Un draft maledetto quello del 17 giugno 1986, non c’è che dire. A macchiarlo per primo di sangue (e di coca) fu Len Bias, scelta numero 2 dei Boston Celtics. “Un Michael Jordan un po’ più alto”, lo definivano. Ma un’overdose di cocaina alla festa per la firma sul suo primo contratto da pro lo stronca all’alba del 19 giugno, ancor prima di poter indossare la canotta biancoverde numero 30.

Un paio d’ore dopo aver chiamato quello che doveva essere l’erede di Larry Bird, David Stern scandisce il nome di un ragazzo proveniente dalla Jugoslavia che sta facendo furore in Europa: numero 60, Drazen Petrovic. Un rapporto complicato con la Nba, ma quando anche l’America inizia ad apprezzarlo, è una tragedia a portarselo via: il 7 giugno 1993, a soli 29 anni, l’incidente sulle strade di Germania che si porta in cielo il “diavolo di Sebenico”.

Roy Tarpley era uno dei pezzi pregiati di quel draft. Ma non poteva immaginare che trent’anni dopo a legarlo a Bias e Petrovic sarebbe stato un comune, tragico destino. Quello che gli ha tolto la vita un paio di giorni fa, appena cinquantenne, a causa di un fegato massacrato da decenni di alcol e droghe.

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Tarpley era semplicemente una forza della natura. Atleta mostruoso sia per stazza che per agilità, i Mavericks non se lo fanno sfuggire chiamandolo con la scelta numero 7 di quel draft tinto di nero. Inforcati gli occhialoni da vista alla Horace Grant prima di Horace Grant, il lungo natio di New York in Texas non tradisce le attese. Un solido contributo nella stagione da rookie (nella quale finisce subito nel primo quintetto dei ragazzi al primo anno), poi un secondo anno semplicemente spettacolare, con il titolo di Sixth Man of the Year 1987-1988 e la cavalcata dei Mavericks fino alle Finali di Conference da grande protagonista, con due prove mostruose in gara 3 e 4 che spaventano i Lakers che poi avranno la meglio solo a gara 7. “Non sapevamo come fermarlo”, dice Pat Riley dopo quella serie nella quale viaggia a 17,9 punti e 12,9 rimbalzi di media. Per tornare così vicini al titolo, i Mavs dovranno attendere un ragazzone che viene Wurzburg, Germania.

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Sta sbocciando, Roy. È molto religioso, quando può va sempre in chiesa a fare il chierichetto (di 211 centimetri), sempre sorridente e di buon umore. E gli piace fare festa. Celebrità, soldi e libertà possono essere un mix devastante se non si è in grado di gestirlo.

Ron conosceva la marijuana dai tempi del college e si fa presentare la coca nella sua stagione da rookie, ma nei primi due anni nella Lega il problema sembra non esistere. Anche perché Mark Aguirre, stella di quei Mavs, lo prende sotto la sua ala protettrice. Con lui condivide tutto e lo aiuta a restare lontano dai guai. “Pensavo che una volta avuti i soldi in mano potevo fare festa ma fermarmi e fare il mio lavoro quando dovevo – disse in un’intervista al Dallas Morning News del 1992 – però non andò così. Continuai semplicemente a fare festa”.

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Alla fine della trionfale stagione ’87-’88, Aguirre viene scambiato a Detroit e la situazione precipita. Tarpley finisce una prima volta in rehab, ma Murphy ci insegna: quando le cose iniziano ad andare male, finiranno peggio. Ci si mettono gli infortuni a dare più tempo di amoreggiare con coca e birra a Tarpley, che nei successivi tre anni disputerà solo 69 partite complessive, peraltro consolidandosi come uno dei migliori lunghi di una Lega dove imperversano David Robinson, Hakeem Olajuwon e Pat Ewing. I punti sono 17,3 con 11,5 rimbalzi nell’88-89, 16,8 con addirittura 13,1 rimbalzi nell’89-90. Ma in mezzo ci sono anche due arresti per guida in stato di ebbrezza, con conseguente prima sospensione da parte della Nba, e la rottura del crociato anteriore nel novembre del 1990. Con tanto tempo libero dagli impegni sul parquet, le sostanze psicotrope diventano compagne di vita del lungagnone dei Mavs. E quando nel 1991 fallisce un test antidroga voluto dalla Lega, la sua carriera sembra finita. Squalifica per 3 anni, ciao ciao Nba.

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La Usbl, lega minore americana, non è eccitante (anche se la domina vincendo titolo ed Mvp) e si guadagna pochino per i suoi gusti Allora nell’estate 1992 con il Dream Team in Europa decide di sbarcare anche Tarpley. La direzione, però, non è Barcellona ma Salonicco. Lo chiama l’Aris del “drago” Giannakis per aiutarlo a ridipingere di giallonero il titolo greco come lo era stato per 7 anni, dal 1985 al 1991. Il suo impatto col basket europeo è semplicemente devastante. Se in patria Olympiakos e Panathinaikos si dimostrano comunque più forti della compagine tessalonicese, in Coppa Europa (l’ex Coppa delle Coppe) l’Aris viaggia però spedito fino alla finale di Torino, dove ad attendere c’è una potenza emergente proveniente dalla Turchia: l’Efes Pilsen. Roy è 15 kg sovrappeso, merito delle birre che scola in quantità industriale, e ogni tanto qualche acciacco continua a frenarlo. Ma per questa parte dell’oceano è praticamente un alieno. Immaginatevi, che so, un Anthony Davis un po’ fuori forma che scorrazza sui legni del Vecchio Continente. Risultato: Tarpley viaggia a 23+17 di media, ne firma 19 nel 50-48 del PalaRuffini del 16 marzo 1993, partita diventata famosa per l’assalto dei tifosi greci ai giocatori dell’Efes che costerà alla squadra di Salonicco due anni di squalifica dalle competizione europee. Ma intanto la Coppa d’Europa arriva a Salonicco: è il primo trionfo internazionale nella storia dell’Aris.

