LA NUOVA ERA E’ ORA

di Marco Pagliariccio

Giù il sipario. La prima edizione della Eurolega 2.0 ha vissuto il suo ultimo atto giusto un paio di giorni fa ma gli interrogativi, le frizioni, le discussioni su una competizione che sta mutando pelle sono e saranno vivi da qui al prossimo autunno. La nuova formula entrata in vigore in questa stagione, con il taglio da 24 a 16 squadre a sfidarsi in un vero e proprio campionato europeo, ha raccolto ampi consensi sul fronte del “prodotto” offerto al pubblico, ma anche qualche critica dal lato sportivo.

Il restringimento del numero delle squadre ma l’aumento del numero delle partite, con match di cartello praticamente ad ogni turno, ha creato una competizione affascinante che il pubblico ha premiato coi numeri: gli spettatori in regular season sono passati da una media di 7.136 a 8.177, gli ascolti sono cresciuti del 32% per quanto riguarda le tv e addirittura del 166% su Euroleague.tv, piattaforma di proprietà che anno dopo anno sta migliorando a vista d’occhio (state prendendo appunti in Legabasket?).

Euroleague, che è una società nella quale i singoli club sono in quota parte proprietari della lega stessa, sta spingendo forte nella direzione di diventare seguire un modello vicino alla NBA sotto il profilo economico e del marketing. E’ ovvio ed evidente che non potrà mai esserci una vera concorrenza tra le due, ma la spinta che Bertomeu sta imprimendo è quella di portare i migliori club europei a giocare solo in Eurolega, abbandonando in modo più o meno definitivo le leghe nazionali. Un passaggio che avrà bisogno ancora di anni per realizzarsi, ma è indicativo in tal senso il fatto che in Spagna la discussione sia già partita nei mesi scorsi con la minaccia di Real, Barcellona, Baskonia e Malaga di lasciare la ACB (anche se l’annuncio di qualche giorno fa che la Endesa, main sponsor della ACB, sia entrata in affari con Euroleague forse calmerà le acque). Alle grandi l’affare fa gola, perché se di base le 16 partecipanti alla competizione quest’anno si sono portate a casa una torta da 30 milioni di euro (qualche milioncino in più lo intasca chi avanza ai playoff e poi alle Final Four) è ovvio che quello diventi il mercato all’interno del quale si preferisce stare ed investire.

Ci sarebbe però anche il fronte sportivo. Bartzokas (ma anche Trinchieri) è stato il più duro oppositore su questo fronte nel corso della stagione. Si gioca troppo, ci si infortuna troppo perché i giocatori non sono pronti per questi ritmi, dicono: “Giocando mercoledì, venerdì, domenica e poi di nuovo mercoledì c’è bisogno di uno psicologo, non più di un allenatore. Non c’è tempo per allenarsi e le squadre migliorano solo in palestra. Ci sono tanti infortuni perché l’Eurolega sta cercando di diventare come la NBA, con 82 partite di stagione regolare, ma le condizioni sono diverse. Diversa è anche la pressione: qui ogni sconfitta è un funerale”, queste le parole del coach ellenico in tempi non sospetti, a inizio novembre scorso, cui faceva eco l’ex canturino dalle colonne della Gazzetta dello Sport. “Saranno tutte partite delicate, il trend è quello, sono delle Top 16 di 30 giornate. Il livello ha già dimostrato l’urgenza, devi essere pronto altrimenti incassi calci e pugni, è una catapulta spaziale. La richiesta per il momento è fuori scala perché le squadre non sono pronte a giocare a novembre il basket che giocheranno a marzo, non ci sono le fondamenta, infatti si vede come fioccano gli infortuni”.

Di fatto, però, l’aumento di partite è stato significativo principalmente per le squadre di seconda fascia. L’Olympiacos, che arrivando a gara 5 nei quarti di finale è la squadra che ha giocato più partite europee in stagione, ne ha giocate 37 complessive contro le 31 che lo scorso anno aveva giocato il Lokomotiv Kuban (costretta a gara 5 nei quarti dal Barcellona), mentre una Milano, eliminata al primo turno nella stagione 2015-2016 e quindi fermatasi a 10 partite disputate, quest’anno ne aveva già dall’inizio garantite almeno il triplo, ben 30. Più impegnativo, ma anche più affascinante e più redditizio, perché la stessa Olimpia, oltre a poter fare 15 incassi anziché 5, ha avuto una media spettatori salita di oltre mille unità (da 8.469 a 9.485 per gara).

