illustrazione grafica di Paolo Mainini
articolo di Luca Mich
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E’ il tre marzo 1991. Un elicottero ed una pattuglia della polizia stanno inseguendo da circa una decina di chilometri un taxi con a bordo 3 persone più il guidatore, sembra che l’afroamericano al volante sia sotto effetto di qualche sostanza stupefacente, perché non si è fermato al precedente posto di blocco su una delle arterie stradali principali di Los Angeles. Al tredicesimo chilometro dopo un inseguimento che pare uscito da un b-movie, la pattuglia riesce a bloccare la vettura. Il tassista afroamericano scende a mani alzate, fa un sorriso tra lo sbruffone e lo spaventato dichiarando di avere regolare licenza. Ai poliziotti rigorosamente bianchi, la cosa non va giù: inizia un terribile pestaggio a suon di manganellate e calci nei denti: in 3 si accaniscono a sangue su quel corpo inerme. Quello che i poliziotti in quel momento ignorano è di avere una telecamera puntata alle loro spalle. Nasce così uno dei più grandi scandali di abuso di violenza da parte delle forze dell’ordine americane che la storia ricordi, almeno fino all’avvento dei social network e dei purtroppo celebri e recenti  “I can’t breathe” di Eric Garner prima e di George Floyd dopo, delle uccisioni di Brianna Taylor e Trayvon Martin. Tutti afroamericani innocenti e disarmati. Quello è però il primo video virale, grazie al rimbalzo continuo del filmato sui network televisivi d’America e poi anche d’europa, grazie al quale il mondo può vedere con i suoi occhi gli abusi di potere a sfondo razziale esercitati da parte della polizia americana sui propri cittadini. Eppure non basta affinché giustizia sia fatta. Alla scandalosa e completa assoluzione dei 3 poliziotti che seguirà di lì a poco, fa eco allora una delle rivolte più significative e sanguinose a cui si è assistito in epoca moderna nelle grandi metropoli americane: a Los Angeles i quartieri a base afroamericana di South Central e Watts esplodono in giorni di tremende rivolte che il governo dovrà sedare schierando addirittura l’esercito. La seconda città teatro di durissime rivolte è “la Motown”, Detroit. Quel giovane tassista, morto suicida qualche anno dopo all’età di 47 anni, è Rodney King.

Pochi mesi dopo, al pestaggio di Los Angeles fa seguito un altro episodio di violenza razziale, stavolta sulle sponde del lago Michigan, nelle strade della “Motown”, Detroit. Due poliziotti in borghese scendono da una macchina anonima e intimano ad un certo Malice Green, di mostrare i documenti. Quando Green fa per estrarre qualcosa dal cruscotto, i poliziotti aprono il fuoco: morirà poche ore dopo in ospedale. Nemmeno ad un anno dalle rivolte nella città degli angeli, il testimone della violenza razziale passa così alla città dei motori, una metropoli sull’orlo della bancarotta che vive da un paio di decenni una profonda trasformazione economica che va di pari passo con quella etnica.

Siamo negli anni 90 dicevamo, Detroit è la 18° città degli Stati Uniti per numero di abitati e vive da un paio di decenni un profonda trasformazione economica che va di pari passo con quella etnica.

E’ conosciuta (e al momento di scrivere queste parole nel 2021 possiamo tranquillamente dire era conosciuta) come The Motor City, epiteto che oggi fa ancora capolino sulle maglie city edition dei Detroit Pistons nella pallacanestro, ma che dopo il fallimento ufficiale della città dichiarato nel 2013, è poco più che un appellativo nostalgico.

Negli anni 90 Detroit si ritrova in piena crisi sociale ed economica con migliaia di nuovi poveri, assenza di posti di lavoro e criminalità alle stelle. E’ in questo contesto che va inserito il pestaggio di King, ed anche le proteste avvenute subito dopo, e la rabbia crescente di una nuova generazione con le ali tarpate che si trova a sfogarsi suonando nei garage e nelle roulotte delle periferia. E’ da qui che nascono la ribellione degli Stooges di Iggy Pop, le grida di Alice Cooper e degli White Stripes, persino la trasgressività di Madonna che è nata proprio qui a Detroit. E’ da queste strade che sale il rap di Marshall Mathers, al secolo Eminem, e dei suoi compagni Proof, Kuniva, Royce da 5’9’’ e la Dirty Dozen, la sporca dozzina di rapper che negli anni zero mise in rima il disagio sociale della 8Mile Road, la strada che separa la parte ancora benestante di Detroit e quella che sembra una sorta di Bagdad americana.

