grafica di Meneghin di Paolo Mainini
articolo di Matteo Soragna

 

 

Quando parlo di Andrea Meneghin ho paura di essere poco obiettivo perché ho sempre pensato, e penso tutt’ora, che sia stato uno dei giocatori più forti della nostra pallacanestro. Poi mi rendo conto di non essere affatto poco obiettivo: sapeva tirare da tre, fare palleggio arresto e tiro (in assoluto il suo marchio di fabbrica), penetrare, giocare PnR, passare la palla (in maniera divina) e difendere.

La prima volta che ho sentito parlare di lui è stato nel 1990 in occasione di una partita di serie A in televisione. Si affrontavano Varese e Trieste e l’interesse non era solo per il fatto che a Trieste giocasse Dino Meneghin, il monumento del basket, che aveva iniziato la sua incredibile sequela di successi proprio in terra lombarda, ma quanto per il fatto che avrebbero giocato contro padre e figlio. Se avete un minimo di confidenza con la matematica non vi sarà sfuggito il fatto che Andrea all’epoca avesse sedici anni. Al giorno d’oggi sarebbe una notizia se un ragazzo delle giovanili a quella età andasse in panchina con la serie A, ma nel caso del nostro si sta parlando di uno che scendeva in campo con continuità. Il pre partita comprendeva un piccolo servizio con qualche immagine del Menego, tra le quali una schiacciata a due mani in scioltezza e già al tempo lo invidiavo come un cane. Io avevo quindici anni e fondamentalmente avevo come idolo un quasi coetaneo, se fosse stato una femmina sarebbe entrato nel mio immaginario come le ragazze di “Non è la Rai”.

Grazie al cielo arrivò anche il momento di poterci giocare contro. Se avete pensato “Grande Sora, anche tu in serie A da giovanissimo!” siete dei mattacchioni. Naturalmente solo a livello giovanile avrei avuto la possibilità di marcarlo e così è stato. Stiamo parlando di un’interzona nel lontano 1994 in quel di La Spezia, io giocavo a Cremona e con una squadra di mezzi disperati ci siamo qualificati all’interzona probabilmente più difficile della storia dei campionati giovanili italiani che comprendeva anche Olimpia Milano, Fortitudo Bologna e appunto Pallacanestro Varese. Io ero contento di averlo visto in albergo, poi abbiamo giocato contro, lui ne ha messi 30 o giù di lì e sono stato meno contento. Si vedeva che tecnicamente e fisicamente era sette spanne sopra tutti, del resto faceva 8.1 punti a partita in serie A, mentre io mi schiacciavo i brufoli e mi pettinavo le sopracciglia in serie B, ma la cosa che mi ha sempre più impressionato è che era durissimo, un fascio di nervi e muscoli. Quando la partita ormai non aveva più niente da chiedere sono riuscito ad approfittare di un suo momento di poca attenzione e ho rubato un canestro a rimbalzo d’attacco; prima di andare nella metà campo offensiva mi ha affiancato e detto: “Oh, sei stato bravo”. Chissà se se lo ricorda. E chissà se mi stava pigliando per il culo. Domani glielo chiedo…

Nel ’99 arriva per lui l’anno della definitiva consacrazione con lo scudetto di Varese e l’oro agli Europei di Francia con la Nazionale. Quello scudetto fu la vittoria di una squadra atipica, talentuosa, per alcuni versi pazza ma che giocò una pallacanestro indubbiamente divertente e, per come è andata a finire, efficace. Le cifre di Andrea non erano quelle di un super realizzatore, di un grandissimo rimbalzista o di un uomo assist particolarmente prolifico, ma era proprio quella la sua forza, sapeva fare bene tante cose, un giocatore totale. Altra nota di merito era quella, insieme ad altri compagni di squadra, di dover tenere a bada l’esuberanza ignorante del Poz, un aspetto da non sottovalutare. Mi ha raccontato che spesso per fare calmare lo Scemo (d’ora in poi mi riferirò a Gianmarco solo così) quando andava fuori giri durante la partita, in transizione gli passava davanti e gli tagliava la strada apposta per farlo fermare e impedirgli di attaccare con i suoi classici ritmi. Che talento!