Questo, però, ha anche spinto un po’ tutte le squadre a correre ad allungare i roster in maniera a volte anche spropositata, come ad esempio un Cska con 16 tesserati (e coach Itoudis ad invocare la possibilità di portarne 13 a referto…). Il paradosso è che alla fine a vincere è stata l’unica (o una delle pochissime) andata in controtendenza: se un appunto si poteva fare al Fenerbahce ad inizio stagione era proprio la scelta di non allungare un roster che già al 10° spot aveva un Melih Mahmutoglu utilizzato a singhiozzo (10’ di media in 20 partite giocate su 35) e con l’innesto di gennaio Anthony Bennett relegato ai margini (10 partite con poco più di 6’ in campo). Un team con rotazioni corte e gerarchie ben definite ha avuto la meglio sulle sterminate batterie di Real, Cska e compagnia cantando. Obradovic reazionario e vincente, as usual.

[Applausi a te, Zeljko]

Il futuro? Nel brevissimo periodo è già iniziata la burrasca sulla questione dei giocatori da concedere alle Nazionali in vista del rinnovato calendario internazionale per le qualificazioni ai Mondiali di Cina 2019. Dopo NBA, anche Euroleague ha annunciato che le sue squadre non lasceranno andare i giocatori in queste finestre. Ma Bertomeu continua a lavorare per ampliare il numero delle squadre. Non si tornerà a 24, ma l’obiettivo è quello di salire a 20 con un occhio di riguardo ai mercati principali: Strasburgo sta investendo forte sull’ampliamento della Rhenus Sport Arena a 10.100 posti e potrebbe essere candidata a ricevere presto una licenza A, la Bundesliga sta crescendo anno dopo anno alle spalle di Bamberg e Bayern e il sogno è quello di conquistare Londra. L’Inghilterra è da sempre refrattaria al basket, ma i 14.500 che hanno stipato la O2 Arena per la finalissima della British Basketball League vinta da Leicester (no, non allenava Ranieri) fanno gola e non poco, in prospettiva.

E l’Italia?

Non me ne voglia l’Olimpia Milano, ma ad oggi è impossibile che un’italiana vinca l’Eurolega”. Parole di Gigi Datome da fresco campione d’Europa. Parole dure ma difficili da confutare. Dietro a Milano, che seppur reduce da un paio di annate sportivamente negative sta lavorando bene nella costruzione di una realtà solida a livello europeo, c’è il vuoto. Con progettualità fragili e soprattutto strutture non all’altezza, difficile ipotizzare nel breve periodo l’approdo al top di una seconda rappresentante tricolore. E se lo stallo dovesse prolungarsi davvero negli anni, cosa tratterebbe l’Olimpia dall’abbandonare i campanili italici per sposare un torneo di respiro europeo con alto prestigio e soldoni tintinnanti sul piatto?

 

 

6 MESI DA RICORDARE 

di Ivan Belletti

12 Ottobre – 7 Aprile: è stato il Real Madrid ad avere l’onore di aprire e chiudere la regular season di Eurolega, un vero e proprio viaggio di devotion, 1/2 volte a settimana, con partite spesso e volentieri finite entro il possesso di scarto.

Siamo stati esausti noi a vederle sul divano, figurarsi i giocatori che hanno reso possibile uno spettacolo del genere.

Alcuni avevano paura che, con 8 squadre qualificate ai playoff e l’altra metà in vacanza, nelle ultime giornate ci sarebbero state partite poco avvincenti, come nella NBA ad esempio. Non è successo niente di tutto ciò, il motivo? In Europa qualsiasi sconfitta viene vissuta come un dramma sportivo, che sia il primo o l’ultimo turno di un campionato, che i due punti contino o meno.

Ecco allora un Kazan combattivo fino all’ultimo o un Bamberg che a momenti manda all’aria la qualificazione ai playoff del Darussafaka.

In 6 mesi è successo davvero di tutto, prima un CSKA che sembrava destinato al primo posto con la pipa in bocca, poi, alla distanza, il Real Madrid è riuscito a raggiungere i russi e a scavalcarli chiudendo al primo posto la regular season.

Panathinaikos ed Olympiacos sono andate a braccetto (ehm, meglio di no) per poi chiudere rispettivamente al terzo e quarto posto, Efes Pilsen e un Fenerbahce sornione dietro alle greche. Il Baskonia, dopo aver giocato alcune partite meravigliose e perso altre in modo incredibile, ha raggiunto un settimo posto che forse non ha reso onore alla stagione, mentre il Darussafaka proprio all’ultima giornata ha operato il sorpasso ai terribili giovani della Stella Rossa.

Un continuo susseguirsi di emozioni, di buzzer beater e di ambienti infuocati.

L’inizio del campionato aveva visto un’ottima Armani Milano battere prima il Maccabi in una partita meravigliosa, con gli israeliani che rischiano di recuperare 10 punti negli ultimi 2 minuti (playoff 2014, do you remember?), poi vince a Istanbul contro il Darussafaka.