Sembra tutto così difficile da credere ma l’hiphop ed il punk più urlati, e il fatto che vengano spesso da autori bianchi non fa che confermare quanto qui i destini di povertà accomunino ormai ogni etnia, hanno scavato un solco enorme con quella che era invece la patina soul-funk buonista che usciva dai Juxe Box negli anni 60 a marchio Motown. I lustrini delle Supremes, la calda voce di Marvin Gaye, il funk di Steve Wonder, i bulbi afro dei Jackson 5, i ritornelli orecchiabili dei Temptations e di Diana Ross, musica afro edulcorata e venduta principalmente nei salotti buoni della borghesia americana. Niente di più distante dal rap di oggi, da quel rock di matrice garage e dai beat ossessivi della techno, che nasce proprio qui in Michigan, dai contro-tempi suonati da James Yancey, al secolo JDilla, destinati a sporcare e cambiare il modo di produrre rap.

La trasformazione di Detroit la si legge nella musica: il soul è diventato suolo, asfalto, ghetto ed emarginazione e gli artisti lo gridano a gran voce fino a farne il loro successo.

I battiti ed il groove della prima generazione cresciuta a ritmo hiphop iniziano allora ad arrivare nelle palestre americane, quelle di una NCAA, la lega dei College Americani fino a quel punto abbastanza ingessata, fatta di grandi strutture collegiali patinate con pratino all’inglese, conservatrici, tendenzialmente cristiane, frequentate da ragazzi per bene e di buona famiglia, quelli da presentare a mamma e papà, quelli che sono i capitani della squadra di Football e di pallacanestro. Intendiamoci, le borse di studio per studenti meno abbienti, per quei super atleti afroamericani dalle periferie delle metropoli americane che ti fanno vincere le partite e portano gente a palazzo, ci sono sempre state.

Ma ad inizio anni 90 va in scena una vera e propria rivoluzione culturale perché quei super atleti, quei ragazzi, iniziano a diventare protagonisti di un cambiamento che assumerà dimensioni gigantesche e coinvolgerà sport, musica, stile e in definitiva la cultura pop.

Detroit, teatro di trasformazioni sociali ne è il palcoscenico ideale e non è un caso se due dei protagonisti di questa storia arrivino proprio da qui: la point-guard dal facile trashtalking Jalen Rose e l’esplosiva ala forte dal sorriso ammaliante Chris Webber. Assieme ad altri 3 talenti assoluti della palla a spicchi, Juwan Howard da Chicago e Jimmy King e Ray Jackson dal Texas formeranno il quintetto più rivoluzionario, esplosivo e cool dell’intera pallacanestro mondiale negli anni ’90: i leggendari FAB FIVE di Michigan.

foto gannett-cdn.com

Dovete sapere che gli Wolverines, così vengono chiamati i giocatori della squadra dell’Università del College di Michigan, dopo aver vinto il primo titolo nel 1989, caddero in disgrazia l’anno successivo incapaci di recuperare il talento necessario per ritornare a competere ad alti livelli.

