Ha sido el mejor partido de mi vida
Drazen Petrovic a fine partita a “El Pais”

 

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230: i punti segnati dalle due squadre, record per una finale europea

62: i punti segnati da Drazen Petrovic, record per una finale europea

44: i punti segnati da Oscar Schmidt

Strenght in numbers, la chiamerebbero in America. La forza nei numeri. Ma quella Real Madrid-Snaidero Caserta, finale di Coppa delle Coppe 1989, travalicò le cifre, travalicò la storia per consegnarsi alla leggenda. La ricordano tutti come una delle più emozionanti sfide della storia del basket europeo, il Manifesto degli Anni Ottanta, la grande sfida tra il Diavolo (di Sebenico) e la Mano Santa (brasiliana). Proviamo a ripercorrerla, passo dopo passo

 

Warm-up

Il Real Madrid degli anni Ottanta non è molto diverso da quello degli anni Sessanta o da quello degli anni Dieci di questo millennio: condannato a vincere. La stagione 1987/1988, però, non è stata il massimo della vita per i blancos. La Coppa Korac salva a malapena una stagione nella quale i rivali del Barca hanno centrato la doppietta ACB-Coppa del Re, sempre in finale contro i madridisti. Per tornare in alto, al Real non si bada a spese nell’estate ’88. E vengono fuori due nomi da mettere vicino alle star della squadra, i fratelli Martin: quello di Drazen Petrovic, che col suo Cibona ha conosciuto proprio contro il Real la sua prima (e unica) sconfitta in una finale europea (dopo le due Coppe dei Campioni e la Coppa delle Coppe vinte in rapida sequenza), e quello di Oscar Schmidt.

Pensateci un attimo: Petrovic e Oscar fianco a fianco.

I 4 milioni di dollari messi sul piatto dai blancos convincono l’allora 24enne croato ad aspettare ancora un anno prima di sbarcare in NBA, mentre il cecchino brasiliano rifiuta e resta dov’è: a Caserta. “A casa ho ancora il contratto offerto dagli spagnoli per andare a giocare con Petrovic. Non sono andato via per Caserta e per il cavaliere Maggiò. Meno male poi che non sono andato a giocare con i New Jersey Nets in Nba, altrimenti non avrei più giocato con il Brasile. Sono state le cose più belle che ho fatto nella mia vita. E che mi hanno fatto capire che non si può comprare nessuno con i soldi, ci sono cose più importanti nella vita”, ha confessato il brasiliano lo scorso dicembre quando è stato insignito della cittadinanza onoraria di Caserta.

Già, la Juve. Un progetto nato agli inizi del decennio con la prima, storica promozione in A1 datata 1983. Un progetto che già all’epoca vedeva in campo un giovanissimo Nando Gentile e quel brasiliano scovato da Boscia Tanjevic nei bassifondi sudamericani. Il tecnico montenegrino lascia senza raccogliere i frutti di quanto seminato e al suo posto sale in sella il suo vice, il “paisà” Francesco Marcelletti, per tutti Franco. “Marcelletti faceva un lavoro incredibile di reclutamento su tutto il Meridione. Il rapporto con lui, con Gentile, con Dell’Agnello resterà per sempre”, lo battezza Esposito.

Alla stagione ‘88/’89 la Juve targata Snaidero si presenta con in bacheca il primo trofeo importante della sua storia, dopo tante sconfitte che avevano scottato l’orgoglio dei campani sulla strada corsa di fretta verso la vetta: quella Coppa Italia che reca con sé il biglietto per partecipare alla Coppa delle Coppe e, quindi, tentare un nuovo assalto europeo dopo la sconfitta nella finale di Korac ’86 contro Roma.

