Le nostre valigie logore stavano di nuovo ammucchiate sul marciapiede;

avevano altro e più lungo cammino da percorrere.

Ma non importa, la strada è vita

Jack Kerouac, “On The Road”

 

Se lo scorso anno di questi tempi vi avevo proposto un tour immaginario nell’America dei canestri, stavolta invece vi racconto di un viaggio che ho fatto sul serio, giusto qualche settimana fa: Ford Fiesta del 2008 stipata come si conviene, pallone da basket sotto braccio e via a dominare l’ex Jugoslavia! Un viaggio che, per i malati della pallacanestro come me, è praticamente un pellegrinaggio, con tanto di luoghi sacri cui volgere lo sguardo e rendere grazie. L’idea è quella di darvi qualche spunto interessante su cose da vedere, provare, toccare nel caso passiate da quelle parti o vogliate fare un tour come quello che abbiamo fatto io e la mia ragazza Eleonora.

Enjoy!

P.S.: assicuratevi che la vostra ragazza apprezzi, altrimenti rischiate separazioni/divorzi e io non ne voglio sapere nulla.

P.P.S.: come per la scorsa guida, ricordate che non è una Lonely Planet, abbiate pietà!

 

1° tappa: Spalato

A Spalato non esisteva altro sport che il “balun” […]

Che agli inizi degli anni ’60 del secolo scorso qualcuno solo pensasse di mettere in piedi un club serio, che praticasse il basket in modo organizzato sembrava più che utopico semplicemente ridicolo.

Sergio Tavcar

 

Imbarcatici in traghetto dal porto di Ancona al tramonto, siamo arrivati sulle coste croate col sole a fare capolino dalle montagne che sovrastano Spalato. Il bianco marmoreo della città vecchia, racchiusa entro le mura del celeberrimo Palazzo di Diocleziano, è accecante sotto il sole di luglio, sembra uniformare e avvolgere tutto all’interno del suo reticolo di vicoli stretti tempestati di bar, locali, negozi e murales dell’Hajduk, la locale squadra di calcio.

Chissà se e dove si è andata a nascondere la storia gloriosa della Jugoplastika tricampione d’Europa alla vigilia della frantumazione dei Balcani. Perché in città non ne resta traccia. Non c’è per le viuzze dello straordinario Palazzo di Diocleziano, né sulla spiaggia di Bacvice (la “Copacabana di Spalato”, come la chiamano i locali…) dove, leggenda narra, Toni Kukoc era solito darsi da fare col picigin, una sorta di palla avvelenata tipica della città che si gioca in acqua con una pallina da racchettoni. Magari la “Pantera Rosa” vi giocava con i coetanei Dino Radja, Zan Tabak o Velimir Perasovic, gli eroi di quella straordinaria corazzata per anni abbagliò il basket continentale, chissà…

Copacabana.... quasi!

Copacabana…. quasi!

Oggi Spalato è una città moderna, che si nutre del turismo che viene dal mare e che al basket sembra aver voltato le spalle per tornare a legarsi solo ed esclusivamente al suo adorato Hajduk. Una rimozione forzata, alimentata dalle peripezie che hanno portato sull’orlo della bancarotta il KK Spalato, erede di quella Jugoplastika e con Radja nel ruolo di presidente fino allo scorso anno. Neanche la Nazionale sembra scaldare troppo il cuore degli spalatini. C’è Italia-Croazia, seconda partita del Preolimpico di Torino. Trovo un baretto nella città vecchia sintonizzato sul match e mi metto in posizione: sgabello, gin lemon e rutto libero. Ci sarà una decina di persone, ma lo sguardo verso il televisore è abbastanza disinteressato. Qualche sussulto alle magie di Bogdanovic, ma niente di che, anche perché gli Azzurri mi danno una mano: la scampo senza problemi.

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È ora di partire per il viaggio vero e proprio, col cruccio di non essere riuscito a trovare l’anima a spicchi della Dalmazia. Passeggio sulla Obala Kneza Branimira (il lungomare ovest) di ritorno dalle spiaggette della penisola di Marjan quando noto incastonate sul marmo delle targhe dorate: ricordano tutte le medaglie olimpiche ottenute dagli atleti croati. Con alcune nostre vecchie conoscenze. Non tutto è andato perduto.

