disegno di Steven Adams realizzato da Albert Johnson


 

WHĀNAU
Famiglia.

Un’onomatopea, forse, per chiunque non conosca il linguaggio maori.

Ma per la popolazione neozelandese, queste 6 lettere messe in tale ordine nascondono un significato ben più recondito.

Così come per la famiglia messa in piedi da un marinaio inglese di metà 20esimo secolo, Sid Adams.
Aveva circa venticinque anni di età, un giovane uomo alto quasi 2 metri, con i capelli scuri e un volto estremamente aperto ed interessante”. Così veniva descritto da un suo compagno nella nave che stava trasportando centinaia di inglesi verso l’Oceania.
You’re freak mate! Freak!”
Per Sid Adams, all’origine di questo viaggio verso la Nuova Zelanda c’erano le tante irrisioni di bambini e coetanei per la sua spropositata altezza, considerata come una bizzarria in quell’epoca, come dimostra l’aggettivo freak, inteso a quei tempi come dispregiativo.
Ma in buona percentuale, dietro quel viaggio di sola andata c’era parecchia sana follia, particolarità genetica che donerà poi a tutti i suoi eredi.

Rotorua.

Nord della Nuova Zelanda.
50.000 abitanti circa, di cui un terzo popolazioni Maori.
Dopo un paio di giorni di galera per immigrazione clandestina, è qui che Sid Adams si stabilisce nel tentativo di ripartire da zero.
Famiglia, amici, lavoro. Tutto lasciato alle sue larghe e possenti spalle, come un vecchio album fotografico di cui ormai non sentiamo più il bisogno di sfogliarne le ingiallite e maleodoranti pagine e riaffiorarne vecchi ricordi. Ma cos’aveva Rotorua di così interessante per basarci le fondamenta di una nuova vita?
Niente, sostanzialmente. Qualche geyser, che la rendono tutt’oggi meta turistica parecchio gettonata (“Ma, quando si passeggia tra di essi, si percepisce un cattivo odore come se qualcuno ti avesse appena scoreggiato in faccia”), un lago, grosse distese forestali ed un villaggio, il Te Wairoa, completamente distrutto da una violenta e indomabile eruzione vulcanica.


Nonostante questo, Sid Adams iniziò una sua attività contadina nella zona alta di Rotorua, e tra un cinghiale ed un cervo non perse tempo e si diede da fare anche con qualche donna aborigena di troppo, tenendo relazioni con ben 6 donne polinesiane tutte di provenienza diversa: una Pakeha, due Maori, due Tongane ed una del Tokelau (Piccolissima parentesi: perché ben 6 donne diverse? Risponde proprio il buon vecchio Adams: “Sono uno schifoso sodomita ed un uomo vecchio stile. Dico sempre alle donne che devono stare a casa a cucinare e lavare, e non sembrano prenderla troppo bene…”). Da queste futili relazioni con donne locali, Adams ebbe “Not 1, not 2, not 3, not 4” ma ben 18 figli, che molto presto si rivelarono una miniera d’oro per la Nuova Zelanda sportiva.
Sei di questi 18 divennero giocatori di basket, sport semi-sconosciuto nella patria dei rugbisti e degli All Blacks, mentre Valerie (193 cm per 120 kg) fu la prima ad affermarsi come atleta internazionale da plurimedagliata olimpica al getto del peso.

Tornando ai cestisti, Warren e Randy furono quelli che raccattarono più successo sul parquet: entrambi si affermarono nella massima lega di basket neozelandese e vissero anche l’esperienza di essere un Tall Black. Ma tra quei 18 Maori, uno soltanto aveva quel qualcosa in più che l’avrebbe poi lanciato verso le luci della ribalta. Steven Funaki Adams, il più giovane dei 18 fratelli, era il più dotato fisicamente. Ma la pallacanestro non sapeva nemmeno cosa fosse.
Le sue giornate erano riempite da animali, vegetazioni di vario genere e, perché no, di merda.
Faceva il contadino il giovane Steven, nella fattoria di famiglia di Rotorua.
O almeno fino al 2006, anno in cui il capostipite della famiglia Adams, Sid, ormai ultra 70enne, passò definitivamente a miglior vita per un cancro allo stomaco, dopo aver rifiutato le cure del caso ed aver optato per una morte nella povertà.

