Ogni devoto del Santo Credo della Pallacanestro riconosce e si inchina agli dei del basket. Le divinità che soffiano sul pallone a fil di sirena, quelle che cospargono di polvere magica le mani di taluni piuttosto che di altri, quelle che rendono indescrivibili le emozioni che ci procura questo sport. Che non è solo sport.

Ma il bianco per essere bianco deve avere un nero a fare da contraltare, ogni eroe deve avere il suo antieroe, ogni divinità il suo diavolo. Per questo in un tiepido 1° maggio del 2009, alla O2 World di Berlino, Ramunas Siskauskas cadde in tentazione: il giorno in cui vendette la sua mano divina ai demoni del basket.

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A quel dì, l’aliante di Kaisiadorys arriva da campione d’Europa in carica dopo il trofeo alzato un anno prima. D’altronde, a Mosca era arrivato con un biglietto di sola andata da Treviso con un solo obiettivo: vincere. Le Final Four berlinesi mettono subito davanti ai moscoviti un ostacolo mica da ridere: il Barcellona di Navarro, Basile e del grande ex David Andersen.

I blaugrana partono a tutta, mettono alle corde i moscoviti nella prima metà di gara e danno comunque l’impressione di poter completare l’opera anche all’inizio dell’ultimo quarto, sul quale si affacciano ancora avanti di 2. Siska sta facendo la sua parte, ha messo a referto 11 punti ma sente che la partita gli sta sfuggendo dai polpastrelli. Non può sopportare l’idea di non gustare di nuovo il dolce sapore della vittoria che aveva sentita in bocca giusto 12 mesi prima. La sirena di fine terzo periodo stride nella testa di Siska. Le parole di coach Messina sono un eco lontano. Da quel cupo rimbombo emerge una figura oscura. Non riesce a vederla nitidamente ma la percepisce come se fosse da sempre dentro di sé. Il messaggio che gli porta è seducente: “Guiderò io la tua mano, nessuno potrà fermarti oggi. Ma ricordati: quanto riceverai, ti verrà tolto”.

Uno strattone di JR Holden lo scuote dal torpore riportandolo dentro la partita. Il lituano sembra ancora stordito, ma tempo un paio di azioni e si materializza l’incanto: tre punti, poi altri tre e ancora tre: fanno nove in un paio di minuti e il Cska è a +6 dopo aver annaspato per tutto il match. Un lay-up acrobatico, un jumper dalla media, un paio di tiri liberi e siamo a 15 punti in 7’ per Siskauskas ma soprattutto il Cska conduce di 5, 76-71. Ultimo giro di lancette, Navarro lo apre da par suo: tripla del -2 e ora sono brividi. Chi provvede? Siska: penetrazione al ferro per il nuovo +4, poi la palla rubata per lanciare Holden verso il canestro e il Cska verso la finale. I russi tornano per la quarta volta consecutiva all’ultimo atto della cavalcata europea, Siskauskas ne ha messi 18 nell’ultimo periodo e con 29 totali sigla il nuovo record di punti per una semifinale di Eurolega. Record ritoccato giusto qualche giorno fa da un francese non informato sui fatti.

Il Pippen del Baltico alza le braccia al cielo, quel senso di onnipotenza che solo la vittoria sa darti gli pervade il corpo. Ha già dimenticato la promessa fatta al Lucifero spicchiato.

Ma Lui, Lui no di certo.

Il sabato pare scorrere liscio tra walk-through e una passeggiata lungo lo Spree. Il parco che costeggia ciò che resta del Muro che spaccava la città in due è di un verde acceso nei primi vagiti estivi di inizio maggio. Un passo dopo l’altro con Viktor Khryapa lungo la East Side Gallery ma Siska avverte una strana sensazione, come se gli occhi dei murales lo stessero scrutando. “Oh Viktor, non sembra anche a te che Breznev mentre limona con Honecker ci guardi?”. Il russo si ferma e lo scruta. “Ramas, sarà mica che ti sei fatto qualche birrino anziché gli integratori?”.

La notte è insonne, come prima di ogni appuntamento importante. Ma l’alba arriva presto. È domenica, tempo di finale. C’è il Panathinaikos di Obradovic, Diamantidis, Jasikevicius e Spanoulis e il Cska vuole la rivincita dopo la ripassata di due anni prima. Ma la partita si mette presto male per i moscoviti. Spanoulis mette il turbo ai verdi, che schizzano a +20 poco prima dell’intervallo su un Cska inebetito. Ramunas è irritante, mette i suoi primi e unici due punti del primo tempo a 2’ dalla sirena di metà gara.

“Hey Breznev, where art thou?”.

Messina dà una bella lavata di capo ai suoi nell’intervallo. Ma quando è ora di tornare sul parquet, Siska traccheggia. Passeggia nervoso nel bagno dello spogliatoio. Alza gli occhi, guarda lo specchio. Di nuovo quella fosca apparizione. Ma stavolta nessun messaggio, solo un numero riflesso nel vetro.