Cattura

 

2° tappa: Sarajevo

A Sarajevo la notte arriva troppo presto e l’alba troppo tardi.

Elie Wiesel

 

Dopo un paio di giorni sulla costa adriatica, si vira verso sud-est in direzione Sarajevo. Memorizzate bene la perfetta autostrada croata, perché in Bosnia non ne vedrete più: ce ne saranno, a occhio, non più di 30 chilometri in tutto lo stato! A breve distanza dal confine croato-bosniaco, c’è Medjugorje. Non serve nemmeno il navigatore per arrivarci: basta seguire le frotte di pullman che vi si dirigono (moltissimi italiani, tanto che le scritte in paese sono in bosniaco e italiano). Facciamo un blitz giusto per poterci bullare con le nonne di esserci stati e, dopo aver trotterellato tra le mulattiere che portano al centro urbano, posso finalmente sfoggiare il mio pallone Nike gommato: sì perché all’ingresso della città, tra pile di gomme abbandonate e cassoni di immondizia, c’è una sorta di playground. Scendo, foto di rito ed un paio di tiri.

MIRACOLO.

Ho fatto canestro al primo colpo!

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Ci soffermiamo poco perché la strada verso Sarajevo è ancora lunga. In strada c’è Mostar, con il suo ponte simbolo della guerra che frantumò una nazione. Un giretto veloce, la tentazione fortissima di comprare la canotta della nazionale bosniaca del paisà Mirza Teletovic (è nato a Mostar e praticamente ogni negozio di souvenir ha una sua canotta “quasi” originale) e poi di nuovo ad immergersi tra le Alpi Dinariche per arrivare nella capitale.

È un’atmosfera incredibile quella con la quale ti accoglie Sarajevo. C’è ancora qualche palazzo sventrato dai colpi dell’esercito serbo durante l’assedio di vent’anni fa e molte abitazioni, anche a Bascarsija (la città vecchia), sono rimaste crivellate dai colpi di mitragliette, mortai, fucili. Ora, però, la vita scorre tranquilla in città, i minareti si confondono coi grattacieli delle grandi multinazionali, donne col burka camminano fianco a fianco con signorine in minigonna, bar che non servono alcolici giacciono a pochi passi da pub e teatri.

Come Spalato con la Jugoplastika, anche Sarajevo sembra aver cancellato la memoria delle imprese della sua leggendaria formazione, il Bosna, che con Boscia Tanjevic in panchina e un certo Mirza Delibasic in campo conquistò contro la Emerson Varese la Coppa dei Campioni nel 1979.

Kindje (il bambino) no, lui non l’hanno dimenticato in quella Sarajevo che l’ha accolto diciottenne, nel 1972, quando da Tuzla sbarcò in città per vestire la canotta del Bosna. Per un soffio riuscì a ricordare di essere stato insignito del titolo di Sportivo bosniaco del XX secolo nel 2000, perché l’anno successivo morì in quella che era ormai diventata la sua città. La Skenderija, la storica arena cittadina sulla riva sud del fiume Miljacka, prese da allora il nome di Dvorana Mirza Delibasic. I danni provocati da una nevicata eccezionale nel 2006, però, hanno dato il colpo di grazia ad una struttura che, dopo i Giochi Olimpici invernali del 1984 e la guerra, stava comunque finendo progressivamente in disuso. Oggi è ridotta così:

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Sarajevo, però, non ha dedicato solo un palasport cadente alla sua stella (sportivamente parlando) più lucente. Bensì anche un parco. Basta attraversare il ponte di Skenderjia per tornare sulla sponda nord della città e trovarsi nella piccola area verde che il Comune ha dedicato a due delle più grandi personalità della sua storia recente: una è appunto Delibasic, l’altra è Davorin Popovic, frontman della famosissima (in Bosnia) band progressive rock degli Indexi. Due statue in vetro (per la verità, non troppo curate) giacciono fianco a fianco nel piccolo parco a due passi dal cuore di Sarajevo. Ovviamente, però, il mio di cuore batte per Mirza.

