È abbastanza difficile trovare un collegamento che non risulti forzato fra sport e musica. Qualcuno potrebbe controbattere sostenendo che non sia effettivamente così, molti concerti in realtà si tengono in arene, stadi o palazzetti che sono sempre le mura casalinghe di qualche squadra o di qualche società sportiva.

Ma non è di questo che sto parlando.

Il discorso non vuole limitarsi ad un legame prettamente fisico, ovvero ad un luogo in cui si pratica un qualsiasi sport che ospita un evento musicale. Lo sport e la musica sono due modelli differenti di arte. La prima è fisica, concreta, una poesia in costante movimento. La seconda è più astratta, rappresentativa, riesce ad esprimere emozioni e ha la rara capacità di “parlare per” qualcuno, o per qualcosa. Sono due cose diverse che difficilmente si implicano in maniera reciproca.

Ecco, tutto ciò che finora ho scritto non vale assolutamente per la pallacanestro. Il basket è lo sport, l’hip hop è la sua rappresentazione musicale.

L’hip hop ha affondato le proprie radici nel Bronx agli inizi degli anni ’70, ma probabilmente l’epicentro della sua manifestazione più profonda si colloca ad Harlem, conosciuto anche come il “quartiere nero” di New York data l’altissima densità di afroamericani. In maniera del tutto involontaria ma al tempo stesso molto naturale, negli anni in cui i ragazzi si avvicinano a questa “filosofia del ghetto”, iniziano anche ad essere assiduamente frequentati i playground. Le due cose si mescolano in modo genuino, naturale. Si gioca a basket, e mentre lo si fa questo sport comincia a permearsi di hip hop, a fondersi con esso e viceversa. L’anima dell’hip hop è nata nera, e per sempre nera rimarrà. Con questo non si vuole assolutamente asserire che soltanto gli afroamericani abbiano il diritto di praticare le sue discipline, dal rap al writing, dal beat boxing al b-boying. È soltanto un puro e semplice dato. A prescindere dal fatto che tu sia bianco cadaverico come Scalabrine, con gli occhi a mandorla come Lin, con la cresta di Gallinari o le palle di Steven Adams. Puoi non esserci nato dentro, ma se ami questa cultura, questo tipo di arte, se ti sei fatto rapire e affascinare da questo movimento, hai un’anima nera: una black soul.

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A guardare i quartieri sopracitati si può facilmente scorgere il primo vero punto di incontro fra questi due poli: la povertà.

Al playground ci vanno i ragazzi delle famiglie bisognose, quelli che non possono permettersi la squadra del quartiere e vanno in cerca del proprio flow cestistico danzando sul cemento, con i canestri senza retina e sognando il Madison Square Garden. Anche l’hip hop vede la sua luce per strada, quando i giovani, anch’essi poveri, cercavano uno spazio per sfogare la propria rabbia e liberarsi dalle angosce che li affliggevano in quel periodo.

Vedremo che la simbiotica evoluzione delle due culture è tanto interessante quanto paradossale anche in questo caso: nascono entrambe dalla povertà, e diventano entrambe schifosamente ricche. Non tutti, chiaro. C’è, e per sempre ci sarà, un buona dose di streetballer ed MCs da playground, quelli che probabilmente tengono in vita le vere radici di questo connubio, ma è altrettanto vero che ormai siamo abituati a vedere Drake che abbraccia Paul George, o Jay-Z che dà l’high five a Curry. I primi due ricoperti d’oro, e gli altri pure, anche se in quel momento grondanti di sudore.

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155th street & 8th avenue sono le coordinate che dovreste segnarvi nel vostro taccuino da viaggio: la Mecca, il Rucker Park. Il playground per eccellenza. Ci si sfida 1 vs 1, il ghettoblaster rimbomba e inevitabilmente oltre a giocarsi la reputazione, l’orgoglio, gli zigomi e qualche naso, si praticano anche tutte le altre attività che rientrano nella scienza doppia H.

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Reputazione, sì. Una parola forte che evoca un altro particolare in comune perché essa la si può avvalorare o perdere con la palla fra le mani, ma anche con le proprie capacità metriche e canore nel freestyle, disciplina dell’hip hop nella quale due rapper si sfidano improvvisando rime. O meglio, punchlines, quelle in cui io offendo te, tu offendi me e chi ha la meglio vincerà.