Per il 13enne Steven, la perdita del papà equivalse alla smagnetizzazione di una bussola nel mezzo del deserto. Il giovane maori perse riferimenti, affetti, esempi da seguire. Tutto in una volta sola.
E le strade di Rotorua erano pronte a catturarlo, a prenderselo con loro per non restituirlo più a nessuno. Il distretto neozelandese in una parte della città era terreno di conquista di gang locali, tra cui la Mongrel Mob, che prese Steven e cercò di indirizzarlo verso la cattiva strada. “Ero parte di quella gang, ma non feci mai la cerimonia di inizializzazione. Era una cosa orrenda, ed ero troppo spaventato”. Sua mamma non poteva più controllarlo. Un adolescente dal fisico marmoreo e in piena crescita si stava indirizzando sul binario sbagliato della vita, e nulla sembrava poter invertire questa rotta. Niente più scuola e più d’una bugia raccontate ai suoi fratelli, che ormai non potevano più bullizzarlo come qualche anno prima vista la stazza del ragazzo.

 


KORU

Il Koru è la forma a spirale che hanno i germogli della felce, prima di srotolarsi e diventare foglie adulte. È il simbolo della rinascita e dei nuovi inizi, da regalare a persone che meritano un cambiamento positivo nella loro vita.

Warren, suo fratello maggiore e anch’egli un pezzo di marmo di 205 cm, strappò a muso duro Steven dalle pericolose grinfie della Mongrel Mob, prendendo la forte decisione di portarlo con sé a Wellington, e darlo in custodia al suo ex compagno di squadra, Kenny McFadden, coach a stelle e strisce che si è guadagnato molto rispettato nel panorama del basket giovanile neozelandese, ed alla sua soon-to-be guardiana legale, Blossom Cameron, che in seguito Adams definirà come “Una delle donne più importanti della mia vita”.

McFadden riuscì a fargli ottenere una borsa di studio allo Scots College di Wellington, sebbene la sua istruzione fosse quasi imbarazzante. Ma lui non era lì per studiare, almeno principalmente. Circa 2 metri a 15 anni, degli arti superiori interminabili, una forza inumana.
Steven, convinto dalla signora Cameron e dal signor McFadden, avrebbe dovuto giocare a basket.

Ok bello, domani inizia la scuola. Ogni giorno che ha fatto il Signore, alle 6 in punto, ti passerò a prendere qui, e ti porterò in palestra a fare allenamento. Io e te, nessun altro, ogni giorno prima della scuola. E non dovrai saltare nemmeno un giorno di lezioni.
Ci sto Kenny.

Non ho mai avuto paura di nessuno in vita mia. Nessuno. Tranne di Glenda. Avevo una paura terribile della signora Parks, mi rincorreva per la scuola chiedendomi di farle vedere i miei compiti. Io correvo, ma poi mi beccava sempre”.

Steven non era al passo con i suoi pari età nel processo di crescita educativa, ed aveva evidenti difficoltà di apprendimento. Un’altra donna di vitale importanza nel suo cammino fu Glenda Parks, insegnante dello Scots College, che prese sotto la sua ala Steven e lo guidò durante il percorso scolastico, partendo dalle basi. Proprio come nella pallacanestro. “Sapevo che il suo futuro sarebbe stato nel basket – affermerà poi la Parks –, ma non potevo tralasciare la sua istruzione. È sempre stato un ragazzo molto brillante”. Tutto questo, per Steven, iniziava a mostrare dei connotati già vissuti prima, in quella stessa vita. Delle persone che si prendevano cura di lui, garantendogli un futuro migliore di quello che, in quel lontano 2006, guardando negli occhi papà Sid mentre la sua anima lasciava il suo corpo, avrebbe mai potuto immaginare. Persone che lo accudivano come se fossero suoi familiari, nuovi legami affettivi, amicizie…
Whānau, giusto?