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La voglia di basket, a Sarajevo, sembra comunque sopita. Ma è pronta ad esplodere per il simbolo della ritrovata serenità della regione: la Nazionale. È bastato l’oro europeo dello scorso anno della Under 16, guidata dal prossimo grande talento bosniaco Dzanan Musa, per far esplodere di gioia un popolo intero:

 

3° tappa: Belgrado

Belgrado è la città più brutta del mondo nella posizione più bella del mondo

Le Corbusier

 

Alla fine, poco prima di lasciare una città che mi ha rapito il cuore ma subito dopo un ultimo bosanska kahva (caffè bosniaco, molto simile alla nostra moka come sapore), ho dovuto cedere alla tentazione di acquistare il completino “quasi” originale della nazionale bosniaca di Teletovic (25 euro canotta+pantaloncino e sei in pole position) prima di mettermi in viaggio verso la Serbia. Direzione Belgrado, che dista circa 300 chilometri. Un viaggio che, fosse in autostrada, potreste completare in tre ore ad andar comodi. Ma considerando che 250 di questi sono su strade di montagna con limite dei 70 orari (possibilità di accodarvi a carretti trainati da muli: molto alte) e una frontiera da valicare… fate voi i conti. Insomma, dopo cinque ore abbondanti eccoci nella capitale serba, dove inizia la parte più pienamente “cestistica” del viaggio.

Per puro caso (sì, come no…) siamo arrivati in città proprio nel giorno delle semifinali del PreOlimpico (toh!) che la Serbia sta allegramente dominando. E allora tempo di posare i bagagli, fare una doccia ed eccoci catapultati alla Kombank Arena. Struttura enorme (può accogliere fino a 25 mila spettatori) a Novi Beograd, la città nuova che si sta sviluppando sulla riva sinistra della Sava. Alle 18 c’è Lettonia-Porto Rico e, come prevedibile, il palazzo è praticamente deserto. Qualche centinaio di lettoni, forse una decina di caraibici e poche centinaia di neutrali per uno scenario che pare quello di un’amichevole di inizio stagione. La partita, però, è piacevole, Barea tiene sui portoricani per quasi tutto l’incontro, ma nel finale sono un paio di magie di Arroyo a chiudere i conti e spingere a sorpresa Porto Rico in finale. Dove, qualche ora dopo, approda serenamente anche la Serbia, che suda per un tempo contro una Repubblica Ceca mai davvero in partita. Mi aspettavo il tifo delle grandi occasioni, ma gli ultras snobbano il match, anche se un 10 mila spettatori ci saranno tutti. Poco male, penso: domani si giocano Rio, ci sarà da divertirsi. E io ci sarò.

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Il giorno dopo lo passo a scoprire la città, con obiettivo numero uno la visita al Kalemegdan, la grandiosa fortezza che domina la città dalla rupe alla confluenza tra la Sava e il Danubio. Ormai è praticamente un enorme parco, con musei, bar e campi da gioco di ogni tipo. Anche da basket ovviamente: ne ho contati almeno dieci uno in fila l’altro! Lo scenario è a dir poco suggestivo: playground brandizzati Partizan, Stella Rossa o And 1 lungo le mura della vecchia fortezza. Stavolta, però, non ho portato il pallone con me. Amarezza.

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Scivolano presto le ore nella metropoli serba e si avvicinano le 21, orario di inizio di Serbia-Porto Rico. Arrivo alla Kombank per tempo, voglio gustarmi l’arena che si riempie e il tifo serbo che tremare il mondo fa. Quante volte, davanti alla tv guardando l’Eurolega, ho sognato di essere lì, in mezzo allo straordinario spettacolo dei tifosi belgradesi. E invece sarà che la Serbia è strafavorita e nessuno immagina brutti scherzi ma la Kombank è stranamente silenziosa. Si riempie eh (i vuoti alla palla a due sono davvero pochi), ma a parte qualche sporadico coro “Srbjia, Srbjia” non è che il tifo sia così trascinante. Anche perché dopo la bomba iniziale di Angel Vassallo, i padroni di casa uccidono la partita con un parzialone di 24-0. Eppure l’unico giornalista portoricano presente ci credeva eccome!