Va da se che era necessario per un college blasonato come quello che di fatto rappresenta lo stato intero del Michigan, rastrellare talenti importanti. Detto fatto, l’allenatore Steve Fisher recluta abbastanza rapidamente Juwan Howard da Chicago, primo importante tassello che porta ai successivi due: Jimmy King amico di Howard e Ray Jackson, l’ossatura del team inizia a formarsi ma manca ancora qualcosa in termini di spettacolarità e talento e si dà il caso che quel qualcosa giochi appena dietro l’angolo. Ad un’ora di macchina da Ann Arbour, sede dell’Università, distrugge tabelloni ed avversari con una facilità disarmante un ragazzone di nome Chris Webber. Gioca per Country Day High School, una scuola dell’alta borghesia bianca e pur vincendo ogni partita semplicemente presentandosi in campo, non è un luogo che gli piace particolarmente. Così come non gli piacciano molto le offerte che per lui arrivano da ogni grande College Americano, Duke su tutti. Chris vuole sentirsi a casa, vuole stare con la sua gente, palleggiare a ritmo hiphop e gridare in faccia la sua negritudine agli avversari. La proposta di Michigan che conta già su Juan, Ray e Jimmy è perfetta. Accetta, è il quarto componente di un quintetto potenzialmente devastante, ce lo ricorda il suo numero di maglia, il 4 appunto, poi ritirato in NBA dai Sacramento Kings che con lui toccheranno vette di gioco immaginifiche nei primi anni 2000.

foto espn

A questo punto manca solo un componente: il numero 5 di nome e di maglia. Sarà Jalen Rose, altro talento detroitiano dal facile trash-talking che usa sui playground della città per irridere gli avversari dopo un lay-up mortifero a chiudere una partenza spezza caviglie.

Sono nati i Fab Five, una sorta di Wu-Tang Clan della pallacanestro.

Pallacanestro che dopo di loro non sarà più la stessa. I meravigliosi 5 in campo incantano: sono talenti strabordanti, dominano a suon di schiacciate, halley hoops, passaggi dietro la schiena, trash talking. Quando segnano un canestro importante non si battono un cinque normale ma saltano e si battono il petto. Rimangono appesi al ferro oltre il necessario, scendono e mostrano i muscoli al pubblico. Sono un clan e oltre a vincere le partite ben presto diventano anche un’icona da stile.

Jalen Rose al primo allenamento prende in prestito i pantaloni da gioco del compagno Chip Armer leggermente sovrappeso e almeno di 5 taglie superiore, li cala sotto la vita perché vuole imitare lo stile di Michael Jordan, il primo ad indossare pantaloncini lunghi fino ad appena sopra il ginocchio a fine anni 80.  Ben presto Nike, lo sponsor dei Wolverines, fa arrivare in palestra pantaloncini da gioco in stile baggy, taglia extra extra large, che tutti e 5 i fenomeni iniziano ad indossare regolarmente.

Sembrano usciti da un video degli NWA, in un momento storico in cui i simboli dell’hiphop tra cui appunto le taglie sovrabbondanti, sono in chiaro messaggio ai conservatori: lo stile della strada, delle prigioni in cui la mancanza di cinture faceva portare ai galeotti il cavallo molto basso, è arrivato nei salotti borghesi attraverso la NCAA ed i Fab Five!

foto gannett-cdn.com

Ma non finisce qui, lo stile iconico dei 5 si completa con capelli rasati a zero, poi un must per qualsiasi giocatore afroamericano in NBA ed una combo calzino+ sneaker neri che non si era mai vista su un campo da basket. Sembra incredibile oggi ma nessuno all’epoca aveva mai indossato un black sock con la divisa della squadra, erano sempre stati bianchi!

I ragazzini di mezza America sono in delirio, esplode la Fab Five Mania, il merchandising dei Wolverines soprattutto i pantaloncini da gioco con la grande M gialla in campo blu, vanno a ruba e Juan, Jimmy, Ray, Jalen e Chris diventano delle rock star, anzi delle G-Star, perché molto più associabili al nascente fenomeno del gangsta rap los angeliano rispetto al più classico e comprensibile rock.

E com’è ovvio iniziano a dare fastidio all’establishment, perché poco compresi come tutta la scena hiphop all’epoca, tormentata anche da atti di violenza e cronaca nera culminati poi negli scontri Est-West Coast con le morti dei king del rap Tupac e Notorious BIG.

