Ero giovane, smilzo e avevo i capelli. Sì, era il secolo scorso. Ma mi ricordo bene quando andavo dal barbiere con mio padre tenendo Superbasket in mano per ingannare l’attesa. Una volta mi presentai dallo sforbiciatore calciofilo stringendo il mio giornale del cuore che in copertina aveva piazzato un bel primo piano della mitragliatrice di Zara Arijan Komazec, reduce da uno degli innumerevoli trentelli della sua carriera. “Voglio i capelli come lui”, gli chiesi e venni fuori con un bel taglio a spazzola che tanto andava di moda a metà anni ’90.

Chissà se effetto farà a Dan Dickau veder entrare nella sua barberia qualche ragazzino col sogno di lasciare Spokane (non proprio Los Angeles), smartphone in mano chiedendo, che so, “Mi fai i capelli come Adam Morrison?”. Lui, col taglio alla Orange County, potrebbe avere un prolasso.

Ma riavvolgiamo il nastro. Se doveste vedere oggi il buon Dan nel suo negozio sulla North Newport Highway e non sapeste chi fosse, mai potreste pensare che si tratti di uno che si è fatto comunque 6 anni di NBA. Fisico minuto, un metro e ottanta o poco più, taglio sbarazzino, Dickau potrebbe benissimo essere uno dei tanti ragazzi bianchi che girano per le strade della cittadina nello stato di Washington.

E invece Dan, almeno a inizio carriera, è stato una star. Al college, a Gonzaga University, fa faville nel suo ultimo anno, nel quale viene inserito, primo nella storia dell’ateneo, anche nel primo quintetto All-American. Considerate che prima di lui a Gonzaga era passato un tale di nome John Stockton. Entra nel draft 2002, quello di Yao Ming, venendo selezionato con la chiamata numero 28 dai Sacramento Kings e subito ceduto agli Atlanta Hawks, con i quali disputa le sue prime due stagioni tra i pro. L’apice della carriera lo raggiunge nel 2004/2005, quando, passando da Dallas a New Orleans, sembra sul punto di esplodere. In maglia Hornets Dickau firma una stagione a 12,5 punti e 4,9 assist di media, facendo azzardare a più di qualcuno un blasfemo paragone con Steve Nash. Nell’estate 2005, però, New Orleans lo scarica per una seconda scelta del draft 2006 (che sarà Edin Bavcic, non proprio Lebron James) e finisce così ai Celtics.

A Boston inizia il suo calvario: la rottura del tendine d’Achille a dicembre di fatto gli stronca la carriera in NBA, nella quale resterà fino al 2008 cambiando più squadre di Ibrahimovic. Così prova a riciclarsi in Europa. Se lo ricorderanno i tifosi di Avellino, città che accoglie il suo sbarco nel Vecchio Continente nell’agosto di quell’estate. Arriva in Irpinia per essere la stella di una squadra che punta in alto. Ma tra problemi alla schiena e incomprensioni con la società, dopo un mese se ne va. Ritenta la carta NBA con gli Warriors al fianco di Marco Belinelli, ma già al nuovo anno è di nuovo in Europa in maglia Bamberg. Nel 2010, a 32 anni, decide di farla finita dopo una stagione in D-League.

locale

Stessa domanda che ci eravamo posti nelle scorse settimane parlando di Jonathan Bender e Tony Maestranzi: che fa un ex giocatore quando smette di giocare? Dan prova diverse strade, ma nel 2013 arriva la folgorazione: forbici e rasoio in mano, aprire una barberia. The Barber il nome dell’attività che ormai da poco più di un anno l’ex Gonzaga porta avanti. Il basket però è ancora nel cuore di Dan. “Vorrei creare una galleria con foto e ritratti dei giocatori con i tagli più particolari usciti da Gonzaga”. Adam Morrison, la cui canotta campeggia all’interno del locale, è già stato allertato. Komazec non avrebbe approvato.