articolo a cura di Marco Pagliariccio e Ivan Belletti

disegno di Harden in copertina a cura di David Agapito

 

 

Notte di Capodanno 2017.

Mentre una percentuale stimata del 95% della popolazione italica è col calice in mano a fare trenini in ristoranti discutibili, dall’altra parte dell’oceano c’è un tizio con la barba lunga e nera che sta ridefinendo i confini del gioco: mai nessuno nella storia aveva realizzato una tripla-doppia da almeno 50 punti, 15 rimbalzi e 15 assist. Per star comodi, ne mette 53+16+17 per portare i suoi Rockets all’ennesimo successo sui Knicks.

[Non eravamo troppo ubriachi allora]

Nel momento in cui scriviamo le triple-doppie in stagione sono 14, due delle quali con più di 50 punti (unico nella storia a completarne due da 50 punti nella stessa stagione) grazie al bis da 51+13+13 concesso venerdì scorso sul campo di Philadelphia. Erano state 9 in tutto nelle precedenti 7 annate. È solo una delle tante cifre che potrebbero provare a dare una forma alla straordinaria annata che sta vivendo James Harden. Ed era tutto fuorché scontato che andasse così solo alla fine della scorsa estate, quando Mike D’Antoni decise di investirlo del ruolo di Steve Nash 2.0 nel suo 7 seconds or less – Rockets edition.

“[Quando D’Antoni me lo disse] fui scioccato – ha confessato lo stesso Barba qualche giorno fa in un’intervista a Sports Illustrated– ma sono sempre stato un buonissimo passatore ed un playmaker. Iniziato il training camp e cominciato a prenderci mano, è diventato poi tutto più semplice. Sto ancora imparando a farlo ad alto livello ogni sera perché ho la palla in mano il 90% del tempo. Ma mi sento a mio agio, i ragazzi si prendono i loro tiri e sono felici ed è questo quello che conta”.

Ciò che mi ha colpito di questa dichiarazioni all’apparenza semplice è che condensa in cinque righe tutto il modo di giocare del nuovo Harden, facendo emergere quanta comprensione del gioco ci sia nelle sue vene.

Primo elemento: lo shock.

“Hey James, quest’anno porti palla”

E’ vero che nel basket moderno il confine tra i ruoli si è fatto sempre più labile, il playmaker in senso tradizionale ormai è una figura che, specie ad altissimi livelli, è sempre più difficile da delineare. Ma il portatore di palla resta in ogni caso una “figura” delicata per almeno un paio di motivi: sei costretto ad avere la palla in mano sin dall’inizio dell’azione, nella tua metà campo difensiva, e sei obbligato ad entrare in uno schema, in un movimento, come “iniziatore” dello stesso, tenendo la palla in mano “il 90% del tempo”. Harden, nella sua carriera iniziata nei sobborghi della natia Los Angeles e proseguita prima al college di Arizona State e poi agli Oklahoma City Thunder, è invece sempre stato l’”utilizzatore finale” (Silvio docet) di ogni movimento d’attacco, il terminale che con le sue funamboliche penetrazioni per andare al ferro, trovare il fallo o magari fermandosi prima per il jumper metteva punti sul tabellone luminoso. Un cambio di prospettiva radicale, insomma.

Per cambiare la prospettiva, però, si doveva partire da qualche evidenza. E passiamo allora al secondo elemento dell’Harden-pensiero: le sue qualità di passatore e giocatore “altruista”.

Il fatto è che l’enorme talento di realizzatore ne ha offuscato quello di creatore di gioco, che è stato sempre lì, sotto gli occhi di tutti: “The Beard” l’ha sempre data via bene e volentieri (la crescita costante della media assist anno dopo anno ne è testimonianza, già lo scorso anno i 7,5 a partita lo ponevano 6° in tutta le Lega) proprio a partire da un atteggiamento che non è quello dell’accentratore a tutti i costi. “Lui era uno che come prima cosa guardava sempre il passaggio – ha detto a Bleacher Report Scott Pera, suo coach alla Artesia High School che poi lo seguì anche ad Arizona State – segnava 18 punti a partita negli ultimi due anni di high school, ma avrebbe potuto farne benissimo 35”. Ciò che ha fatto D’Antoni è stato semplicemente dirgli: prendi la palla in mano e fai quello che ti esce dalle mani. Solo due stagioni fa Harden smazzava sì quasi 7 assist a partita (11° in Nba), ma nei passaggi fatti era appena 48° con 46,5 a partita, peggio pure del suo attuale alter-ego Patrick Beverley (che ne faceva uscire dalle mani 50,9). Lo scorso anno gli assist si assestavano poco sopra (7,5 a partita, 6° in Nba) e lo stesso i passaggi fatti (52,3, anni luce dai 74,2 di Rajon Rondo). Quest’anno la rivoluzione: 11,5 assist a partita al momento di scrivere (1°), 67,6 passaggi fatti (1°), 21,6 assist potenziali (1°). Il tutto senza perdere di efficienza a livello realizzativo. Pazzesco.

