di Marco Pagliariccio

 

 

 

La #10yearschallenge è la moda social del momento: andare a ripescare una foto di 10 anni fa per guardarsi indietro a come si era e a come si è oggi. Se Daniel Hackett dovesse farla ora, dovrebbe andare a pescare in uno dei periodi più difficili della sua carriera. Non l’unico, non l’ultimo, ma sicuramente un passaggio delicato nella crescita dell’Hackett uomo e giocatore, quello che si è poi lanciato a Pesaro, consacrato a Siena e Milano e decollato verso il top al Pireo, a Bamberg, a Mosca.

Un decennio fa, infatti, tutto si era improvvisamente fatto difficile per il playmaker nato a Forlimpopoli ma pesarese col marchio doc. Dopo una carriera collegiale di altissimo livello con la maglia dei Trojans di Southern California, il passaggio al professionismo non era stato proprio da sogno. Snobbato dalla NBA, il ritorno in Italia con la canotta biancoverde di Treviso fu un mezzo fallimento per il golden boy pesarese: 4,3 punti e 1,6 assist in 17,7 minuti di media e la Benetton ad acciuffare i playoff con un colpo di reni prima di venire spazzata via nei quarti di finale da quella Siena che tornerà poi nel futuro di Daniel. «Un’annata pesante e lo fu principalmente perché non avevo le basi e l’esperienza per fare il play titolare. Treviso mi diede una grande opportunità e grandi responsabilità, ma non ero ancora pronto per ricoprire un ruolo del genere. Persi tanta fiducia in me stesso, fu un periodo molto duro».

Attese, responsabilità, pressione. Cose che col tempo ed il passare degli anni Hackett ha imparato a maneggiare con dovizia. Anzi, della lucidità nei momenti cruciali del match ha fatto uno dei suoi punti di forza. Lo era stato sin dal college, quando anche in mezzo a gente come DeMar DeRozan, Taj Gibson, Nick Young e Nikola Vucevic, sfidando il James Harden o il Kevin Durant di turno, era lui il generale in campo, lui quello a prendersi cura delle star avversarie, lui quello cui guardare per la giocata decisiva. «Un’esperienza che rifarei tutta la vita. Mettersi a confronto con dei giocatori che alla tua stessa età hanno un altro livello fisico ti dà qualcosa in più. Io la consiglio qualsiasi ragazzo abbia voglia di mettersi in discussione ed abbia voglia di vivere in un ambiente diverso da quello del pur valido settore giovanile italiano. Vedo che molti stanno seguendo questa strada ora: credo che se fatta con la giusta mentalità, quella di dover lavorare duro, e nel posto giusto sia molto formativa. Io ho tanti bei ricordi di quel periodo e contatti che resistono anche oggi alla distanza e al passare degli anni. DeMar e Taj li sento regolarmente [Gibson ha anche presenziato al matrimonio di Daniel la scorsa estate, ndr]e quando passo da Los Angeles ho sempre la possibilità di incontrare amici e conoscenti di quegli anni».

Secondo turno del torneo NCAA 2007: Durant ne mette 30, ma USC elimina Texas con il ventello di un freshman italiano di nome Daniel Hackett

Oggi i compagni di squadra si chiamano De Colo e Rodriguez e gli avversari Llull, Spanoulis, Shved, James. Ma la capacità di fare la cosa giusta, quella più utile alla squadra, al momento giusto è la stessa che aveva appreso negli anni con la casacca dei Trojans. Non che sia stato facile a Mosca entrare in spogliatoio e trovare il proprio posto in mezzo a tante star del basket europeo. Ma quando certe situazioni le vivi sulla tua pelle, poi sai come affrontarle una volta che si ripresentano. Come nei primi mesi moscoviti. «A Mosca si vive bene, stiamo tutti in degli appartamenti vicino al palazzetto ed abbiamo anche degli autisti a disposizione per girare d’inverno quando la città è coperta di neve e ghiaccio. Eppure i primi tempi ho fatto fatica ad entrare nei meccanismi della squadra, ma soprattutto per colpa mia. Ho cercato di entrare in punta di piedi ma ho esagerato in quella direzione, giocando troppo per gli altri e finendo per mostrare poca aggressività. Questo coach Itoudis me l’ha fatto notare con grande schiettezza. Mi ha detto: fin quando non capisci che sei un giocatore di altissimo livello e che puoi essere un fattore per noi, starai a guardare gli altri che fanno quello che tu potresti fare al tuo posto».

Una partita ha segnato nettamente il passaggio dall’Hackett timido, più propenso a fare la sponda che ad azzannare la partita, simile (con le dovute proporzioni) a quello di Treviso al giocatore chiave per gli equilibri del Cska che è diventato poi: quella di Madrid contro il Real dello scorso 29 novembre. «Ho avuto un colloquio col coach nel quale ci siamo spiegati poco prima di quella partita e, anche approfittando del fatto che non c’era il Chacho, sono sceso in campo molto carico. Abbiamo fatto una gran partita, vincendo su un campo difficilissimo come quello del Real e quella è stata una grande iniezione di fiducia per me: ho capito che ero davvero in grado di far ciò che il coach mi chiedeva». Da quella notte di Madrid, una crescita esponenziale che ha avuto il suo picco nella prova da match winner contro lo Zalgiris, firmata a fuoco con 7 punti decisivi negli ultimi 2’ di gioco.

