disegno di Mattia Iurlano
articolo di Marco A. Munno

 

 

I due cestisti da anni ormai al vertice della pallacanestro mondiale, LeBron James e Kevin Durant, confermano quale sia il prototipo del giocatore dominante nel basket contemporaneo: atleti dalle leve lunghe quanto quelle di un centro, dalla rapidità pari a quella di un’ala e dai fondamentali degni di una guardia, difficili da incasellare nelle consuete posizioni dall’1 alla 5 con una versatilità offensiva e difensiva che permette loro di interpretarle un po’ tutte.

A loro si accodano difatti coloro che, già fra le stelle della NBA, aspirano a detronizzarli dalle attuali vette assolute: Giannis Antetokounmpo, Anthony Davis, Ben Simmons, Kristaps Porzingis, frontrunners di una generazione in marcia verso il proprio prime sportivo, pur differenti fra loro presentano questo profilo alla candidatura per i prossimi dominatori della Lega (senza nominare coloro che, con il tonnellaggio oltre all’altezza da veri e propri centri, hanno sviluppato qualità perimetrali da primi della classe come Joel Embiid, Karl-Anthony Towns o Nikola Jokic).

Tuttavia, andando a vedere fra gli interpreti assoluti del gioco nell’ultimo quinquiennio, possiamo trovare fra i migliori cinque uno la cui struttura fisica non fosse fuori dall’ordinario, ma addirittura sotto gli standard: come classica eccezione che conferma la regola, abbiamo assistito all’esplosione del fenomeno di Stephen Curry.

Chiaramente, la tendenza si espande in tutte le ricerche dei prossimi crack da mettere a capo della propria franchigia, da parte dei vari teams che si preparano ad avere le migliori scelte per il 2018: andando a vedere quali siano i prospetti da lottery in qualsiasi mock draft per la prossima classe di rookies, fra archetipi fisici e atletici della tipologia dell’unicorno cestistico appena descritto quali il DeAndre Ayton e il Mohamed Bamba dalle aperture alari superiori ai 225 centimetri, il Marvin Bagley e il Michael Porter Jr. dai 2.08 metri minimi di altezza, con lo sloveno di professione playmaker Luka Doncic a fermarsi a soli 199 centimetri, si inseriscono prepotentemente gli scarsi 188 centimetri per 82 chilogrammi di Trae Young.

Differenziarsi dalla media è una costante nella parabola cestistica ancora in erba del ragazzo; la sua presenza nella lista dei nomi più caldi, per una classe di draft reputata particolarmente gremita di talento dalla fisionomia next-gen, affonda le radici nella sua infanzia.

Il ragazzo nasce da figlio d’arte: il padre è Rayford Young, ex giocatore del team NCAA di Texas Tech. Non uno dei tanti: si tratta di una delle leggende dei Red Raiders, squadra vicino al luogo d’origine di Rayford, dove il signor Young mise insieme 1525 punti (14.4 di media a gara) nella sua quadriennale carriera universitaria, con un ultimo anno da senior a 17.8 punti al allacciata di scarpe, risultando un realizzatore di gran livello. Con una particolarità: la sua altezza era solamente di 180 centimetri, cosa che non gli impedì di essere considerato fra gli esterni più talentuosi della sua generazione sotto i 6 piedi di statura (così come il più noto Terrell McIntyre), forte della produzione di grandi performances realizzative fra cui la celeberrima gara da 41 punti nella vittoria per 90-84 del 13 febbraio del 1999 contro il prestigioso ateneo di Kansas.

Con 32 dei punti messi a segno negli ultimi 9 minuti

La ridotta fisicità tuttavia, così come gli impedì l’accesso ai programmi di maggior èlite del college, non gli permise il salto tanto agognato nella NBA dalla porta principale; con la sua visione del canestro, spese la carriera in giro per l’Europa (con una chance da undrafted ai Rockets non capitalizzata) per poi trrasferirsi a Norman. Se le tre bimbe di casa però preferiscono la pallavolo, dove le segue la moglie Candice, il maschietto di casa Young segue la passione di papà Rayford, entrando in contatto sin da piccolo con la spicchia sognando di emulare il ragazzo che andava ad ammirare, da giovane inserviente di bordocampo, con la divisa dei Sooners: uno dei nomi sulla bocca di tutti nello stato, l’allora All-American Blake Griffin.

Cominciò a farsi strada da allora nella testa di Trae l’idea che tanto aveva affascinato il papà, ovvero quella di diventare un protagonista nel luogo di appartenenza, storicamente devoto al football e che, dopo Blake, a livello universitario aveva visto come grandi prospetti Xavier Henry e Daniel Orton nel 2009, non proprio due destinati a fare le fortune degli Oklahoma City Thunder dei giovani Kevin Durant e Russell Westbrook che da poco si affacciavano come realtà NBA per portare un culto sportivo alternativo in città.

