Disegno in copertina di Mattia Iurlano
Articolo di Marco A. Munno

 

Ogni volta che un giocatore professionista o amatoriale, addetto ai lavori, tifoso o appassionato, si confronta coi massimi esponenti del gioco, la prima cosa a risaltare è la distanza che li separa dall’eccellenza. La potenza di Lebron James, la fluidità di Kevin Durant, la lunghezza degli arti di Giannis Antetokounmpo, l’esplosività di Russell Westbrook: quando vengono ammirati, il pensiero che segue è come freaks of nature simili siano introvabili nelle piccole realtà cestistiche quotidiane. Riaggiornate la definizione: taglio di capelli un pò demodè, volto sbarbato e pulito a volte corredato da occhialetto nerd, toni moderati e seriosi, giacca e camicia che sembrano sempre di taglia un pochino più grande della sua, col phisique du role dello spettatore medio di partite minors, al vertice della NBA va ora incluso a pieno merito coach Brad Stevens.

In questo primo scorcio di stagione, i suoi Celtics sono la franchigia più hot della Lega: al vertice della Eastern Conference, col miglior record dell’intera regular season ed una striscia appena chiusa di 16 vittorie consecutive. Collezionate dopo un avvio con due sconfitte di seguito, corredate dalla perdita di uno dei due All Stars della squadra (Gordon Hayward): una situazione in cui solitamente ci si appresta ad un crollo e non ad un filotto di successi, segno di come l’impatto del giovane Brad sia profondo e decisivo nelle sorti dei bostoniani.



La parabola dell’enfant prodige, superato per 194 giorni solo da coach Lue nella lista dei coach più giovani della Lega (dopo aver detenuto il primato in solitaria sin dal suo passaggio nella NBA targato 2013) si costruisce pazientemente partendo da lontano.

Precisamente in quel di Zionsville, in Indiana, dove il piccolo Brad si trasferisce all’età di tre anni insieme a mamma Jan, professoressa, e a papà Mark, ortopedico (ma non con il fratellone Wally). Fra una corsa in bicicletta e un giretto con gli amici, il canestro ricevuto in regalo ad 8 anni dalla madre mette solo benzina sul fuoco della passione per la palla a spicchi del piccolo Stevens, che coltiva il suo sogno di giocatore insieme al suo vicino e migliore amico Brandon Monk, passando i pomeriggi a sfidarsi in gare di tiro nel campetto privato della sua famiglia.

Il passaggio della coppia alla high school di Zionsville arriva di conseguenza, coi due ad esibirsi nella rinomata Varsity Gym, contagiata dalla consueta febbre da pallacanestro tipica dell’Indiana, la cui Hoosiers Hysteria vedeva come protagonisti contemporanei Bobby Knight comandante ad Indiana University e Reggie Miller tiratore scelto ai Pacers. Lo stesso Miller, quando si recò alla Zionsville High School come modello per i giovani cestisti, alla domanda su chi avesse il coraggio di sfidarlo in una gara di tiro da tre punti, vide la sfida raccolta (e ovviamente persa) dallo smilzo tiratore Stevens.

Quella era difatti la caratteristica principale del Brad giocatore: per sua stessa ammissione, non un fulmine di guerra in difesa, ma in grado di segnare ripetutamente uscendo dai blocchi, sollecitando spesso il suo play Monk nel servirlo. Crescendo nel mito del già menzionato “Hollywood” Miller, di Steve Alford e di Jay Edwards, altri due orgogli di provenienza Indiana, segna il record scolastico in media punti per singola stagione (26.8), punti in carriera (1508), assists in carriera (491) e numero di triple complessive messe a segno (138), oltre ad una vittoria di torneo Sectional (che costa la pelata a papà Stevens causa pegno pagato in caso di vittoria) nell’anno da senior preceduta però dalla più grande delusione sportiva di Brad, la sconfitta nella finale dello stesso Sectional nell’annata da sophomore contro i Lebanon Tigers, dopo un terzo quarto chiuso in vantaggio 44-31.