La marcia verso la finalissima del Pireo vede Real e Snaidero incrociarsi già nei gironi a quattro validi per i quarti di finale. La sfida tra Petrovic (che incornicia una spettacolare tripla-doppia da 43 punti, 10 rimbalzi e 12 assist) e Oscar (che si ferma ad “appena” 36 punti) è abbacinante e i madridisti non fanno sconti in casa, stendendo i campani per 109-92, mentre al PalaMaggiò la Juve vende carissima la pelle, sfiorando l’impresa ma capitolando per 94-95 con il semigancio a fil di sirena di Fernando Martin. Entrambe approdano comunque alle semifinali: il Real da prima della classe, consegnando a Petrovic la suggestiva sfida da ex contro il Cibona dell’amato fratello Aza, Caserta da seconda incrociando le armi con lo Zalgiris del Principe Sabonis. Il Mozart dei Balcani non si commuove e spazza via la sua ex squadra con una prova da 47 punti nel match di ritorno dopo la risicata vittoria dell’andata in terra jugoslava, mentre la Snaidero compie una vera impresa, limitando i danni a Kaunas e travolgendo i sovietici a casa propria.

La tavola è imbandita: al Palazzo della Pace e dell’Amicizia la piccola Caserta è al cospetto del grande Real Madrid, in palio la Coppa delle Coppe.

 

 

Bombe intelligenti sul Pireo

Di quel Real-Snaidero l’immaginario collettivo ha conservato la sfida tra Petrovic ed Oscar. Ma Madrid e Caserta erano due squadre dal tasso di talento incredibile, anche se probabilmente entrambe piuttosto limitate nelle rotazioni (basti pensare che dei 230 punti segnati dalle due squadre solo 10 arrivano dalle riserve). Petrovic poteva contare al suo fianco nello starting five iniziale su un giovane Johnny Rogers, decisivo proprio qualche giorno prima del match del Pireo nella finale di Coppa del Re vinta contro il Barcellona, su Fernando Martin, primo spagnolo ad aver assaggiato la NBA in maglia Blazers, sul fratellino Antonio, pivot meno dotato del fratello ma tremendamente efficace, e sul talentuoso ispano-sovietico Josè “Chechu” Biriukov, uno dei rari casi di giocatore ad aver vestito la casacca di due diverse nazionali (22 partite con l’URSS, 57 con la Spagna).

Fernando Martin – foto Marca

La Juve non era certo da meno. Oscar aveva come spalla privilegiata il carisma di un Nando Gentile con il quale ormai si trovava a memoria, ma non dimentichiamo un giovane talento emergente di nome Vincenzo Esposito e due giocatori di sostanza come Sandro Dell’Agnello e il bulgaro Georgi Glouchkov, accreditato da molti come il primo europeo a calcare un parquet NBA pur se in realtà fu preceduto di qualche anno dall’islandese Petur Gudmundsson. Ma questa sarebbe un’altra storia…

Sandro Dell’Agnello cerca di fermare Petrovic – foto www.endesabasketlover.com

L’obiettivo di coach Marcelletti non può che essere uno solo: cercare di tenere Petrovic sotto i suoi standard. Annullarlo sarebbe impensabile, limitarlo magari… Il croato agisce da playmaker, tutte le azioni del Real nascono e si sviluppano dalle sue mani. Ma il tecnico bianconero non vuole spremerci sopra Gentile, almeno all’inizio, e allora manda in missione un Esposito nelle insolite vesti di stopper difensivo.

El Diablo contro il Diavolo di Sebenico. Sfida infernale.

Che non si dica che Enzino non ci abbia provato

Dall’altra parte, Lolo Sainz invece non fa sconti alla sua star: Petrovic era difensore pigro per atteggiamento, ma sicuramente atletico e scaltro il giusto da capire quando e come alzare i giri dietro. Il santone spagnolo lo vuole tenere sulla corda e allora lo spedisce subito sulle tracce di Gentile, mentre a lavorare su Oscar è costretto un Antonio Martin che, essendo più massiccio, fa fatica a fare la guardia al brasiliano.

