Gioco a basket da più di vent’anni e, come tutti quelli che giocano da tanto tempo, ho affrontato avversari di tutti i tipi. In più, se aggiungete che da qualche anno ormai milito nella prima divisione della mia città, Brescia, capite bene che il catalogo dei possibili casi umani aumenti esponenzialmente.

Solo per citare qualche personaggio classico, ho giocato contro:

Il festaiolo: quello che scende in campo dopo 5 aperitivi e che è capace di smarcarsi con la sola voce.
Il panciuto: quello che anche quando marca a uomo, in realtà difende a zona.

La stella NBA mancata: che ha le scarpe di Kobe, la fascia in testa come Anthony, la fascia da braccio di Lebron, ma che alla fine ha la stessa meccanica di tiro di Pierino Locatelli, il mio meccanico di fiducia che al massimo tira porconi nell’aria.

E, ovviamente, ho giocato contro il macellaio. Quello che esce dal campo sanguinante, ma di sangue altrui.

Ho giocato contro veramente tantissime persone, ma mai mi era successo quello che è accaduto l’altra sera.

raga

Scendendo in campo, pronto per il riscaldamento, ho ritrovato improvvisamente tra gli avversari un gruppo di ragazzini che avevo allenato qualche anno fa e che ora hanno tutti tra i 18 e i 20 anni.

La mia esperienza da (vice) allenatore durò ahimè (o per fortuna loro) solamente una stagione.

La squadra era nata dall’impegno di un gruppetto di genitori e si era poi trasformata in una bellissima realtà, il Club28, che ancora oggi è un punto di riferimento per il basket giovanile e non solo del centro città.

Ricordo l’imbarazzo dei miei primi allenamenti, un imbarazzo che si sciolse piano piano grazie a questi quattordicenni e quindicenni che, grazie al cielo, pur allenandosi seriamente, iniziarono a tirarmi per il culo e a farmi ridere. Non li ringrazierò mai abbastanza per questo.

Abbiamo vinto partite memorabili, preso e realizzato tiri più improbabili dell’uso di un congiuntivo da parte di Lapo Elkan, abbiamo giocato finali a testa alta anche se ci davano per spacciati, abbiamo vinto, abbiamo perso, abbiamo preso un aereo e siamo andati fino in Spagna a giocare e a divertirci.

Trasferta in terra spagnola: inno pre-partita con tricolore

Trasferta in terra spagnola: inno pre-partita con tricolore

E tutto grazie semplicemente alla voglia della società (i genitori), alla caparbietà del loro primo allenatore e, ovviamente, all’ignoranza megagalattica di questo gruppo di scappati di casa.

Basta ricordi per 40 minuti. Torno in me. Inizia la partita.

Mi piego sulle ginocchia, l’ex-mio-giocatore che marco finta il tiro, finta la partenza verso sinistra, attacca subito partendo verso destra, palleggio, due passi, appoggio nella retina, due punti. Scaltro e pragmatico. Come gli dicevo d’essere qualche anno fa. Io sto ancora finendo di piegarmi sulle ginocchia nel frattempo.

Mentre mi siedo in panchina perché ho fatto già 3 falli, tutti per mancanza di ossigeno, vedo un altro dei miei-ex-giocatori che riceve palla, finta il tiro, palleggio arresto e tiro spezzando il polso. Bella parabola, canestro. Compostissimo. Come gli dicevo di tirare qualche anno fa.

Quello che entra dalla panchina, si mette a difendere e con la schiena dritta subisce sfondamento. Super-concentrato. Come gli dicevo di rimanere qualche anno fa.

Quell’altro ancora che fa tre su tre da tre, entrando a Trento trotterellando. E non esulta. E non deride l’avversario e si mette subito a difendere. Chirurgico e tranquillo. Come gli dicevo di giocare qualche anno fa.

