Prendo la palla in mano, respiro profondo per trovare la concentrazione ( e recuperare un po’ il fiato), abbasso la testa, un palleggio, un altro palleggio, un terzo palleggio, molleggio sulle gambe, guardo il canestro, tiro. E’ questo il mio rituale quando devo tirare un libero. L’ho cercato negli anni: prima 5 palleggi come Danilovic, poi zero palleggi come Cecco Vescovi (Cecco Vescovi?), poi ho trovato il nirvana. Sono piuttosto preciso dalla “linea della carità” sapete? Sì ecco, gioco anche in prima divisione.. diciamo che non mi trovo di fronte a fumogeni o fischi assordanti.

Il tiro libero è il momento meno chiacchierato e più decisivo della pallacanestro, e ci sono ben pochi altri sport di squadra che prevedono un momento così psicologico: da solo, a 4 metri circa dall’obiettivo, spesso nel silenzio, a volte nell’entusiasmo, quando sei fuori casa nel delirio (appassionati di college ne sapete qualcosa vero?

Ed è allora proprio lì che si decidono partite, campionati, addirittura carriere.

C’è anche un altro contesto in cui il tiro libero non decide una partita o un campionato, ma diventa vera e propria scuola di vita: il campetto. Quante volte è capitato di essere in 9 per un 4 vs 4 o in 7 per un 3 vs 3, quante volte arriva il vecchietto della situazione che dice “oh ragazzi facciamo i liberi per giocare”. Terrore, ma perché l’ha detto? Semplice, il vecchietto tira col 115% dalla lunetta e VUOLE GIOCARE. E allora vedi come gli angeli della morte in Ghost, il più triste degli scenari: gli altri giocano, tu bevi la Coca Cola su una panchina.

Ma c’è sempre una speranza, può sempre capitare che il cecchino infallibile sbagli. Perfino il più preciso dei tiratori può avere un momento in cui commette lo sbaglio più grave che si possa fare quando si è in lunetta: PENSARE.

La storia della pallacanestro è fatta anche di questi momenti: non solo grandi canestri, ma anche grandi errori.

Playoff NBA 1995, Orlando – Houston gara 1. E’ la Orlando di Penny & Shaq, di là c’è “The Dream” e un giovane promettente spavaldo di nome Robert Horry. C’è Clyde “The Glyde” Drexler.

I Magic sono avanti anche di 20 tra l’entusiasmo dei tifosi, Houston non molla e recupera fino al -3. Fallo sistematico su Nick Anderson, tiratore piuttosto affidabile: 70% in carriera. Anderson va in lunetta e sbaglia il primo. Ci sta dai, sorride, ne ha un altro. Sbaglia, rimbalzo lungo che finisce di nuovo al giocatore dei Magic che subisce di nuovo fallo.

Ora il buon Nick non sorride proprio per niente, è più teso di un ristoratore che vede entrare Schortsanitis il giorno dell’All you can eat. SDENG il primo. SDENG il secondo.

Il resto è storia (VIDEO)

La stagione successiva Nick “The Brick” Anderson (sì perché i tifosi sanno essere simpatici) tirerà col 49.2 %.

Si può tranquillamente affermare che nel momento del tiro libero si crea una sorta di microcosmo all’interno della storia della partita. Ci sono diversi giocatori che proprio sono a disagio in quei momenti, lo si vede proprio dalla preparazione. Si incappa addirittura in vere e proprie figuracce, che tradotto in linguaggio cestistico si chiamano air-ball.

Occhio vitreo, troppi decimi (sì perché anche i decimi sono importanti) a guardare il canestro. Il silenzio del pubblico di casa può diventare assordante, se il giocatore che tira il libero è poco preciso si avverte quella sensazione di terrore che coinvolge tutto il palazzo, manco si stesse decidendo il destino del mondo.

L’attesa è finita, bisogna tirare, braccio alzato, gambe più rigide di un inverno a Mosca..

Asik e la faccia di McHale

AHIA…

 

Il tiro libero è un’azione più complessa di quanto si pensi. E’ tanto, tanto, tanto allenamento ma anche carattere perché lì si è da soli.

Se Leonard avesse fatto 2/2 la bomba di Allen non sarebbe valso il pareggio, se Gregor Fucka avesse fatto 2/2 la bomba di Danilovic non avrebbe scritto probabilmente la storia. Lo so, anch’io non sono fan del “se nonna+ruote=carriola”. Ma i particolari nella pallacanestro sono l’essenza.

Giocatori come Rodman o lo stesso O’Neal, tirando malissimo, hanno fatto dei 2/2 quando contava davvero. Perché il lato vincente di uno sportivo viene sempre fuori quando si è a tu per tu con se stessi, quando c’è bisogno in qualche modo di superarsi.