illustrazione grafica di Paolo Mainini

 

 

You can’t teach height”. Non si può insegnare l’altezza. È un vecchio adagio cestistico, nonché una delle frasi preferite dello storico telecronista della NCAA Dick Vitale, e molto probabilmente era anche il credo esistenziale di chiunque mise in piedi il quintetto dei Maryland Nighthawks per la giornata conclusiva della regular season edizione 2007 nello sciagurato revival della ABA – che tra regole assurde e roster zeppi di personaggi misconosciuti finì per diventare un carrozzone a malapena imparentato con la pallacanestro. Ma perlomeno quel quintetto dei Nighthawks, in trasferta contro i Cape Cod Frenzy – un nome, un programma – finì nel Guiness dei Primati come il più alto di sempre. 36 piedi complessivi, un filo sotto gli 11 metri. Il più alto era Sun MingMing, cinese di 236 centimetri, ma il giocatore migliore della squadra, benché ritirato da quasi un decennio, era senza dubbio Gheorghe Muresan, che con 232 centimetri di statura resta il giocatore più alto ad avere mai calcato i parquet della NBA – e nel suo caso, con discreto successo, compreso un premio di Most Improved Player. Un successo tutt’altro che scontato, perché se è vero che il basket è insieme al volley lo sport che ha la verticalità più pronunciata, e che chiunque saprebbe descrivere come “un gioco per gente alta”, superata la canonica soglia del big man NBA, i 213 centimetri che corrispondono alla cifra tonda dei sette piedi anglosassoni, si entra nel territorio dei giganti. Individui la cui statura è spesso un’anomalia genetica, e i cui corpi non sono adatti alla velocità e al dinamismo dello sport professionistico. Per quelli come Gheorghe Muresan, il basket è un po’ un patto col diavolo: posso schiacciare senza nemmeno staccare i piedi da terra, ma ho solo qualche anno di autonomia prima che i piedi, o la schiena, o entrambi dicano basta al posto mio. Chiedere a Yao Ming, l’ultimo dei big-big-man, per conferma.

La prima cosa che si nota dei giganti è che sono un enorme bersaglio disegnato sul campo da basket, specialmente per il pubblico. Lo sa bene Tacko Fall, il rookie dei Celtics che con 226 centimetri è il nono giocatore più alto della storia della lega, che sente invocare il proprio nome dai tifosi a ogni partita, nonostante spesso non si alzi dalla panchina, e si è addirittura piazzato sesto nel proprio ruolo nelle votazioni dei fan per l’All Star Game. Anche Boban Marjanovic, 224 centimetri di facce da meme e scanzonatezza, è uno dei beniamini del pubblico. È meglio avere una personalità debordante che vada di pari passo con l’altezza esagerata (Shaquille O’Neal è un brillante esempio) o almeno un atteggiamento indomito, sempre sicuro di sé, indifferente alle critiche e all’occhio di bue perennemente puntato addosso. Gheorghe Muresan rientrava sicuramente nella seconda casistica. Un agonista robotico secondo la più nobile tradizione est-europea, un alieno per stazza e nazionalità agli occhi degli americani, per i quali la Romania, all’epoca del suo anno da rookie nel 1993, doveva essere una non meglio localizzata provincia europea. Un alieno anche per la società occidentale, se vogliamo, perché la porzione rumena della storia di Muresan non ha molto a che fare con la vibrante situazione politica del suo paese o con l’incombente influenza sovietica, che era dominante anche sul fronte sportivo.