Il basket e l’hip hop sono due mondi che si sono incontrati. È stato un matrimonio felice, un connubio di passioni e pulsioni che si sono mescolate, si sono prese per mano e hanno iniziato un lungo viaggio. Entrambe le discipline si evolvono, ancora una volta insieme. Ambedue da culture, l’una sportiva e l’altra musicale, diventano mode, tendenze.

I rapper portano le Jordan e le jerseys durante i concerti, i giocatori le catene d’oro e il New Era durante le interviste.

Fine anni ’80, inizio anni ’90.

Sono quelli in cui il rap vive la sua golden age, quella di Biggie e Pac, quella che cambierà la storia del genere.

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Il fato vuole che questo glorioso, ma anche tormentato periodo, coincida anche con l’inizio de “l’era Jordan”, quella che cambierà la storia del basket. O meglio, dello sport in generale.

Ancora una volta, la storia parla di destini leggendari che si intrecciano in una fitta e avvincente trama.

I due MCs che saranno poi i protagonisti di una triste e sanguinosa faida hanno uno stile inconfondibile, lo stereotipo dell’uomo di strada arricchito proveniente dal povero ghetto inizia a costruirsi su alcuni segni distintivi: i baggy, le collane d’oro, i gioielli. Il tutto sempre senza dimenticarsi da dove si è venuti: welcome to ma hood, bit***s!

Detto, fatto.

Febbraio 1985. All Star Game, gara delle schiacciate.

MJ è l’unico giocatore che scende in campo per la prima volta nella storia dell’NBA portando, inconsciamente, l’hip hop sul parquet. Il 23 dei Bulls si presenta, come sempre, volando, ma questa volta lo fa con una catena d’oro ciondolante al collo. Particolare che manda su tutte le furie i suoi colleghi veterani, poco inclini ad accettare l’ostentazione di atteggiamenti e costumi tipici di una cultura che sino a lì non aveva niente a che vedere con il basket, almeno quello professionistico, quello fuori dal campetto.

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1989: i pantaloncini corti dei suoi Bulls non gli vanno a genio, vuole sentirsi più libero. Contatta la Champions e le chiede di produrgli su misura un paio più largo in modo da sentirsi più a suo agio.

Il resto è storia. Soltanto in quella stagione Michael fu l’unico a calzare dei pantaloncini più lunghi e in stile baggy, simili a quelli che portavano i rapper. Dall’anno seguente li porteranno tutti.

In quel periodo, oltre a Jordan, nella lega si appresta a fare il suo ingresso in scena anche un tale che risponde al nome di Allen Iverson: sarà probabilmente lui il più emblematico, rappresentativo e controverso rapper-player dell’NBA. Dallo stile di gioco street, riconducibile al playground del ghetto, fino alle catene d’oro massiccio e ricolme di diamanti. Ricoperto di discutibili tatuaggi, indossa sempre un New Era, con la bandana che spunta sotto il cappellino com’è solito vedere in personaggi legati alla moda hip hop. Sono tutti tratti di una cultura che ormai si era presa il suo spazio anche nella pallacanestro. Se non aveste mai visto The Answer nella vostra vita al Wells Fargo Center di Phila, ma in un video di MTV, non avreste esitato nemmeno un’istante a pensare che quello potesse tranquillamente essere un rapper. In tutto e per tutto.

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Non finisce qui. Se oggi conoscete il Damian Lillard rapper oltre che giocatore, state certi che da qualcuno avrà tratto ispirazione. Questo qualcuno potrebbe essere un certo Shaquille O’Neal. Beffardo, ironico, estroverso e dominante, Shaq è stato sin dal suo ingresso in NBA un valido portavoce dell’espansione della cultura hip hop, dalla strada ai parquet. Nel 1993, quando è ancora agli Orlando Magic, inizia la sua seconda carriera, quella da rapper. Nel corso degli anni pubblicherà cinque album in studio e una compilation, vantando prestigiose collaborazioni con mostri sacri come Notorious B.I.G., Jay-Z, Dr. Dre, Snoop Dogg e Ludacris. Nel 1995 le sue doti canore (o goliardiche, fate voi) gli consentono addirittura di duettare con The King of Pop Michael Jackson nel brano 2 Bad.

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Di lì a poco il rapporto fra numerosi cantanti e giocatori si infittisce. Nascono amicizie, giocatori e rapper frequentano gli stessi locali, anche se questo non è sempre un bene.

