Questo pezzo nasce da una riflessione. Quanto conta davvero un Coach nell’NBA? Se ti trovassi a San Antonio, tantissimo. Ma è una figura che si presta alla discussione.

L’NBA è un campionato unico. Metà delle squadre sono in vacanza da metà Aprile a Settembre, fra le 82 partite c’è spazio per pochi allenamenti che, spesso, non sono altro che delle sessioni di tiro. I giocatori studiano gli schemi sui playbook, nei back-to-back dopo il viaggio in aereo fra uno stato e l’altro l’obiettivo, non dichiarato, è restare in partita fino al 4° quarto, e provare a vedere cosa succede negli ultimi 12’. Più che un allenatore, sembra un gestore: di certo, la figura del Coach ha più peso nel contesto dell’NCAA. Personaggi come Calipari, Izzo, Calhoun sono considerati dei veri e propri “santoni”, mentre Mike Krzyzewski, fresco vincitore del college basketball con i suoi Duke Blue Devils, è stato l’uomo a cui avevano chiesto di riportare alla ribalta Team USA.

 

A SCUOLA DA POP: MIKE BUDENHOLZER

“ [5’’ di silenzio, lacrime]

Sono il figlio di un Coach. Mio padre allenava al liceo, ha insegnato a me e ai miei fratelli come competere, la passione per il gioco, essere altruisti. Penso a quello che mi diceva da piccolo tutte le volte che faccio video con i miei giocatori. Voglio che giochiamo l’uno per l’altro. Così, lo porto sempre con me.”

Mike Budenholzer è diverso. Sarà il cognome, sarò un alcolizzato, quando lo citano non riesco a non pensare alla Budweiser. La fronte è quella di chi di serate ne ha fatte, ma sulla bontà del suo lavoro potrebbero bastare i numeri: 17 anni da assistente per Gregg Popovich (1996-2013) agli Spurs, 17-0 il record degli Atlanta Hawks nel mese di Gennaio, 60-22 quello totale.

Ho sempre pensato che ci fossero due modi distinti per giudicare un ottimo allenatore. Il primo, forse, è più legato a un discorso sulle giovanili: osservare i miglioramenti che riesce a produrre un giocatore sotto i suoi insegnamenti. Il secondo, per certi versi, è la sua antitesi: come la squadra riesca a far sì che il giocatore renda al massimo, per quello che sa fare meglio. Prendete Kyle Korver: a 34 anni sta facendo la stagione della vita (viaggia a 13.8 di media). E’ diventato un penetratore? Sa usare la mano sinistra? No, niente di tutto questo. Tira, e basta. Ma il gioco di letture lo favorisce, i compagni lo cercano, ha una fiducia pazzesca. E abbraccio virtualmente DeMarre Carroll, l’unico starter fuori dal pacchetto Hawks per l’All Star Game. Non ci sarà una prossima volta, mi dispiace.

Il legame con Pop è fortissimo, lo staff dirigenziale di Atlanta ha chiesto di dargli per primo la notizia. Lo ha fatto, e ha corrisposto. He’s the real Coach of the Year.” Bella storia, my Buddy.

 

STEVE CURRY & STEPH KERR

Mi arrabbio tantissimo quando sbagliamo troppi liberi. Siamo nell’NBA.”

NBA: Orlando Magic at Golden State Warriors

Oggi mi sento simpatico come vedete, faccio il “mea culpa”. Non tanto per la battuta (alla fine è martedì, ci può stare!), quanto perché sono stato io, ad inizio anno, ad occuparmi della Pacific Division per la guida NBA. Presumevo che Kerr non fosse tagliato per un ruolo da Coach basandomi, forse, sulla sua esperienza dirigenziale ai Phoenix Suns, dove aveva fatto più danni della grandine il giorno di Ferragosto. Ma stavo parlando di un solido gregario di MJ, vincitore di 5 anelli, telecronista per anni e commentatore di una famosa serie di videogiochi… ed ex dirigente, appunto. Nessuno conosce la lega più di lui, prendo in mano il mio curriculum. Ammutolisco.