[Prego???]

Se gli ingredienti erano lì, sotto gli occhi di tutti, allora cosa mancava? Il terzo elemento: confidence, ma anche trust, fiducia in un modo di giocare sposato da tutti i Rockets, da Morey all’ultimo dei magazzinieri. “Sapevo che lui era il migliore per giocare in quel modo – ha ribadito D’Antoni sempre a Bleacher Report – e lui voleva giocare in quella maniera. E si può estendere il ragionamento alla proprietà, che voleva giocassimo in questa maniera, e alla dirigenza, anch’essa voleva giocassimo così”.

D’Antoni è nato per allenare Harden e Harden è nato per essere allenato da D’Antoni – ha aggiunto Steve Kerr, mica l’ultimo arrivato, giusto qualche giorno fa – rispetto a Nash che veniva sbalzato fuori campo spesso, Harden non lo sposti, è una macchina!

Ma qual è questa maniera di giocare così peculiare da esaltare il connubio Harden-D’Antoni? Chissà quanto sia stata coincidenza e quanto invece scelta oculata il matrimonio tra Morey e l’ex Milano. Da un lato il gm che ha voluto a tutti i costi sposare un concetto di basket volto ad ottimizzare le conclusioni a più alta percentuale (tiri nel pitturato, tiri liberi, tiri da 3), dall’altro un allenatore amante di un basket a ritmo alto, altissimo, incentrato sul pick and roll. L’incontro tra le due filosofie ha creato i Rockets 2016/2017, nei quali Harden ha sublimato le sue caratteristiche. Liberato dell’ingombrante presenza di Dwight Howard in mezzo all’area, Il #13 ha messo un freno ad un mid-range jumper che resta comunque affidabile per qualità pur in volumi minori (lo scorso anno il 19,5% delle conclusioni arrivava dalla fascia tra l’arco e il pitturato, quest’anno siamo intorno al 12%) per andare sempre di più al ferro sfruttando i blocchi dei Capela e degli Harrell di turno. Sale la qualità dei tiri, salgono le percentuali: da 2 il Barba è salito dal 49,4% del 2015/2016 al 53,9% di questo primo scorcio di stagione.

Il bello (o il brutto, se la guardiamo dalla prospettiva degli avversari) è che lo stesso prodotto di Arizona State ci offre un’ulteriore prospettiva di quello che potrà essere: il nuovo Harden è tra noi da neanche mezza stagione e non ha ancora compiuto 27 anni. “Mi sto abituando ogni sera”, sottolinea. Difficile anche solo immaginare dove potrà arrivare. All’All Star Game è già entrato dalla porta principale, battendo Westbrook nel voto del pubblico e piazzandosi solo alle spalle di Steph Curry tra gli esterni più votati ad Ovest. Il sogno sarebbe quello di vederlo diventare persino un difensore accettabile, ma non vorremmo esagerare.

L’unica ad aver fiutato la cosa per tempo è forse stata adidas, che la scorsa estate, un mesetto prima che le dichiarazioni di D’Antoni dessero il via alla rivoluzione, ha lanciato la prima signature shoe del Barba, la Triple Black. Un chiaro segno di fiducia da parte dell’azienda nelle potenzialità della stella dei Rockets. E noi ve lo possiamo testimoniare.

Ma chi se la poteva immaginare un’esplosione del genere? Sam Presti no di certo. O forse…

 

SLIDING DOORS

…Sono passati ormai 5 anni da quella gara 5 a Miami. Sembrava la fine di un sogno, perdere la finale significa passare l’estate intera con in testa l’ultima partita, una sconfitta. E quella era stata una vera Caporetto. OKC, dopo aver perso il fattore campo in gara 1, ha provato a buttare il cuore oltre l’ostacolo sia in gara 3 che in gara 4, punita da uno stoico Lebron. Quella finale ha insinuato diversi dubbi tra gli addetti, anche il management dei Thunder è sulle spine: qual è il trio delle meraviglie? Ibaka è un giocatore irrinunciabile, più irrinunciabile del Barba? Sì, perché le cinque gare di finale sono state un incubo per Harden: appena 62 punti complessivi, 17 dei quali nel primo tempo di gara 2. Tolta questa sfuriata, il talento da Arizona State non è manco arrivato alla doppia cifra di media quando la palla scottava.

