlo, Uljana partecipò anche a 3 spartachiadi (una sorta di olimpiadi tra gli stati del blocco comunista), in cui la Lettonia competé come nazione a sé, garantendo un terzetto d’ori. Tanto per ribadire chi fosse il vero fattore X in una compagine russa inarginabile, come vedremo tra poco.

Non era solo una questione di “size matters” applicato alla palla arancio: Uljana lavorò durissimo in palestra con molta più umiltà di quella richiesta. Il suo gancio mancino poteva partire da altezze instoppabili e lei riuscì a perfezionarlo fino a farlo diventare la sua migliore arma in attacco; si raffinò grazie alla sua forza di volontà e a serie di estenuanti allenamenti che sceglieva di allungare volontariamente, costruendosi tra l’altro pure un credibile tiro da oltre la linea del libero.

Temprata da un’infanzia di ristrettezze che la rese sempre disposta alla fatica e mai avvezza alla polemica sterile, la Semjonova costruì silenziosamente la sua leggenda, non solo con il TTT, ma soprattutto attraverso  le sue performance con la nazionale dell’Unione Sovietica.

E se i funghi di Super Mario crescessero in Lettonia?

 

LE RUSSE, LE RUSSE, LE AMERICANE…

Sotto la guida della coach Lidiya Alekseyeva (con la quale non si trovò mai in sintonia, tanto che in più di un’occasione partì dalla panchina), la Semjonova partecipò dal 1968 al 1985 a 10 campionati europei, andando in doppia cifra di medaglie d’oro. Era la costanza di risultati dell’armata sovietica a spaventare, con quell’intimidatorio 0 che non si schiodava nella casella delle sconfitte e la sensazione che nessuno nel vecchio continente possa neanche lontanamente impensierirle.

Con Uljana a centroboa le rosse ridicolizzarono le avversarie ancora più che sconfiggerle. Clamorosa la cavalcata  nell’esordio continentale per la Semjonova, negli Europei svolti in Italia. Risultato? Scarto medio rifilato 47,5 punti, decisamente di più di quelli che le avversarie riuscirono a segnare (meno di 40).

L’apogeo lo si raggiunse forse nell’edizione del 1970, ospitata dai Paesi Bassi quando, tra semifinali e finale, rispettivamente contro Francia e Jugoslavia, le sovietiche misero a referto 210 punti, concedendone appena 82.

Inarrestabili, anche nelle altre 8 gloriose spedizioni per l’Europa ogni volta si registrarono dei massacri così efferati da far coprire gli occhi a Ivan Drago.

Gli score della nostra in nazionale non furono quasi mai Chamberlaniani, anzi spesso si dovette “accontentare” di una quindicina di punti in media, un po’ per la permanenza in campo ridotta, al contrario di quanto accadeva al TTT (anche perché le partite andavano in garbage time prematuro, tanto che alcuni testimoni raccontano come talvolta la Semjonova rientrasse per il secondo tempo già in abiti civili), un po’ per l’abitudine delle talentuose sovietiche di privilegiare il collettivo, dividendosi equamente possessi e tiri.

Mentre nell’estate del 1972 Belov e soci shockarono il mondo infliggendo il primo dolore olimpico ai favoritissimi statunitensi, il basket femminile non era ancora contemplato nel corso dei giochi a 5 cerchi.

Uljana dovette quindi attendere un altro quadriennio prima di debuttare alle Olimpiadi, contemporaneamente alla disciplina stessa; destinazione Montreal, dove le ragazze dell’URSS partirono strafavorite per salire sul gradino più alto del podio.

Senza nulla voler togliere ai mounties, la giubba rossa più temuta del Quebec in quei giorni era quella cucita su misura per le ampie spalle di una lettone di 2 metri e 15.

Raggruppate a girone unico le 6 nazionali qualificate, la Semjonova si poté permettere di “embiidare” pure contro gli USA (che la chiamavano “il frigorifero”, con ironia e preoccupazione), annichiliti 112-77, rimanendo in campo appena 23 minuti ma portando in cascina 32+19 rimbalzi.

A marcarla c’era l’hall of famer Lusia Harris, ma anche lei giocò il ruolo di un cinese con la borsa di plastica che avesse cercato di respingere la fila di carri armati usando la forza bruta.

Uljana chiuse la competizione con 19 punti di media, uno per ogni minuto di utilizzo.

A  Mosca nel 1980, con il boicottaggio da parte degli States, le sovietiche andarono ancora più sul velluto, strapazzando le altre contendenti sia nel round robin che nella finale per l’oro, dove la povera Bulgaria non entrò mai in partita. Per Ula una permanenza in campo media di 22 minuti, fatturando altrettanti punti, cui aggiungere 12.5 carambole.