Il mingherlino col 31 già allora dimostra feroce spirito competitivo

 

Gli ottimi numeri tuttavia non gli sono sufficienti al momento del passaggio all’università per il reclutamento da parte di quella di Indiana, tifata sin da bambino; la sua avventura cestistica prosegue nella più modesta DePauw, dove raggiunge la laurea in economia collezionando anche tre nomination quale Academic All-American, premio riservato agli studenti-atleti più meritevoli.

Cerimonia di laurea gomito a gomito con la moglie Tracy Wilhelmy conosciuta nello stesso ateneo

 

La sua parabola da giocatore tuttavia ha andamento opposto a quella relativa agli studi; nel suo anno da senior mette a segno solamente 5 punti a gara, faticando ad accettare un ruolo più indietro nelle rotazioni rispetto a compagni più giovani, nonostante il suo carattere da perfetto uomo squadra fosse largamente riconosciuto e lodato. Decide quindi di smettere con la pallacanestro, accettando un lavoro ben remunerato presso la compagnia farmaceutica Eli Lilly.

La passione per la palla a spicchi non si è però spenta del tutto, anzi rispunta fuori con veemenza quando, un anno dopo la laurea, nell’estate del 2000, gli viene offerto di fare da assistente in forma di volontariato all’interno della sezione basket dell’ateneo di Butler, presso il quale insegnava già durante i camp estivi nel periodo da studente universitario. Un confronto con la futura moglie Tracy e la decisione è presa: ritorno agli studi in legge per lei, così da avere un alternativa in caso di fallimento di Brad; dimissioni per lui da Eli Lilly e trasferimento presso un amico con assunzione da parte di Applebee’s per coprirsi le spese.

Non inizierà mai però presso la sua nuova azienda; a causa delle dimissioni dell’assistente Jamal Meeks, arrestato per possesso di droga (e successivamente scagionato), riceve un’offerta dalla bassa remunerazione al suo posto quale coordinator of basketball operations sotto coach Thad Matta.

Passata la prima stagione, si verifica il cambio di head coach con l’arrivo di Todd Lickliter, che promuove Brad ad assistente full time. In sei stagioni, Stevens si occupa di tutti gli aspetti relativi al gioco, dalla preparazione alla gestione della partita fino al reclutamento; quando Lickliter lascia Butler per accasarsi alla University of Iowa, non può che toccare a Brad, fra i tre assistenti considerati per la posizione, il posto da capo allenatore.

Caratteristica che lo pone al di sopra degli altri candidati è la conoscenza della cosiddetta Butler Way, ovvero la filosofia seguita dall’ateneo per la costruzione della propria squadra: fondandosi sullo spirito di squadra e sulla lealtà, crea un’identità forte nei ragazzi che decidono di aderire sacrificando sull’altare del successo del team, quello individuale.

Incarnando questi principi nel suo modo di allenare, Stevens impara a mantenere un atteggiamento sempre posato, che trasmetta ai suoi ragazzi la sua estrema competitività lasciando loro la possibilità di sbagliare e fornendo sicurezza dopo gli errori con rinforzi positivi.

Photo by Streeter Lecka/Getty Images

Al suo esordio, è il secondo coach più giovane dell’intero college basket. Parte subito fortissimo, e vittoria dopo vittoria diventa il quarto allenatore più vincente nell’anno di esordio, guadagnandosi al termine della stagione un contratto di 7 anni per la posizione, ulteriormente allungato di un altro anno al termine della sua seconda stagione. E’ la sua terza però a segnare una svolta: mentre le vittorie continuano ad aumentare e obiettivi sempre più grandi si pongono, in ottica fase finale del torneo NCAA per l’ateneo di Butler, una coppia di promesse esordisce in maglia Bulldog: si tratta del duo composto da Shelvin Mack ma, soprattutto, da Gordon Hayward.