Senza palle? Ecco, questo proprio no. Dobbiamo ricordare a tutti com’era finito il pivotal game a San Antonio, in finale di conference?

Sam Presti ha ben nitide queste immagini, il trofeo di miglior sesto uomo vinto in un anno di puro spettacolo. Ci pensa bene… e decide che Harden DEVE rimanere. La scelta costa il sacrificio di Ibaka, ma in un basket che già nel 2012 cominciava a “spingersi” fuori area, avere i migliori 3 attaccanti della lega non guasta.

Il 2013 vede dunque sempre Miami e Oklahoma come i maggiori indiziati per la vittoria finale. La regular season scivola via tra un alley-oop a Durant e un cooking time di Harden, intervallato dalle scorribande di quell’alieno che risponde al nome di Russell Westbrook.

Coach Brooks ha trovato il bandolo della matassa, il 35 da “4” è un’arma di distruzione di massa. Ma la vera intuizione è un’altra: Harden da play, Westbrook guardia e Sefolosha da mastino difensivo.

Si arriva ad Aprile, playoff time baby!

Il primo turno è una passeggiata per Oklahoma, che sul 3-0 sta per spazzare via gli avversari. Gara 4, Westbrook supera la metà campo, va ad appoggiare, ricade malissimo sulla gamba destra. Il ginocchio fa crack, lo stesso rumore che fanno le speranze dei tuoni. Contro Memphis è una battaglia, Harden e Durant scacciano le twin tower dei Grizzlies e arrivano in finale di conference contro gli Spurs. San Antonio è in missione, la vendetta è un piatto che va servito freddo, e Popovich ha aspettato un anno per ritrovarsi di fronte Oklahoma. Harden è straordinario, certifica ancora di più lo status di miglior assistman della Lega e la presenza nel First All Team. Ma gli speroni sono in missione, riescono subito a riprendersi il fattore campo e chiudono in 6 gare.

Un altro finale amaro, ma certamente più consapevole. I veri big three dell’Nba sono ad Oklahoma. Anno nuovo, vita…vecchia! Il 2014 è l’anno di Oklahoma: un segnale ben preciso è che, nell’All star game, tutti e tre i giocatori sono nel quintetto titolare. Il mercato estivo ha portato un giovane guerriero neozelandese, impassibile a qualsiasi avversario o situazione. Steven Adams è quello che mancava ai ragazzi di coach Brooks per arrivare al tanto agognato titolo. Pick’n’roll Harden-Durant, Westbrook sul lato debole, Adams pronto per lo scarico in area e Sefolosha sugli angoli a punire. Oklahoma è semplicemente devastante! Spurs spazzati via in finale di conference, non c’è Lebron che tenga nemmeno nelle Finals.

OKLAHOMA CITY E’ CAMPIONE.

Le cifre del Barba sono impressionanti: entra nella èlite dei giocatori con più 20 punti e più di 12 assist di media, la scelta di Presti è stata quella giusta. Siamo nel 2017 adesso, Oklahoma è riuscita nell’impresa di fare il three peat: l’incubo di Lebron ha la mano sinistra dipinta dal Signore, la barba del diavolo e un senso per la pallacanestro che non si è mai visto su un campo di basket. Durant ha prolungato il contratto nonostante la corta spietata dei Warriors, che sono ad un giocatore dal centrare il “tesssssoro”. Ma il paradiso stavolta non è a San Francisco, è lontano dall’ombra del Golden gate. Il paradiso è alla Cheesepeake Arena.

(Photo by Andrew D. Bernstein/NBAE via Getty Images)

PAUSA SCENICA

Presti si sveglia sudato nel suo letto, si è addormentato guardando i suoi aggrapparsi alle gambe di Westbrook. Houston conduce agilmente sui Thunder, Harden è a quota 39 e 14 assist. D’Antoni ha avuto l’idea geniale di farlo portar palla… e chi lo ferma più? Sam mette la faccia tra le sue mani, fissa la televisione. Giurerebbe di aver visto Il Barba fargli l’occhiolino…