Ma Real e Snaidero della difesa si preoccupavano il giusto, erano due squadre chiaramente votate all’attacco. Il loro lo chiameremmo Run & Gun, ma prima del Run & Gun. D’altronde Caserta gioca di fatto con quattro esterni, alternando Dell’Agnello e Oscar dentro e fuori, ma anche Sainz vuole aprire l’area allontanando Antonio Martin per creare spazio dentro al fratello Fernando.

foto www.endesabasketlover.com

L’avvio di partita è un manifesto in tal senso. I blancos partono con otto canestri nelle prime nove azioni, sette dei quali della premiata ditta Rogers-Biriukov. “Ancora oggi non saprei dire come ho fatto a fare 20 punti in quella partita. Avrò tirato quanto, tre, quattro o cinque volte!”, ricorda Chechu di quella sua sottovalutata prestazione. I casertani si tengono in scia con le invenzioni di Oscar, Gentile e Dell’Agnello, ma nei primi 10’ si va a ritmi insostenibili: passaggio e tiro, al massimo un giro di palla e conclusione, meglio se da fuori. Queste sono le prime quattro azioni della partita. E continuerà sostanzialmente così almeno per tutto il primo tempo. Pazzesco.

Petrovic fa un po’ fatica ad entrare nel match, sbaglia qualche tiro, perde qualche pallone, ma il Real trova altri protagonisti per prendere subito in mano la partita. Su tutti un Johnny Rogers, che inizia la sua serata con un incredibile 6/6 dal campo, tutti con jumper da 5-6 metri uno più felpato dell’altro. Un piccolo saggio quello dell’elegante ala bianca vista poi anche a Milano, Varese e Forlì che solo a pochi passi dal ritiro riuscì ad ottenere la meritata consacrazione europea vincendo due Euroleghe col primo Panathinaikos di Obradovic.

Drazen, talento individualista per eccellenza ma anche intelligenza tale da capire quando era il momento di lasciar fare i compagni, sta a guardare. La prima zampata arriva quando ci si avvicina alla metà del primo tempo: palla persa di Glouchkov, contropiede Real, terribile transizione difensiva della Juve, che intasa l’area e lascia completamente libero sull’arco Petrovic: 3 punti facili, 26-17, massimo vantaggio dell’incontro per il Madrid.

Sarebbe una mareggiata incontrollata se la serata balistica casertana non fosse di quelle che nel 99% dei casi basta e avanza per vincere in maniera convincente. Ma sfidare Petrovic, Rogers, Biriukov e i Martin a chi fa un canestro in più può coincidere con lo scavarsi la fossa con le proprie mani. Marcelletti frena gli ardori di un Gentile comunque in serata di grazia (tutti ricordano i 44 di Oscar, ma Nando chiuderà a quota 32 e una gestione del match da professore vero) ordinando più controllo del ritmo per arginare le sfuriate di Petrovic e iniziando a martellare la palla sotto a Glouchkov per cercare di aprire il campo alle triple di Oscar e lo stesso Gentile. Un piccolo passaggio a vuoto del Madrid, complici i precoci 3 falli che mettono fuori causa Rogers, fa il resto e in un amen Caserta fa addirittura capolino al comando sul 34-33. Ma quando Fernando Martin prende il controllo del pitturato e Petrovic inizia a fare sul serio, dispiegando tutto il suo infinito campionato offensivo, la Juve torna in apnea.

 

I jolly di Marcelletti e un finale in giallo

A 5’ dal fischio di metà gara, il punteggio recita uno sbalorditivo 47-42 Real. I madridisti stanno riprendendo continuità in attacco, Dell’Agnello non riesce ad arginare la penetrazione mancina di Petrovic e spende il fallo. Si riprende con la rimessa laterale e Marcelletti si gioca il primo jolly: zona 2-3, con la scaltrezza di Gentile e le lunghe leve di Sandrone in prima linea e dietro lo strano trio Glouchkov-Rizzo-Oscar.

Le prime azioni sono una tragedia. Le due linee ritardano nella comunicazione sui movimenti di Petrovic, che trova sempre il varco giusto in quella terra di nessuno troppo in basso per la guardia e troppo in alto per l’ala. Risultato: bang bang.