Disse addio alle Olimpiadi con un irreale 72% dal campo e una prestazione record da 21 rimbalzi in una sola partita.

Non è possibile biasimare le compagini che con scarso successo provarono in tutti i modi a ostacolare una squadra di per sé organizzatissima e che poteva pure schierare un Golia del genere in area.

Quando Uljana attaccava molto spesso gli arbitri erano portati a lasciar correre sugli interventi energici delle marcatrici di turno, forse mossi a compassione per gli inevitabili mismatch; anche queste cure di manate e strattoni però non bastavano ad arginarla.

In difesa si suonava la stessa sinfonia: un menhir inamovibile nel pitturato che complicò sempre parecchio le operazioni alle avversarie di turno; c’era un grande tempismo per la stoppata, ma sarebbe bastata anche solo quella mole, del resto c’è un motivo se a Teo Sellers segnano notoriamente in pochi.

Il primo mondiale la Semjonova lo disputò in Brasile nel 1971, in cui ebbe modo di risaltare coni suoi 24 punti a uscita; particolarmente roboante il 74-16 con cui venne umiliata la rappresentativa argentina, registrando un parziale assurdo di 32-3 nella seconda metà di partita.

La cavalcata senza macchie portò ad un 82-49 conclusivo contro le padrone di casa verdeoro per relegarle all’argento; Uljana (autrice di 35 di quegli 82) una donna sola al comando.

Nel 1975 in Colombia andò in scena pressappoco il medesimo copione: giusto la Cecoslovacchia riuscì a creare qualche grattacapo ma la vittoria finale delle sovietiche apparve come una formalità. Ula ci mise come al solito lo zampino, con 25 punti nella cruciale vittoria contro le agguerritissime giapponesi, arrivate sul secondo gradino del podio.

Saltando a piè pari l’edizione sudcoreana del ‘79, cui  l’URSS non partecipò per protesta dettata da dichiarati motivi politici, Uljana concluse la sua esperienza con le competizioni planetarie 4 anni dopo, tornando in terra carioca.

Ai mondiali brasiliani del 1983 qualcosa scricchiolò: il debutto contro gli USA vide le russe in grande affanno: sotto di 9 all’intervallo, la vittoria arrise comunque all’URSS, ma solo in volata per 85-84, grazie anche a 31 punti firmati Semjonova.

Le cestiste sovietiche vinsero anche le altre gare ma non sempre le stravinsero com’erano abituate da almeno 3 lustri; in questa incertezza crescente c’è da scommettere che non furono entusiaste di dover incrociare nuovamente le lame in finale contro le acerrime nemiche statunitensi.

Anche stavolta ultimi minuti al cardiopalma, complice un arbitraggio che fece pensare a un deliberato tentativo di interrompere l’egemonia russa nel basket femminile. Fu durissima, ma Ula e compagne ce la fecero di nuovo, 84-82. Fu l’unica occasione che, a detta della stessa protagonista, portò una nervosa Uljana (23 per lei alla sirena, top scorer) alle lacrime.

La schiacciasassi con falce e martello sembrò comunque incepparsi, il rischio che le celebrazioni potessero arrivate a capolinea nel giro di qualche anno si materializzò improvvisamente. Quanti altri festosi Casatschok in Piazza Rossa rimanevano ancora da ballare?

[Ma per ora party like a russian, end of discussion]

 

10 Luglio 1986, giornata conclusiva dei primi Goodwill Games a Mosca, torneo a girone unico a 6 squadre. L’Unione Sovietica raccolse 4 vittorie in altrettante contese, ma lo stesso ruolino di marcia poté vantare il Team USA, proprio quello che  sfiorò la conquista del mondiale brasiliano 3 anni prima e che arrivò come campione olimpico uscente dopo l’affermazione casalinga di Los Angeles 1984, pur con le numerose defezioni delle nazioni filocomuniste a ridimensionare il peso specifico di tale impresa.

La formazione sovietica, con un run’n’gun imposto da coach Vadim Kapranov (subentrato alla Alekseyeva, che si dimise proprio in seguito alla scelta della federazione di non presenziare delle olimpiadi losangeline), arrivava con un’irripetibile streak attiva di ben 152 W consecutive cominciata nel 1957, ma questo non bastò a impaurire le antagoniste; stavolta la partita non fu neppure punto a punto come nei recenti campionati del mondo, alle stellestrisciate bastò un quarto d’ora di gioco per far intendere come il wind of change nel basket in rosa arrivò con anni di anticipo rispetto a quanto cantarono gli Scorpions.