E poi quello magro magro che gioca da lungo, che si ritrova davanti gente grossa il doppio, ma lui senza paura prende contatto, posizione, subisce fallo e se ne va in lunetta. Senza protestare. Senza pantomime. Coraggioso. Come gli dicevo di sentirsi qualche anno fa.

Quello che porta palla, con la testa alta, lo sguardo alto, le spalle alte…ah, no, fermi tutti, è proprio cresciuto lui! Mette ordine, chiama lo schema e se c’è bisogno la spara da casa sua e la mette. Come gli dicevo di provarci qualche anno fa.

E ancora, quello che entra dalla panca timidamente, che riceve palla, viene marcato stretto, strettissimo, ma in totale tranquillità gioca senza mai forzare, senza mai perdersi d’animo. Passando la palla con determinazione. Come gli dicevo di passare qualche anno fa.

Dopo qualche minuto il coach mi rimette dentro, mi siedo sul cubo e chiedo cambio al tavolo… dove c’è un altro ragazzino che allenavo, che mi confida di aver smesso di giocare. Ed io penso che sia sciocco perché a quell’età non si può smettere. Ma poi mi dice che adesso allena e segue le partite dei suoi amici facendo l’addetto al tavolo. E penso che sono io lo sciocco. Che in fondo un po’ lo invidio perché allenare è bellissimo.

Poi entro in campo, ho tra la mani anche la palla della vittoria, ma gli anni si fanno sentire e ci impiego una vita ad alzare quel pallone per appoggiarlo al tabellone.

Suona la sirena.

Canestro non valido.

Supplementari.

 

Altri 5 minuti che questi scapestrati giocano a viso aperto, grazie anche all’aiuto degli amici e genitori dalle tribune che, anche se ormai molti hanno già patente e auto, vengono comunque a sostenerli, a tifare, ad arrabbiarsi, ad esultare. Cosa non banale e bellissima in questa categoria.

La partita si decide praticamente ai tiri liberi. Esausto, non solo fisicamente, faccio il mio quinto fallo. I genitori mi dedicano un applauso mentre esco dal campo, la cosa mi spiazza, manco avessi giocato bene. Li ringrazio a mia volta.

Alla fine vincono loro: i ragazzini che ormai sono ragazzi. Quelli che fanno doppio campionato: prima divisione e Under. Vincono perché non sbagliano praticamente un tiro libero. Vincono loro perché nonostante la giovanissima età, sono stati più cinici, più concreti, meno pasticcioni. Più vogliosi di vincere. Come gli chiedevo d’essere qualche anno fa.

Ma che poi, a guardarli bene, non hanno preso proprio nulla da me. A guardarli bene sembra che non mi abbiano mai nemmeno ascoltato, per fortuna. Sono molto più bravi. Molto più intelligenti cestisticamente. Molto più divertiti. Molto più atletici. Hanno vinto loro e stanno continuando a vincere. Come singoli. Come squadra. Come amici.

Così, finita la partita, mi fermo a bordo campo con tutti questi mattacchioni per farmi tirare per il culo ancora un po’. Un paio di minuti. Tre. Facciamo quattro. Mi siedo. Arrivano altri ragazzini che han smesso, ma che mi promettono di riprendere a gennaio. Si ride. Mi fanno mille domande. Non ho risposte. Li guardo. Hanno quell’età in cui ti sembra che non vada bene nulla, tutto ti sembra noioso e faticoso, e invece una volta passata ti accorgi esser l’età più bella. La più scanzonata. La più colorata. Ma che non torna più.

Mi raccontano di esperienze diverse. Di sogni diversi. Di strade diverse. Ma poi li vedo tutti lì, uniti, vicini, insieme. Ancora una volta. Ancora grazie al basket.

Non me ne vorrei andare più.

 

Ma è pur sempre la Prima Divisione, baby.

Il custode mette tutti in riga. Spegne e chiude tutto.

Ma solo per stasera.

C’è ancora una stagione intera da giocare.

C’è ancora un ritorno da giocare.

Che bellezza.