La vera opera d’arte fu però l’Europeo di Francia. Giocò un campionato spettacolare ad un livello probabilmente mai più raggiunto e senza ombra di dubbio fu una delle chiavi di quel successo. Sempre costante in attacco (11 punti di media), con le chicche dei canestri importanti nel girone eliminatorio, il secondo turno giocato a livelli impressionanti, la semifinale contro la Yugoslavia di Danilovic e Bodiroga e pazienza se in finale contro la Spagna ha fatto solo 2 punti, ma come si dice in questi casi “Sti gran cazzi…”

Ho guardato quegli Europei con una tensione addosso inverosimile, saltando sul divano quando Menego ha fatto quella schiacciata in contropiede contro la Russia (correte subitissimamente e qualunquemente a vederla su YouPo… ah no scusate, su YouTube) e sorridendo con le lacrime agli occhi quando è suonata la sirena contro la Spagna. Soprattutto dopo aver visto come Andrea è stato atterrato da Reyes (non quello del Real, il fratello. Che era uno zozzo pure lui, buon sangue non mente).

Nel 2000 lascia la sua Varese per provare a vincere con la Fortitudo Bologna. Durante l’estate era interessata ad Andrea anche la Virtus (giusto per non farsi mancare nulla a livello di derby), per qualche giorno non si è capito nulla, con le squadre che hanno fatto una sorta di asta per guadagnarsi il suo talento. Menego aveva praticamente già firmato per vestirsi di bianco/nero salvo poi all’ultimo momento decidere per i bianco/blu.

Sotto le due Torri sono state due stagioni un po’ travagliate, la pressione di giocare per quella maglia e per quelle aspettative, in parte ha strozzato leggermente il suo essere ma, come ha detto lui in un’intervista al termine del biennio (con la quale sono assolutamente d’accordo), ha giocato bene. Forse le aspettative nei suoi confronti non hanno concesso proprio a tutti di analizzare quello che ha fatto con la dovuta lucidità e molto più probabilmente il fatto di non essere riusciti ad alzare nemmeno un trofeo ha fatto tendere le persone verso un giudizio non troppo positivo.

La Virtus si consolò discretamente prendendo Ginobili

La prima volta che gli sono stato compagno di squadra è stato per il mio esordio in Nazionale. Al primo allenamento, mentre ci stavamo scaldando da soli su e giù per il campo mi sono avvicinato e gli ho chiesto:

– “Ti posso fare una domanda?”

– “Certo!” mi fa lui.

“Mi spieghi perché non tiri di più?”

Non credo si aspettasse una domanda del genere, infatti fece una faccia strana e rispose che ci avrebbe pensato, però sentivo profondamente che sarebbe stato un giocatore che poteva prendersi più tiri di tutti, perché poi in ogni caso avrebbe difeso e passato la palla più di tutti.

Ma basta parlare del grande campione che era perché si può dire che fuori dal campo fosse (ed è tutt’ora) uno dei più grossi caga cazzi del pianeta. Se pensate che nella premiata ditta Meneghin-Lo Scemo il vero minchione fosse lo Scemo vi sbagliate di grosso. Un uomo votato allo scherzo in qualsiasi momento, senza tregua e senza limite. Durante un raduno per le qualificazioni agli Europei di Svezia si divertiva a stringere fortissimo la punta del naso dei ragazzi, col risultato di rompere i capillari e lasciare le vittime con il livido sulla punta del naso per cinque o sei giorni. Il risultato erano dei clown su un campo da basket.

