Signori, Signore e under,

come direbbe Magritte, questa non è una Top 10. Ho provato ad unire in questo pezzo le mie due grandi passioni, la pallacanestro e la musica, senza pensare ad una classifica e, altrettanto sicuramente, lasciando qualcosa per strada. Non sono un rapper, ad esempio, e immagino che giocatori come Shaq, Lillard, Artest/Panda/Peace abbiano scritto qualcosa di interessante sulla palla a spicchi nelle loro discografie. Qualche tempo fa avevamo pubblicato un articolo simile sui film: qui, arrivare a 10 è stato molto più difficile, ma sempre intrigante. Andiamo con disordine.

 

 

10) IL PIVOT Claudio Baglioni (1977)

Partiamo dalla ‘italiana’, partiamo da una sorpresa. L’avreste mai detto, che la prima canzone sul basket venne scritta quarant’anni fa dal Claudio nazionale? “Il pivot” di certo non brilla per allegria (in piena sintonia con lo stile del cantante e con il ruolo, soprattutto), così come l’album introspettivo “Solo” in cui è inserita. Campetto dietro casa, il cantante con il lungo che, a giudicare dal testo, sembra tutto tranne che un personaggio Minors: tre in fila ne azzeccò” / “con una finta si smarcò, io svelto gli passai (…) e lui schiacciò di forza”. Per gli amanti della cantautorale, un gioiellino. Per tutti gli altri, consiglio “un guarda e passa” Dantesco.

 

9) CAMPETTO – Altre di B vs Lo Stato Sociale (2016)

“Qualcuno gioca a basket stasera?” L’invito viene da due squadre di tutto rispetto: da una parte le Altre di B, conosciuta band nella scena bolognese e non solo, dall’altra Lo Stato Sociale, che da Bologna si è affermata in tutta Italia come una delle realtà più interessanti del panorama underground. Nel videoclip, girato dietro al PalaDozza, ce le si dà di santa ragione in una gelida sera di Gennaio: ma qual è il problema? “Han fatto il campo col cemento nuovo!” 3′ da ascoltare tutti d’un fiato. E se ti manca, chiedi il cambio.

 

8) ENBIEI – Er Costa (2013)

Prima di Ghemon, prima di Emis Killa e di tanti altri celebri artisti rap, si deve a Claudio (Er) Costa la prima traccia dedicata esclusivamente al basket a stelle e strisce, sebbene qualcuno ci avesse già scritto qualche strofa in passato (Neffa su tutti). Si parte e si chiude con la celebre intervista di Allen Iverson: “We talking ‘bout practice?” , chiaramente l’ispiratore del brano: nel mezzo, i 40 giocatori/allenatori citati ne fanno un flow super e una possibile, futura, canzone da promo NBA per Sky Sport. Non fosse per il ritornello…

 

7) TOUGH GUY – Beastie Boys (1994)

Una puntatina di rock ci vuole, anche se “rock” è un concetto davvero troppo ristretto e attillato per un gruppo eclettico quale furono, certamente, i Beastie Boys. Chi non conosce Sabotage, o (You gotta) Fight for your right (to party)? Ecco, qui però il terzetto della Grande Mela si è superato: un minuto scarso di accuse, insulti e offese all’indirizzo di Bill Laimbeer, uno di quei Bad Boys dei Detroit Pistons vincitori dell’anello nel biennio ’89-’90. Il motivo? Giocatore troppo “sporco” sul campo da basket: “Butcher Me On The Court / Too Many Elbows To Report /Now You’re Poking Me In The Eye / Bill Laimbeer Motherfucker, It’s Time For You To Die”. Laimbeer chiuse la sua carriera proprio nel 1994: i BBoys vent’anni dopo, causa la dolorosa morte di Adam “MCA” Yauch, storico bassista della band.

 

6) BASKETBALL – Kurtis Blow & Lil Bow Wow (1984-2002)

“They’re playing Basketball, We love that Basketball”. E’ il 1984: Curtis Walker aveva da poco deciso di farsi chiamare Kurtis Blow, il suo nome echeggerà ovunque, per tutto il decennio, nell’ormai consolidata scena Rap/Hip-Hop americana. L’omonimo album ‘Kurtis Blow’ era stato, per l’appunto, una delle prime raccolte assolute del genere, fin lì abituato alla pubblicazione di semplici singoli. ‘Basketball’, in ordine temporale, la prima dedica anglofona alla pallacanestro, ripresa in seguito dal quindicenne Lil Bow Wow in una cover ben più famosa, e inserita nella colonna sonora del film Like Mike. Ve la ricordate?