Dopo questo back to back per la squadra di Repesa sarà un vero e proprio incubo, con 13 sconfitte su 15 incontri. Il bello di un campionato così avvincente, è che nonostante una striscia di sconfitte pazzesche la classifica è sempre corta: se Milano avesse vinto in casa dell’Efes, ci sarebbe stata addirittura l’opportunità di giocarsela fino in fondo per i quarti di finale.

Oltre alle 8 qualificate ai playoff, altre tre squadre ci hanno regalato gioie nella regular season.

Una è per buona parte made in Italy: Trinchieri in panca, Baiesi dietro la scrivania e Melli in campo. Il Bamberg è stata una delle squadre più divertenti di questa Eurolega… e anche decisamente la più sfortunata.

8 sconfitte nelle prime 10, delle 8 sconfitte 6 si sono decise in un possesso… compresa la meravigliosa partita contro il CSKA Mosca, che ho avuto la fortuna di vedere dal vivo.

Un attacco di letture, con tanti giocatori pensanti e un ambiente casalingo che rende onore allo spirito dell’Eurolega: il Bamberg è un modello da seguire per tutte quelle società che si affacciano ai palcoscenici più importanti.

E a proposito di palcoscenici, gli addetti al servizio dell’Eurolega hanno eletto l’arena dello Zalgiris Kaunas come la struttura più bella di tutto il campionato. Oltre alla struttura, quest’anno i tifosi lituani hanno potuto ammirare una delle squadre più divertenti in Europa.

Merito di quel genio di Sarunas Jasikevicius, che ha trasformato un roster di medio/basso, anzi, diciamo pure solo basso livello in un gruppo di giocatori capace di sfiorare l’ottavo posto.

Intensità, difesa, tanto ritmo in attacco e fiducia nel proprio gioco: questi gli ingredienti dello Zalgiris Kaunas, capace di portare a casa scalpi eccellenti come quello del Barcellona (delusione dell’anno) e addirittura del CSKA Mosca.

Last but not least, la Stella Rossa Belgrado: un gruppo di ragazzini terribili, con talenti veri quali Guduric e Mitrovic, tra le prime 8 per quasi tutta la regular season, arrivati corti di un soffio contro quel volpone di Blatt e il suo Darussafaka.

Ogni partita dei ragazzi serbi è valsa la pena di essere guardata, sia per il cuore messo in campo, sia per lo straordinario spettacolo del tifo locale nelle partite casalinghe.

Sono stati mesi di vera devotion, una nuova era che ha reso onore al basket europeo dalla prima all’ultima giornata. E’ già partito il countdown per la stagione 2017/18…

 

 

FENERBAHCE SUL TETTO D’EUROPA

di Raffaele Ferraro

9 secondi alla fine, Teodosic palleggia male, rischia di perdere il pallone, lo recupera e lo scarica a De Colo che tira una mattonata da 8 metri, Udoh taglia fuori a fatica Hines, Kalinic non taglia proprio fuori Khryapa che prende rimbalzo in attacco e con un tap in al volo segna il pareggio a 2 secondi dalla fine.

Il Cska porta ai supplementari una partita che aveva già vinto e poi quasi perso. Il supplementare sappiamo tutti come andò: Cska campione, De Colo Mvp anche della finale, Teodosic e compagni che si tolgono l’etichetta dei “fenomeni sì, ma quando conta se la fanno nelle mutande”.

Il Cska versione 2016/2017 si è presentato alle Final Four di Istanbul con la stessa ossatura di squadra, stessi protagonisti, pochi cambi tattici, Hines sempre fondamentale in difesa per cambiare su tutti i blocchi, Teodosic e De Colo con licenza di uccidere ed incantare. Ma l’aria, quest’anno, è sembrata diversa. Qualche intoppo in più del previsto durante la stagione, qualche brutta sconfitta, attimi di nervosismo, polemiche di coach Itoudis contro il proprio pubblico reo di essere poco caldo e soprattutto poco presente, polemiche di Teodosic contro la squadra dopo una vittoria col Baskonia (sottolineo, vittoria), lo stesso Milos sempre più attirato dalle sirene americane. E l’aria diversa, puntualmente, si è vista in campo. Di fronte c’era quell’Olympiacos che negli ultimi anni è sinonimo di incubo per i russi. La banda di Sfairopoulos ha giocato la partita che voleva giocare: tenere il Cska a ritmi più bassi del solito, controllo dei rimbalzi, e speranza di avere buone percentuali dalla lunga distanza per aprire la scatola russa. E così è stato. Com’era facile prevedere il Cska ha guidato la partita. Com’era altrettanto facile prevedere, l’Olympiacos ha dato tutto nel momento cruciale. E poi Spanoulis, in quei momenti, è sempre Spanoulis.