7

Ramunas non capisce e rientra sul parquet turbato. Cosa sarà quel 7? Il numero di maglia di Perperoglu? Dobbiamo fare la guardia a lui? Victor Keyru, il giovane numero 7 moscovita, possiamo lasciarlo dov’è.

Sta di fatto che Siskauskas e il Cska macinano nella ripresa, soprattutto in difesa, Un parziale di 16-0 li rimette in carreggiata, si arriva in volata. La tripla di Siska a 26” dalla fine porta il Cska a -1 sul 70-69, due liberi di Diamantidis, due di Siska e uno di Jasikevicius scrivono il 73-71 a 5,8” dalla sirena con la palla nelle mani dell’Armata. La rimessa a metà campo è per Ramas. In quel momento non pensa alle promesse, ai baci saffici, ai numeri del suo Breznev, pensa solo a come battere la difesa di Drew Nicholas per prendersi il tiro che vale una coppa. Uno, due, tre, quattro palleggi per crearsi lo spazio. Fade-away. Ma gli dei del basket sono lontani.

Non ci mette molto Ramunas a capire perché quell’ultimo tiro non sia entrato: il pegno da pagare promesso allo spirito demoniaco. 1-1, palla al centro, pensa Siska. Ma non è così che funziona. Non ha ancora fatto i conti con quel numero 7.

Un anno dopo, a maggio 2010, il lituano e l’Armata Rossa si presentano a Parigi vogliosi di riscatto. Sulla strada della finale, come dodici mesi prima, c’è ancora il Barcellona. I catalani hanno perso appena due partite in tutta la stagione europea, ma il Cska non è che abbia fatto molto peggio: quattro ko a fronte di 16 vittorie. Stavolta, però, la musica è diversa da quella di Berlino. I russi sono paralizzati dalla fisicità del Barca, si fermano ad appena 21 punti nei primi 20’ e pure Siskauskas ha le polveri bagnate. Stavolta niente Breznev, niente fantasmi, niente demoni: il lituano suona la carica, mette 15 punti nella ripresa ma il massimo che riesce a fare è timbrare il -3 a 3’ dalla sirena. I suoi compagni sembrano come stritolati da delle corde invisibili, Siskauskas ci prova come può firmando 19 degli appena 54 punti totali dei suoi ma, ovviamente, non basta: Cska out, il Barca si lancia verso la corona d’alloro.

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Il 2010-2011 è ancora peggiore, il Cska non passa nemmeno la regular season di Eurolega e così, a ottobre 2011, quando si ritorna a correre in Eurolega, la bava alla bocca dei russi è da cane rabbioso. È tornato a Mosca Andrei Kirilenko, sta esplodendo Alexey Shved ed arrivato un Milos Teodosic che all’Olympiacos ha fatto faville. La corazzata russa pare inarrestabile, vince 18 partite su 20 e Ramas, in un dream team del genere, può permettersi di fare da gregario di lusso. Va per i 34 anni, gli acciacchi si sentono ma quella coppa è ancora un’ossessione.

A Istanbul, in semifinale, un’altra rivale storica attende l’ennesima battaglia: il Panathinaikos. L’impatto è terribile, i greci azzannano la partita e volano in un amen a +14 ma i verdi pagano presto lo sprint. Un 13-0 russo nel secondo periodo riporta l’equilibrio, che non si spezza fino alla volata finale. A 21” dalla sirena, un libero di Shved dà al Cska il +2 sul 66-64. Mister Change Your Face fallisce il secondo a disposizione, ma il rimbalzo è ancora dell’Armata Rossa, che si affida a Teodosic. Un altro che di maledizioni se ne intende. Ma stavolta gli dei non infieriscono su di lui, preferendo tirare un brutto scherzo all’imperatore Diamantidis.

Tre anni dopo Berlino, insomma, Siska e il Cska hanno un’altra chance, stavolta contro il sorprendente Olympiacos, che in semifinale ha buttato fuori il favoritissimo Barcellona. Notte di turbe e di pensieri quella del lituano prima del grande giorno che sa sarà il suo ultimo su un campo da basket, almeno con la canotta da gioco. Il sole della domenica mattina taglia le tende dell’albergo sul Bosforo e solletica Ramunas qualche minuto prima della sveglia programmata da coach Kazlauskas. I raggi giallastri disegnano una cifra sinistra sulle pareti della camera.

7.

Stavolta non ci mette molto Siska ad inquadrare la faccenda. È il numero di Vassilis Spanoulis, il sorvegliato speciale dell’Oly dei miracoli. Il fato che si materializza. Ma Ramunas sa di aver già pagato e non ha intenzione di pagare ancora. L’Armata Rossa parte piano, il 10-7 del primo quarto è eloquente di un match sul quale aleggia una sinistra tensione. Ci pensa Teodosic a spaccarla, mettendo i reattori a un Cska che, sul 53-34 al 29’, sembra già avere la sua settima Eurolega tra le mani.

Ma dei e demoni stavolta si coalizzano per costruire l’imponderabile.