L’ex Bulls aveva raccolto in estate la pesante eredità di Mark Jackson. Un allenatore che considerava i giocatori come suoi figliocci, ma che aveva avuto da ridire nella passata stagione con alcuni di questi. Si sapeva che il potenziale offensivo fosse ottimo (i Warriors hanno poi chiuso la regular season con 109 punti di media): le condizioni fisiche dei centri titolari e i frequenti momenti di stacco difensivi, però, alimentavano qualche interrogativo. Kerr ha usato l’idea gestionale di Jackson, sfruttando la lunghezza della panchina come incentivo.

Così, dopo aver cementato e consolidato il gruppo, il biondo tiratore uscito da Arizona non si è fatto problemi a lanciare Draymond Green come numero 4 e Marreese Speights da 5. Le risposte sono state sorprendenti (Green rischia seriamente di vincere il premio come giocatore più migliorato dell’anno, il cosiddetto MIP) , tanto che le gerarchie all’interno dei Warriors, tolti gli intoccabili Splash Brothers, sono state ridefinite nel corso della stagione. Barnes è tornato ad avere dei minuti importanti, Iguodala è un jolly dal valore assoluto, Lee e Bogut si sono fatti trovare pronti dopo i loro infortuni. La mentalità è quella giusta, tutti sanno che si gioca se si dimostra di poter dare il 110%. E stiamo sempre parlando di una squadra dove il playmaker mette 77 bombe di fila, e la guardia tira 8/10 al buio. Non malissimo, Steph… Steve, che dici?

 

MADE IN NCAA: BRAD STEVENS

“Auguro il meglio a Coach Stevens. I Celtics hanno preso in prestito un’altra leggenda del basket dell’Indiana.”

(Greg Ballard, Sindaco di Indianapolis)

“WOW! Brad Stevens ai Celtics? Gran colpo, ho un rispetto infinito per lui”

(Cody Zeller)

“ Congratulazioni enormi per Coach Stevens! A tutta l’Università di Butler mancherà di certo… ma adesso, questo vuol dire che posso chiamarti Rookie, Coach?”

(Gordon Hayward)

“Sticazzi”

(io)

brad-stevens

3 Luglio, 2013. La Boston dei Big Three non esiste più, si comincia lentamente, faticosamente, a ricostruire. Se siete tifosi dei Celtics, non seguite il basket collegiale ma avete perlomeno una certa cultura cinematografica, vi sarete chiesti chi è quello in giacca e cravatta che assomiglia paurosamente a Renton di Trainspotting, quando comincia a lavorare come agente immobiliare. Sì, esatto. E’ il vostro nuovo allenatore.

Brad Stevens ha 6 mesi in meno di Tim Duncan, ma ha riscritto tutti i record possibili e immaginabili della Butler University. Con i Bulldogs sedeva in panchina dal 2001, dal 2007 col ruolo principale: 166-49 il bilancio da Head Coach, terzo coach più giovane di sempre ad ottenere una stagione da 30 vittorie e secondo, a giocarsi dal ‘pino’ una Final Four NCAA. Ce ne sono state due, in realtà: nel 2010 e nel 2011, perse nel match decisivo contro Duke e Connecticut rispettivamente. Gordon Hayward, Shelvin Mack, Matt Howard (oggi in Francia) e una squadra di scappati, in una scuola da soli 4500 iscritti. Sono andati a tanto così.

Stevens è conosciuto per il suo stile pacato e tranquillo, chi ha lavorato con lui ne esalta l’impegno e la dedizione sull’aspetto difensivo, che cura partendo dalle statistiche delle squadre avversarie. Il paradosso, è che è riuscito a fornire un’identità di squadra ai Boston Celtics. Una franchigia che, dopo l’addio di Garnett e Pierce in particolare, non sapeva cosa farsene di sé stessa. Dove i continui scambi avevano come unico obiettivo quello di togliere spazio salariale, e di provare a vedere se, fra tutti questi nuovi arrivati, ce n’era qualcuno da cui si potesse ripartire seriamente.