Tuttavia, lo stesso babbo, quale consigliere e allenatore del figlio, preferiva indirizzare Trae a modo suo. Innanzitutto, portandolo spesso a giocare fuori città, guidando fino a Dallas o Tulsa, con bimbi dal carattere più duro, così da temprare quello del suo rampollo. Successivamente permettendogli di capire quale fosse la cosa che maggiormente lo appassionasse all’interno del campo da gioco: tirare. Di conseguenza, inserendo all’interno del programma di allenamenti del figlio una sessione prima dell’ingresso a scuola e una successiva all’uscita di 50 tiri dalla linea del tiro libero, 50 tiri dalla linea da tre punti della distanza del college, 50 tiri dalla linea da tre punti della distanza della NBA e 50 tiri ancora più indietro. Quindi, tenendolo coi piedi per terra quando, nelle high schools, il ragazzo iniziava a mostrare le proprie capacità balistiche: in quel della Norman North High School, il ragazzo tenne una media di 25 punti a gara da sophomore (dopo non aver giocato l’anno da freshman), 34.2 punti a partita da junion concludendo l’escalation coi 42.6 ad allacciata di scarpe.

Nel primato personale di 62 punti è già possibile intravedere flashes del giocatore attuale

Fu in quel momento che cominciò ad alzarsi qualche sopracciglio fra gli scouts della NCAA, che iniziarono a sottoporre i propri programmi al figlio della signora, che vista la serie di chiamate ricevute cominciò a pensare che forse accantonare la pallavolo e diventare membra del “Team Young”, fino a quel momento composto da soli due elementi e ora presenza fissa in tribuna per le gare del ragazzo, fosse la scelta migliore.

In quel momento fu Rayford ad entrare in contrasto con il figlio; difatti, da costante sottovalutato quale sentiva di esser stato trattato durante la carriera e da spettatore fisso delle gare delle Sweet 16 di cui non aveva mai fatto parte, spingeva Trae ad accettare le offerte dai college di elite affacciatisi quali Kansas (il cui staff si presentò a casa Young con la celeberrima prestazione sfoderata contro dal padre), Kentucky e in minor misura Duke o in alternativa la Texas Tech della sua giovinezza. La convinzione del giovane Young invece era un’altra: diventare profeta in patria, non limitando lo spazio sul parquet che le università più prestigiose all’inizio gli avrebbero negato ma sfidare da protagonista queste potenze nell’ateneo di Oklahoma, guidato da coach Kruger, ritenuto con la sua accondiscendenza a qualche forzatura di troppo la persona giusta per tirare fuori il meglio dalle sue qualità, magari seguendo le orme del Buddy Hield che due stagioni fa in questo contesto si rivelò fra i migliori giocatori dell’intera NCAA.

Il percorso da intraprendere per l’ambizioso obiettivo si presenta complicato davanti a Young: così come per il padre, un fisico minuto non lo piazza fra gli one and done di grido all’entrata nel circuito universitario, venendo classificato solo come 23esimo prospetto per la stagione dal ranking di ESPN e da quello di 247sports. Inoltre, dopo l’esclusione dal famigerato Nike Hoop Summit, non viene selezionato per nessuna delle due famose watchlist di preseason, non essendo inserito nè fra i 32 nomi per l’Oscar Robertson Trophy nè fra i 50 per il Naismith Award, oscurato come quando nella nazionale Under 18 statunitense vincitrice della medaglia d’oro ai Mondiali davanti nel ruolo si ritrovò il miglior giocatore della manifestazione Markelle Fultz.

La peculiarità dell’eccezionalità di Trae si manifesta nuovamente: iniziano gli impegni ufficiali e l’impatto in NCAA è semplicemente devastante.

Il ragazzo non solo conferma la predisposizione di famiglia a far canestro ma porta ai suoi Oklahoma Sooners molto più contributo.

Le cifre recitano sbalorditivi 29.9 punti realizzati a partita. Da freshman risulta il miglior realizzatore dell’intero torneo. Esordisce con 15 punti realizzati, ma supera il trentello alla sua quarta partita mettendone a segno 33 contro i Portland Pilots, per poi mettersi definitivamente sotto i riflettori nella quinta partita rifilandone 43 agli Oregon Ducks.

Il suo bilancio aggiornato dopo le prime 23 partite giocate conta 10 gare sopra i 30 punti a referto e 4 sopra i 40. Dal punto di vista balistico, è lampante come il 39.3% da tre punti non racconti fino in fondo la principale caratteristica di Young: il tiro dalla lunga distanza. Difatti, spaventosi sono il range esibito, ben oltre l’arco, nonchè la rapidità del rilascio; sebbene la meccanica non sia quella canonica, con il tiro a partire dal petto, le conclusioni sono effettuate spesso anche dal palleggio e quindi difficilmente contrastate da difese che presentino una minima distrazione.

Anche se è difficile catalogare come errori di “distrazione” il mancato accoppiamento a distanze così siderali

Non si esaurisce ai soli punti messi a segno il contributo offensivo di Young: per lui sinora sono 9.2 assist smazzati a gara, fra cui spicca il pareggio del record assoluto di D-1 di NCAA coi 22 registrati contro Northwestern State, ponendolo anche in questa categoria come leader di graduatoria per l’intera lega (doppio primato non registrato dal lontano 1951/52 da parte di Dick Groat); dimostrandosi quindi in grado di coinvolgere i compagni tanto quanto di generare occasioni per sè stesso.