Una svolta davvero radicale: nelle nove partite di Eurolega precedenti al match del Wizink Center, Hackett era andato a segno in sole due gare per 11 punti complessivi, giocando circa 9’ a gara con una valutazione complessiva di 0 tondo tondo. Da Madrid in avanti le cifre dicono 9,8 punti col 56,2% da 2, il 50% da 3, 2,3 rimbalzi e 2,2 assist, voce alla quale, in corrispondenza della partita contro il Darussafaka, si è tolto la soddisfazione di diventare il numero 1 italiano nella storia della moderna Eurolega sorpassando un certo Gianluca Basile. Ma è un altro numero a dare la misura della ritrovata aggressività di un giocatore come Daniel che dell’intensità e dell’energia ha sempre fatto un suo cavallo di battaglia: quello dei falli subiti. Erano stati appena 7 in tutto (generando solo 2 tiri liberi) nelle prime nove gare, sono diventati 49 nelle successive dieci. Ne ha subiti 7,3 nelle ultime tre gare (Shengelia è leader in stagione per media falli subiti a partita con 5,7, nella storia dell’Eurolega solo Vujanic nel 2003 e Langford nel 2017 hanno chiuso a medie maggiori), addirittura 10 nella pur sofferta vittoria contro il Bayern: in una singola gara di Eurolega quest’anno ne hanno ricevuti di più solo Davies (12), Shved e Milutinov (11). «Vorontsevich, uno dei ragazzi con i quali ho legato di più, mi ha dato il soprannome di “Rino” perché dice che quando gioco ringhio ed emetto suoni strani come faceva Gattuso! Andrey è un grande, ama tantissimo l’Italia, viene spesso in vacanza in Sicilia. Io gli insegno l’italiano, lui ci prova col russo con me. Senza grandi risultati, ma mi sto applicando».

Un collante così, al massimo livello europeo, non lo si trova tanto facilmente e per questo prima l’Olympiacos e poi il Cska (senza dimenticare in mezzo l’esperienza a Bamberg, ma anche le precedenti a Siena e Milano) lo hanno voluto nel loro scacchiere per dare l’assalto al trono d’Europa. Daniel è diventato rapidamente quello che negli equilibri dell’Armata Rossa era stato per tanti anni Aaron Jackson: l’equilibratore tra i tanti magnifici solisti in campo, l’uomo dei palloni scottanti, quello delle ginocchia sbucciate per salvare un pallone importante. «Effettivamentemi piace la definizione di collante. È un ruolo che mi permette di sentirmi libero in campo, di giocare in vari modi e quindi di agire per come serve alla squadra: difendere, portare palla, attaccare il canestro. Poi con la mia esperienza e la mia personalità mi piace avere questo ruolo anche all’interno dello spogliatoio: quello di andare a parlare con gli americani piuttosto che con i russi o gli altri europei».

credits: euroleague.net

Una squadra vincente la si costruisce anche su questi equilibri osmotici tra campo e spogliatoio, tra un pick’n’roll e una sera a cena tutti insieme. «Come ho detto, io mi trovo bene con tutti, ho trovato un bell’ambiente al Cska. Normale ci siano compagni con cui leghi un po’ di più. Mi sono trovato molto a mio agio con i miei due vicini di posto in spogliatoio, Higgins e Clyburn. Con Cory ha aiutato un fatto che non sapevo prima di venire qua: ovvero che suo padre, Rod, ed il mio si conoscevano da tempo, essendo entrambi ex giocatori. Will invece è un po’ il “giocherellone” del gruppo quindi ho trovato anche un’affinità a livello di carattere, siamo sempre lì insieme a scherzare e fare battute. Poi quando voglio far provare loro del buon cibo italiano li porto al ristorante La Scarpetta di Marco Iachetta: la vera pizza italiana, pasta, tartufo, anche se simpatizza per il Khimki lo perdoniamo».

