Mancano 12 giorni, 15 ore, 47 minuti e 55 secondi all’inizio dell’NBA. 54 secondi ora. E’ inutile cercare di ingannare il tempo giocando a NBA2K o riguardando improbabili video su Youtube i quali non fanno altro che “caricare la molla” all’ennesima potenza. Stiamo per assistere ad una stagione che potrebbe passare alla storia: sì è vero lo si dice ogni anno, ma questa volta si fa sul serio tra ritorni in patria, rookie “NBA ready”, ritorni (ennesimi) sul campo da gioco.

Come se non bastassero tutti gli elementi sopracitati, la stagione che viene porta con sé un allineamento di generazioni come se ne vedono una volta ogni 20 anni. La vecchia guardia agli sgoccioli (Nash, Bryant, Pierce, Garnett, Duncan ma anche Ray Allen per dirne uno), la “moderna” che si afferma definitivamente (Curry, Wall, Leonard, Davis, Cousins ma anche Lillard per dirne uno), il tutto supervisionato da Lebron e KD, condito dai vari CP3, Blake Griffin, Derrick Rose e Russell Westbrook, con nuove leve che cominciano la loro avventura (Wiggins, Parker).

Sembra una favola, in realtà è quello che ci aspetta quest’anno: un ricambio generazionale anomalo, con i veterani ancora fondamentali per le proprie franchigie ma che senza le nuove stelle non possono portare a compimento il sogno di un titolo. Quale sarà il giusto mix vincente?

Nash si è infortunato alla schiena portando delle borse. Aspetta che lo riscrivo. Si è infortunato alla schiena portando delle borse. Mi piange il cuore, sono onesto. Mi aspettavo dal canadese un finale di carriera totalmente proteso verso quell’anello, quel tessssoro che troppe volte gli è sfuggito di mano senza arrivare nemmeno all’atto conclusivo. Due anni a Phoenix come non si sono mai visti, portando una squadra di gregari alla ribalta nazionale. Finali di conference sempre amari, vuoi per i Mavs o per gli Speroni. La decisione di andare nella franchigia del Mamba, ma il fisico non regge più. Troppe botte, troppa fatica anche psicologica. I Lakers che prendono Lin fa più male di un tiro libero di Amundson, forse non ci resta che pensare a quanto dominava il gioco un atleta più entusiasta di un gol di Del Piero che di una schiacciata di Stoudemire. O forse no? #istillbelieve

Per un Nash che lotta (ps ma perché portava le borse lui?) c’è una generazione di playmaker che ci fa stropicciare gli occhi. Forse è il caso di smetterla, basta parlare di Steph Curry, rassegniamoci all’estasi davanti ad un giocatore che ha una sensibilità d’altra epoca, il tiro più veloce del West e una comprensione da poeta contemporaneo. Il 30 è decisamente un fenomeno atemporale.

Vuoi perché odio bollare un giocatore come “nuovo Nash”, vuoi perché il ruolo di play sta avendo un evoluzione innanzitutto fisica prima ancora che tecnica, i nuovi fenomeni “in mezzo” sono i Lillard, i Wall, i Westbrook, gli Irving, delle guardie nei corpi di playmaker. Dei running back dai polpastrelli fatati.

Schiacciate, fisicità, energia allo stato puro. Ok, ma per vincere si prega di citofonare “Tony Parker”, il simbolo del “tu salti io segno”.

Dove invece si fa fatica a vedere un ricambio generazionale è nel ruolo di guardia: siamo stati fortunati a vedere il passaggio di testimone tra Jordan e Bryant, non vedo una guardia simile al gioco di questi due (grazie al piffero direi anche, stiamo parlando del Migliore e di quello che gli è andato più vicino). I 2 stanno diventando sempre più specialisti: pochi palleggi, fisicità e tiro dall’arco, diciamo un Ray Allen 2.0.

Klay Thompson, Bradley Beal (per cui impazzisco) sono esempi di guardie che devono vivere in simbiosi col play. Ecco spiegato il fenomeno delle combo guards: un play “nonproprioplay” che pesca immancabilmente la guardia, sia dall’arco che in contropiede. Si vede spesso anche il fenomeno contrario, con l’esterno che porta palla e va ad innescare quello che dovrebbe essere il play. Vedi i Nets di Joe Johnson e Deron Williams.

