Campetto, cemento, Giugno/Luglio, 35°C. L’ultima cosa sulla quale vorresti sdraiare la schiena. Campetto, spesso e volentieri all’interno di un’area parrocchiale, frequentato da gente che ha visto l’interno di una chiesa per la propria cresima, l’ultima volta. Campetto che ha le stesse crepe dal ’62, che ha contato più morti e feriti degli Appennini nel ’45 e che ha visto crescere, sfornare e bruciare talenti come un inceneritore.

C’è uno che sta tirando. Ha un paio di Kipsta ai piedi, pagate 14€ in sconto a Decathlon. Una fascetta totalmente inutile, che rinvigorisce ulteriormente il suo taglio di capelli alla Paletta. Gomitiera, ginocchiere, maglia bianca della salute sotto una canotta dei Rochester Royals. Se ci soffi sopra, come Lance Stephenson, devi chiamare il 118. Ma non si schioda.

“No, mi dispiace. Sto aspettando i miei amici, dobbiamo giocare”

Torni indietro, il tuo cervello pensa “quali amici, non c’è nessuno e i suoi amici, se non fanno la briscola al bar, saranno dentro una cassa”. Poi però realizzi che ti ha risposto gentilmente, e che questo è decisamente un paese per vecchi. Come al solito, vince lui.

 

Al campetto della “SS Beatissima Incoronata Vergine Maria Annunziata di S. Antonio” sta per cominciare la sfida di cui il basket non ha necessariamente bisogno ma che ne rappresenta, nel bene o nel male, la sua purissima essenza: Giovani vs Vecchi. I vecchi sono personaggi leggendari, si vestono né più né meno come il tipo qui sopra, hanno una sinistra tendenza a buttarla dentro dai 5 metri e si allenano per queste partite a pane e uova come Rocky Balboa. I giovani, ex promesse mai mantenute, vedono la gara come una semplice sgambata, con quel senso di menefreghismo che li contraddistingue sempre. Pensando che, in fondo, sono sempre due etti in meno per la discoteca del sabato sera.

 

Dopo il ‘pari e dispari’ iniziale, l’anziano, che vince la contesa il 97% scarso delle volte, chiede di poter giocare a tuttocampo. Il giovane impazzisce, accetta senza indugio: CAZZATA IMMANE. I vecchi optano per il tuttocampo perché, incuranti dell’etica cestistica, dopo le prime due azioni si piazzano nella loro bulgarissima zona 2-3. Che problema c’è? Dall’altra parte, ci sono il miglior marcatore della serie D regionale, e lo specialista della C2 del paese. Passati 5′ siamo già 14-4 per la “Old School”, con i numerosi presenti, circa venti, che cominciano a contare i ferri come si fa con le pecore prima di andare a letto. Servono un paio di iniziative del playmaker, l’unico ruolo davvero immarcabile per un 50enne, per riportare i giovani in scia. In piena rimonta, però, accade uno spiacevole avvenimento: Terenzio, il panettiere di via dei Tulipani, rischia di cadere dopo un contrasto a rimbalzo, chiede ghiaccio, barella e borsa medica. Gli Over hanno già il cambio pronto, ovviamente è un trucco: “Terry” non s’è fatto un cazzo, è semplicemente un modo per spezzare il ritmo e perdere tempo. Sul 21-18 vecchi, 10′ di pausa e cambio campo. Mentre i più scarsi cercano di rincuorare e di metterci della motivazione, D e C2 vorrebbero trovare una corda e un lampadario il prima possibile.

Ripresa. I giovani sono in una situazione psicologica semi-paradossale: sono chiaramente in partita, ma mai avrebbero pensato di trovarsi sotto nel punteggio, per cui il pensiero generale del +40 finale va a farsi fottere. Insomma, si può vincere (si deve vincere), ma agli occhi dei presenti non ne uscirebbero certo con una bella figura, l’unica cosa che contava davvero per tutti loro. D e C2, reduci da un importante 2/21 complessivo nella prima frazione, cercano ora di appoggiare la palla sotto. E’ un inferno. Nonostante la zona i vecchi non fanno passare uno spillo, appena qualcuno prova a penetrare cala la mannaia. Il punteggio è più basso di Gary Coleman, gli esterni hanno ferite, ematomi e ustioni di 4° grado dalla cintola in su. Qualcuno la butta sul trash-talking (“Non dovresti stare a casa a vedere la tv, eh? O non sai come cambiare canale?” “Sono quelli come te che fanno marcire questo paese”), si respira lo stesso clima di Guantanamo, parità. Ultimo minuto.

Appena varcata la metacampo, il play over fa scattare la trappola: raddoppio assurdo del lungo (Terry) che costringe l’under al passaggio. I vecchi ruotano come un orologio, la circolazione resta perimetrale e si arriva all’ultimo scarico, in angolo, con C2 a 5 metri di spazio. Mette a posto i piedi. Solo rete!

Fermi tutti.

“Non vale”

Secondo l’imparziale arbitro, un nonno da 70 comodi con baffo di David Crosby e maglia di Bob Dylan, C2, il tiratore, aveva pestato la linea. Ovviamente il campetto non è regolare – anzi, ringraziare che il prete ha fatto rifare le linee -, per cui C2 aveva un tallone oltre la laterale. I vecchi questo lo sapevano benissimo. Sapevano che avrebbe cercato la bomba. Avevano da spendere un gettone difensivo, l’han speso.

Mancano circa 40”, ma gli over si sono guadagnati con l’esperienza il permesso di tenere il possesso fino in fondo. Vogliono morire con la palla in mano, e non è una metafora. 35, 30, 20, 10. Il play chiama un blocco, Terry sta arrivando, lui spara subito, “TABELLA“. Sono 9 metri, “non è vero”. Tutti fermi, la palla prende in pieno la tabella, era uno schema! A rimbalzo un over, indisturbato, appoggia. 41-39. Sotto la curva vuota, impazziti. A festeggiare come Tardelli nel 1982.

vecchi

 

E poi, perché è il bello del basket, dopo la partita si ritorna amici di lunga data, come se questi si conoscessero, come se lo fossero sempre stati. Qualche vecchio vuole andare a bere, c’è chi accetta, i giovani lasciano stare. Vogliono scomparire dal mondo, sono a pezzi, ringraziano tutti. E’ stata una lezione di vita terrificante.

Ci sarà una prossima volta, garantito!

Aspetta solo quei dieci, dodici mesi…