IL PLAY NANO

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Nike comprate da Prenatal

Già dalla categoria pulcini il play nano è ovviamente il più basso di tutti. Quando l’istruttore di minibasket lo vede per la prima volta in palestra, vedendo che questo gnomo bipede fatica a reggersi sulle sue gambe, decide saggiamente di affidargli il pallone, nettamente più grande di lui, e le chiavi della squadra: non stupitevi, se in certe partite di scoiattoli/aquilotti i genitori giocherebbero la casa sull’under 2,5.

Verso i 14 anni scollina finalmente la soglia dell’1.50, ed è nelle giovanili che si specializza nei suoi colpi migliori: la rubata al lungo (che giustamente non protegge la palla, ma la porta in basso), la conduzione del contropiede facendo ‘doppio’ una volta sì e l’altra pure perché palleggia sopra la testa, l’arrivo. Dopo NON essersi arrestato alla linea del tiro libero, le opzioni sono due: o conclude a canestro in controtempo venendo stoppato dal ferro, oppure s’inventa un no-look sotto le gambe, che non riesce perché non sono abbastanza alte per far passare la palla. Il peggior difetto del play nano è che ragiona come se fosse alto 1.90. E il pubblico: “Ah, però! Hai visto come ci dà quell’under?” “Ale, capisco che è basso, ma è un ‘86”

A fine carriera, più o meno sui 35, il nano ha all’attivo 708 recuperi, 920 tiri impossibili, 13 assist e 1412 palle perse non forzate. Non avendo più il passo di una volta, scopre la bontà del cibo e diventa un botolino di 115kg coi gomiti a punta, a cui è impossibile fregare la palla perché, tanto, a perderla ci pensa sempre lui.

 

 

IL BOMBER

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Bomber da 3 pacchetti di Marlboro Rosse al giorno

La prima cosa su cui a Giugno/Luglio il dirigente deve lavorare per la stagione a venire è trovare un bomber, uno scorer, un qualcuno che faccia quei 12/15 punti di media che sono fondamentali all’interno di una partita dove, quasi sempre, si fa fatica ad arrivare a 50. Per quanto la sua efficacia a spaccare dei ferri sia indiscussa, i suoi meriti derivano da quello che la sua storia racconta fuori dal campo.

Il palmares del Bomber recita due limoni con le compagne di classe delle elementari, una chiusura alle 6 in discoteca ai tempi dell’under14 e una dozzina di espulsioni, ottenuta con gli juniores, che hanno contribuito a renderlo un personaggio a tutti gli effetti. Appena il coaching staff si presenta con il calendario del campionato, lui ha già pianificato tutte le serate in trasferta entro il mezzogiorno del giorno dopo: all’interno di uno sport che non gode certo di un grande appeal, facile intuire come il basket minore non possa fare a meno di lui.

È nelle fasi finali del match che il bomber di razza si riconosce: 20’’ al termine, palla in mano, punteggio ancorato sul 39 pari. Finta di partenza a sinistra (ma chi ci crede?), 3 palleggi senza prendere vantaggio, step back. Un cross, solo che dall’altra parte non c’è Higuain, ma il lungo: lancio baseball, esterno in 1 vs 0 ad appoggiare, partita finita. Mimando il contatto all’arbitro: “Sì ragazzi, però non si può andare avanti così, eh…” “Ci poteva stare bomber, ma oggi avrai fatto 2/14”. E via così, dopo un’altra sconfitta bruciante, che verrà dimenticata subito dopo la bresca del sabato sera.

 

 

LO SPECIALISTA

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Tubolare di lana comodo per le scarpinate sul K2

Una delle leggi non scritte nelle serie Minori recita così: “Non importa se sai fare solo 2/3 cose, l’importante è che tu le sappia fare bene.” Lo specialista si ferma ad una: che sia un tiratore o un difensore pazzesco, questo gli basta per avere tanti minuti in campo da parte del Coach.

Storicamente, la fama e il fascino del tiratore esplodono a partire dal 1979, anno in cui viene ufficializzata la linea del tiro da 3 punti. Da quel momento, migliaia di giocatori che non c’entravano fisicamente nulla con la pallacanestro capirono di avere il coltello dalla parte del manico, solo perché sapevano spezzare il polso semi-decentemente ed avevano un tiro a parabola altissima. Oggi come allora, il cecchino lancia al ferro tutto quello che gli passa per le mani: le sue prestazioni sono a ciclo continuo, perché tira finché non segna e, se segna, continua a tirare finché non sbaglia. Odiatissimo dai compagni di squadra (non è colpa sua: sa fare solo quello!), vive di zona 2-3 e andando avanti con l’età restringe il campo, trascinandosi da un arco dei 3 punti all’altro. “Tanto se mi buca, ci pensa il lungo!” Giusto così.