Fino al 2011, Steven frequentò lo Scots College allenandosi every freaking day col suo mentore Kenny: ogni mattina, stesso posto, stessa ora, stesso programma.

Good morning Steven
“’Sup Kenny?”

McFadden usò una sola parola per descrivere ciò che stava compiendo Adams: COMMITMENT.
In tutto quello che faceva, metteva una convinzione ed una forza di volontà che nessun altro aveva in corpo. Era determinato a raggiungere qualsiasi obiettivo si prefissasse, ad ogni costo. “Eravamo arrivati al punto che la notte prima di andare a dormire mi scriveva lui, per essere sicuro che io mi ricordassi di passarlo a prendere per l’allenamento”, racconta McFadden.

Al termine del percorso scolastico a Wellington, Steven Adams era l’opposto di quel rude e malconcio ragazzo che nel 2008 entrò al college cittadino affermando che “Non avevo mai visto prima una cravatta”. Soprattutto, però, era diventato un giocatore di basket sopraffino, e con quelle misure (207 cm di altezza a 18 anni, apertura alare mostruosa ed un’esplosività di gambe fuori dal normale) sarebbe potuto diventare un’arma letale. Ma…
Il giovane Steven non poteva prendere parte alle rappresentative nazionali giovanili della Nuova Zelanda, dato che una curiosa quanto incredibile postilla della federazione kiwi vuole che chiunque voglia partecipare ai programmi giovanili nazionali debba pagare una cospicua tassa in denaro (circa $10.000), cosa che la famiglia Adams non poteva permettersi neanche lontanamente.


In poche parole, Steven Funaki Adams era un nome che non appariva in nessun tipo di scouting list cestistica di nessuna squadra del globo terrestre.
Nell’estate 2009, la squadra U19 di Team USA, allenata dal coach della Pittsburgh University Jamie Dixon, era in Nuova Zelanda per il Mondiale di categoria. Dixon era legato a McFadden da un’amicizia ventennale, dopo essersi sfidati da giocatori nel campionato neozelandese anni prima.

Sai Kenny, mi piace davvero tanto Rob Loe. Un vero peccato vada a Saint Louis.
Buon giocatore, ma lascia perdere. A Wellington ho qualcosa che fa al caso tuo.
Devo crederti?
Presto sarà il più forte di tutta la nazione.

 


MĀUI
Il semidio dell’Oceania.
Colui che, leggenda narra, pescò letteralmente l’isola della Nuova Zelanda, che rubò il fuoco, che rallentò il sole, che permise agli uomini di vivere senza venire schiacciati dalle nuvole e dagli alberi.

The Hero of Men.

Dopo 6 viaggi di reclutamento, più di 100 ore complessive di volo ed un’embolia polmonare in aereo, coach Dixon ottenne il verbal commitment del ragazzone da Rotorua.
Dai furti, le risse e le cattive abitudini della Mongrel Mob nel suo distretto, al college di Pittsburgh negli Stati Uniti. Tutto ciò grazie ad una nuova amica, conosciuta all’età di 14 anni, soltanto 4 anni prima del suo trasferimento: la pallacanestro.

Dietro quel corpo enorme e quei grandi mezzi atletici c’è una mentalità, una forza psicologica che viene prima di tutto – afferma Jamie Dixon –. La sua tradizione, la sua discendenza lo aiutano. È evidente che non si cura dei contatti di gioco: stiamo cercando di farlo allenare il più possibile senza contatti per vedere come reagisce, non mi era mai capitato prima”.

Warren e Randy erano entusiasti e fieri di lui. Nessuno in famiglia, oltre a Valerie, era mai riuscito ad arrivare così in alto per sventolare la bandiera del loro paese nello sport internazionale; e quello era soltanto il trampolino di lancio verso un futuro tanto bello quanto sorprendente.