L’Olympiacosa trova da qualche parte (precisamente da Printezis, Sloukas e Kesely) energie che non si erano viste per 30’ e rovescia completamente l’ordine delle cose. I biancorossi hanno il fuoco demoniaco negli occhi e la protezione divina nella mente e firmano un parzialone di 18-2 che li rimette totalmente in corsa. Printezis è irreale nell’ultimo periodo (nel quale sigla tutti i suoi 12 punti), porta a scuola Khryapa in post basso e regala il -2 all’Olympiakos con 1’ da giocare. L’ala potrebbe addirittura pareggiare sull’azione successiva, ma Kirilenko lo stoppa con 36” sul cronometro.

Non siamo ancora consapevoli del dramma che sta per consumarsi.

Teodosic trova il fallo sul ribaltamento di fronte, ma fa 1/2 con una ventina di secondi da giocare (61-58). Il Cska, fa altrettanto su Papanikolau per evitare la tripla del pareggio, il greco fa 2/2 e gli ateniesi sono solo a -1 (61-60). Timeout Kazlauskas, rimessa in zona d’attacco per i russi che incamerano il fallo di Spanoulis su Siskauskas con 10” da giocare.

Ciò che succede nei due minuti successivi è comprensibile solo invocando il Mistero della fede. Ramunas può mettere la firma dorata su una carriera meravigliosa. Solo che la firma, tre anni prima, l’aveva impressa sul foglio sbagliato:

Il 13 maggio 2012 si consuma una delle più incredibili beffe della storia della pallacanestro europea. Siskauskas pochi giorni dopo annuncia il ritiro dal basket giocato.

Ma la sua maledizione continua ad aleggiare su Mosca.

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2013, si va a Londra e in semifinale il Cska si ritrova di nuovo davanti l’Olympiacos, ancora una volta con tutti i favori del pronostico dalla propria parte. Ma stavolta niente beffa, è proprio una disfatta: i Reds dominano dall’inizio alla fine e iniziano la cavalcata che li porta a fare il bis nella finale contro il Real.

Siska scruta da lontano, dalle seggioline della O2 Arena di Londra, e ha finalmente compreso il senso di quel numero 7 che lo ha perseguitato negli anni. E per questo sa che per il Cska verranno ancora anni amari cui potrà solo assistere, colpevole e impotente. Ha capito che quel 7 non indica qualcuno, ma qualcosa: il fluire del tempo.

A Milano, Euroleague lo incorona European Basketball Legend, premiandolo all’intervallo della semifinale tra il “suo” Cska e il Maccabi. I russi sono in controllo, ma è con un velo di malinconia che Siska li segue dalla poltroncina a pochi metri da Re Giorgio. Siska sa che non è ancora tempo, anche quando l’Armata Rossa si spinge anche a +15 nel terzo quarto. Puntualmente, gli israeliani rinvengono, trascinati dalle triple di Blu. Al resto pensa Breznev:

Come una Cassandra muta e paralizzata, Ramas può solo assistere impotente allo sfacelo moscovita. A Madrid, almeno, lo fa con un barlume di speranza: sarà l’ultimo supplizio prima della redenzione. Il demone berlinese si materializza nelle forme di un baldo riccioluto che lo mette alle corde in uno 1vs1 promozionale sui campetti della Fan Zone della capitale spagnola. “Ti ricordi di me?” gli chiede il ragazzino girando il palmo della mano e mostrandogli una V e due I tatuate col fuoco. Siska impallidisce, il giovincello lo sbeffeggia ma alla fine non infierisce sul suo alter ego. Il suo onore è salvo (è una storia vera, o quasi: ve l’avevo già raccontata qua), ma non quello del Cska, che nella semifinale ritrova di nuovo davanti all’Olympiacos. Il risultato è quello previsto: la decide V-Span, ma stavolta il numero 7 in biancorosso non fa bis in finale. L’incantesimo si va dissolvendo.

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Qualche settimana fa, all’ora di cena, Ramunas è a casa, sprofonda comodo sul divano mentre sorseggia un bicchiere di vino rosso. Un momento di malinconia lo rapisce e lo porta verso il cassetto dei ricordi. Seppellito da mille cianfrusaglie c’è un album di vecchie foto, immagini del giocatore che terrorizzava mezza Europa, lanciato dal Lietuvos, consacrato da Treviso, spedito nell’empireo da Pana e Cska. Le scorre piano piano, ogni fermo immagine un flashbakc, un ricordo, una sensazione. Di colpo la mano si ferma su un’istantanea: lui e Khryapa davanti al murales di Breznev e Gorbaciov che si baciano. Il bicchiere gli scivola dalle mani e il vino si rovescia sulla sua polo bianca. La macchia rosata delinea di nuovo quel maledetto 7. Che però in pochi istanti scompare nel nulla. Siska si alza, agguanta l’iPhone e guarda il display.

È il 1° maggio 2016.

Scatta una foto e la spedisce via Whatsapp a Khryapa:

“Viktor, riprenditi Berlino, fallo anche per me”.

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di Marco Pagliariccio,

Immagine di copertina di David Agapito