foto 1skillz-networksunited.net

Nato in una zona rurale della Transilvania, Muresan cresce fino a diventare uno sportivo appassionato e semplice – e cresce anche in senso letterale per via della ghiandola pituitaria impazzita, che è punto di forza e maledizione di ogni gigante, da mettere a freno chirurgicamente prima che il corpo non riesca più a gestirla (Muresan si opererà nel 1993, quando gli allora Washington Bullets decisero di spendere oltre un milione di dollari per la sua salute dopo averlo scelto al secondo giro del draft). Sbarca in America in una riedizione del sogno migratorio che aveva popolato il continente, come tanti altri uomini dell’est europa, onesto lavoratore particolarmente portato per il suo mestiere, ma inconsapevole di cosa avrebbe trovato oltreoceano. Appena arrivato a Washington, spaesato e costantemente accompagnato dall’interprete, prese ad andare in giro per la città come un bambino nel paese dei balocchi. Ovviamente, tutti gli occhi erano puntati su di lui e non potevano che fiorire aneddoti e leggende metropolitane in rapida successione. La più bella riguarda forse la sua visita allo zoo della capitale, quando passò davanti al recinto degli orsi. L’orso si drizzò in piedi, i due si guardarono incuriositi, e poi l’animale corse a nascondersi nella tana. Ne nacque un bizzarro teatrino, per cui Muresan provava a fare amicizia con l’orso ma quello tornava ogni volta a rintanarsi impaurito. “Il gigante spaventa anche gli orsi” dicevano i presenti, ma Muresan non ci faceva troppo caso. “Sono abituato ai commenti della gente” diceva. “C’è chi è abituato a fare lo stesso lavoro tutti i giorni, e io sono abituato a essere alto”. Ma proprio come un professionista che prende sul serio il proprio lavoro, Muresan odiava l’idea di essere considerato un freak, un fenomeno da baraccone, uno che giocava a pallacanestro solo perché era altissimo. Nel suo caso, oltre alla professionalità c’era anche una viva passione per il gioco. Dimostrarla, e dimostrare di essere all’altezza – gioco di parole non voluto – della NBA, era “un’ossessione”, secondo le sue stesse parole. Scelse il 77 come numero di maglia, una decisione auto-ironica, come a dire agli spettatori: no, non avete visto male, sono proprio alto così. E al tempo stesso, un buffo testacoda con il soprannome che gli avevano dato i compagni di squadra tra Romania e Francia, ghita, piccolino, e che continuerà a portarsi dietro con affetto.

Foto cloudfront.net

Il massimo livello di competizione per Muresan era stato appunto il campionato francese, dopo una singola stagione passata al Pau-Orthez. Nel 1993 non poteva essere pronto all’agonismo feroce della NBA, in anni che per giunta erano dominati da difese aggressive e teste d’ariete come Michael Jordan o Charles Barkley. Non era pronto nemmeno fisicamente.

Ai tempi del Pau Orthez – foto pivotworld9.com

Non bastavano i sette piedi e sette pollici per contrastare la nuova nidiata dei big man NBA, che erano o estremamente tecnici (Hakeem Olajuwon) o difensori d’élite (Patrick Ewing) o atleti potentissimi (Shaquille O’Neal e David Robinson), o magari una miscela di tutte e tre le cose. Per quanto l’NBA degli anni ’90 appaia lenta rispetto a quella di oggi, nel pitturato non c’era posto per giocatori meramente statici. Talvolta l’area dei tre secondi diventava persino il terreno di caccia di ali sottodimensionate ma indemoniate a rimbalzo, leggasi Dennis Rodman, per niente intimorite dall’affrontare giocatori ben più alti: sulla rete si può rintracciare un appassionante duello a suon di spintoni proprio tra Rodman e Muresan durante i Playoff del 1997.

In quegli anni, non a caso, Muresan si trovò a condividere lo spazio areo più vicino al soffitto delle arene con Manute Bol, per certi versi simile a lui perché dotato di un fisico non adatto a sostenerne l’altezza, troppo gracile e longilineo nel suo caso – tant’è vero che Manute Bol finì per diventare uno dei primi stretch five della storia, allontanandosi dal traffico nel pitturato in attacco, e specializzandosi nella stoppata. Al suo primo anno Muresan gioca appena 12 minuti di media a partita, ha la classica andatura legnosa e un po’ ingobbita dei giganti, è appesantito e non riesce a sprigionare la discreta tecnica che pure possiede. I Bullets lo mettono al lavoro con un allenatore personale e ha al suo servizio un esperto che ne analizza e corregge l’andatura.

