a cura di Matteo Marchi
potete leggere la prima puntata del suo diario, QUI

 

Ciao ragazzi,

eccoci arrivati al secondo appuntamento con questo diario della mia avventura americana. Sono passati poco più di 20 giorni dall’ultima volta, ma sono successe talmente tante cose che mi sembra una vita dall’ultima volta che ci siamo sentiti. Come dico sempre, qui a NYC il tempo va molto più veloce che nel resto del mondo. E’ come se l’orologio andasse a velocità doppia: ti ricordi di una roba lontana, poi ci pensi un attimo e ti accorgi che è successa la settimana scorsa. Incredibile.

A proposito di incredibile, ho pensato molto in questi giorni se condividere questa cosa con voi, e sono giunto alla conclusione che raccontarvela possa sicuramente aiutarmi a superarla, con il vostro aiuto e supporto.

Vi ho raccontato che stavo per cambiare casa, e infatti l’1 novembre mi sono trasferito in questo appartamento con altri 3 ragazzi a Bedford-Stuyvesant, sobborgo di Brooklyn. Un posto carino, dove ho potuto arredare la mia piccola cameretta come piaceva a me (ovviamente tutto con roba comprata all’Ikea della serie “menocostameglioè”), e soprattuto una casa che potesse essere degna di essere chiamata con quel nome. Unica pecca un gatto di nome Lola che ha questo vezzo di orinare sul divano… ma dettagli.

Bene, tutto bello, tutto sistemato direte voi… infatti dopo soli 5 giorni di presenza nella casa, purtroppo ho perso uno dei miei coinquilini. Sì, avete capito bene. E’ morto. E l’ho trovato io.



Tralasciando le circostanze tragiche per le quali ha perso la vita (e sulle quali ci sarebbe da scrivere un libro), credo possiate immaginare che tra lo shock, il dover rispondere alle domande delle almeno 20 persone che sono entrate in casa quella notte (Polizia, paramedici, pompieri, detectives, coroner, medici legali ecc), questa esperienza mi abbia segnato nel profondo; una difficoltà in più da aggiungere in questa avventura, che già di per sé non è che sia proprio facilissima.

Dopo questa parentesi terrificante, ho cercato subito di pensare ad altro, più che altro per evitare di infilarmi in una spirale di negatività che avrebbe potuto portare la mia mente in brutti posti. Già di mio, quanto a negatività sto messo bene… se poi ci metto anche il carico da 11 va a finire che mi annullo da solo.

Coincidenza volle che vicino alla casa nuova della mia amica Sara a Brooklyn ci fosse il passaggio della mitica Maratona di New York, evento a cui avrei dovuto assistere anche 2 anni fa quando ero qui, ma che fui costretto a saltare causa hangover dovuto ad un eccesso di vodka-tonic.

Ora posso dire che sono state le 2 ore più belle da quando sono qui a NY; la carica e l’energia che venivano sprigionate da quel fiume di gente felice che correva per Lafayette Avenue erano un qualcosa che faceva più effetto di qualunque antidepressivo in commercio. Io e Sara ci siamo messi a bordo strada, a incitare come pazzi tutti i runners, con una attenzione particolare verso gli italiani, of course!

“Dai cazzo”  – “Forza ragazzi”  – “W la figa” erano i miei incitamenti preferiti per i ragazzi che avevano la scritta Italia sul petto (ed erano davvero tanti), che appena si accorgevano che un loro connazionale li stava salutando si giravano subito, e sfoderavano il loro migliore sorriso, anche se segnato dalla fatica: sono sicurissimo che questa iniezione di energia li abbia rinvigoriti a dovere e aiutati a proseguire la loro immane fatica.

 

MVP della giornata un signore sulla cinquantina che correva con indosso la maglia numero 5 della Kinder di Danilovic, che purtroppo non sono riuscito a fotografare perchè stavo passando una banana a un altro corridore (no, non è una metafora, stavo allungando della frutta per davvero).

In questo periodo sono successe cose anche dal punto di vista lavorativo: ho firmato un contratto di collaborazione con Getty Images, mega agenzia fotografica a livello mondiale; per chiudere questi accordi e parlare con i responsabili sono stato invitato nei loro uffici a Tribeca… e mi tremavano i polsi. Il solo vedere il loro logo ovunque, le foto storiche che ho sempre sognato di fare, e soprattutto il foglio che mi hanno messo in mano, col mio nome sopra…beh la sudarella alle mani era copiosa; mi sentivo Fantozzi quando doveva stringere la mano alla Contessa ma non riusciva perchè era troppo umida.

Qualcuno dirà “vabbè dai hai visto Getty…basta emozioni per adesso”

E INVECE NO (cit. Laura Pausini)

E sapete perchè? Perchè sono stato anche invitato a Secaucus, New Jersey (una delle città più brutte della Terra, ndr), una delle sedi principali della NBA.

Motivo? Parlare della possibilità di lavorare con loro!

Non ci potevo credere. Il vice-presidente di NBA photos in persona mi ha portato in giro per quegli uffici meravigliosi, pieni di foto storiche appese al muro, trofei, memorabilia… insomma un paradiso; ho avuto accesso all’archivio dove ci sono tutti i negativi, le diapositive, LA STORIA. C’erano tutte le partite credo dal 1970 in poi archiviate lì: qualcosa che mi mette i brividi tutt’ora solo a pensarci, il sogno di chiunque faccia questo mestiere. Mi hanno mostrato il loro metodo di lavoro, come gestiscono ed archiviano le foto che gli arrivano dai vari campi tutte le sere, come lavorano i photo-editors, come funziona tutto il meccanismo; non chiedevo niente di più ragazzi, mi sentivo come un bambino a Disneyland.