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L’idillio giallonero, però, dura ancora per poco. Tracannare Mytos è abitudine per lui, ma quando un mese dopo Torino, alla vigilia di una partita dei quarti di finale playoff, si presenta al palas dopo aver buttato giù una decina di lattine della bionda più amata di Grecia, la sua esperienza a Salonicco è al capolinea. E con essa, però, anche la corsa al titolo ellenico dell’Aris a scapito di un Olympiakos che torna sul trono 15 anni dopo l’ultima volta.

Sta di fatto che uno così in Europa non lo tiene nessuno. E l’Oly, dopo lo scudetto, vuole provare a dare l’assalto all’Euroclub. Al Pireo accettano il rischio e gli fanno firmare un contratto annuale con clausole strettissime legate al rapporto con droghe e alcol ma che recita 1,2 milioni di dollari. Con Dragan Tarlac e Zarko Paspalj in frontcourt al fianco di Tarpley, al Pireo si sogna in grande.

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Lo squadrone biancorosso demolisce le avversarie sia in patria che in coppa, Roy è inarrestabile, viaggia a 20,8 punti e 12,8 rimbalzi e la destinazione non può che essere Tel Aviv per delle Final Four che si preannunciano memorabili con in semifinale un doppio derby: Barcellona-Joventut Badalona da una parte, Olympiakos-Panathinaikos dall’altra. Mentre la generazione dorata in biancoverde, guidata da un certo Zeljko Obradovic, si sbarazza dei cugini blaugrana mitragliandoli con le triple di Jordi Villacampa e Tomas Jofresa, la scontro sull’Olimpo non delude le attese. Sigalas-Fassoulas-Paspalj-Tarpley-Tarlac da una parte, Galis-Patavoukas-Alvertis-Volkov-Vrankovic dall’altra, what else? Lo zar di Russia si carica in spalla il Pana con 32 punti, ma la furia di Tarpley (21+16) e la classe di Paspalj spingono l’Oly alla tanto attesa finale. “E’ il punto più alto della mia carriera”, dichiara a fine partita un Roy a dir poco entusiasta.

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La tavola pare imbandita per il trionfo biancorosso. Gli ultras del Pana, uniti dai colori biancoverdi, si saldano in tribuna alla tifoseria Joventut, ma quando il team del Pireo a 7’ dalla sirena si porta sul +5, sul 57-52, la storia sembra già scritta. Tarpley non è nella sua miglior giornata (12 punti e 14 rimbalzi ma 5/19 dal campo), ma in una partita ruvida come l’ha voluta Obradovic sembrano più che sufficienti.

Ed invece accade l’imponderabile. L’Oly non segna più e Corny Thompson infila la tripla del clamoroso sorpasso a 18” dalla fine proprio in faccia a Tarpley. 59-57 Joventut. L’ultima palla, però, ce l’ha l’Olympiakos. Paspalj subisce il fallo e va in lunetta con l’1+1 con 5” secondi da giocare. Residui di un basket che fu. La stella serba è fin lì 3/9 dalla linea della carità. E sbaglia anche stavolta. Il cronometro, però, si inceppa tra le proteste catalane e con gli arbitri che si guardano bene da qualsiasi fischio. Tarpley la spizzica, Fassoulas tenta un’improbabile canestro da 10 metri, il ferro fa schizzare di nuovo la palla nelle mani di Paspalj, che dai 4 metri la manda di nuovo intorno all’anello. La piovra Tarpley è in agguato, ma il tempo per coordinarsi e tirare è minimo. Roy scaglia la palla alla bene e meglio, ampiamente fuori tempo e con la marea verde già pronta a sommergere lo Yad Eliyahu. Ma comunque il fondo della retina resta un tabù. Obradovic did it. Again.

Tarpley e l’Olympiakos si consolano con l’accoppiata titolo-Coppa di Grecia, ma tre anni sono passati e i contatti con la Nba non si sono mai interrotti. È l’estate del 1994 e i Mavericks provano a dargli un’altra chance. E che chance: contratto a salire da 20 milioni in 6 anni. Un rischio per un 30enne reduce da una squalifica per droga. Eppure Roy ha un buon impatto. Sono i Mavs di un capelluto Jason Kidd e di Jamal Mashburn, Tarpley parte dalla panchina e produce 12,6 punti e 8,2 rimbalzi, ma Dallas resta fuori dai playoff. I 2 punti e 4 rimbalzi dell’ultima gara di stagione contro i Clippers saranno la sua ultima apparizione in Nba, perché nel dicembre 1995 un altro test antidroga al quale risulta positivo spinge David Stern a radiarlo per sempre dalla Lega. Torna in Grecia, passa anche in Russia ed in Cina, ma alla fine torna sempre a Dallas, città alla quale è ormai legato a doppio filo. Intanto, però sperpera tutti i soldi in birra e cocaina, che invece finiscono solo per corrodergli il fegato. Fino a sgretolarglielo, a soli cinquant’anni. A sgretolarglielo come sgretolava ferri ed avversari.

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