Crowder – Bass – Zeller – Bradley – Turner. E’ la squadra col secondo miglior record dopo l’All Star Game, e il quintetto che è partito titolare per i play-off ad est. Non stavi scherzando, Brad. Mi tolgo il cappello.

celtics

 

CORNUTO E FELICE: JASON KIDD

[dopo gara5 fra Bucks e Bulls di stanotte]

“Coach, come vi sentite adesso? Ci credete? Non avete niente da perdere”

“Se perdiamo, abbiamo perso. Abbiamo tutto da perdere.”

Kidd Bucks Basketball-1

Mi piace sfatare i luoghi comuni. Quante volte ho sentito dire che un grande giocatore non può ricoprire un altro ruolo nello stesso ambiente, degnamente, a carriera finita. Sugli esempi di Michael Jordan e Isiah Thomas ci siamo infarciti la testa, ma pure chi tifa il Milan, forse, avrebbe due cose da dire. Per me la gavetta serve ed è giusta, doverosa. Per questo ho storto il naso, quando i neoarrivati Brooklyn Nets scelsero come Head Coach Jason Kidd.

I Nets avevano una squadra costosa quanto disfunzionale, con tanti buoni giocatori (spesso infortunati) e con le stesse possibilità dei Rolling Pigs Monterenzio di arrivare a competere a Giugno per il bersaglio grosso.  Kidd tocca il fondo nel derby di New York, il 6 Dicembre 2013: 83 – 113, 30 punti in casa, lite Bargnani – Garnett, a Natale siamo poco oltre il 30% di vittorie e il futuro è più incerto della data di fine lavori sulla Salerno – Reggio Calabria. Le cose cambiano, però, a inizio anno: l’ex play si riappacifica con Pierce e Johnson, la squadra di Jay-Z inanella una striscia di vittorie che lo portano ad essere il Coach del mese a Gennaio 2014. Chiude la stagione con un onesto 44-38 e, nella serie vinta contro Toronto, diventa il primo Coach di sempre a trionfare in una gara7 in trasferta da rookie sulla panchina.

Kidd lascia la Grande Mela subito dopo la sconfitta con i Miami Heat. Stava già parlando con Milwaukee da qualche tempo, sapeva che in Wisconsin avrebbe avuto quel potere dirigenziale che a Brooklyn era impossibile da ottenere. Come nel caso di Brad Stevens, ai Bucks trova una squadra giovane e con ampi margini di miglioramento, e che viene stravolta poco prima della trade – deadline con l’addio di Brandon Knight e l’arrivo di Michael Carter-Williams e Miles Plumlee. Nonostante i problemi esistenziali di Larry Sanders e il grave infortunio della 2° scelta assoluta, Jabari Parker, i cervi di Milwaukee mantengono sempre il record oltre il 50% e passano dalle 15 W dell’anno scorso alle 41 del 2015. Del lavoro di Kidd si notano due cose: l’applicazione difensiva individuale e di squadra (prendete la serie contro i Bulls: ma quanto si stanno picchiando?) e la crescita esponenziale dei più giovani. Il greco, per cui impazzisco, e Khris Middleton, guardia tiratrice da Texas A & M e autore di 14 punti di media in stagione, dove è risultato decisivo più volte sulla sirena. L’impressione, caro Giasone, è che ci sarà da divertirsi.

 

Avrei potuto parlare di Pop, Thibodeau, Doc Rivers ma ho preferito dare spazio alle facce nuove, che hanno tutte le carte in regola per meritarsi delle soddisfazioni in futuro. Le ultime due righe le spendo per David Blatt, che non ho citato perché chi segue l’Eurolega conosce bene la grandezza del personaggio, e Jeff Hornacek, che aveva fatto la stagione della vita con i Phoenix Suns (e senza play-off), salvo vedersi la squadra distrutta da una dirigenza incompetente. Da due anni a questa parte sempre sereno, sorridente, umile con la squadra e con una buona parola per tutti davanti ai microfoni, fino all‘ultima partita. Un esempio.

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