Per chi non lo conoscesse, Duško Vujošević in patria è considerato un semidio. Ogni volta che entra al Pionir a Belgrado (anche se lui è montenegrino) la gente impazzisce, gli rende omaggio con inchini plateali e inneggia cori. In Serbia ha vinto fondamentalmente tutto, non ha vinto a livello internazionale, questo è vero, ma la sua grandezza è ed è stata quella di aver cresciuto, plasmato e fatto uscire dalle sue mani giocatori che hanno fatto la storia della pallacanestro. Vi faccio solo alcuni nomi che sicuramente vi basteranno: Aleksandar Djordjević, Predrag Danilović, Bogdan Bogdanović.

Qui Dule cerca di non far prendere freddo alla gola a Bogdanovic

È arrivato in Italia, scappato dalla guerra della ex Jugoslavia come tanti suoi connazionali, ha visto la sofferenza e la paura vera e nel suo modo un po’ burbero nel trattare i giocatori c’è probabilmente un po’ di quella storia. Anche se sfido chiunque a trovare un coach serbo, croato, montenegrino o bosniaco che non si incazzi ogni due secondi… Si è trasferito a 33 anni in quel di Brescia, dove allenava pur non potendo alzarsi dalla panchina perché non in possesso del tesserino di allenatore e ci rimase tre anni.

L’ho incontrato al termine di una sua partita di campionato, l’ultimo suo anno nel capoluogo lombardo, accompagnato da Tonolli con cui avevo fatto parte delle giovanili a Mantova prima che lui si trasferisse proprio a Brescia. C’era anche Riccardo Sbezzi, procuratore di Alessandro, di Dule e dopo quel giorno anche mio. Dite che non sia stato un caso? Mah… Una stretta di mano (a entrambi), un ciao come va loro, tantissimo imbarazzo mio e poi via a casa.

In quel periodo giocavo a Cremona, allenato da uno dei coach a cui devo tantissimo, Fabio Fossati, che appena arrivato decise di farmi giocare play in serie B, avevo 19 anni e feci una fatica boia ad adattarmi al ruolo, ma guardandomi indietro mi servì tantissimo.

Dopo una partita di campionato si avvicina Riccardo (Schicchi, non Sbezzi. Va beh scherzo) e mi dice: “Vieni con me, Dule ti vuole parlare”. Ero un attimino confuso perché Vujošević si era guadagnato la panchina di Pistoia e stava formando quel talento pazzesco e mai dimenticato di Davide Ancilotto.

Seguo il mio procuratore che mi accompagna verso un parcheggio isolato e mi indica una macchina. Come in un libro di Le Carrè…

Salgo sul lato passeggero e appena entro Dule inizia a darmi consigli tecnici su come tenere carico il polso, su come piegare meglio le gambe e su come rilassare molto di più le spalle durante il tiro.

Cinque minuti e poi un saluto. Me lo ricordo benissimo anche se sono passati più di vent’anni.

Sceso dalla macchina non capivo bene quello che fosse successo tanto strano era stato, però lì realizzai che c’era un allenatore di serie A che era interessato a farmi migliorare.

Quello che in realtà stava succedendo l’ho capito durante la stagione, quando mi è stato è organizzato un allenamento a Pistoia un lunedì mattina.

Ho chiesto un passaggio ad un mio compagno toscano, Gianluca Ragionieri, che passava da quelle parti, l’allenamento era previsto per le 10:30 ma non poteva andare tutto liscio e infatti sull’appennino c’era il diluvio universale. Ho chiamato per avvertire che sarei arrivato in ritardo e così è stato. Orario di arrivo 13:30, scuse di rito (accettate viste le circostanze) e pronti lo stesso per l’allenamento, per la gioia degli altri ragazzi che mi hanno aspettato e che sicuramente in quelle tre ore non sono stati a guardarsi negli occhi. Abbiamo cominciato con fondamentali, tiro, 1vs1, 2vs2 e trac! Distorsione ad una caviglia.