Discorso a parte è per James Harden, che offensivamente racchiude un po’ i due ruoli in uno. Sarebbe da MVP probabilmente, se solo in difesa provasse anche solo a dire “BU!” all’avversario.

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Paul Pierce si è fatto ben volere subito da Washington picchiando Jimmy Butler. Paul Pierce è un vincente nato. Fine della questione. E’ il classico esempio di giocatore intelligente dal fisico “moderno” che riesce ad adattarsi al basket che cambia e soffre in minima parte (alla voce anagrafe) questa transizione. Quest’anno, con Wall e Beal, Washington si è assicurata un terzetto entusiasmante e soprattutto completo come poche altre squadre possono avere. Fa pensare chi. Si torna in Texas, un’altra volta.

Kawhi Leonard è l’ala piccola del futuro: non parla mai, difende come il Bruce Bowen dei bei tempi, in attacco quando conta fa canestro, ha dominato Lebron James. E da “Lebroniano” quale sono mi costa fatica ammetterlo. Popovich ha lavorato su di lui come una bimba cura la propria Barbie, gestendolo “undercover” fino all’esplosione delle finali perse, arrivando ad essere MVP nelle finali vinte. E’ lui il futuro immediato dell’ala piccola, aspettando Jabari Parker.

Il ruolo di 4 è quello che è cambiato maggiormente nel corso degli ultimi anni. Si è passati da un Barkley, da un Malone, ai Carmelo Anthony, all’Anthony Davis. Forse quest’anno lo small ball non andrà più di moda, per cui spazio ai “doppi lunghi”: Griffin+Jordan, Love+Varejao, Davis+Anderson (falso lungo), Stoudemire+Dalmebert (oddio..) e via dicendo. Ne rimane soltanto uno di 4 old style, tutto difesa, letture e piazzati. E tanto trash talking. Lo possiamo vedere a Brooklyn, simpatico come la pubblicità prima di un video su Youtube ma determinante come pochi.

Arriviamo al mio ruolo preferito, visto che difendo la categoria, e la sparo grossa: senza un 5 di qualità non si vince un anello. A pensarci bene è così il trend, eccezion fatta per i Miami Heat. Lakers con Shaq, Lakers con Gasol+Bynum, Mavs con Chandler, per arrivare al nuotatore caraibico. Finché c’è Tim Duncan gli Spurs sono i favoriti per il titolo, c’è poco da fare. Ha una gestione del fisico che non ha nemmeno un Dalai Lama, si fa sempre trovare pronto quando arriva il momento clou. Lo odio da quanto lo rispetto!

Il giocatore che ci va più vicino cestisticamente parlando (perché mentalmente siamo ancora sul Flava Vento andante) è Demarcus Cousins a mio avviso. E’ enorme ma vede semplicemente prima le cose, è in un Matrix tutto suo per cui, se sta anche solo minimamente lì con la testa può essere il futuro della NBA sotto le plance. Lui e Dwight Howard, quando smetterà di parlare e penserà solamente a dominare. Specie considerando che il 5 è sempre più visto come un’arma difensiva imprescindibile più che un perno anche in attacco su cui appoggiarsi. Basti pensare al sopracitato Jordan, che con la cura Rivers riesce a stare in campo il doppio di minuti rispetto agli inizi, o a un Valanciunas che raccoglie statistiche stupefacenti stoppando tutto quello che gli passa vicino e va a rimbalzo come nessuno nella Lega. Un’eccezione forse si trova anche a Brooklyn, dove Brooke Lopez è decisamente un lungo atipico: tanto talento in attacco, un telepass in difesa.

E poi c’è sempre il Javalone nostro.. a proposito, che fine ha fatto Javale McGee? Perché è vero che fa ridere, ma in campo stava migliorando partita dopo partita.

Insomma, due o tre argomentini validi per questa stagione ci sono, nella incertezza più totale perché un vero favorito probabilmente non c’è. Molti dicono che la regular season sia noiosa, troppo lunga, addirittura quasi “non vera”: beh tra giocatori che si ritireranno a fine stagione, altri che devono dimostrare tutto subito, altri ancora che devono prendere le misure.. io questi 6 mesi me li vivrò con più entusiasmo di Grignani davanti ad un free bar.