La disciplina appresa grazie all’accademia ed agli insegnamenti di Kenny McFadden aiutarono non poco Adams nel suo processo di inserimento nel college, dove se non frequenti le lezioni/non dai esami/hai medie troppo basse, la partecipazione alle attività sportive è compromessa. “La mia mente è esclusivamente nella direzione di studiare e giocare a basket. Non penso ancora all’NBA, non penso al futuro. Finirei per perdermi per strada gli insegnamenti del college”.

Una stagione di continua crescita a Pittsburgh, seppur con cifre del tutto normali, gli basta per dichiararsi eleggibile al Draft NBA 2013 e guadagnarsi la chiamata alla numero 12 (ottenuta nell’affare Harden) di Sam Presti e dei suoi Oklahoma City Thunder.
Un maori in NBA, dritto dalla Te Ngae Road di Rotorua, Nuova Zelanda.
Di scetticismo attorno ai 2.14 m dello sbarbato kiwi ce n’era a bizzeffe.

Non è pronto per l’NBA”, “È materiale grezzo, impossibile da migliorare”, “I neozelandesi devono giocare a rugby”. Chiacchiere…
Il mio successo l’ho guadagnato con la fatica. In campo ed in aula. Nient’altro. Continuerò a lavorare, lavorare e lavorare senza mai fermarmi. It’s the only way”.

Il suo percorso di miglioramento individuale non si fermò nemmeno in NBA, dove si costruì da subito la reputazione di uomo di marmo e di lavoratore instancabile, sempre al servizio dei suoi compagni più talentuosi. Poi se hai di fianco Russell Westbrook e Kevin Durant…
Oltre all’inserimento nel secondo miglior quintetto All-Rookie al primo anno, iniziò a farsi conoscere anche e soprattutto fuori dal campo, quando l’estate prima della sua seconda stagione in NBA decise di restituire allo Scots College l’intera borsa di studio con cui era riuscito ad entrarci, affermando che “Non finirò mai di ringraziare questa gente e questo posto speciale”.

La tecnica iniziava a sgrezzarsi, la concentrazione e la solidità mentale si confermavano sempre più inarrivabili, il suo essere unselfish era una caratteristica che l’allora coach Scott Brooks apprezzava più di qualsiasi altra cosa. E poi comparve un folto e nero baffo che contribuiva a rendere il suo volto più criptico di prima. L’influenza psicologica che Adams iniziava ad avere in mezzo al campo era incredibile: ad oggi si contano più di 10 giocatori espulsi dagli arbitri per aver avuto una reazione fisica su Steven. E lui?

Il mio coach mi ha sempre detto che il mio modo di giocare innervosirà chiunque, e che non dovrò per nulla al mondo reagire, perché farei del male alla mia squadra. Mi dà fastidio un po’, ma non voglio gravare sui miei compagni, quindi evito”. Un maori di 214 cm per 115 kg che dice ‘ste cose qui… Provate a non ridere.

Il salto dai 14.8 ai 25.3 minuti di media dalla stagione da rookie a quella da sophomore sono un simbolo di quanto sia stato rapido il suo sviluppo umano, si, ma anche quello tecnico: in 2 anni nella NBA ha aumentato la frequenza del numero di tentativi da media distanza (dal 29.2% di tiri presi dai 3 ai 10 metri al 35.6%) e la loro percentuale di realizzazione (dal 29.6% dei tiri realizzati al 40.8%), mentre nei playoff 2016 ha compiuto più d’uno step in avanti, passando dai quasi 8 punti e 7 rimbalzi di media in stagione ai 10.1 punti accompagnati da 9.5 rimbalzi nella postseason, staccandosi definitivamente di dosso l’etichetta di giocatore buono solo a portare blocchi e fare buone rotazioni difensive.