Dule, dopo le imprecazioni in lingua serba che tutto il mondo conosce, manda un signore in magazzino a prendere un paio di scarpe nuove da regalarmi. Non come gesto di distensione e perdono, ma dicendo che quelle che avevo facevano cagare! La mia prima esperienza con il mondo della serie A non è andata proprio nel migliore dei modi.

Tornato a Cremona l’indomani, immaginate la reazione del mio allenatore appena mi vede… Le mie orecchie hanno sentito solo questa frase: “Lo sapevo che andava così! Col cazzo che ci torni!” E così è stato. Solo per quell’anno però, perchè quell’estate c’è stato il mio trasferimento nella città dei vivai alla corte del coach serbo.

La stagione, era il 96/97, inizia con il ritiro nella ridente cittadina di Maresca, nell’appennino toscano. In camera con Rombaldoni (più che altro nel letto con lui, perché dividevamo un matrimoniale) ed entusiasta come un bimbo. La struttura degli allenamenti, al contrario di quanto si fa solitamente, prevedeva che basket lo si facesse la mattina e atletica il pomeriggio. Il motivo? Il nostro preparatore, il grandissimo Giorgio Datteri, data l’intensità e la pesantezza degli allenamenti di basket preferiva gestire successivamente il suo lavoro per evitare che la gente svenisse in campo.

Non ero abituato chiaramente a quei carichi e al livello di quella pallacanestro, ma ero lì per difendere e per guadagnarmi un posto nei dieci e il raduno era partito molto bene. Talmente bene che Dule si complimentava per il lavoro che stavo facendo; ma la conferma che stavo difendendo alla grande me la diede la guardia americana, A.J. English. Non proprio uno stinco di santo, dopo un suo crossover col quale non è riuscito a battermi, ha pensato (nella sua testa con grande diritto) di tirarmi un pugno in testa. Non in senso figurato, proprio alla Bud Spencer. L’ho preso, ci sono rimasto di merda, nessuno se n’è accorto, sono rimasto muto e ho continuato ad allenarmi. Dopo quattro o cinque giornate è stato tagliato, non per il pugno e nemmeno perché esiste il karma, semplicemente perché non passava mai la palla…

Durante il campionato, gli allenamenti per noi giovani erano uguali a quelli dei senior, non fosse che ogni giorno per noi iniziavano un’ora prima, alle 9, e poi arrivavano gli altri. In quell’ora extra succedeva di tutto ma quello che più importava era che lavoravi molto e se resistevi ai suoi allenamenti non potevi che migliorare. Dico resistevi perché siamo partiti in quattro e alla fine siamo rimasti solo io e Romba. (Gli altri due hanno preferito in quell’ora fare pesi)

La precisione di Dule nell’insegnare fondamentali è impressionante e le correzioni sono sempre pressanti fino a quando non ripeti il gesto alla perfezione. Il tutto condito con una varietà di esercizi che non ti può annoiare.

Quelli però che non mi posso dimenticare sono tre:

– La treccia.

E qui mi direte: “Mbeh? L’abbiamo fatta tutti”. E io vi chiedo: “Avete fatto anche la treccia in due?” Avete capito bene e funziona così: lanci la palla in aria e avanti, mentre l’altro la va a prendere tu gli corri dietro e lo sorpassi perché dovrai andare a prendere il suo di passaggio. Così per tutto il campo. La prima volta mi scappava da ridere, poi ho riso un po’ meno…

– Riscaldamento sul cerchio di metà campo.

I due giocatori sono posizionati uno di fronte all’altro sui lati opposti del cerchio, si inizia a correre nella stessa direzione finché uno non raggiunge l’altro. Tipo acchiapparella. Questo per riscaldarsi! Dopo quattro o cinque giri a tutta, ti senti le gambe più dure del marmo. Provare per credere.