Il pesce lo porta direttamente Daniel – foto Fishingmania.it

Con la famiglia al seguito, una organizzazione societaria senza eguali in Europa, dei compagni con i quali condividere la vita di tutti i giorni la “saudade” si sente meno. Anche quando il tuo legame con la tua città d’origine, Pesaro, è così forte da essere sempre stato il rifugio quando le cose non andavano per il meglio. «Dopo quella brutta stagione a Treviso, non avevo grandi opportunità. Quella estate passai due mesi a Los Angeles a lavorare come un matto in palestra, nel garage di casa, al campetto. Ero bruciato dentro, la rabbia mi divorava e volevo venirne fuori. Tornare a Pesaro, circondato dai miei amici e dalla mia famiglia e con un ruolo con minore responsabilità, fu un momento chiave. Da lì sono ripartito ed è nato tutto quello che è venuto dopo. La cavalcata fino a gara 4 di semifinale scudetto contro Milano fu pazzesca e mi dispiace davvero tanto che sia stata l’ultima stagione ad altissimi livelli della Vuelle. Eravamo una squadra divertente, tutti in Italia apprezzavano il nostro gioco e anche da fuori davamo un’immagine di positività. Fu merito di tanti elementi. Penso a una figura come il presidente dell’epoca, Franco Del Moro, che contribuì a darci quella energia positiva che fu un carburante fondamentale. Penso anche a coach Dalmonte, che fece un lavoro egregio in quei due anni e che fu importantissimo nel darmi quella fiducia di cui avevo bisogno. Ma c’è da dire che avevamo dei giocatori dal talento pazzesco. Ricky Hickman andò a vincere un’Eurolega da protagonista, James White lasciò Pesaro per i New York Knicks, Jumaine Jones era un califfo e via via tutti gli altri».

Pesaro ha dato tanto a Daniel, lui cerca di ricambiare come può: la scorsa estate, con l’aiuto di tanti amici, ha messo in piedi “Elev8”, un torneo estivo giocato in riva al mare con a sfidarsi i migliori giocatori delle grandi città italiane. Un modo per cercare di riportare la dimensione del playground anche ai grandi giocatori europei, che tendenzialmente cercano sempre di evitare. «Per me il campetto è stato fondamentale nella mia crescita. Mio padre mi portava spesso da piccolo al Basket Giovane o al Cristo Re e a 10-11 anni iniziavo a giocare contro i grandi. Quelle sfide furono determinanti per farmi innamorare ancora di più di questo sport. Il playground è una forma di pallacanestro più libera, nella quale puoi dare sfogo al tuo talento e tirare fuori quello che hai dentro al di fuori delle regole che hai quando sei all’interno di una squadra. Confrontarmi con gente più grande ed esperta mi aiutò tanto nella mia crescita, plasmò il mio dna di giocatore: la “tigna” che tanti mi riconoscono l’ho scoperta lì, quando dovevo confrontarmi con gente più grande e forte di me. Ora vorrei passare quel messaggio io ai più giovani e Elev8 nasce con questa filosofia. Io capisco che tanti hanno paura di farsi male, altri magari preferiscono riposarsi. La cultura del campetto si sta perdendo ma anche il concetto di lavorare su sé stessi in estate non è così diffuso dalle nostre parti».

Il neonato Daniel tra le braccia di mamma Katia e papà Rudy

Il regista azzurro ha contratto anche per la prossima stagione e i 31 anni compiuti da poco più di un mese non sono certo età da pensione. Ma uno sguardo al futuro sul lungo periodo lo si comincia a dare… «Mi piacerebbe continuare a giocare all’estero ancora un po’, ma soprattutto restare ai massimi livelli il più a lungo possibile. Quando sarà l’ora di fare un passo indietro lo valuterò. Sicuramente sarebbe un sogno tornare a vestire due canotte che hanno significato tanto per me: quella della Vuelle, la squadra della mia città, e quella della Mens Sana, perché con Siena si è creato un legame fortissimo. Poi ho sempre in testa il progetto Elev8: vorrei farlo crescere ancora, non limitarlo ad un torneo di basket ma trasformarlo in un’idea di basket a 360°. Stiamo cercando di svilupparla ampliandola a tornei giovanili e clinic con allenatori e preparatori atletici. Il sogno sarebbe quello di trasformarla in una sorta di academy, con un team che segua i ragazzi e li aiuti a formarsi con quella filosofia che mi ha portato ad essere quello che sono».

credits: Elev8

L’estate però è ancora lontana, sulla strada che porta alla seconda edizione di Elev8 c’è un altro traguardo discretamente importante da centrare: l’Eurolega. Un’ossessione e spesso un tabù per il Cska, un sogno per Hackett, che non ha ancora mai assaggiato il sapore delle Final Four (nel 2017 l’Oly arrivò in finale ma Daniel era out per infortunio). «Il livello è alto davvero quest’anno. L’Efes sta giocando una grande pallacanestro, lo Zalgiris è sempre pericoloso, il Maccabi è in crescita e l’ha dimostrato battendoci, il Barcellona è in striscia positiva e tante altre squadre possono inserirsi dietro le prime. Tradizionalmente c’è sempre una squadra che si arriva alle Final Four un po’ a sorpresa, vedremo chi sarà quest’anno. Prima di tutto, però, noi dobbiamo esserci e faremo di tutto per non mancare».

E chissà se nel 2029 tornerà di nuovo di moda la #10yearschallange. Magari Daniel potrebbe scegliere la foto di quando a Vitoria…

credits: euroleague.net