Tra le yankees spiccò una giovane Cheryl Miller (sorella di Reggie, altra leggenda del basket femminile [non Reggie, Cheryl]) con 18 punti, coadiuvata dai 17 dell’altra ala Kathrina McClain.

7.000 testimoni moscoviti assisterono sugli spalti a quello che si rivelò una sorta di Maracanazo in sedicesimo per le eroine nazionali e i loro supporter: le giovanissime 11 degli States, in cui la veterana era il pivot venticinquenne Anne Donovan (una 2.03 che riguardo i duelli con la Semjonova dirà di essersi sentita “come una mosca sulla sua spalla”), non lasciarono possibilità di replica né di dietrologie sulla condotta degli ufficiali di gara: il largo 83-60 conclusivo stavolta era davvero inappellabile.

L’unica capitolazione in nazionale la Semjonova la subì proprio in quella che si rivelò essere la sua ultima partita in rappresentanza della patria: incredibilmente, passato appena qualche giorno dalla batosta, una telefonata del medico della nazionale avvisava la campionissima di come non rientrasse più nei piani della squadra.

Solo un mese dopo, ai mondiali del 1986, le statunitensi si ritrovarono quindi la strada spianata per concedere il bis, riscoppolando sempre a domicilio l’Unione Sovietica; l’addio coatto di Uljana, che per sua stessa ammissione impiegò mesi a riprendersi dalla pugnalata, si può quindi considerare contestuale all’ideale passaggio di consegne tra le 2 superpotenze sul trono della divisione femminile.

 

BACK IN THE USSR

Nonostante le offerte fioccassero regolarmente al termine di ogni stagione sportiva (si udivano specialmente sirene allettanti da Mosca e Leningrado) la Semjonova rimase semper fi alla sua prima squadra, lasciando il TTT solo da trentacinquenne nel 1987, non senza prima conquistare anche una Ronchetti Cup ai danni di Milano.

Una volta scongiurata definitivamente la prospettiva di una guerra termonucleare globale Ula si mosse verso occidente, più precisamente al Tintoretto, squadra di Getafe, quattro passi da Madrid.

L’ingaggio era lauto sulla carta, 45.000 dollari al mese, però c’era da fare i conti con il comitato sportivo russo: il salario passava difatti prima a Mosca nelle mani dell’ente, che lo tratteneva quasi interamente, lasciando 400$ di briciole a Ulijana.

In questo quadretto paradossale, l’assoluta star della squadra era costretta ad accettare integrazioni sottobanco da parte del presidente del team, ma soprattutto da parte delle compagne di squadra, che non di rado si offrivano di pagarle i pasti e di raggranellare somme anche superiori allo stipendio netto della Semenjova.

La squadra si arrese solo in finale con il CB Tortosa, un risultato comunque mai raggiunto prima.

Ula chiuse la carriera, avvertendo i primi seri problemi collegati al diabete, con un ultimo anno in Francia presso il Valenciennes.

Con la nuova indipendenza dichiarata dalla Lettonia nel 1991, Uljana venne subito nominata a capo della Olympian Social Foundation, nata per supportare atleti ritirati in difficoltà economiche.

Costretta a muoversi spesso con l’ausilio di una stampella a causa di cronici problemi ai menischi e alla schiena, la 64enne Semjonova ricopre cariche istituzionali in patria, quando non si trova in giro per il globo per ritirare premi alla sua fantasmagorica carriera.

Si contano qualcosa come 45 tra medaglie e coppe nelle principali manifestazioni cestistiche, 15.000 punti in carriera (pur con un minutaggio medio talvolta da panchinara), atleta più popolare in Lettonia per 12 anni su 15.

Mai troppo decorata dall’URSS (pur ricevendo già nel 1976 la prestigiosa medaglia dell’Ordine della Bandiera Rossa del Lavoro), nel 2007 la Semjonova entrò di diritto nella Hall Of Fame della Fiba, con una celebrazione tenutasi a Madrid alla quale non poté partecipare di persona per problemi di salute.

Divenne con giusto merito anche la prima giocatrice non statunitense ad essere insignita di un posto nella Naismith Memorial Basketball Hall of Fame, classe del 1993.

Questa volta riuscì a presenziare e, anche se ormai in ritardo per giocarsi un discorso sull’avvicinamento tra Ovest ed Est e su come tutti noi possiamo cambiare, riuscì comunque a generare un boato dal pubblico quando, in chiusura di un intervento estremamente composto, se ne uscì con un “I Love This Game”.

Ma la Madre Russia un’altra figlia così quando ha intenzione di regalarcela?