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Mentre da Twitter apprendo della disfatta torinese degli Azzurri contro la Croazia, sconsolato mi avvio verso il lungofiume. La sponda sinistra della Sava è tappezzata di bar e discoteche galleggianti dove ci sono movimento, musica e alcol in quantità. Sembra Berlino. Giuro che non esagero.

 

4° tappa: Zagabria-Sebenico

I ricordi sono ricordi, l’amore è amore, ma sul campo non riconosco nessuno.

Segnerò 56 punti di nuovo contro di loro, se avrò una possibilità.

Drazen Petrovic dopo aver segnato 56 punti contro il Sibenka alla sua prima partita col Cibona

 

Spostarsi da Belgrado a Zagabria, nonostante le tensioni tra le due grandi capitali dell’ex Jugoslavia, è ben più facile: una lunga autostrada con pochissime curve porta da un lato all’altro dell’enorme pianura che si spartiscono Serbia e Croazia.

Abbiamo poco tempo per studiare Zagabria, praticamente un pomeriggio e una sera. Così ci lanciamo veloci per le vie del centro storico, tra la funicolare che porta a Gornji Grad (la Città alta, dove si trova la celebre chiesa di San Marco, quella col tetto colorato), i palazzi mitteleuropei del centro storico e la Ulana Ivana Tkalcica, quella della movida notturna che per la serata della finale degli Europei di calcio si tappezza di maxischermi.

No, non mi sono dimenticato del Cibona, del Cedevita (ah, lo sapevate che lo sponsor dell’ormai prima squadra di basket cittadina è una bevanda vitaminica in polvere che va fortissimo nei Balcani?) e di Drazen Petrovic.

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A lui ho deciso di dedicare tutta l’ultima giornata del mio viaggio, partendo dal museo che trova posto proprio di fronte all’arena cui è stato dato il suo nome. L’area espositiva raccoglie tutti i cimeli di una carriera straordinaria pur terminata troppo presto. In bella vista ci sono anche le canotte donate da Michael Jordan e Steph Curry (papà Dell giocò con Drazen ai Nets). Il negozietto di souvenir interno vende le canotte replica delle squadre europee in cui militò Drazen: Sibenka, Cibona, Real. Opto per la casacca del Cibona, che Petrovic indossò dal 1984 al 1988 centrando due Coppe dei Campioni. Alla cassa c’è una signora coi lunghi capelli biondi ed uno sguardo malinconico: è proprio lei, Biserka Petrovic, mamma di Drazen e di Aco, coach di quella Croazia che ci ha appena tolto il sogno olimpico.

mamma

E’ un viaggio a ritroso rispetto a quello di Drazen quello che mi appresto a fare: da Zagabria torno verso la costa, mi aspetta un traghetto che da Spalato mi dovrà riportare ad Ancona. Ma c’è tempo per un’ultima tappa: Sebenico, la città natale del Diavolo (e di Dario Saric. Coincidenza?).

Le case bianche e i vicoli stretti fanno sì che molti chiamino la città “Piccola Genova”. Ma il mio obiettivo non è perdermi nelle viuzze che sfociano sull’Adriatico o arrampicarmi verso la Fortezza di San Michele che domina tutta la baia. Voglio toccare il suolo del campetto dove il piccolo Petrovic dava sfogo al suo talento, voglio respirare l’aria elettrica che lo baciava alla Dvorana Baldekin quando, diciannovenne, segnava i due tiri liberi a fil di sirena che avrebbero regalato per la prima volta il titolo jugoslavo al piccolo Sibenka ai danni del Bosna. Uno dei più grandi scandali della storia del basket europeo. L’ho fatto:

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Il campetto si trova proprio alle spalle del palazzetto della città, che ad eterno ricordo del suo cittadino più illustre ha eretto una statua che raffigura il piccolo Drazen seduto in panchina con il pallone sotto i piedi. C’è tutta la sua fragilità e al contempo la sua maniacale durezza in quel blocco di metallo che se ne sta solitario sotto l’afa dalmata. C’è tutta la forza dell’amore per il gioco che ci lega, Mozart.

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di Marco Pagliariccio