Dopo il loro contributo nel successo del team USA ai mondiali Under 19, nella stagione 2009/2010 arriva l’esplosione definitiva del trio. Difatti, non solo conquistano l’accesso al torneo NCAA ma proseguono spediti verso la Final Four, superando in serie gli atenei favoriti di Syracuse e di Kansas State e terminando la finale assoluta, contro Duke, in una delle gare più attese degli ultimi anni del college basket, sotto nel punteggio per 61-59 con questo tiro da parte di Hayward:

Butler è ormai inserita sulla mappa delle università che contano, col suo wonderkid alla guida; nonostante l’addio di Hayward, raggiunge per la seconda volta consecutiva la finale assoluta, venendo sconfitta questa volta da Connecticut. La figura di Stevens tuttavia è ormai sempre più polarizzante, attira interessi da parte di svariate università di prestigio, che fanno a gara per offrirgli il posto da capo allenatore con offerte ben superiori allo stipendio percepito ai Bulldogs che tuttavia non lascerà; anzi, nel 2012, ne integra nello staff tecnico a tempo pieno un analista dati, per supportarlo nei suoi studi sulle prestazioni del proprio team e di quelli avversari, risultando il primo head coach nel college basket ad effettuare una mossa del genere.

Riesce a strapparlo a Butler, che lascia con un record eccezionale di 166 vittorie e 49 sconfitte, solamente la chiamata al piano di sopra di Danny Ainge, innamorato del suo stile sin dalla finale del 2010 cui si recò per studiarlo da vicino; gli sottopone un contrattone di 6 anni per prestare i suoi servigi alla causa della rinascita della nobile decaduta franchigia dei Boston Celtics.

Lo scetticismo sul coach neoassunto è forte fra i tifosi biancoverdi, data l’esperienza dell’ultimo allenatore dal grande curriculum collegiale passato in città, Rick Pitino; inoltre, il morale è già minato dall’aria di smobilitazione e lenta ricostruzione avara di successi, con la cessione di Garnett e Pierce, core del nucleo ad aver dato le ultime soddisfazioni sul campo. Sarebbe normale prepararsi ad un periodo di sconfitte e tanking, ma Stevens fa eccezione: si presenta dichiarando come la questione delle sconfitte “ricercate” non gli interessi e che andrà in campo cercando di assicurarsi una W ogni serata, unica condizione posta al proprietario della franchigia Pagliuca per accettare l’incarico.



Pronti, via e Brad è stupefacente: con Rajon Rondo unico giocatore di spessore del roster fuori per infortunio dal campo e forse anche mentalmente dalla squadra, schierando un quintetto con Jordan Crawford, Avery Bradley, Jeff Green, Brandon Bass e Jared Sullinger, dopo 20 partite e un avvio da 4 sconfitte consecutive è in testa all’Atlantic Division.

Vista la pochezza del roster, il primato non può certo durare; la stagione si chiude con un 25-57 dove la percezione però non è quella di un team che deliberatamente cerchi la sconfitta, ma quella di una squadra ben allenata ma troppo povera di talento per portare a casa vittorie.

Provateci voi a mantenere l’aplomb con questo quintetto in campo…

Durante la seconda stagione però la stoffa di Stevens comincia a trovare anche riscontri nei risultati: i Celtics, seguendo la linea di collezionare scelte al draft e contratti di peso minimo sul salary cap (fra i vari movimenti di mercato, liberandosi di Rajon Rondo e aggiungendo a roster i 175 centimetri dell’underdog per eccellenza della Lega, Isaiah Thomas), riescono grazie ad uno sprint fatto da 7 vittorie (di cui 6 contro squadre già piazzate nella griglia dei playoffs) e 1 sola sconfitta nel mese di Aprile ad entrare nella griglia dei playoffs al settimo seed, pur subendo uno sweep dai futuri finalisti Cleveland Cavaliers. Lo stesso mese di aprile segna il primo riconoscimento ricevuto di allenatore del mese nella Eastern Conference, mentre a livello stagionale si piazza quarto nelle votazioni per il premio di Coach of the Year.