Breve ma significativo aneddoto a riguardo: giugno 2012, ci troviamo al W.i.P club di Soho, l’eccentrico e stravagante quartiere di Manhattan. Serata apparentemente tranquilla, se non fosse che nel privé del locale ci sono Drake e Chris Brown: due galli in un pollaio. La gallina in questione, metaforicamente parlando, è una certa Rihanna che ha frequentato entrambi i rapper. I due non se le mandano a dire già quando sono distanti, figuriamoci a qualche metro l’uno dall’altro. Scatta la rissa, volano parole e bottiglie. Sì, bottiglie. Sfortuna vuole che nello stesso club ci sia anche il playmaker degli Spurs Tony Parker, uno che in quanto a celebrità non avrà sicuramente il tavolo troppo lontano dai due noti cantanti. Una delle bozze volanti si infrange vicino a lui e delle schegge di vetro gli finiscono accidentalmente nell’occhio. Tony se ne va dritto dritto al pronto soccorso, fortunatamente porterà una benda per qualche giorno e tutto si sistemerà, ma il rischio è stato grosso. Basket e hip hop, di nuovo insieme, anche nella sfiga. E se Drake e Chris Brown avessero stroncato la carriera di Parker, avrei chiamato Pop e sarei andato con lui a cercarli. Nonostante lo spiacevole accaduto Parker, giocatore apparentemente tranquillo che si tiene lontano dai riflettori, nutre una forte passione per il rap, tanto che nel 2007 ha pubblicato in francese il suo primo e unico album intitolato TP.

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Per fortuna non mancano nemmeno le relazioni amorose, una su tutte quella fra la rapper Iggy Azalea e l’estroso Nick Young aka Swaggy P dei Lakers.

Come è già stato chiarito, l’hip hop è una cultura, non esiste solo il rap e il canto, ma anche il ballo. Infatti sono numerosi e celeberrimi i video di giocatori che si cimentano in mosse da vero e proprio b-boy, riuscendo spesso bene pure lì.

Sembrano due correnti, una sportiva e una musicale, che fanno parte dello stesso fiume.

Ora è giunto il momento di passare in rassegna alcune di quelle che ho deciso di chiamare Black Soul.

Sono quelle anime nere che nel corso degli anni sono riuscite a calcare il parquet senza giocare. Sono un’infinitesimale parte di MCs che hanno tributato, nominato o citato uno sport e le sue leggende attraverso la sua rappresentazione musicale migliore. Senza palleggio, arresto e tiro, ma a suon di rime sui 4/4.

Sono fra quelli che hanno legato, stanno legando o legheranno ancora indissolubilmente la pallacanestro alla cultura hip hop, grazie all’arte del rap e al potere delle parole.

Un consiglio, cestisticamente parlando: schiacciate “play” con la stessa forza con cui Shaq si appendeva al ferro e non stoppate (per una volta è qualcosa di positivo) alla Dikembe Mutombo.

Buon ascolto.

 

  1. Kurtis Blow: Basketball

Impossibile non iniziare con il venerabile maestro Kurtis, un pioniere del genere. Il beat e il ritmo funkeggiante vengono accompagnati da un video che riassume i concetti sopra riportati e anticipa i tratti peculiari della cultura hip hop: playground, b-boy e un afroamericano che trasmette tutto il proprio amore per il Basketball dedicandogli una canzone dall’omonimo titolo.

Just like I’m the king on the microphone, so is Dr. J and Moses Malone / I like slam dunks, take me to the hoop my favorite play is the alley-oop / I like the pick-and-roll, I like the give-and-go / Cause it’s basketball, uh, Mister Kurtis Blow.

 

  1. Notorious B.I.G.: I Got A Story To Tell

Corre l’anno 1997. Questa traccia va riportata perché consente di comprendere in maniera molto chiara la stretta correlazione che intercorre fra basket e hip hop. Anche in quanto a donne, i gusti non erano molto diversi. La storia che Biggie ci vuole raccontare tratta di un appuntamento tra il rapper di Brooklyn e una donna che frequenta contemporaneamente lui e un giocatore dell’NBA. Quando Notorious arriva sul luogo prestabilito trova la sorpresa, ovvero questo misterioso giocatore ancora nel letto della giovane fanciulla. Lui si finge un ladro per scampare dalla spinosa situazione e se ne va. Recentemente Fat Joe, altro rapper americano, ha rivelato chi realmente fosse questo membro dei New York Knicks e si è detto sicuro essere Anthony Mason. Spentosi nel 2015, a soli 48 anni, Mason militò nella franchigia tanto cara a Spike Lee dal 1991 al 1996. Il suo ultimo desiderio prima di lasciarci fu quello di parlare con Pat Riley, coach con il quale arrivò alle Finals nel 1994.