Se però la zona non sembra sortire effetti nell’immediato, è sul lungo periodo che però mette della polvere negli ingranaggi perfetti del Real. Rientrato negli spogliatoi con un 60-57 che dava fiducia, Marcelletti ne esce riponendo l’asso nella manica e riproponendosi con uomo contro uomo. Torna Esposito su Petrovic, ma ora il talento di Sebenico è davvero in versione Diavolo. Le amnesie difensive madridiste e le martellate di Gentile e Oscar tengono la Juve dentro la partita, ma con Drazen già a quota 33 a 15’ dalla sirena il bello (il brutto, per Caserta) addirittura deve ancora venire. Anche perché ci si mette pure Biriukov, prezioso nello sgravare in parte Petrovic dai compiti di regia ma anche salito in fretta a 19 punti con la penetrazione che spacca l’area casertana e spinge il Real di nuovo al massimo vantaggio: 79-70 a una decina di minuti dalla sirena.

Spalle al muro e con Gentile, Esposito e Oscar con 3 falli sul groppone, Marcelletti ci riprova: zona 2-3. Petrovic la inaugura sventrandola in penetrazione e quando Romay prima cancella al vetro Glouchkov sul ribaltamento di fronte e poi appoggia comodamente nel cuore dell’area bianconera i due punti dell’83-73 la Juve sembra davvero sull’orlo del baratro.

Quanto conta un timeout nell’economia di una partita? È sentire comune quello di provare con il timeout a spezzare il ritmo della squadra che sta costruendo un break a proprio favore. Non sempre la mossa sortisce gli effetti sperati, ma questo non è uno di quei casi.

Marcelletti richiama i suoi in panca appena prima che il 2/2 in lunetta di Petrovic fissi il massimo vantaggio della serata del Real sul +12: 85-73, meno di 12’ alla sirena. Il Real si mette a fare i conti smettendo di correre come ha fatto con profitto (e che profitto) per 30’ e si assopisce sulla zona casertana, che nel frattempo, con Oscar in panchina a rifiatare e il prezioso Boselli al posto di un Esposito irretito dalle sinfonie del Mozart dei Balcani, diventa mutevole azione dopo azione. 1-3-1, 3-2, 2-3, contano poco i numeri, conta che il Real vada in tilt cercando di decifrarla, tenuto in piedi solo dalle invenzioni di Petrovic. Ma anche per un Drazen capace di segnare 12 degli ultimi 14 punti madridisti prima del 40’ è troppo pensare di vincerla in versione “da solo sull’isola”. La Juve ora ha ritrovato fiducia, rosicchia punto su punto e con Oscar riposato in vista del rush finale nulla è impossibile. Alla faccia di chi lo definiva giocatore non decisivo nei momenti che conta, la mao del brasiliano si fa santa negli istanti più torridi del match: prima la tripla del -1 a un minuto abbondante dalla fine, seminando la difesa in uscita dal blocco e disegnando la sua solita, morbida e letale parabola; poi, ancora più pesante, ancora più difficile, il treppunti da otto metri che vale pareggio a quota 102 con una ventina di secondi da giocare.

Gentile in penetrazione – foto www.endesabasketlover.com

Chissà poi che non sia stata la stessa mao santa, incarnata stavolta in quella lesta di Dell’Agnello che scippa Petrovic sul possesso che vale la Coppa, a consegnare ai casertani la palla del destino. La mao santa che trionfa sul Diavolo. Sarebbe fin troppo biblica come conclusione. E invece il destino dice no alla Juve. Esposito galoppa verso il canestro che varrebbe il miracolo, ma azzannato dalle belve del Diavolo consegna il pallone del destino al capitano di vascello Gentile, il quale, sul fischio della sirena, si tuffa tra le braccia di Biriukov pregando per un cesto impossibile o almeno per un fallo che saprebbe di buonissima consolazione. L’arbitro si concede alla seconda opzione (che sarebbe stata in verità fin troppo generosa), ma dopo un conciliabolo con gli ufficiali di campo il contatto viene giudicato oltre la fine dei 40 minuti.

Nessun miracolo: supplementari.

