di Piero Guerrini (Tuttosport)
foto di Diego Barbieri – ufficio stampa Fiat Torino

 

La prima volta che ho visto Gianni Asti l’ho sentito prima di vederlo. La vociona tonante riempiva la palestra dell’Agnelli mentre io mi avvicinavo alla porta di ingresso. Che poi si scendeva e lì, tutto rimbombava. Gianni ci viveva, si riposava pure sul materasso dei salti nella stanzetta a fianco. Non lo conoscevo ancora, l’ho immaginato enorme. A vederlo mi sono detto che non mi ero sbagliato, mentre al suo cospetto mi sentivo ancora più piccolo. Mi ero fatto in tram tutta la città per provare ad allenarmi in quella squadra, che non so come avevo scoperto. Dopo qualche allenamento decisi che era troppo lontana l’Agnelli, insomma decise mia mamma per me. Scelsi una squadra più vicina a casa, avevo capito che era troppo lontana anche per me in campo. Urlava Gianni, sul linoleum, ma era per prepararti ai lupi e agli orsi che stavano la fuori, a cominciare da quelli che avresti affrontato in campo. Per la storia, quei miei coetanei del 1963 vinsero poi lo scudetto ragazzi, cioè fino a quello Pms nel 2017 il primo e unico titolo di Torino.

La seconda volta che ho visto Gianni Asti era in una partita e ricordo che la sua squadra correva, non ti dava tregua, ti prendeva al collo. Ci sfuggiva. Finì tanti a pochi che non ricordo nemmeno il punteggio per mia fortuna. La memoria e selettiva. E comunque qualcuno la definiva pallacanestro degli oratori. Che è un complimento. A Torino il basket era degli oratori, salesiani per la precisione. Varie Auxilium sparse per la città e la Don Bosco Crocetta, le PGS. Che cominciavano il campionato prima di quello Fip, all’aperto. Insomma se ne giocavano due. Don Gino Borgogno, la mente. Lo sport visto come fenomeni di aggregazione e crescita, anche culturale, sociale, educativa. C’era anche questo nelle squadre di Asti. Ma c’era anche pallacanestro innovativa, studiata e analizzata, personalizzata in modo empirico, sul campo. Lui sempre in pantaloncini.

La terza volta che ho visto Gianni Asti, ero già un giovane, appassionato tifoso, dell’Auxilium fondata da Don Gino con il suo aiuto per avere una realtà di A1 che subentrasse ad Asti (città, dopo averla ospitata). Andavo con papà, dopo le partite di calcio. Era la nostra domenica. Distinti in piedi al Comunale, poi tribuna laterale al Ruffini. Avevo già seguito le altre precedenti ma l’Auxilium di Gianni mi conquistò definitivamente. Arrivò fino ai quarti di finale playoff con una squadra che al di là dei due americani e di Pino Brumatti era di Torino, proprio. Insomma, era facile riconoscersi li avevi visti in campo da ragazzi. Piero Mandelli, poi dottore, Biagio Fioretti che spiccava su tutti anche ai concerti rock nello stesso palaRuffini erano nella squadre del 1958 che aveva perso la finale juniores. Benatti dall’oratorio era andato al Simmenthal, cioè l’Olimpia per tornare poi a Torino, Della Valle  era arrivato da Alba e avrebbe segnato l’epoca dei playmaker lungagnoni anche nelle giovanili – il suo successore Manzin avrebbe potuto essere un atleta di oggi – l’altro playmaker era Sandro “Billo” Franzin, cresciuto nella Ginnastica . In ala Alberto Marietta, mano di velluto. E ancora Paolo Arucci. In quintetto anche Meo Sacchetti, cresciuto ad Asti, comunque. Poi tornò anche Charlie Caglieris, strappato al calcio dalla Crocetta. E arrivò la prima semifinale. Lo dico, senza Gianni Asti l’Auxilium del professor Guerrieri non ci sarebbe stata.

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Ma la torinesità di Torino era nella coppia in panchina. Il capo allenatore di 33 anni e l’assistente di 24, un certo Federico Danna che ha poi continuato a scrivere la storia del basket piemontese, e nazionale seguendo gli insegnamenti di Gianni come un figlio con un padre (in campo lo è stato) e affiancandolo nei camp estivi. Mi aiuta Fede nel ricordo, perché deve essere Fede a raccontare Gianni: «Il basket di Gianni era soprattutto contropiede. Caglieris e Benatti playmaker erano orientati per quel gioco, anche Carlo. Ci chiedevamo lui ed io perché altre squadre in Italia non giocassero così. Poi, Gianni ha sempre cercato un lungo vero, come Ernst Wansley. Arrivò ad affiancargli anche Renzo Vecchiato, pensate a due centri assieme oggi. Ma si correva, i fondamentali ad alta velocità, erano caratteristici del nostro gioco. Si può sbagliare certo, ma si creano problemi agli avversari e si formano giocatori migliori. E’ quello il punto. Eppoi facevamo giocare i giovani, non è scontato. La società ce lo chiedeva, veniva il gm De Stefano a dirci che bisognava lanciare Morandotti per vendere Sacchetti. Ma anche altri club ne avevano di buoni eppure non rischiavano. Noi ci credevamo. E del resto quando fu cancellato il cartellino, Torino in poco tempo passò dalle semifinali playoff all’autoretrocessione».