– 1vs1 a tutto campo “Fight club”

Questo è successo solo un paio di volte perché la dinamica era troppo estrema. La spiegazione di Dule è stata questa: “Allora Rodolfo e Teo, ora che voi fate 1vs1 tutto campo agli 11. Che no esistono regole. OK?” (Non sono refusi, lui parla così). Alza la palla a due, io strattono Romba, lo sposto violentemente e vado a segnare. Lui mi guarda come per dire “Ma sei scemo?” e gli rispondo “Romba, ha detto che NON esistono regole”. Da quel momento la palla era ferma a terra e noi due stavamo combattendo stile lotta greco romana per guadagnarcela. Dopo cinque minuti di fase di stallo arriva la tregua del coach: “Va beh dai, che voi arrivate ai 7”. Che cazzo di mito!

Durante una di queste mattine mi è arrivata addosso una spalata di letame che mi ha cambiato radicalmente.

Sono sempre stato uno che ha considerato ogni allenamento fondamentale e importantissimo, a qualsiasi età. Però da giovincello (e se non si sbaglia quando si è giovani quando lo si deve fare?) ero un pochino (passatemi il termine) cazzone, nel senso che mi sentivo ganzo anche quando non ne avevo diritto.

Fatto sta che durante una sessione di fondamentali mentre Dule spiega un esercizio io ci scherzo sopra e faccio. L’avessi mai fatto!

Vedi Teo, che questo è motivo, anzi UNO dei motivi che io non ti rispetta”. Mi avessero castrato a secco avrei sentito meno male.

Da quel giorno è stato più facile capire cosa vuol dire avere una grande occasione e cercare di sfruttarla fino in fondo ed effettivamente le cose sono cambiate, soprattutto perché sono cambiato io. Fino a quel momento ero sempre undicesimo e quindi mi accomodavo in tribuna per le partite, dopo quella spalata in faccia, passato diciamo un mesetto, partivo sempre in quintetto, marcavo il giocatore più pericoloso per 6/7 minuti e poi fuori. Potevo anche giocare bene ma il mio utilizzo era quello. Poco importava (cioè no, avrei voluto giocare di più) perché l’aver riconquistato la sua fiducia valeva più di ogni altra cosa.

Piccola parentesi romantico-sessuale, a marzo le cose sono migliorate ancora di più perché ho conosciuto il sedere di Lisa, mia moglie. In che senso il sedere? Nel senso che durante il riscaldamento di una partita, l’occhio mi cade sulle terga di una ragazza che si stava per sedere sugli spalti. Mi ricordo che ho subito pensato “io la proprietaria di quel culo la voglio conoscere”. Grazie al cielo così è stato e da lì non ci siamo più allontanati (io e mia moglie intendo).

Finita la stagione Dule è andato a Pesaro, io a Barcellona Pozzo di Gotto per ripartire nel costruire la mia carriera, visto che il nuovo coach di Pistoia non mi voleva, e non ci siamo più incrociati, fino al 14 settembre 2003 a Stoccolma. Dopo la finale per il bronzo agli Europei di Svezia, in preda all’entusiasmo mi ero fatto disegnare sulla nuca i cinque cerchi per festeggiare la qualificazione alle Olimpiadi di Atene dell’anno successivo. A bordo campo ho incrociato Dule, l’ho salutato pieno di orgoglio e lui mi ha guardato con un sorrisino complice. Io in quel sorriso ci ho visto rispetto, quello che probabilmente mi ero riguadagnato con l’atteggiamento giusto durante i suoi allenamenti.

Da ogni allenatore che ho avuto ho imparato qualcosa, dal maestro serbo certamente la qualità e la quantità di lavoro che servono per diventare un giocatore migliore e di alto livello. Certo, ho imparato anche i primi insulti in serbo, ma non credo che questi siano cosi fondamentali…

Pace, amore e felicità.