[Al minuto 3:30 Tavcar che dà del perdente a Petrovic]

Cinque minuti ancora per prendersi una coppa sembrata a tratti inarrivabile e che ora, invece, si trova lì, la potresti quasi accarezzare. Cinque minuti ancora per godersi due dei maggiori interpreti del basket del loro tempo duellare l’uno contro l’altro armati.

Il duello, però, finisce con un vincitore chiaro. Se il finale dei regolamentari era stato territorio di Oscar, che conclude anzitempo la sua partita fermato dai 5 falli, l’overtime ha un solo padrone: Drazen Petrovic. Il Diavolo venuto dalla costa di Levante dell’Adriatico colpisce da 3, realizza in faccia a Glouchkov, semina i raddoppi dell’alchimista Marcelletti con un jumper dai 4 metri, danza con una perfetta piroetta chiusa col semigancio nel cuore dell’area casertana e seppellisce la strenua resistenza della Juve penetrando a sinistra ed appoggiando al vetro di destro in controtempo il canestro del 117-113 finale. Il Real si porta a casa la Coppa delle Coppe più strepitosa di sempre, Petrovic scrive col fuoco il numero 62 sul referto rosa della partita. Ha segnato il 53% dei punti della sua squadra, 11 sui 15 totali nell’overtime.

 

 

Post partita

Non è ancora tempo per la grande Caserta, che dovrà liberarsi di Oscar, un anno dopo, per arrivare al suo punto più alto, nel ‘91, con quello scudetto che coronerà l’indimenticabile decennio bianconero. Una separazione dolorosa, che condannò di fatto il brasiliano a chiudere la carriera senza più avvicinarsi a quei livelli. “La cosa più brutta della mia vita è che mi hanno mandato via da Caserta, hanno detto che con me non potevano vincere. Ma cosa hanno conquistato dopo? Lo scudetto e poi? Il più grande dolore, mi sono sentito tradito, so chi e come è stato”, rivelava il brasiliano qualche anno fa.

Dopo averlo visto in faccia il Diavolo (di Sebenico), Vincenzo Esposito completerà la sua personale metamorfosi mefistofelica diventando El Diablo e arrivando fino a quella NBA alla quale Drazen aveva appena iniziato a far vedere cosa sapeva fare. “Tu hai 3 volte il talento di Petrovic. È che tra te e lui ci sono 1.000 tiri al giorno di differenza!”, leggenda vuole che Tanjevic dicesse così per stimolare il giovanissimo Enzino a lavorare per conquistarsi ciò che aveva nelle sue mani.

Per Nando Gentile l’appuntamento con il successo era invece solo rimandato. Dopo quella Caserta dove si era fatto campione, ecco Trieste, Milano e quel Panathinaikos con la cui casacca divise l’onore di alzare al cielo il trofeo di campione d’Europa insieme a quello stesso Johnny Rogers che una coppa, anche se non quella più importante, aveva contribuito a sottrargliela un decennio prima.

Di Petrovic, beh, sappiamo e sapete in abbondanza. Pochi mesi dopo quella partita, lasciò Madrid per volare (“scappare”, precisa Biriukov…) a Portland ad inseguire il suo sogno americano. “In Europa sono il più forte e ho vinto tutto. Non mi interessa continuare a vincere e collezionare coppe. Cerco altre sfide e voglio dimostrare di poter giocare nella NBA”, dichiarò nella sua prima intervista a Sports Illustrated. Difficile dargli torto.

Portland era stata già la casa di Fernando Martin, con il quale si sussurra non avesse un buonissimo rapporto. Il numero 10 dei blancos restò in quella Madrid dove era nato e cresciuto per cercare di riportare lassù in cima quel Real dove vincere non è importante: è l’unica cosa che conta. Ma a Madrid, pochi mesi dopo, il 3 dicembre 1989, Fernando trovò la morte in un tremendo incidente stradale. Proprio come Drazen, quattro anni dopo. Aveva 27 anni. Proprio come Drazen, quattro anni dopo.