Fu proprio Gianni a convincere Federico che quella sarebbe stata la via e tanti allenatori hanno poi formato i due. Pensate oggi a Jacomuzzi e Abbio e anche Vidili, per restare a ex giocatori torinesi. «Sono stato allenato un anno da Gonzales, dunque sono fortunato, poi quattro stagioni da Gianni. Mi fece capire all’ultimo che c’era più bisogno di me come tecnico. Nell’estate del 1974 partecipai al primo Camp Piemonte, diretto da lui e Bruno Boero. C’erano tutti i maestri nostri, compreso Enrico Del Mastro, io ero il cucciolo. C’era Dick Di Biaso di Notre Dame, fu un’esperienza folgorante. Boero che era responsabile della formazione mi disse alla fine che per il lavoro svolto avrei ricevuto il primo tesserino federale senza bisogno del corso. Poi con Gianni andai anche alla scoperta dell’America, lanciammo altri camp in Piemonte. C’era una vivacità, un fermento particolare in città e in regione. C’erano annate giovanili davvero interessanti. I ‘58 di Crocetta e Agnelli entrambi da finali nazionali, i 1961…».

L’emozione prende la gola,. Troppi ricordi direbbe Giovanni Storti con Aldo e Giacomo. Troppi ricordi perché Gianni c’è sempre stato, anche dopo il rientro dalla non fortunatissima esperienza con Cantù nell’84 dove non potevano capire un uomo così diretto, semplice, buono.

La quarta volta che ho visto Gianni Asti era, appunto, di nuovo al Ruffini, con la squadra di Davide Pessina e Dan Roundfield, il più forte straniero mai visto a Torino – a mio avviso, anche più di Scott May e Darryl Dawkins. Erano gli anni delle mie prime interviste, io giornalista che parlavo con l’omone visto 13-15 anni prima all’Agnelli. Ma lui ti toglieva subito l’emozione di dosso, con una battuta originale, anche in piemontese, o un aneddoto. Come con i ragazzi che per lui davano anche l’anima in campo. Restituivano.

Gianni c’è stato sempre, anche al rientro dal suo vagare per le minors. Con i camp estivi. C’è stato anche dopo la malattia e il trapianto. Ha conservato il marchio Auxilium perché orgoglioso della storia, legata alla sua vita. Ne ha ceduto l’utilizzo al presidente Antonio Forni, quando Torino è tornata in A. Perché Gianni ci teneva all’identità e su questo aveva creato una comunità.

Io Gianni ho continuato a vederlo, talvolta frequentarlo. Ogni volta che c’era basket, lui era lì. Tra le penultime volte ricordo Sestriere, il suo Camp Campioni Crescono che aveva anche un’appendice di qualità negli amati States, già lui aveva portato l’America a Torino. Ebbene Sestriere, con Davide e Gianluca, i miei due figli, che giocano basket perché il basket per noi che siamo cresciuti negli Anni di Gianni e dell’Auxilium è la vita che ci piace. Vedere loro in calzoncini e canotta e sentire il vocione di Gianni solo un po’ più debole, poi l’applausone perché è tutto one con Gianni, mi ha riportato indietro ai tempi delle mie Converse e dei miei sogni. Se ne ho realizzato qualcuno lo devo anche a quella voce da gigante, che un po’ balbetta, secondo me per bontà, ma che quando urla diventa perfetta e stentorea. Sestriere, con i ragazzi. E lui con Federico, Sharon la figlia di Gianni che tiene tutto assieme, Vitor Imbuzeiro, Jacomuzzi, Abbio, Francesco Rossi di Borgomanero e Matteo Villa. L’eredità si vede in ogni angolo di questa terra. Dice Charlie Caglieris che quando le cose andavano bene Gianni era al settimo cielo, altrimenti lo vedevi che si buttava giù. Viveva di umori. Dice Meo Sacchetti che l’accompagnava a casa e se si perdeva non usciva una sola parola dalla bocca di Asti. L’uomo che ha dedicato una vita alla sua passione. L’uomo che ci ha fatto capire che amare ciò che fai aiuta a vivere meglio e rende migliori. Difendendo duro per correre in contropiede.

L’ultima volta che ho visto Gianni era stamattina e non l’ho visto. Era dentro due legni. Se n’è andato a 71 anni. Come diceva un suo allievo, ci ha fregati. Ma fuori e con lui erano davvero in tanti, tutti i suoi ragazzi che potevano e quelli che non potevano come Caglieris, Benatti, si erano fatti sentire. I ragazzi  l’hanno ringraziato anche per averli fatti incontrare. C’erano l’attuale ct Meo Sacchetti che diceva: “Ma non finisce così, mica può finire così, noi andiamo avanti”. C’era Ricky Morandotti, con lui Bip Vidili, Picchio Abbio, i Bogliatto, Carlo Della Valle. C’erano i predecessori del ’58, una squadra al completo, con Biagione Fioretti, i più vecchi, anche i fratelli Mitton, Garrone.

Tutti con un ricordo e un racconto e perciò, dopo le lacrime consumate con la famiglia, anche i sorrisi di una comunità, vera. Le società a lui legate, Pms, Alba, Borgomanero, Piossasco, Franzin, quelli del Camp con la figlia. I figli del campo, primo fra tutti Fede Danna che ne tramanderà il messaggio, i “nipoti” e quelli come me, influenzati per una vita. Di una febbre che fa star meglio.