 

Con questo tiro di Crowder i Celtics si assicurano settimo posto e ritorno in postseason

 

Il piano di ricostruzione del gm Ainge prosegue indefesso grazie alla guida di Stevens della squadra, che raggiunge importanti risultati in anticipo sulla tabella di marcia: nella stagione successiva i verdi sono ormai un team con consolidate ambizioni di approdo in postseason, mentre dietro le quinte l’opera di aggiunta di assets da spendere ai draft con recupero di spazio salariale può continuare. Con 48 vittorie, i Celtics migliorano nuovamente il record dell’anno precedente, rendendo definitiva l’affermazione di Isaiah Thomas convocato per l’All Star Game; sale anche il piazzamento nella griglia dei playoffs, raggiunti come quinti, sebbene nuovamente eliminati al primo turno.

Soddisfazione per il piccolo grande uomo dei Celtics

Quindi, un ulteriore passo in avanti durante la scorsa stagione: aggiunto finalmente a roster via free agency, con Boston tornata meta appetibile, un pezzo di spessore quale Al Horford, i Celtics si pongono quale alternativa più credibile al dominio ad Est dei Cavaliers di LeBron James, concludendo la regular season al vertice della Conference con un record di 53-29 e, senza sacrificare il miglior asset fra le scelte (quella poi risultata prima assoluta dei Brooklyn Nets, grazie al vecchio affare Pierce/Garnett) sull’altare dell’acquisizione a febbraio di una stella quale Paul George o Jimmy Butler, si arrendono solo nella finale della Eastern Conference.

AP Photo/Paul Sancya

La nomina quale capo allenatore del team Est durante l’All Star Game del 2017 ratifica l’avvenuta transizione al massimo livello della Butler Way. Coach Stevens ha costruito un sistema di motion offense in cui una serie di comprimari nella Lega vive il proprio momento di grazia in canotta verde. Da Tyler Zeller a Jae Crowder, passando per Jonas Jerebko e per il nostro Gigi Datome ma soprattutto per il gioiello dell’intera corona, quel Thomas diventato addirittura un All Star: le visioni cestistiche di Stevens riescono a tirar fuori un contributo che in tutte le altre franchigie non è stato apportato dai ragazzi, soppiantato dall’assenza di talento individuale da star designata.

L’attitudine team first, importata dagli anni spesi a Butler, consente di riadattare soluzioni corali basate su letture semplici, ma incrociate in un flusso continuo dal difficile timing, sperimentate al tempo con successo:

E ora importate anche a livello NBA:

Blocco verticale per il palleggiatore, preparazione di pick’n’roll da un lato, arrivo di bloccante o velo dall’altro e difensore del ball-handler che nell’indecisione si muove prima, esponendo la linea di penetrazione

Inoltre, a compensare la disparità di livello sommando i puri valori individuali dei giocatori sul campo, arrivano i frutti delle ore passate ai videotapes a studiare gli avversari da parte del meticoloso Brad. Considerato forse il miglior disegnatore di After TimeOuts plays, spesso misura del livello di preparazione dei vari tecnici, ad esempio nella serie di playoffs di maggior livello vinta, è riuscito a superare dei Wizards dal backcourt di maggior spessore, con la stella più fulgida in campo in John Wall, tirando fuori un paio di conigli dal cilindro.

Sfruttando la scelta di cambio sistematico dei Wizards, utilizza non uno ma due pick’n’roll consecutivi per ottenere doppio cambio: escludendo, col primo, Porter dall’accoppiamento difensivo e col secondo causando il mismatch desiderato di Gortat accoppiato con Thomas

 

Sempre sul tema del cambio sistematico, addirittura l’insospettabile Thomas viene utilizzato come bloccante, questa volta per causare il mismatch di sul big man Horford

In questa stagione, Stevens si conferma un avanguardista: mentre l’intero movimento cestistico si interroga ancora sulla transizione ad un basket sempre più positionless, dichiara apertamente di non basarsi più sulle consuete cinque posizioni ma solo su tre ruoli, ovvero ball-handlers, ali e lunghi. Dopo una offseason in cui Ainge comincia a capitalizzare gli assets più preziosi accumulati, per la prima volta si presenta con lecite aspettative di rendimento da mantenere. I dubbi sull’eventuale minor capacità di raggiungere risultati presentandosi non più quale underdog con tanto da dimostrare, ma con un ruolo di primo piano ben noto, ricevono paradossalmente le prime risposte durante una delle due sconfitte.