Sono uscito da quella giornata rinfrancato, e ovviamente con grandi speranze: ho firmato anche con loro un accordo di collaborazione… e ovviamente non mi hanno ancora chiamato. Era tutto troppo bello per essere vero; in effetti mi sento un po’ come Belinelli ai suoi esordi NBA: sono in panchina, e cerco di farmi trovare pronto per quando (e se) mi chiameranno. Ci vuole fiducia, in questo pazzo pazzo mondo, e ovviamente tanta pazienza: per caso, conoscete qualche supermercato dove ne vendano qualche chilo?

Ah, dimenticavo: sono stato anche a fotografare due partitine, visto che non avevo niente di meglio da fare.

Lebron al Madison Square Garden, e Kyrie Irving al Barclays Center… brutto???????

Dando per scontato che entrare al Madison Square Garden sia SEMPRE una emozione unica, devo dire che io preferisco di gran lunga il palazzo di Brooklyn; il personale dei Nets è sempre più gentile, più simpatico e più disponibile, mentre chiunque graviti intorno ai Knicks necessita di Arbre Magique multipli sotto al naso. Infatti mentre sedersi a bordocampo a Brooklyn è fattibile, nella World’s Most Famous Arena è praticamente impossibile. Ci sono più probabilità che io esca a cena con tutte le cheerleaders NBA messe assieme, piuttosto che ottenere un posto a sedere sul parquet più storico di tutti.

Dovete sapere che da quest’anno le regole per i fotografi NBA sono cambiate, e ovviamente sono ancora più restrittive rispetto a quelle solite: praticamente se non hai il posto in campo l’unico posto da cui puoi fotografare è un bugigattolo al terzo piano; ma almeno fino all’anno scorso potevi fare almeno due foto durante il riscaldamento, in cui nel mio caso potevi fare qualche ritratto carino ai giocatori: bene, da quest’anno neanche quello.

Cosa ho deciso di fare? Da buon italiano, mi sono messo li a fare le mie foto con Lebron a 3 metri, senza parlare con nessuno. E incredibilmente nessuno mi ha cacciato via! Quindi senza colpo ferire mi sono fatto il mio bel riscaldamento, e a 8 minuti dalla palla a due sono andato a scattare la partita dalla ionosfera, ma contento perchè avevo “rubato” quei bei ritratti che mi piacciono tanto.

La partita è stata bruttarella per 3 quarti, con i Knicks che sembravano una squadra di basket (incredibile, a queste latitudini) e con i Cavs che si palleggiavano sui piedi. Poi nell’ultimo quarto LBJ ha deciso che l’avrebbero vinta loro e ha cominciato il suo show, tra assist per Korver e penetrazioni varie… e alla fine l’hanno spuntata loro. Tra l’altro in quella giornata ha fatto notizia il fatto che la squadra si fosse mossa per la città in metro… non vedo la notizia, anche io la prendo tutti i giorni ma nessuno della NBA viene a farmi il video. Boh, non capisco cosa Lebron possa avere più di me; ah, strani questi americani…

Ultimo capitolo: Kyrie Irving. Ebbene sì, il giorno dopo Lebron arrivavano i Boston Celtics a Brooklyn… e vuoi non andarci?

Kyrie è sempre stato un giocatore che mi ha emozionato, sin dalla prima volta che l’ho visto dal vivo, al Mondiale 2014 in Spagna: la sua tecnica, il suo ball handling e la facilità nell’1vs1 sono cose che viste da vicino fanno ancora più impressione. Ho osservato con attenzione il suo riscaldamento (oramai credo di essere più un fotografo di riscaldamenti piuttosto che di partite, ma vabbè), e devo dire che lì capisci che tutto quello che riescono a fare lo fanno perchè c’è una marea di lavoro dietro. Ogni dettaglio viene curato, ogni piccola virgola viene passata al setaccio, anche in un normalissimo warmup di una normalissima partita di regular season… capisci perchè riesce a far sembrare facili cose difficili: semplicemente perchè al talento ha unito il duro lavoro.

E questa è una lezione per noi tutti….sia per chi gioca a basket, sia per chi studia, sia per chi lavora al tornio.



Tra le altre cose, questo BOS-BKN era il primo lavoro in cui avrei inviato le mie foto a Getty, e quindi già dal mattino la giornata stava scorrendo via tra il nervosismo piu totale: sarò in grado? Sarò all’altezza del compito? Riuscirò ad avere qualche foto decente? Mi sarò pettinato bene?

Devo dire che a parte qualche difficoltà tecnico-tattica (le didascalie alle foto sono un po’ complicate, gli arbitri NBA sono sempre in mezzo ai maroni, le ballerine son sempre troppo fighe, ecc ecc) la serata è andata benino…le mie foto sembra siano piaciute e quindi sono moderatamente soddisfatto.

Leggete bene il nome sotto il logo di Getty Images…

Felice? Neanche per idea. Io non lo sono mai, purtroppo.

E’ la mia condanna, ragazzi. Non sono mai soddisfatto al 100% di quello che faccio e le foto che fanno gli altri mi piacciono sempre di più di quelle che faccio io.

Dite che si guarisce da questo brutto male?

Vi lascio con questa domanda, e nel frattempo vi volevo ringraziare per avermi inondato di affetto dopo l’articolo precedente; tutto ciò era totalmente inaspettato, e devo dire che mi ha riempito il cuore. Mentre io sto correndo questa super-maratona, voi siete i tifosi che mi dicono “Dai cazzo”  – “Forza ragazzi” –  “W la figa”. E siete anche pregati di continuare eh?

Mi avete dato tanta forza, vi sono veramente debitore. Ah dimenticavo… indovinate quale dei 3 incitamenti preferirei sentirmi dire?

 

Eternamente Vostro,

Matteo Marchi