Non sarà il solito Vassilis nei primi 30 minuti, l’età avanza, il primo passo è sempre più lento e fatica sempre di più a trovare canestri facili. Ma quando vede il sangue dell’ultimo quarto, è lo squalo più feroce d’Europa. Sceneggiatura che non era impossibile prevedere: recupero dei greci, De Colo comincia a forzare e a sbagliare, Teodosic stupendo per 39 minuti, sbaglia un libero importante e prende un tiro scellerato a 8 secondi dalla fine che consegna la vittoria nelle mani dei greci e di coach Sfairopoulos, che se non è il coach of the year di questa Eurolega, poco ci manca.

L’altra semifinale era, sulla carta, più equilibrata e con l’esito più incerto. Ma così non è stato. La macchina messa in piedi tre anni fa dall’accoppiata Obradovic-Gherardini era una bomba pronta ad esplodere nel giro di 2 anni. L’anno scorso è andata ad un rimbalzo di Krhyapa dal traguardo. Quest’anno era l’anno buono e gli ingredienti c’erano tutti: Final Four in casa, tifo (incredibile) a favore, stagione con molti alti e bassi costellata da infortuni, momento più basso prima della serie col Panathinaikos, momento più alto 10 giorni dopo quando ha chiuso la serie coi greci 3-0. E’ stata una non partita, anche quando il Real è tornato a contatto grazie soprattutto ad un Llull commovente e giustamente Mvp della stagione, e a Jaycee Carroll che quando si accende non lo spengono neanche i pompieri. Non è stata la partita di Doncic che ha chiuso con una virgola che gli farà bene e che è assolutamente giustificabile: a 18 anni, dopo una stagione semplicemente pazzesca, ci sta “fallire” l’appuntamento più importante. Non è stata la partita di Randolph, di Rudy e di Ayon letteralmente violentato da Udoh. Non è stata la partita del Real. Obradovic ha semplicemente ucciso il Real con Udoh che ha giocato una partita che definire storica, sarebbe riduttivo, e un Kalinic che in questo finale di stagione ha “rubato” minuti al nostro Gigione garantendo un equilibrio difensivo (può difendere dal 2 al 4) e un cinismo offensivo straordinari.

La finale: avendo ancora negli occhi il Fenerbahce della semifinale, il pronostico della finale è sembrato subito abbastanza chiuso. Divario di talento abbastanza evidente e poi l’ambiente…

C’è stata partita per circa 22/23 minuti. Ritmi bassi, difese che hanno prevalso sugli attacchi ma Fener sempre e comunque in controllo. La sensazione che potesse uccidere la partita da un momento all’altro, era nell’aria dalla palla a due.

[questa è stata la palla a due…]

E nel momento in cui ha ucciso la partita, il nostro Gigione ha fatto la voce grossa, assieme ai soliti Bogdanovic (sempre più forti le sirene NBA), Udoh, Kalinic e tutti gli altri. Spanoulis non ha fatto lo Spanoulis, Printezis ha giocato la sua più brutta partita alle Final Four in carriera, Milutinov ha solo 22 anni e un futuro roseo davanti, le assenze del nostro Daniel Hacket e di Lojeski hanno pesato tantissimo nell’economia di una squadra che nell’organizzazione, nel sistema, nelle filosofia e nel cuore che ci mette in campo, ha pochi eguali in Europa.

Nona Eurolega vinta da Obradovic, un numero che chissà quando (e se) sarà mai eguagliato, e che racconta non a sufficienza la grandezza di questo allenatore. Un allenatore capace di entrare sotto pelle di ogni giocatore, che si può permettere di mangiare la faccia a chiunque lasciando immutata l’ammirazione che ognuno ha di lui. Capace di cambiare negli anni il suo modo di vedere la pallacanestro, ma che si è portato sempre dietro alcuni punti fermi del suo basket: le 5 Euroleghe vinte col Panathinaikos erano marchiate dall’asse Diamantidis-Batiste, e l’Eurolega vinta in Turchia seppur con un cambio radicale nel playmaker sia per taglia fisica (Dixon) che per caratteristiche tecniche (Sloukas), ha visto nel ruolo del centro la netta trasposizione del Batiste di Atene con l’Udoh di Istanbul. Un Udoh che si è dimostrato, nei fatti, un’arma ancor più completa nelle mani di Zeliko.

Un Fenerbahce che parla italiano, grazie a Datome che indovinato la scelta di puntare all’Eurolega nel momento più importante della sua carriera, salendo sul tetto d’Europa da protagonista. Grazie anche ad un team pensato da un GM italiano semplicemente geniale, come Maurizio Gherardini.

Una squadra che dà una grande sensazione di continuità. Final Four 2018: il Fener è già il favorito.