articolo a cura di Amedeo Della Valle
con la supervisione di Ivan Belletti
grafico interattivo a cura di Fabio Fantoni

 

 

Credo che, per capire un giocatore, sia innanzitutto necessario contestualizzarlo fuori dal rettangolo di gioco. La pallacanestro infatti è uno sport fatto di numeri, di spazi, di angoli, ma soprattutto di persone.

Dietro ad ogni giocatore c’è infatti una persona, con le sue origini, il suo passato e la sua interiorità. Spesso questo aspetto è sottovalutato.

E’ proprio da qui che voglio iniziare a parlare di Nicolò Melli.

Ho conosciuto Nik non più di 3 anni fa, anche se già avevo ottime referenze da… mio padre! Lui infatti conosce molto bene la famiglia Melli; credo che dietro ad ogni ragazzo serio e inquadrato ci sia una famiglia che lo è altrettanto, non mi sono pertanto meravigliato quando mio padre mi ha detto che i genitori di Niccolò sono delle ottime persone.

Ma torniamo al primo incontro. Eravamo al raduno in nazionale. Se uno ci pensa bene, solamente 3 anni fa, Melli stava vivendo un periodo sportivo totalmente opposto.

Era da poco terminata la stagione con Milano, una stagione deludente dal punto di vista dei risultati. Top 16 in Eurolega senza arrivare ai playoff, una sconfitta in finale di Coppa Italia con Sassari, che eliminò l’Armani incredibilmente anche in semifinale scudetto, in una rocambolesca gara 7.

In quest’ultima stagione, Melli giocò una ventina di minuti, realizzando poco più di 5 punti con 4 tiri di media. Parliamo di 3 anni fa, non di 10.

Agenzia Ciamillo-Castoria/L.Canu

Proprio al primo allenamento con la nazionale è stato lui a venire da me, per parlare del mio tiro da 3 punti:

“Ti vedo molto sicuro di te stesso quando tiri, come hai trovato questo equilibrio? Quanto hai tirato in estate con Mario Fioretti (assistente allenatore, ndr) durante la Nazionale?”

Onestamente io ero alla mia prima stagione, avevo combinato davvero poco rispetto a quello che poteva aver fatto lui negli anni prima, eppure ha avuto l’umiltà di venire da me (il più giovane del gruppo) a chiedere un’opinione.

Io ovviamente gli risposi che, giocando raramente in nazionale, sfruttavo ogni occasione dopo l’allenamento per tirare con Fioretti per migliorare la mia tecnica, e che mi aveva dato qualche consiglio molto utile.

Per esempio, facevo sempre cadere la mano sinistra e rimanevo sù solo con la destra durante il tiro (piccoli dettagli, ma fanno la differenza).

Da quella chiacchierata in poi l’ho visto giorno per giorno finire gli allenamenti molto convinto su quello che stava facendo. Il tiro è una questione molto mentale dal mio punto di vista (poi oh devi avere anche una forma decente): vedere qualcuno che magari lo fa meglio di te aiutarti e sostenerti negli allenamenti è un aiuto incredibile a livello psicologico.

A 23 anni, in certe situazioni, non è mai facile essere equilibrati e con la testa sulle spalle come lui. Nik ha avuto il coraggio di ripartire da zero, conscio dei propri mezzi e della volontà di migliorare, riconoscendo che, per fare tutto ciò, era necessario uscire “dal proprio cortile”.

Penso che la sua esperienza al di fuori dall’Italia sia stata fondamentale. A livello di presa di consapevolezza nei mezzi, di ruolo e di appunto esperienza umana. Quando vai in un posto dove non è proprio casa tua non è automatico ambientarsi e credo che, molto spesso, quando uno si trova bene ed è sereno fuori dal campo riesce ad esprimersi anche in campo.

Visto poi che “la fortuna aiuta gli audaci”, Nik si è trovato ad essere l’uomo giusto al momento giusto: una squadra vincente ma in un momento di transizione, un allenatore italiano dalle idee chiare e fine psicologo oltre che mero “direttore d’orchestra”.