Foto Jonathan Daniel/Allsport

L’anno successivo i minuti raddoppiano, ma la vera svolta arriva tra 1995 e 1996: in 30 minuti da titolare segna 14.5 punti di media e guida la lega per percentuale dal campo, 60.4%. È più che abbastanza per portare a casa il premio di Most Improved Player, anche se i Bullets non lottano per il titolo in quegli anni. E c’è un highlight di gran prestigio, che incidentalmente è anche uno dei pochi video su Muresan reperibili sul web, che lo vede mettere a referto 27 punti e 14 rimbalzi contro i Bulls di Jordan nel 1996.

Dopo quell’annata, sarà un declino rapido ma niente affatto indolore. Un’ultima stagione in calando con i Bullets – ma almeno stacca il biglietto per i Playoff, poi il trasferimento ai Nets dove giocherà soltanto 31 partite in due anni, falcidiato dagli infortuni: nonostante tutto il lavoro svolto dallo staff medico di Washington, il corpo di Muresan – come quello di altri giganti sopra i due metri e venti – non era fatto per sopportare lo stress dello sport professionistico. Si toglierà una soddisfazione tornando da dove aveva cominciato, al Pau-Orthez, per vincere un titolo del campionato francese, e poi appenderà le scarpe al chiodo. Ma nel frattempo, negli anni tribolati degli infortuni, il pubblico americano aveva avuto modo di vedere un’altra faccia del gigante, la stessa faccia stralunata e un po’ irriverente del ragazzone che appena arrivato a Washington andava in giro per la città come se fosse Disneyland.

Approfittando forse della vicinanza dei Nets a New York, Muresan inizia a spendere la sua immagine in giro, si rivela personaggio che si diverte e che fa divertire. Compare in diverse pubblicità, una su tutte quella degli Snickers, affianca Billy Crystal come co-protagonista della commedia My Giant (non un successo di pubblico né di critica, ma qualche critico loderà la performance genuina di Muresan) e interpreta un gigantesco ventriloquo che manovra un Eminem in versione marionetta nel video di My name is, anno di grazia 1999.

Dopo il breve ritorno in Francia, Muresan si stabilisce definitivamente in America con la famiglia, dove ha aperto un’accademia di basket per big men in erba, la Giant Basketball Academy. Si torna lì, a quel “you can’t teach height”, con Muresan che stavolta prova a mettersi dalla parte di chi insegna. Ed è un ruolo delicatissimo, perché ai più alti livelli del basket mondiale la bilancia si sta spostando verso lo small ball, verso unicorni come Kristaps Porzingis che misurano oltre 220 centimetri ma segnano le triple dal logo, verso seven-footer di razza e di stazza come Brook Lopez che proteggono il ferro in difesa e si appostano sull’arco in attacco. Il già citato caso di Tacko Fall è emblematico. Trasportiamolo negli anni ’90 e avrebbe fatto fuoco e fiamme: per la statura che ha, Fall appare decisamente più agile, coordinato, esplosivo e fisicamente solido di giganti come Muresan, Manute Bol o Shawn Bradley. Ma non è più l’NBA dei nostri padri, questo già lo sappiamo, e non è più nemmeno quella dei nostri fratelli maggiori.

Come rivela l’episodio degli altissimi Maryland Nighhawks, oggi Gheorghe Muresan ha abbracciato con gioia il lato più spettacolare e carnevalesco della cultura americana, si occupa di pubbliche relazioni e funge da vero e proprio ambasciatore per i Washington Wizards, perché forse si è accorto che l’unico mondo che poteva veramente adottarlo, farlo sentire a casa, era quella “lega degli uomini straordinari” che è la NBA, dove se sei alto sette piedi e sette pollici, hai voglia di darti da fare e hai tanta autoironia, smetti d’improvviso di essere un enorme bersaglio per risatine e critiche altrui e diventi un simbolo da seguire, un gigante alto all’orizzonte.

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