Danno fastidio anche perché fino a quel momento c’erano state sì delle grandi star di college, basti pensare anche solo a Magic e Bird o a Wilt Chamberlain, a Kenny Anderson o al team di UNLV del devastante Larry Johnson, facce da schiaffi tanto quanto i Fab Five, ma stavolta era un intero quintetto ad essere protagonista e molto più protagonista del coach o dell’ateneo stesso: i giocatori erano diventati più importanti del programma scolastico, più grandi del blasone dell’ateneo, più star di qualsiasi altro coach NCAA. Si perché nel college basket da sempre le facce associate alla NCAA sono santoni quali Dean Smith, Jerry Tarkanian, Mike Krzyzewski e Bob Knight. E ora questi venivano letteralmente oscurati da Webber e soci. Intollerabile! Bill Walton, grande giocatore NBA del passato e ai tempi commentatore NCAA disse più volte che questi 5 rovinavano l’immagine del college basketball esaltando atteggiamenti e comportamenti del tutto fuori luogo e “sbagliati”. In molti salotti americani vennero semplicemente liquidati come “scimmie”, come spesso venivano definiti i “negri” dal talento nettamente superiore a quello dei figli della upper class intelligenti, educati ed impomatati.

Ma al di là del fenomeno di costume che rappresentarono, ciò che contava è che questi in campo si divertivano, facevano divertire con un altruismo reciproco che pochi altri quintetti avevano, e soprattutto vincevano. Nel 91 la scelta di coach Fisher di schierare per la prima volta nella storia NCAA un quintetto di soli freshman, matricole al primo anno, fu tanto rivoluzionaria quanto efficace: la stagione si chiuse con 24 vittorie e 8 sconfitte e con la Finale del Torneo persa con la più esperta e blasonata Duke dell’ala Christian Laettner, che proprio lì si guadagnò un posto nel successivo Dream Team del 1992 come unico collegiale alla corte di Mike, Magic e Bird nel team USA. Schierare 5 matricole sembra anche questa una banalità oggi, eppure ai tempi la scelta fece molto discutere un ambiente da sempre conservatore nel quale ad esempio i freshman fino al 1972 non potevano nemmeno scendere in campo. Successivamente i Rookie non potevano essere scelti al draft NBA quindi in molti casi non era nemmeno necessario metterli in campo per farli ben figurare. Ecco che invece I Fab Five che ben presto diventeranno per i media americani “The greatest Class Ever rectuit”, la miglior classe di reclutamento di sempre, fecero quel che sapevano fare meglio: breaking the rules, rompere qualsiasi regola.

“The bigger they are the harder they fall” dicono però gli anglosassoni.

Il volo di questi 5 ragazzi era talmente alto che lo schianto che si sarebbe verificato di lì a poco non poteva che essere altrettanto enorme, mettendo la parola fine in modo sportivamente drammatico ad una delle epopee più affascinanti della storia del College Basketball e non solo.

E’ la primavera del 1993 e a New Orleans, Louisiana, nel pieno del carnevale più coinvolgente d’America, va in scena la finale del torneo NCAA tra i North Carolina Tar Heels di Jerry Stackhouse ed i Michigan Wolverines dei Fab Five che per il secondo anno consecutivo, dopo una stagione da 17 vittorie e una sconfitta, hanno la possibilità di portarsi a casa il trofeo e passare definitivamente alla storia. Il copione sembra scritto in modo perfetto da uno sceneggiatore per l’assolo finale del leader della squadra, Chris Webber, 19 punti e oltre di media fin lì. Carolina è avanti di due a 19 secondi dalla fine, Chris prende il rimbalzo, c’è abbastanza tempo per provare a vincere la partita con un drammatico tiro da tre allo scadere o andare per il pareggio veloce.

Purtroppo per i Wolverines però, non succede niente di tutto questo.

Chris dopo il rimbalzo cerca Jalen Rose per portare velocemente la palla dall’altra parte e costruire l’azione finale, ma Jalen è marcato bene e Chris nell’indecisione commette infrazione di passi. La partita potrebbe finire lì ma anche se l’infrazione è clamorosa, gli arbitri non la vedono e Chris prosegue in palleggio fino all’altra metà campo, tocca a lui portare la palla. Arriva all’arco del tiro da 3 di Carolina, viene accerchiato da 2 difensori che gli fanno chiudere il palleggio: d’istinto Webber chiama time-out per tornare in panchina e reimpostare l’azione.

