Manca poco alla fine e quel benedetto suono della sirena è come un’oasi nel deserto, sei stanco, hai fame, hai sete, ma soprattutto hai le gambe dure.

Ultima azione. Time out.

La tua squadra è sotto di 1. Il coach cerca di incrociare il tuo sguardo per capire se può disegnare lo schema per te e affidarti l’ultimo tiro. Una responsabilità da niente insomma. Ma tu stanco lo sei per davvero, però bleffi. Cerchi di imitare lo sguardo di Clint Eastwood nei film western e il coach ci casca, l’ultimo tiro sarà tuo. Senti già le note di Ennio Morricone nelle orecchie e il tuo allenatore comincia ad assomigliare a Sergio Leone.

Hai voglia di prenderti quell’ultimo tiro come Metta World Peace di essere chiuso in una gabbia col presidente Sterling a colloquiare sul colore della pelle.

In quel minuto di pausa, la tua mente entra in un’altra dimensione. E non ci sono droghe leggere o pesanti che tengano. In quella dimensione ci entri solo prima dell’ultimo tiro. Puoi contattare tutti i migliori pusher sudamericani, non hanno una sostanza che possa darti lo stesso effetto. Ci sei solo tu, il pallone e tutto ciò che rientra in quei 15 metri x 28 di parquet. La tua ragazza sugli spalti potrebbe limonare con il venditore di brustulli e tutti gli spettatori della fila, maschi e femmine, che tu non te ne accorgeresti. Ci sei solo tu e la tua mente che immagina come andrà quel tiro. Pensi a come festeggerai in caso di canestro, pensi a come nasconderti in caso di mattonata sul ferro, pensi se tirerai da fuori o se andrai in penetrazione. Pensi che… L’arbitro ha fischiato, rimessa, neanche il tempo di scuotere la testa per riprenderti dal viaggio last-minute mentale che stai facendo, che ti arriva il pallone in mano.

Cinque secondi alla fine.

In quel preciso istante è fondamentale riuscire a mettere un freno a quel mix di foga e agitazione che si sta impossessando del tuo corpo. Se non ci riesci: palla persa, tiro corto, stoppata, muori con la palla in mano, muori anche tu se i tuoi tifosi si sono giocati la casa e la mamma sulla vittoria.

Quattro secondi.

“Ah sì, i miei compagni sono tutti lontani perchè il coach ha ordinato 4 bassi”. Sei più solo di un neurone nel cervello di Sara Tommasi.

3… 2… 1…

Tutto ciò che accade poco prima che la palla si stacchi dalle tue mani, e tutto ciò che accade poco dopo che la palla lasci le tue mani, è il motivo per il quale ogni bambino in qualsiasi parte del mondo gioca a basket. Sfido chiunque a non aver mai sognato un proprio canestro della vittoria. E’ il mio sogno più ricorrente dopo quello in cui Scarlett Johansson decide che io sarò il suo toy boy della serata, ma questa è un’altra storia.

Ciuff.

E adesso che faccio?

Mi spoglio nudo e faccio l’elicottero con l’uccello? Meglio di no, con la mutanda sudata il pene ha assunto dimensioni misurabili in millimetri.

Corro in tribuna ad abbracciare mamma papà zia zio cugino amico amica fidanzata pusher? No, anche perchè non mi è venuto a vedere nessuno.

Mi batto fortissimo il pugno sul petto con lo sguardo da duro? Già rischio l’infarto dato che sono in debito d’ossigeno, non mi sembra il caso di favorirlo colpendomi ripetutamente il cuore.

Non c’è il tempo di pensare a niente. In quel momento non si ragiona, ci si lascia andare guidati da Sergio Leone che, indipendentemente dal festeggiamento che ha previsto, ha inserito nel copione il mio tiro della vittoria oltre allo sfanculamento dei messicani. Ed è quello che conta.

Il canestro della vittoria è il finale migliore del film più bello del mondo.

Titoli di coda.

Ennio, parti con la base.