Accerchiato da tre difensori non ha problemi a trovare un pertugio per servire il compagno

Chiaro come con una individualità del genere, la scelta di Oklahoma vada controcorrente rispetto alla mentalità tipica delle squadre di college basket, legata ad una maggiore distribuzione fra i vari ragazzi dei possessi offensivi; l’usage rate (ovvero il grado di utilizzo nelle giocate di squadra) di Trae è anch’esso ad un valore altissimo di 38.4, secondo assoluto nella rispettiva graduatoria. A riflettere la bontà della scelta di monopolio dei possessi effettuata dallo staff tecnico è lo stellare valore di 51.8% di assist percentage, ovvero la percentuale di canestri realizzati dai compagni sulle assistenze di Trae (nettamente il migliore dell’intera NCAA nella graduatoria di categoria); l’idea che il ragazzo trasmette in campo è quella di un assoluto controllo delle situazioni di gioco, combinando la propria capacità di far partire un tiro di alta pericolosià in ogni momento con le letture delle linee di passaggio che i difensori, impegnati a chiuderne le iniziative personali, gli concedono. In questo modo, il ragazzo genera continuamente vantaggi per l’attacco, influenzando lo schieramento e dirottando le attenzioni su di sè della difesa per poi punirle singolarmente o coinvolgendo compagni di squadra in cui i rispettivi marcatori sono da subito in ritardo.

In entrambe le situazioni, tutti i difensori rivolgono lo sguardo verso Trae o iniziano a portare un raddoppio, lasciando libero il tagliante da lato debole puntualmente servito

Dimostrazione palese della maturità delle sue decisioni sul campo si è avuta in occasione della gara con la stessa Kansas; reduce da una sconfitta all’overtime in quella precedente contro Oklahoma State, con la critica alle calcagna per le 39 conclusioni prese (nonostante i 48 punti realizzati), si è limitato ad un 7/9 dal campo e 3 sole conclusioni da 3 punti. Soprattutto, nel momento del tiro decisivo da prendere, nonostante fosse chiaramente il deputato più pronosticato, ha virato su un compagno lasciato libero dalle attenzioni riservategli.

Visto questo mix di caratteristiche, non è potuto che giungere spontaneamente il paragone con Stephen Curry, con il quale condivide anche le scelte estreme subite dalla difesa come la serie di raddoppi subiti dai giochi a due, dai quali districarsi. Sempre che la soluzione per liberarsi dagli impacci non sia quella di mettersi in proprio, sfruttando ball handling e senso del canestro:


Con Steph condivide anche la leadership assunta in un’università di secondo piano, con il due volte MVP all’epoca a sospingere Davidson, che arrivò fino alle Final Eight con Curry miglior realizzatore di Division I della NCAA, mentre Trae tenta la scalata con i suoi Sooners ugualmente da scorer principe; anche nel confronto individuale emergono le similarità:

Statistiche precedenti alla gara contro Kansas

Di certo, anche Young presenta dei lati negativi. Un gioco comunque così estremo e accentrato lo porta ad accumulare un alto numero di palloni persi, ben 5.3 a gara; inoltre, per completare i tratti in comune col numero 30 dei Warriors, il fisico minuto lo rende vulnerabile in difesa, dove diventa bersaglio degli attacchi avversari.

Inoltre, altro aspetto da migliorare è sicuramente quello dell’attacco al ferro: un controllo dell’esile corpo ancora lontanissimo da un alto livello, soprattutto se proiettato al livello superiore, potrebbe paradossalmente portare le difese a chiudegli con tutti i mezzi il tiro dalla lunga distanza, decidendo di farsi attaccare in penetrazione per far fagocitare i suoi tentativi dai rim protectors di turno.

Sicuramente il ragazzo, che racconta di avere come idoli Steve Nash per quanto riguarda lo stile di pallacanestro preferito e Russell Westbrook per quanto riguarda la mentalità “me against the world”, una volta approdato al piano superiore dovrà faticare per mantenere questi standard di rendimento, quelli che gli sono valsi la prestigiona comparsa sulla copertina del famigerato SLAM Magazine.

Molto dipenderà anche dal contesto creato intorno e dall’effettiva progettualità creata intorno al suo innesto; se la padronanza dei fondamentali resterà innegabile e gli consentirà probabilmente di annoverare un posto certo, almeno come specialista, all’interno della NBA, contro fisici ancora più strutturati e organizzazioni di strategia difensiva e di ritmo offensivo ben più probanti dovrà riuscire ad elevare il proprio gioco e mettersi nuovamente in discussione.

Sinora ha sempre trovato il modo di emergere in situazioni dove la sua diversità si è rivelata non un handicap, ma una qualità; se la sfida di recitare un ruolo importante anche al massimo livello sembra ancora più complessa delle precedenti, non resta che vedere se ancora una volta il ragazzo riuscirà, come si propone spesso prima di ogni gara sui propri social network, a tener fede al suo mantra di cogliere le opportunità che gli si presentano davanti.