Kendrick Perkins, Nick Collison, Serge Ibaka, Taj Gibson. Ha condiviso sudore, botte, allenamenti e vita quotidiana con tutti questi giocatori, ma i Thunder alla fine hanno sempre preferito lui, rendendolo una colonna portante della squadra e vincendo una scommessa grande come l’intera Oceania in appena 4 anni. Nell’estate 2016, infatti, Adams si ritrovò a firmare un rinnovo contrattuale con gli Oklahoma City Thunder di ben 100 milioni per i successivi 4 anni, divenendo lo sportivo neozelandese più pagato di sempre. Il bello di tutto ciò? Lo spiega proprio Perkins: “Lo vedi da lontano un miglio che quel ragazzo è lì dov’è grazie al duro lavoro quotidiano. Appena arrivato in NBA non conosceva nulla: compagni, avversari, metodi di allenamento… Niente. Non era uno facilmente impressionabile. Non gliene fregava un cazzo di niente e nessuno”.

Come dimostrò in quella sera di metà giugno 2016, in occasione di Gara 6 delle Western Conference Semifinals contro i San Antonio Spurs, sul 3-2 per gli speroni con il fattore campo a loro favore. Un mal di testa lancinante, malessere con cui combatte dall’età di 14 anni, lo colpì all’improvviso prima della partita. La sua testa sembrava spaccata in due da un’ascia, aveva la nausea e vomitava qualsiasi cibo ingerisse in non più di 2 minuti.
40 minuti, 15 punti, 11 rimbalzi e 2 stoppate. Vittoria OKC.

Se cercate sul dizionario dei sinonimi la parola ATTRIBUTI, non stupitevi se troverete la sua foto allegata.

Il vero e proprio exploit del maori da Rotorua avvenne proprio a cavallo tra il secondo ed il terzo anno nell’NBA, quando nell’estate 2015 i Thunder iniziarono un processo di rebuilding della squadra (che ad oggi, da quell’estate di 2 anni fa, conta 7 giocatori su 15 rimasti ad OKC) puntando tutto, appunto, su di lui e sull’incredible-duo RW-KD.

I possessi ed i minuti che passa sul parquet non variano più di tanto (anzi, addirittura passa dal 14.4% di Usage% al 12.7%), ma cambia il suo apporto nel rettangolo di gioco: dal 53% al 63% di aFG% come rollante dopo un pick&roll, dal 65% di Adjusted FG% ad un ottimo 76.2% e, last but not least, spicca la crescita del Net Rating: nella statistica che equivale alla differenza tra Offensive e Defensive Rating (rispettivamente punti prodotti e punti concessi agli avversari parametrati su 100 possessi), Adams ha un incremento da 0.2 ad 11.1, che fa ben capire quanto sia aumentata l’importanza del guerriero maori in campo oltre che nelle gerarchie dello spogliatoio dopo appena 3 stagioni da professionista.

Capelli lunghi e disordinati tenuti insieme da un rivedibile ciuccetto, baffo alla francese, barba incolta, sguardo che non lascia ad intendere nulla e non trasmette neanche mezza emozione.
Non è propriamente il prototipo di giocatore NBA che guadagna 25 milioni a stagione.
Ma come dice il buon vecchio Perkins, he doesn’t give a shit.

Da ragazzo, in Nuova Zelanda, andava in campo con queste scarpe qui…

Poi adidas ha deciso di concedergliene qualche paio in più, oltre a sceglierlo come uno dei suoi principali testimonial (modello Crazy Explosive 2017)

Nonostante il successo negli Stati Uniti, Steven non ha mai perso d’occhio la sua terra natia. Non ha mai fatto un passo indietro quando si è trattato di dare sostegno ai suoi familiari e a tutti i bambini della Nuova Zelanda con un sogno nel cassetto, dando vita ad un camp rispettivamente ad Auckland, Tauranga e Wellington dove i bambini possano giocare a basket, apprendere la disciplina e venire istruiti al meglio. Perché se quell’immenso 13enne di Rotorua, da ragazzino, avrebbe voluto diventare un contadino nella fattoria di famiglia, lavorando tutti i giorni mattina e sera, ora i giovani dal sangue maori hanno altri obiettivi, altri lidi che sognano di raggiungere.
Non tutti, magari, ameranno il rugby. Non tutti sogneranno la palla ovale e di esibirsi nell’haka in un manto erboso.

Mamma, papà, voglio giocare a basket.
E hiahia ana ahau ki te kia Steven Adams.
Voglio essere Steven Adams.