Il problema è che quel time-out non esiste, Michigan ha già terminato quelli che aveva a disposizione: è fallo tecnico, 1 tiro libero per Carolina e possesso palla.

Sul tiro libero messo a segno dal glaciale Jerry Stackhouse finisce la storia dei Fab Five: 2 finali raggiunte in 2 anni, 2 sconfitte che i protagonisti cercheranno di elaborare per tutto il resto della loro carriera.

Un distrutto Chris Webber annuncerà pochi giorni dopo il suo passaggio in NBA dove verrà scelto come prima scelta assoluta dagli Orlando Magic (poi subito scambiato con Penny Hardaway, finendo a Golden State) anche se, dopo un passaggio rapido a Washington, sarà poi ricordato per sempre con la sua maglia numero 4 ai Sacramento Kings, una delle più belle squadre da veder giocare che abbiano mai messo piede in NBA, il loro gioco fatto di passaggi dietro la schiena e tagli backdoor imbeccati proprio da quell’ala che nel passaggio aveva la sua visione più grande, nel 2000 e 2001 fu rivoluzionario tanto quello dei Fab Five.

I 5 si sciolgono per sempre in quel 1993 anche se gli altri 4 rimarranno ancora un anno a Michigan, Howard e Rose seguiranno Chris in NBA solo un anno dopo.

Poco male, una squadra così è destinata anche senza vittoria finale, a rimanere negli annali della pallacanestro e tra le icone di una università tornata alla ribalta grazie a loro.

Oppure no? Al disastro del time-out del 93, ne segue uno forse ancora più doloroso nel 2002.

Da un’attenta indagine a posteriori, emerge infatti che Chris Webber ed altri giocatori di Michigan hanno ricevuto nel corso della loro permanenza al college ingenti somme di denaro da tale Ed Martin, losco criminale di Detroit. Le indagini proseguono per diverso tempo e rivelano che un po’ tutto il programma sportivo dei Wolverines era stato dopato dai finanziamenti illeciti e derivanti da riciclaggio di denaro, da parte di Martin. Webber confessò sotto accusa di aver accettato un prestito da Ed, andando di fatto contro alle regole NCAA che proibiscono ai giocatori di ricevere denaro o donazioni in qualsiasi forma nel periodo Collegiale.

La pena fu impietosa: a Chris Webber venne ritirato il titolo di All American 1993, e non solo, i Fab Five vennero cancellati. Ogni traccia di quella grande squadra di Michigan venne rimossa dagli archivi, i gonfaloni delle vittorie di Division vennero rimossi dal palazzetto e ogni riferimento a quel periodo storico venne cancellato dagli annali della storia NCAA. I Fab Five non erano mai esistiti.

Dopo una carriera incredibile in NBA oggi Chris è voce e commentatore fuoriclasse, manco a dirlo, di TNT. Rose lo ha seguito anche in questo ed è oggi voce importante di ABC. Howard ha avuto una discreta carriera NBA grazie a delle ottime mani che l’hanno reso una delle prime ali forti tiratrici, King giocò invece in CBA per poi abbandonare la carriera di lì a poco e perdersi nella leggenda, Jackson diventò presto imprenditore lasciando la pallacanestro nel 94.

Di quei Wolverines rimane questo: un pugno di ricordi e una serie di immagini oggi reperibili su YouTube, oltre ai racconti che qualche affezionato e nostalgico periodicamente cerca di tramandare alle nuove generazioni. Quei 5 ragazzi così forti ed uniti da un legame fraterno che in molti hanno scambiato per un atteggiamento da gang, hanno cambiato lo stile, il linguaggio, l’estetica e anche il gioco della pallacanestro, ma di loro non vi è più alcuna traccia ufficiale. Non nei libri di storia almeno.

Il loro lascito però va ben oltre: è negli short a vita bassa di Allen Iverson, è nell’incrocio in palleggio di Kyre Irving, è nel behind the back in post basso, è nella testa rasata di Kobe Bryant, è nello stile swag che ha reso questo gioco così cool per tante generazioni.

The Fab Five are dead, lunga vita ai Fab Five, la squadra che non è mai esistita.

foto Bentley Image Bank

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