La finale dell’Europeo under 20 è finita da poco e la mia bacheca di Facebook è invasa da foto di Cecilia Zandalasini in lacrime. L’Italia ha appena perso 71-69 contro la Spagna con due tiri liberi subiti a 1” dalla fine, e si deve accontentare della medaglia d’argento dopo aver accarezzato il sogno di un clamoroso oro, rimontando da -19 e giocando senza una giocatrice fondamentale come Marzia Tagliamento.

La foto di Zanda, talento straordinario che ho avuto la fortuna e il privilegio di veder giocare tante volte dal vivo, è particolarmente iconica.

Cecilia Zandalasini (legabasketfemminile.it)

Cecilia Zandalasini (legabasketfemminile.it)

La delusione di chi ha fatto di tutto e anche di più per provare a vincere, comprese numerose giocate che non esiterei a definire eroiche, ma si è comunque dovuto arrendere lo stesso ad un passo dall’obiettivo. Però questa grinta, questa volontà e questo orgoglio sono stati notati ed apprezzati dalle tante persone che hanno seguito la partita e che, per una sera, hanno scoperto o si sono ricordate dell’esistenza del basket femminile. In un periodo in cui la nazionale maggiore maschile, purtroppo, ci ha lasciato l’amaro in bocca non riuscendo a qualificarsi per le Olimpiadi di Rio, due grosse soddisfazioni sono arrivate dal movimento in rosa, con l’argento mondiale della nazionale U17 di due settimane fa ed ora con l’argento europeo dell’U20 di questa sera.

Italia Under 17 argento mondiale (giba.it)

Italia Under 17 argento mondiale (giba.it)

Però, nonostante la temporanea e meritata visibilità che queste ragazze si sono guadagnate per un paio di giorni grazie alla loro bravura e al loro lavoro, spesso il basket femminile rimane nascosto nella penombra o visto addirittura come una semplice sfaccettatura folkloristica di uno sport che, nella non sviluppatissima cultura sportiva del nostro paese, è tradizionalmente considerato esclusivamente maschile. Per questo ho provato ad empatizzare con queste ragazze e a mettermi nei loro panni, e ho così provato a guardare il basket e la passione che provo nei suoi confronti da un punto di vista diverso, con gli occhi di una di loro. Che non è necessariamente una delle 12 vicecampionesse europee, ma virtualmente una qualsiasi delle tante ragazze che, lontano da quei riflettori che le ragazze dell’U20 si sono meritatamente conquistate almeno per una sera, portano avanti il loro amore per la palla a spicchi ogni giorno, per la pura passione verso uno sport che spesso, nella versione femminile, non viene considerato neanche tale.

 

Sono una ragazza, e mi piace il basket.
No, riparto da capo.
Sono una ragazza, e AMO il basket. Gioco fin da quando ero una bambina, quando mia mamma insisteva perché io facessi danza ma io adoravo provare a lanciare quel pallone grosso come me nei canestri dell’oratorio, senza mai arrivare neanche al ferro. Solo dopo alcune vane resistenze si arrese al fatto che la canottiera da basket, che tanto avevo insistito per farmi comprare dopo averla vista usare dagli altri ragazzini, mi piacesse molto più del tutù. A 8 anni mi iscrisse a minibasket e da lì è iniziato il mio viaggio con questo sport che ormai fa parte di me e della mia vita. All’epoca quando mi accompagnava agli allenamenti mi raccomandava sempre di non sudare troppo e di non farmi male. Aveva il terrore che potessi prendere una botta da qualche bambino un po’ più grosso di me, o che magari una gomitata potesse lasciarmi una cicatrice sul viso che mi sarei portata appresso per tutta la vita. Io invece entravo in campo e pensavo solo a rincorrere quel pallone e provare a buttarlo nel canestro, e mi divertivo così tanto, sudavo come una pazza, spesso mi facevo anche male. Quante dita insaccate, quanti lividi sulle gambe, quante caviglie slogate, quante botte sul naso o sul labbro. Ogni volta mamma mi guardava con terrore come se avesse appena visto una motosega tranciarmi un braccio, ma io ero felice anche quando mi facevo male. A me bastava giocare. Per il basket ho sacrificato anche un ginocchio, quando avevo 16 anni ed ero già bravina.