AP Photo/Winslow Townson

All’esordio in casa dei Cleveland Cavaliers, nella riedizione della finale di Conference persa la scorsa stagione, dopo poco più di 5 minuti di gioco si ferma Gordon Hayward (già, proprio quel Gordon Hayward dei tempi di Butler): uno dei due colpi estivi su cui il team era costruito fa crack, con la sensazione subito pervenuta di una stagione già terminata.

Un colpo di cannone che normalmente avrebbe demolito un castello, ma non l’eccezionale fortino costruito da coach Stevens: dopo due quarti di smarrimento, i Celtics rimontano dal -18 fino ad andare in vantaggio, comandando la gara fino a 2:04 dal termine prima di soccombere ai colpi di un Lebron James col dente avvelenato con l’ex compagno di scorribande Kyrie Irving.

Il dualismo per il posto in quintetto fra il sophomore Jaylen Brown e il rookie Jayson Tatum viene quindi risolto con la presenza contemporanea in campo dei due, per surrogare il vuoto lasciato da un Hayward già in palestra per allenarsi, anche su una sedia a rotelle. La conseguenza è l’esplosione di entrambi: Brown con 16.1 punti a gara rispetto ai 6.6 della scorsa stagione è sinora il principale candidato al ruolo di Most Improved Player 2017/2018, Tatum con 14.2 punti e 5.9 rimbalzi ad allacciata di scarpe lo sarebbe per il titolo di Rookie of the Year se non fosse per la presenza nella classe del fenomeno Ben Simmons.

Inizia quindi la striscia di vittorie durata sinora, in cui incastonate ci sono le due gemme conseguite contro gli Hornets e contro i campioni in carica dei Warriors. Nel primo caso, all’assenza di Hayward si era sommata quella di Horford, fuori per commozione celebrale e l’uscita di Irving dopo 3 soli minuti; precipitati a -16, i Celtics completano il recupero disputando di fatto l’intera gara senza i migliori 3 giocatori. Nel secondo caso, lo strapotere offensivo dei Warriors, giunti all’appuntamento con 116 punti segnati a gara su 100 possessi e con organico al completo, viene limitato a soli 88 punti realizzati, con Curry tenuto ad un misero 3/14 dal campo per soli 9 punti messi a referto.

Fattore comune a questi successi è l’impianto difensivo di squadra. I Celtics sono i migliori nella Lega per defensive rating con 96.4, sesti per deflections con 14.4 a gara e quinti per tiri contestati con 62.8 a gara; andando a vedere i migliori individualmente sempre per defensive rating, Boston presenta 5 giocatori nella top 10 della specialità.

Con i soliti Smart e Rozier e addirittura anche Baynes e Larkin a dare contributo fra le seconde linee, si potrebbe obiettare come, singolarmente, uno dei giocatori più affermati della Lega sia finalmente presente in rosa. Kyrie Irving, mantenendo la propensione nel mettere punti a referto con 22.5 a serata (compresa una prestazione da 47 punti contro Dallas), ha comunque mostrato anch’egli in questo inizio di avventura a Boston, sotto la sapiente cura Stevens, un miglioramento sui punti deboli da sempre contestati, riducendo le forzature, favorendo la circolazione di palla e migliorando l’applicazione in fase difensiva con recuperi e closeouts non visti in quel di Cleveland.

Arrivare sino all’anello per i Celtics sembra ancora improbabile, almeno per questa stagione. Ma, vista la rapidità della tabella di marcia del progetto di Boston, sembra solo questione di tempo affinchè si aggiunga alla legacy dell’uomo normale un’altra impresa eccezionale.