 

5) MAGIC JOHNSON – Red Hot Chili Peppers (1989)

Da una sponda all’altra. Lasciamo New York e atterriamo a Los Angeles, dove troviamo i tifosissimi Anthony Kiedis e, soprattutto, Michael ‘Flea’ Balzary, anima e core dei Red Hot Chili Peppers: “L.A Lakers, Fast break Makers”. Nella prima riga di ‘Magic Johnson’ c’è l’essenza della vecchia Los Angeles, quella dello Showtime. Quasi 3′, a proposito, dei vecchi “Red Hot”, quelli di “Mother’s Milk”, quelli che su cassa e pedali spingevano fortissimo facendo del funk la tonalità più estrema. Bei tempi, davvero.

 

4) IT’S IN THE GAME – Fabolous (2003)

Ultima parte del nostro trip (in tutti i sensi) musicale riservata, giustamente, a Rap, Hip-Hop e R&B, soundtracks preferite all’interno dei tornei estivi e indivisibili alla pallacanestro in qualunque contesto. Prendiamo, ad esempio, i giochi sulla Playstation: quelli che, come me, erano giovanissimi ad inizio secolo, si ricorderanno il “boom” clamoroso di NBA Live 2003. Flavio Tranquillo al commento (al posto di Guido Bagatta…), Jason Kidd in copertina, “It’s in the game” di Fabolous come traccia iniziale. Raga, facciamoci un altro tuffo nel passato. Merita.

 

3) WINGS – Macklemore x Ryan Lewis (2011)

“I was seven years old, when I got my first pair /

And I stepped outside

And I was like, momma, this air bubble right here, it’s gonna make me fly”

La mia traccia preferita del lotto, e la definitiva consacrazione di Macklemore. Nel testo le ‘ali’ (“wings”) sono le scarpe: nelle più famose e costose c’è la convinzione che siano proprio loro a portarti lontano, l’idea consumistica che se non le indossi non sei nessuno, perché sono proprio Nike e Adidas a renderti un vero giocatore agli occhi degli altri. Il risultato? No, non prenderai quota, non schiaccerai la palla nel canestro, altro che Michael Jordan. Tornerai a terra, esattamente come tutti i tuoi sogni di gloria.

I want to fly
Can you take me far away?
Give me a star to reach for
Tell me what it takes
And I’ll go so high
I’ll go so high
My feet won’t touch the ground
I stitch my wings
And pull the strings
I bought these dreams
That all fall down.

 

2) I BELIEVE I CAN FLY – R. Kelly (1996)

Quasi per ripicca, subito dopo Macklemore, il buon R. Kelly ci vuole dimostrare che volare è cosa possibile. Una precisazione, però: se vogliamo fare i pignoli, questa non sarebbe una canzone di basket, con le cosiddette “lyrics” incentrate sul basket. Ci è diventata, questo sì, aiutata dal videoclip e da quel fenomeno mediatico che per tutti noi è stato Space Jam, in pieno ’96.  

I believe I can fly
I believe I can touch the sky
I think about it every night and day
Spread my wings and fly away

Non sto a dirvi di chi stiamo parlando nello specifico. Interessante notare, tuttavia, che canzone e film portarono davvero bene al N.23: in quell’anno, i Chicago Bulls chiusero la stagione regolare con il leggendario record di 72-10 (infranto dai Warriors nel 2015/16, poi però incapaci di vincere il titolo), e inaugurarono il three-peat 1996-1998 superando in finale i Seattle Supersonics di Shawn Kemp e Gary Payton. Sipario.

 

1) HE GOT GAME – Public Enemy (1998)

Nel già citato 1998 i Public Enemy sono considerati il miglior gruppo rap di tutti i tempi, come sottoscrive persino mamma MTV. Rispetto al decennio ’80, però, le cose sono peggiorate: i PE non cavano un buon disco da quasi dieci anni (“Fear of a black planet” è del ’90) e devono fare i conti con i problemi di droga di alcuni componenti. Ci pensa Spike Lee, accanito fan della band, a riportarli al successo: il regista chiede e ottiene la realizzazione della colonna sonora per la sua nuova pellicola, “He Got Game”. Il risultato è un mini-album omonimo in cui spicca la riuscitissima title-track.

It might feel good
It might sound a lil’ somethin’
But damn the game
If it don’t mean nuttin’

What is game who got game
Where’s the game
In life
Behind the game
Behind the game
I got game
She got game
We got game
They got game
He got game
It might feel good
It might sound a lil’ somethin’
But the fuck the game if it ain’t saying nothin’

Non voglio parlare del film, scusate: penso che Denzel Washington e Ray Allen (e, ovviamente, Milla Jovovich!) siano ottime motivazioni per chi non l’avesse ancora visto. Il testo è pieno di riferimenti politici, sociali, religiosi, in pieno stile Public Enemy. Si ricongiunge qualsiasi cosa al game, al gioco della vita, in una delle millemila metafore usate per comparare l’esistenza, propria e altrui, alla pallacanestro: questa riuscita, più che mai. If It ain’t say nothing, cliccate play.