Ancora oggi si vede la cicatrice dove mi hanno operato per ricostruirmi il crociato, e tutte le volte che mia mamma ci posa sopra gli occhi sembra quasi che si rimproveri e si maledica per aver lasciato che sua figlia giocasse a basket e si conciasse così, con un taglio sul ginocchio sinistro destinato a vedersi ogni volta in cui lascerò le gambe scoperte nelle mia vita. Le voglio un gran bene, ma non ha mai capito che una cicatrice o un infortunio, per quanto grave, non possono arrestare una passione. Lei avrebbe voluto che facessi danza e fossi aggraziata, ed elastica, e sinuosa, e delicata. Avrebbe accettato anche il pattinaggio, o magari la pallavolo, dove almeno non c’era il contatto fisico e poteva stare più tranquilla. Ma io il fuoco del basket me lo sentivo dentro, così come lo sento dentro ancora adesso. Devo dire che non è stato facile portare avanti questa passione: più di una volta non mi sono sentita compresa, ho avvertito la frustrazione di chi viene guardata come se fosse diversa. A scuola ero sempre l’unica ragazza della classe a giocare a basket, prima alle elementari, poi alle medie e poi alle superiori. Nessuna compagna condivideva questa mia passione, la maggior parte di loro quasi non sapeva neanche cosa fosse la pallacanestro. Tante non facevano sport, alcune giocavano a pallavolo, mentre due o tre facevano nuoto o atletica. Ma per quanto riguarda il basket, ero sempre l’unica. Per loro ero quella che faceva educazione fisica con i pantaloncini strani, molto più lunghi e larghi dei loro. Quella che veniva a scuola con felpe col cappuccio di strane squadre dai nomi incomprensibili.

Anche per continuare a giocare ho dovuto fare dei sacrifici: una volta finito il minibasket, che era misto con i bambini, mi sono trovata senza squadra, perché nella mia città non esistevano società di basket femminile. Sono dovuta allora spostarmi a giocare nella squadra di un paese vicino, ma dopo due anni questa società non ha più iscritto la squadra al campionato di quella categoria giovanile, perché eravamo rimaste troppo poche. A quel punto sono passata al settore giovanile di una squadra di buon livello a 20 km da casa: ad ogni allenamento e ogni partita erano 30 minuti ad andare e 30 a tornare, magari di sera, d’inverno, con i compiti ancora da fare, ma era l’unico modo per continuare a giocare. Meno male che anche un’altra ragazza veniva dalla mia stessa città, e così i nostri genitori si alternavano per portarci e venirci a prendere, altrimenti i miei mi avrebbero convinta a mollare prima. Forse. Una volta finite le giovanili ho iniziato a giocare in prima squadra in serie B, e a metà della prima stagione ero già in quintetto. Quell’anno giocai così bene che a fine stagione mi arrivò una proposta da una squadra di A2 lontano da casa: mi offrivano l’alloggio e 400 euro al mese. Mi sarebbe piaciuto tanto fare un’esperienza del genere, da sola lontana da casa, in una città nuova, provando a giocarmi le mie chance per vedere se davvero potevo giocare a quel livello, se davvero potevo provare a scalare la montagna per far diventare un lavoro quella che era la mia passione. Però, fatti due conti, dovetti ammettere che non mi conveniva: quei soldi erano troppo pochi per vivere da sola lontana dalla mia famiglia, ma purtroppo nel basket femminile non ci sono grandi budget.

Così il basket è sempre rimasto un hobby e un divertimento, anche se spesso mi sono anche sentita a disagio per causa sua. Quante volte le mie amiche mi hanno guardata male perché ho saltato un sabato sera in discoteca per riposare in vista della partita del giorno dopo. Quante volte sono stata zittita in una discussione con dei ragazzi, sentendomi dire che tanto le donne non possono capire nulla di basket. Quante volte mi sono sentita deridere quando raccontavo che sport praticavo, ricevendo sempre la solita ironica domanda “ah, ma perché esiste pure il basket femminile?”.
La realtà è che per amare il basket essendo una ragazza ci vogliono molta più passione, più amore e più forza di volontà di quante ce ne vogliano per un ragazzo. E quando dico molta intendo davvero MOLTA.
Perché verrai etichettata come maschiaccio, e ti diranno che le donne devono giocare a tennis, o a pallavolo, o comunque a sport senza un contatto fisico.
Perché altre volte addirittura ti diranno che non dovresti fare nessuno sport, che il posto delle donne è in cucina o a stirare o a fare la maglia o altre minchiate del genere, colme di ignoranza e maschilismo.
Perché ti prenderanno in giro per la divisa, dicendo che è larga e brutta e troppo mascolina, e che dovresti giocare con dei pantaloncini più attillati che mettano più in risalto il culo, come fanno quelle del volley, guardale, loro sì che sono fighe.
Perché verrai giudicata in base all’estetica, e non importa quanto pulita sia la tua tecnica di tiro, quanto la tua percentuale in lunetta sfiori la perfezione o quanto visionari siano i tuoi assist in contropiede, a qualcuno la prima cosa che verrà in mente nel vederti giocare sudata, struccata e coi capelli raccolti, non sarà sulle tue doti tecniche ma sarà sul fatto che sei figa o più probabilmente sei un cesso.
Perché ti diranno che il basket femminile fa schifo, si segna poco, non si schiaccia mai, si sbagliano i terzi tempi, si tira dal petto, solamente perché saranno portati a fare paragoni col basket maschile, dimenticandosi però che gli uomini hanno tutta un’altra forza fisica, un’altra struttura corporea, più altezza, più potenza, più elevazione per giocare ad uno sport in cui le misure del campo e l’altezza dei canestri sono identici per uomini e donne. Se i ragazzi fossero costretti a giocare con i canestri a 3,80 metri probabilmente anche loro farebbero molta più fatica.
Perché, ottenebrati da questa mancanza di atletismo e fisicità, non riusciranno a capire che nel gioco femminile ci sono particolari che devono essere giocoforza maggiormente sviluppati per sopperire ad altre carenze, e quindi bisognerà eseguire i giochi più a fondo, bisognerà portare meglio i blocchi per liberare una compagna al tiro, bisognerà passare meglio il pallone, bisognerà organizzare meglio la difesa. Ma questi particolari non li sapranno apprezzare, perché l’unica cosa che noteranno è che non si schiaccia.
Perché verrai bollata come lesbica anche se non lo sei, solo per il fatto di giocare ad uno sport considerato “maschile”. E se pure fossi lesbica, a volte non potrai vivere liberamente questa scelta personale e legittima, perché ci sarà sempre qualcuno che dovrà giudicare le vite degli altri, probabilmente per via dello scarso interesse della propria.
Perché il tuo sport avrà molta meno visibilità, e non potrai vedere la WNBA in tv, e neanche l’Eurolega, e se proprio andrà bene avrai la chance di vedere solo qualche partita di Serie A1 e le partite dell’Italia agli Europei, ma sempre nel silenzio di giornali e media che relegheranno il risultato ad un trafiletto inserito per pietà tra le notizie varie ed eventuali in terzultima pagina.
Perché le tuoi idole, i tuoi modelli di ispirazione e punti di riferimento, gente come Elena Delle Donne, Diana Taurasi, Maya Moore, Becky Hammon, Candace Parker, Nancy Lieberman, o le nostre Raffaella Masciadri e Chicca Macchi, probabilmente non le avranno mai sentite nominare.

