D’inverno ci sono i campionati ufficiali, quelli in cui una o due persone vestite in maniera diversa da noi hanno un fischietto e si chiamano arbitri, c’è qualcuno che riempie le borracce, hai addosso una divisa col numero, ci sono le convocazioni, puoi retrocedere, puoi vincere il campionato e se tiri una legnata nei denti ad un avversario c’è un organo competente che decide quante giornate di squalifica ti meriti. Le partite vengono giocate in un luogo chiuso, il più delle volte adeguatamente riscaldato e quando giocano i professionisti te ne puoi stare anche seduto sul divano coi pop corn a gustarti la partita in tv o al pc.

Esiste però una disciplina analoga al basket, dove tutto ciò non esiste, dove se hai sete devi cercare una fontanella, l’abbigliamento di gioco è gentilmente offerto da te stesso, il caldo o il freddo dipendono da quello che dice Giuliacci la sera prima e se tiri una pigna nella faccia di un altro non c’è nessuno che ti squalifica ma esiste la possibilità concreta che qualcuno potrebbe restituirtela molto più forte, infilarti in un sacco nero e abbandonarti nella periferia della città.
In questa disciplina molte componenti della pallacanestro vengono esaltate all’ennesima potenza. Questa disciplina apparentemente identica al basket, si chiama playground.
La più grande e fondamentale differenza tra il basket al chiuso e il basket da playground, è che al “campetto” può giocarci chiunque. E per chiunque intendo qualsiasi persona ha la facoltà di poterlo praticare. Anche chi cammina con la palla in mano, chi chiama il fuorigioco, chi gioca coi mocassini, chi si accontenta di un pareggio.
Tra i vari soggetti che frequentano il playground mi hanno sempre colpito quei soggetti che si presentano per la prima volta e che nessuno conosce. Quelli che nessuno sa siano forti o se facciano cagare, ma che nel dubbio si presentano con un abbigliamento sportivo del valore non inferiore ai 1000 euro.

– Nike Air Jordan numero XX modello (ovviamente) limited edition indossata una volta da MJ per correre velocemente dal divano al cesso per un attacco improvviso di diarrea. Hanno difatti il baffo marrone. E la scritta “Air” non è casuale.
– calzini di marca. Quelli che sei costretto a comprare quella fottuta volta che ti viene quella fottuta idea di merda di entrare da Foot Locker e ti trovi sempre davanti allo stesso bivio: “compro anche sti cazzo di merdosissimi e inutili calzini da 30 euro, o ammazzo tutti i commessi che sono più fastidiosi della sabbia nelle mutande?”
– pantaloncini di 12 taglie più grandi come i giocatori americani. Il problema che quelli sono mediamente sopra i 2 metri, uno di 1.70 sembra pronto per andare a vedere il concerto di 50 Cent.
– maglietta limited edition di un famosissimo giocatore che ha fatto la storia del basket Napoli disegnata dal giocatore stesso con tantissime righe orizzontali, il grandissimo Diego Armando Maradona.
– fascetta in testa e al braccio in pandant con i calzini del valore medio di 100 euro cadauno. Accessori utili al gioco del basket come uno sturalavandini su un’isola deserta.
– sguardo serissimo, quasi cattivo, di chi è sicuro dei propri mezzi e come minimo calca in A2 ed è al campetto solo per fare un leggero riscaldamento perchè non aveva voglia di andare a correre da solo.

Se non sei un assiduo frequentatore dei playground, la prima cosa che ti viene in mente è “cazzo, figo, minchia, è vestito da dio, sarà fortissimo, gioco con lui”.
Poi comincia la partita e alla prima azione costui chiama subito la palla, la prende, carica il tiro, e lo stile è identico a quello di Dan Marino quando giocava nei Miami Dolphins e la palla finisce in touchdown.
Ti sorge il primo dubbio, ma non hai il tempo di arrivare ad una conclusione che sei subito in difesa. Costui rimane immobile in mezzo all’area come Baresi nel Milan di Sacchi, e alzando il braccio destro chiama il fuorigioco facendo l’occhiolino d’intesa ad un ragazzo a bordocampo scambiato per il guardalinee.
E’ arrivato il momento di giungere a conclusione e di sputare per aria cercando di prendere lo sputo con la tua faccia.
La legge del playground non perdona nessuno, bastano 2 azioni per essere archiviato in una determinata categoria.
Appena capisci il grave errore di valutazione che hai fatto riguardo questo soggetto è troppo tardi e cominci ad elencare tutti i santi del calendario di Marzo, un tuo compagno ti chiede se hai portato dei chiodi perchè vorrebbe crocifiggersi sulla tabella, gli altri fingono finti infortuni e malori improvvisi pur di andarsene via.
Però mai come al playground è sacro il concetto di onore. Mai mollare. Mai. Neanche quando ti capita in squadra uno che farebbe più danni di un kamikaze in un centro commerciale.
Quindi la partita deve continuare e devi mettere per un attimo da parte i santi di Aprile.
Tra gli avversari, invece, gioca abbastanza bene uno che all’inizio della partita lo si era scartato, anch’egli un personaggio mai visto.

– maglietta bianca della salute con evidente macchia di sugo. E la certezza che sia una macchia di sugo e non si sangue te la da la quintalata abbondante del suo peso.
– pantaloncini di felpa anni ’60 talmente corti che da lontano sembrano boxer e durante la fase di tiro può capitare che spunti fuori un marone.
– calzini di lana color panna che arrivano fino al ginocchio, quelli che togliendoli dopo la partita potrebbero rientrare fra le armi di distruzione di massa
– scarpe della Lotto bassissime con la suola più dura della nerchia di Rocco Siffredi sul set.
– capello brizzolato, vicino ai 50 anni, col fiatone già dopo essersi allacciato le scarpe.

La partita finisce 40-4 per gli altri. Mvp il vecchio con le Lotto autore di 32 punti. Da fermo.
Il vecchio in questione è un ex playmaker che ha calcato i parquet più importanti in Italia e abbandonata la palla a spicchi si è lanciato a corpo morto sulla lasagna.

Questa è una della più importanti regole non scritte del playground: diffidare sempre da quelli vestiti troppo bene, che si ingellano prima di giocare, che quando li marchi profumano di Acqua di Giò, e che se gli pesti un piede a rimbalzo si incazzano non per il fallo ma perchè gli hai sporcato la Nike da 300 euro.

Il basket al campetto è sudore, puzza, è quello in cui la prima regola è “no blood no foul”. E’ il basket per uomini veri.
E’ il basket in cui un vecchio con la pancia e il capello brizzolato vi può portare tutti quanti a scuola per poi chiedervi la bombola dell’ossigeno dopo avervi umiliato 40-4.

Un meraviglioso video sui personaggi tipo da campetto