Una volta, ma qui proposi io lo scherzo, mentre uno dei nostri compagni era fuori a prendersi un gelato abbiamo vuotato completamente la sua stanza d’albergo lasciando solo i due cuscini a terra e la lampada da comodino. Grande resa.

Due sono le storie che però mi fanno più ridere con lui protagonista.

Discoteca a Milano. Inizia a dare fastidio a tutti i suoi amici ma ad un certo punto si fa prendere un po’ troppo la mano, si avvicina a Riccardo Pittis e da dietro gli afferra i lembi della giacca. Tira fortissimo apprendo le braccia e Strap! Giacca aperta fino al collo. Ricky non la prese benissimo e fu per quello che dopo un po’ di tempo quando la Benetton ospitò Varese al Palaverde arrivò il colpo di genio al momento della presentazione dei giocatori.

“Col numero 11, Andrea Meneghin”

Si vede entrare il Menego con una gruccia alla quale era appesa una giacca comprata alla Coin. A metà campo gliel’ha consegnata!!! Danno recuperato. Almeno nella sua testa…

L’altro racconto me l’ha sempre citato lo Scemo e quindi non ci ho mai creduto fino in fondo, così l’ho chiesto personalmente all’altro scemo.

Per scommessa Andrea avrebbe tirato di sinistro nella partita di esordio in Eurolega, l’anno dopo lo scudetto. Nel racconto fantasioso a inizio partita, subito dopo la palla a due, sarebbe sceso e fermandosi avrebbe tirato da tre senza nemmeno prendere il ferro, con tutto il pubblico a chiedersi cosa cavolo gli fosse preso. In realtà fu verso la fine della partita quando comunque erano sotto di tantissimi punti. Resta il fatto che ha mantenuto la promessa.

Un suo spettacolare cavallo di battaglia, che al pubblico forse è sfuggito ma che sicuramente non è sfuggito a chi è stato marcato da lui, è la sberla sulla nuca.

Immagino vi stiate domandando che cosa intendo, ma è semplicemente quello che ho scritto. Durante le partite, ogni tanto, capitava che se veniva battuto in penetrazione non si dava per vinto e continuava a inseguire il suo uomo. Facendo finta poi di provare una stoppata da dietro, dava apposta una sberla sulla testa. La cosa impressionante è che non si faceva mai beccare, non ho mai visto un arbitro fischiargli un fallo. È ovviamente capitato pure a me e la mia reazione è stata una NON reazione, nel senso che non mi sono nemmeno lamentato con l’arbitro, ho guardato Andrea, mi sono messo a ridere (lui pure) e ho continuato a giocare. Respect per lui!

Ci siamo ritrovati colleghi a Sky e apprezzo molto anche il suo modo di fare la spalla tecnica (“colour” per gli addetti ai lavori). Il mio primo anno, in una mail mandata da Flavio Tranquillo nella quale c’erano considerazioni sulle nostre caratteristiche, gli errori che facevamo e le cose buone che dovevamo tenere, Flavio molto candidamente e con una nota di ironia gli scrisse: “Non so come, ma funzioni bene.” Evidentemente ha del talento anche nel commentare le partite.

foto http://www.dailybasket.it

C’è una cosa che non posso omettere.

Ho sempre avuto il desiderio di giocarci insieme e in parte quel desiderio si è avverato. Avrei voluto condividere il parquet con la stessa maglia per molto più tempo ma le sue anche non me lo hanno permesso e lo hanno costretto a smettere troppo presto. Il fatto è che proprio questa sua sfortuna mi ha aperto le porte della Nazionale e mi ha concesso di vivere da protagonista tutta la mia esperienza in Azzurro. Probabilmente se ci fosse stato lui io avrei giocato molto poco o addirittura non avrei giocato, quindi oltre ad essermi stato d’ispirazione nel vederlo giocare lo devo pure ringraziare perché quello che ho vissuto, l’ho vissuto (non per suo volere) anche grazie a lui.

Pace, Amore e Felicità.