Raffaella Masciadri e Chicca Macchi

Raffaella Masciadri e Chicca Macchi

Perché anche con la Nazionale, che normalmente ha il potere di unire tutti i tifosi italiani e di attirarne l’attenzione, non avrai il lusso del diritto alla mediocrità o al fallimento, e dovrai per forza vincere per poter avere qualche riconoscimento e un minimo di luce che ti ripaghi del tuo lavoro in palestra, innalzandoti almeno per qualche giorno dal consueto semi-anonimato.
Perché avrai molte meno possibilità economiche rispetto ai ragazzi, che potranno contare su stipendi maggiori, su maggiore visibilità, su sponsor e pubblicità, magari sul sogno di un contratto milionario in NBA, mentre tu magari ti allenerai con la loro stessa frequenza, facendo 8 allenamenti a settimana con le sessioni di pesi, e quelle di tiro, e quelle video, per giocare in Serie A1 a poco più di 1000 euro al mese (sempre che ti vengano pagati tutti) lontana centinaia di chilometri da casa.
Perché magari giocare a basket ti farà davvero diventare più muscolosa, i tuoi polpacci diventeranno più grossi, i bicipiti più scolpiti, il corpo segnato da lividi o cicatrici, proprio come temeva tua mamma quando eri bambina, ma questo non ti impedirà di esprimere comunque la tua femminilità nella maniera in cui tu desidererai.

Perché per tutte queste ragioni sarebbe più facile mollare ed arrendersi subito, e lasciare la palla da basket in un angolino del garage di fianco alle cose che non usi più e cercarsi un nuovo hobby, magari considerato più “femminile”. Si potrebbe darla vinta a mamma e iscriversi a danza, oppure si potrebbe iniziare a dipingere, o suonare uno strumento. O perché invece, nonostante tutte queste ragioni che sarebbero più che sufficienti per dissuaderti, tu non gliela darai vinta a tua mamma e non ti iscriverai a danza e tantomeno andrai a suonare un maledettissimo violino, ma riprenderai la palla dall’angolino del garage e te ne fregherai di quello che diranno o penseranno gli altri, del fatto che non diventerai mai ricca giocando a basket, della divisa troppo mascolina o del polpaccio muscoloso o della poca visibilità o dei lividi o dei nasi sanguinanti o di chi ti chiamerà lesbica o maschiaccio o farà notare che sbagli dei tiri da sotto e che nelle tue partite si segna poco.

A te basterà avere quel pallone e un canestro in cui tirarlo. Perché sai e saprai che per amare il basket essendo una ragazza ci vuole il doppio, forse il triplo della passione, e lo avrai sempre saputo fin dall’inizio.

E sarà proprio l’amore per il Gioco l’unico motivo, l’unica ragione, l’unico brivido, l’unica missione che non ti fermerà davanti a nulla.

 

 

di Mario Castelli