Lo specialista difensivo è tale solo per la fotta, la voglia e la passione che ci mette lungo i 28m del campo, perché tecnicamente è bravo a difendere come un paracadutista caduto male. In attacco non ne ha un’idea, viene sguinzagliato dall’allenatore sul più pericoloso degli altri, salvo poi commettere 5 falli in rapida successione e uscire dal campo con 2’ da giocare nel 1° quarto. In carriera tira con un onesto 23% dal campo (19% dalla lunetta), ed è a un talento di distanza da Kevin Durant per provare a calcare, quantomeno, in DNB. Peccato.

 

 

IL ‘4’ TATTICO

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Salta la preparazione atletica dal 1974

Il ‘4’ tattico è stato studiato e trattato da Charles Darwin nel corso dell’800 come prova inconfutabile dell’evoluzione della specie. Quello che nelle categorie superiori era stato un esterno esplosivo, rapidissimo di gambe e veloce nell’1 vs 1 attaccando il ferro, si ritrova nelle Minors circa 15 anni dopo con la reattività di un bradipo morto, la saggezza cestistica di Salomone e un piazzato dal mezzo angolo mortifero come un mix letale di SARS ed Ebola nigeriana.

Solitamente il più vecchio a scendere in campo, l’ala tattica dispensa sapienza e consigli a tutti i suoi compagni di squadra, che non vedono l’ora di sentire l’alito delle sue bestemmie non appena c’è un taglio sulla linea di fondo che buca la zona 3-2. Col passare delle stagioni diventa sempre più obeso, fino al punto da ricevere dal proprio allenatore (molto più giovane di lui) il nulla osta per saltare la preparazione atletica di Settembre, evitando attacchi cardiaci ed iperventilazioni. Diventato totalmente incapace di tenere in 1 vs 1 il suo uomo, punta tutto sulla psicologia esibendosi in un efficace duello di trashtalking con arbitri e avversario: a fine campionato conta più tecnici che minuti giocati, e una mezza dozzina di espulsioni.

Braccio destro del Coach e amico fraterno del custode, che non vede l’ora di cacciarlo fuori dalla porta a calci quando è giorno di paste. Quando l’under ha portato primo, secondo e dolce, e deve ancora fare la doccia all’alba della mezzanotte.

 

 

IL MACELLAIO

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Tirata di maglia senza guardare. Alta scuola.

Se giochi a basket e sei alto più o meno 1.95, arrivato alla maggiore età ti si aprono due strade: o sei bravo, bravissimo tecnicamente, per cui hai un futuro brillante come play razzente o guardia tiratrice. Oppure, fai fatica a mettere assieme due braccia e due gambe per provare a buttare la palla in alto. Ma la gente ti vede grande, grosso, potenzialmente minaccioso per l’umanità; a quel punto, dopo averti insegnato un paio di movimenti in post basso, consideri il linoleum della prima divisione come il campo verde dell’NFL.

Il macellaio, detto anche picchiatore o fabbro ferraio, è una figura chiave all’interno del panorama delle serie minori. Il suo ruolo è limitato: deve solo chiudere sulle penetrazioni degli esterni avversari, tagliare fuori contro la zona, prendere tutti i rimbalzi, fare la boa contro il pressing e bloccare, bloccare sempre. Capro espiatorio dichiarato di tutte le azioni involute offensivamente… Sebbene non abbia idea di come sia un passaggio dentro con il pick & roll, e il suo ultimo isolamento in post basso risalga ai tempi del primo bacio. Però, bussa. Bussa per davvero. Tanto che, nelle partite in casa, in caso di necessità la dirigenza non chiama l’ambulanza, ma il carro funebre.

In perenne polemica con gli esterni, schifato – e corrisposto – dalla pallacanestro, il lungo consola e annega i propri dispiaceri dopo allenamento, al bancone del bar. Se trova altri amici pivot disposti a fare serata con lui, la festa freebar più bella della città chiuderà automaticamente la mattina dopo per fallimento. Maestro di vita.