 

  1. Snoop Dogg & The Game: Purple & Yellow

Una descrizione di questo brano potrebbe rivelarsi abbastanza inutile. Snoop è nato a Long Beach, The Game a Compton, dove la criminalità losangelina ha sempre trovato pane per i suoi denti. Entrambi appassionati di basket e, ve lo sto pure a dire, tifosi Lakers da una vita. Hanno ripreso la fortunatissima Black & Yellow di Wiz Khalifa, hanno sostituito il colore nero con il viola e l’hanno trasformata in un inno alla franchigia che amano. Nel video c’è anche un discreto tasso di criminalità grazie alla presenza di Matt Barnes e Ron Artest, al tempo entrambi ai Lakers. Potevano trovare due giocatori che si sposassero meglio all’interno di quel mood? Dubito fortemente.

 

  1. Public Enemy: He Got Game

Qui siamo a un livello superiore, celestiale. Tre nobili arti si sono incontrate e hanno dato vita a una sinfonia di suoni, immagini ed emozioni che hanno fatto la storia. È un filo tanto sottile quanto passionalmente indistruttibile quello che attraversa e lega Spike Lee, Ray Allen e i Public Enemy. Cinema, basket e hip-hop racchiusi in una brano nostalgico che riprende le note di For What it’s Worth dei Buffalo Springfield. Nel film He Got Game Ray Allen veste i panni di Jesus Shuttlesworth, una giovane promessa del basket americano che vive un tormentato rapporto con il padre, interpretato da un magistrale Denzel Washington, accusato dell’omicidio della moglie e madre del ragazzo.

Ray, che poi guarda caso scriverà pagine di storia della pallacanestro, in carriera ha avuto due soprannomi: uno è lo pseudonimo del ragazzo che interpreta nel film, l’altro è il titolo della canzone che state per ascoltare.

 

  1. Busta Rhymes, Coolio, Ll Cool J & Method Man B RealHit ‘em High (the Monstar’s Anthem)

Restiamo su un piano superiore, aulico, paradisiaco. Anche in questo caso basket, hip hop e cinema hanno deciso di proseguire il loro simposio e, probabilmente da ebbri, hanno deciso di creare qualcosa di magico. Il brano in questione fa parte della colonna sonora di Space Jam. Del tipo “se non l’hai mai visto, non voglio conoscerti”. Nel gergo del rap viene definita una monster track quella traccia composta da più nomi altisonanti, quei brani all’interno dei quali sono presenti tanti MCs di un certo spessore artistico. Eccone una abbastanza emblematica: Busta Rhymes, Coolio, Ll Cool J, Method Man (membro del Wu-Tang Clan) e B Real (frontman dei Cypress Hill) si sono riuniti per sfornare l’anthem dei Monstar, gli alieni contro cui gioca MJ per recuperare il talento dei suoi colleghi.

Dicevamo? Monster Track – Monstar’s Anthem = coincidenze? Non credo.

 

  1. Ghemon: Vola Alto (Bonus track)

Tacciatemi come eretico, blasfemo, miscredente, ma penso sia doveroso inserire in questa breve lista anche del buon Made in Italy. Gianluca Picariello, in arte Ghemon, mantiene la sua inconfondibile impronta “leggera”, ma mai banale, e disegna su queste orecchiabili note quella che è stata la colonna sonora ufficiale di tutto campionato italiano di Serie A 2015/2016. Il prodotto italiano semplice e pulito del rapper di Avellino, grande appassionato di basket, è stato esportato anche oltreoceano ed è infatti recentissima la notizia della sua partecipazione alla colonna sonora del vostro compagno di stanza preferito: NBA 2k17. All’interno sarà presente il suo brano “Adesso Sono Qui”.

 

Il brano è quello con il quale chiudo questa sorta di viaggio nel favoloso mondo che ha deciso di accogliere il basket e l’hip hop. Quello spazio che ha permesso l’incontro fra queste due meravigliose discipline e le ha unite in un legame indissolubile che tuttora si respira e trasuda dal cemento dei playgroung di tutto il mondo.

Continueranno a camminare mano nella mano, starà a noi imparare a seguirle.

 

di Matteo Viotto