L’ Eurolega poi è il campionato giusto per crescere sotto ogni punto di vista. Sinceramente, non avendoci mai giocato, non riesco ad essere più preciso in merito agli sviluppi sia tecnici che tattici. Spero, a livello personale, di giocarci il prima possibile per confrontarmi con i migliori giocatori della massima serie dopo l’NBA: seguo sempre l’Eurolega infatti, e vedo un sacco di giocatori fare dei grandi passi in avanti da un anno all’altro… spero che possa capitare anche a me la stessa cosa.

L’unicità di Melli è il fatto che lui ha avuto l’intelligenza di sapersi adattare al gioco che il Bamberg esprime: la squadra di coach Trinchieri ha sempre in campo almeno 4 giocatori che possono “portar palla” dal rimbalzo difensivo. Ottimi trattatori di palla quindi, con un conseguente spacing che rasenta la perfezione per cercare di trovar sempre il tiro migliore.

Grazie a tutto ciò, Nik è diventato un giocatore totale:

  • Ricezioni in post basso
  • Pick e pop
  • 1vs1 dal palleggio
  • Passatore sottovalutato
  • Difensore eccellente

[Ecco un buon riassunto delle sue qualità contro il CSKA, non proprio una squadra del CSI]

Domanda che può sorgere: com’è possibile che il Melli visto a Milano fosse così diverso da quello che vediamo ora al Bamberg?

ATTENZIONE: non parliamo né di un “brocco” improvvisamente diventato fenomenale, né di un genio incompreso. Ogni giocatore deve avere la bravura di lavorare innanzitutto su sé stesso, poi subentra anche un pizzico di fortuna che, insieme ad una scelta ponderata, porta il giocatore ad inserirsi nella squadra e nel sistema che va ad esaltare le proprie caratteristiche.

Melli è uno straordinario lavoratore.

Il suo miglioramento in partita è sotto gli occhi di tutti, ma il lavoro che Nicolò fa in palestra? Ho letto un’intervista dove Trinchieri diceva che lui svolge sedute individuali incastrate nella giornata per migliorare il suo fisico.

Penso che questa sia la prima cosa che salti all’occhio. Ovvio, due anni in più fanno la differenza, ma già prima comunque non era un ragazzo “esile”. Adesso è un atleta fisicamente di primo livello. Ed è migliorata anche la tecnica, proprio perché ha lavorato ore ed ore in palestra per migliorare i movimenti.

Nel basket di oggi a mio avviso è importante essere in grado di fare almeno due cose ad alto livello. Penso che lui sia in grado di farne almeno 3. Difendere, tirare e andare a rimbalzo.

Melli è stato bravo a perfezionare la sua tecnica, non facendo mille cose, ma focalizzandosi su alcune. Parlandogli qualche tempo fa mi ha confessato che non ci si può sempre spremere a mille, bisogna sentire il momento nel quale si può spingere un po’ di più. Ci sono momenti di stanchezza fisica, altri di stanchezza mentale. Bisogna avere un giusto equilibrio.

Poco tempo fa il Survey dei Gm di Eurolega lo ha votato come miglior Ala forte del torneo.

Se siete onesti, mi dite quanti di voi avrebbero detto due anni fa che lui in due anni sarebbe stato votato al di sopra di Anthony Randolph, Doellman e giocatori di questo livello!
Questo è Nik Melli. Ho appreso tanto da lui in questi anni, e il fatto che la sua carriera sia partita proprio da Reggio Emilia fa crescere in me una gran mole di motivazioni: per crescere come giocatore e come uomo, per migliorarmi giorno dopo giorno e per arrivare a diventare una pedina fondamentale della mia squadra e della mia Nazionale: credo sia il sogno di ogni bambino che prende in mano il pallone da basket e ogni giorno si allaccia le sue scarpe per scendere sul campo, urlando ad ogni loro tiro nomi dei giocatori NBA.
Non c’è bisogno di arrivare così lontano, ragazzi. Ora avete un nuovo giocatore da emulare in palestra ed al campetto, ed è più vicino a voi di quanto pensiate.

Le sedute aggiuntive in palestra, le intere giornate passare a migliorarsi e la grinta di un ragazzo selfmade, costruitosi completamente da solo, sono il simbolo che ognuno di noi può arrivare a fare qualcosa di davvero speciale. Un pizzico di fortuna, tanto talento ma anche tanti, tantissimi attributi.

Straight Outta Reggio Emilia, continua così Nik!