grafica di Davide Giudici
articolo di Roberto Gennari

 

 

Allora, tanto per partire con una premessa scontata, banale ma doverosa, da che mondo è mondo lo sport è metafora della vita. E su questo direi che ci possiamo considerare come d’accordo senza grossi approfondimenti o svolazzi psicologici, filosofici, sociologici. E nello sport, come nella vita, la prima grossa Linea Gotica è quella tra chi ce l’ha fatta e chi non ce l’ha fatta.  La scelta numero 1 del Draft NBA può essere Tim Duncan o Anthony Bennett: inutile dire come del primo con ogni probabilità sapete vita, morte e miracoli mentre del secondo dovete cercare su Google anche solo per scoprire che fine abbia fatto.

Esiste poi un altro spartiacque, un po’ meno scientificamente delimitato, tra due categorie di giocatori che non ce l’hanno fatta. Per definirli al meglio, dovremo usare due termini estremamente tecnici che speriamo sarete in grado di comprendere appieno, perché non sappiamo spiegarlo meglio di così: ci sono gli sfigati e ci sono le pippe. Nella prima categoria, potremmo fare tranquillamente rientrare tutti quei giocatori che hanno fatto vedere, numeri alla mano, cose strepitose, ma che per un motivo o per un altro non sono riusciti a mostrare il loro valore se non per periodi abbastanza brevi. Giocatori di cui per una (o per qualche) stagione avresti potuto dire “questo è un All-NBA, o comunque lo diventerà” e che poi, per motivi spesso indipendenti dalla loro volontà (le cosiddette “sfighe” di cui sopra, per l’appunto) sfornano stagioni assolutamente anonime, fino a spegnersi (sportivamente parlando) lentamente, come candele con pochissima cera. Oppure esplodono, come supernove nel firmamento cestistico. Nella seconda, invece, potremmo classificare quelli che non hanno mai fatto vedere niente – o quasi – che fosse anche solo lontanamente all’altezza delle aspettative che c’erano nei loro confronti.  Gente presentata come “il nuovo Jordan” (in alcuni casi dal diretto interessato) e poi rivelatasi più semplicemente “il nuovo signor nessuno”.  In parole povere, se non è certo facile stabilire se un giocatore ha ginocchia o caviglie di cristallo, magari bisognerebbe stare un attimo più cauti quando si spende la parola “fenomeno” o “next sensation” a ogni piè sospinto. La figura barbina, per il GM e i giornalisti, è sempre dietro l’angolo.

Immaginatevi cosa potrebbe essere una partita tra questi “baby pensionati (o quasi) di lusso”, per comodità divisi in Team P e Team S, ovviamente sempre facendo riferimento al complicatissimo parametro sopra delineato. Noi ci abbiamo scherzosamente provato, questi sono i matchup. Ai posteri l’ardua sentenza.

 

POINT GUARDS

TEAM P: Jonny Flynn.  Lo ammetto, io ero tra quelli che ci erano cascati. Lo avevo seguito nelle sue due stagioni in NCAA a Syracuse, dove a dei buoni risultati di squadra aveva unito eccellenti cifre personali. Una struttura fisica e una velocità di base che ricordavano vagamente Allen Iverson (seppur con un arsenale offensivo minore), ho continuato a credere in lui anche nella sua stagione da rookie, dove mise insieme delle cifre più che discrete soprattutto considerando il minutaggio (13,5 PPG e 4,4 APG con il 42% dal campo, il 36% da tre e l’82,6% ai liberi in poco meno di 29 minuti a partita) e il necessario adattamento ad un sistema di gioco peraltro abbastanza approssimativo, una triangle-offense-vorrei-ma-non-posso che vide i Wolves chiudere la stagione con un misero 15-67, secondo peggior record della Lega. E poi?

“E poi il buio, neanche un graffio di luna nel cielo”, come recita una canzone. Qualche infortunio, seppur non gravissimo, e due anni dopo Jonny era già fuori dalla NBA, con cifre più che dimezzate e pochissime probabilità di rientrarvi. Il suo peregrinare pare essersi concluso ufficialmente dopo le due sole presenze in serie A con la maglia di Capo d’Orlando, facendo di lui un ex giocatore 25enne.

TEAM S: Derrick Rose. (Honorable mentions per Bobby Hurley e Jay Williams)  Probabilmente il più forte giocatore che NON abbiamo visto in NBA.  O meglio, che non abbiamo visto appieno.  Perché c’è stato un D-Rose fino al 2012 e un D-Rose dopo la rottura del crociato anteriore contro Phila nei playoff. Oddio, a dire il vero già prima di quell’infortunio c’erano state delle avvisaglie di un fisico non proprio integro, visto che sulle 82 partite di regular season il numero 1 in maglia Bulls ne aveva saltate più della metà, ma la data che fa da spartiacque nella vita sportiva di Derrick è quel maledetto 28 aprile 2012. Esistono almeno due D-Rose, uno PRIMA e uno DOPO quel giorno.  Quello prima è stato una gioia per gli occhi, semplicemente. Totalmente inarrestabile nonostante il non eccelso 33% da tre punti, guida e condottiero dell’unica stagione da oltre 60 vittorie nella storia dei Chicago Bulls senza Michael Jordan.  Quello dopo, purtroppo per lui ma anche per noi, è un giocatore che ha fatto sì buone stagioni (quella scorsa in maglia Knicks, per esempio), ma non è più “quel” Rose.  E il fatto è che anche lui, a volte, si sente l’ombra di sé stesso, glielo puoi leggere negli occhi.

(Questo è il Derrick Rose di prima, ovviamente)

 

SHOOTING GUARDS

TEAM P: Derek Anderson. Anche qui ad averci fuorviati sono stati gli anni in NCAA, prima a Ohio State e poi nella Kentucky di Rick Pitino che era già praticamente una squadra NBA, e infatti nei suoi due anni in maglia Wildcats ha messo insieme un record di 69-7 – di cui un 11-1 nei due tornei disputati, che fa un titolo collegiale e una finale persa. Arrivò a Cleveland indossando la 23, e quell’altro che aveva lo stesso numero di maglia decise che poteva essere uno dei primi ambasciatori del suo brand. Due anni ai Cavs abbastanza buoni. Altri due un po’ meglio tra Clippers e Spurs.

derek anderson

Una carriera che parla di 12 punti a partita alla fine è un po’ pochino, salvo per il fatto che nella cassaforte di casa sua ha un titolo NCAA e uno NBA, quello del 2006 coi Miami Heat dove scese in campo per 65 minuti totali nei playoff, di cui ZERO nelle finals. Doveva essere l’erede designato di MJ, diciamo che se un giorno a Cleveland dovessero ritirare la maglia col 23, con ogni probabilità non sarà per scriverci il suo cognome.

TEAM S: Brandon Roy. Presente il discorso già fatto per Derrick Rose in precedenza? Ecco, togliete un titolo da MVP, ma la sostanza resta la stessa. Talento e ginocchia entrambi cristallini. Al suo primo anno si prese 127 voti su 128 come miglior rookie dell’anno (l’altro andò ad Andrea Bargnani, sì). Nei suoi primi tre anni ai Blazers, che in quello stesso draft si aggiudicarono LaMarcus Aldridge, Portland passò da 21 vittorie a 54 e a un posto nei playoff che era mancato per cinque stagioni consecutive. Ecco, se proprio vogliamo trovare un neo nella carriera di The Natural, diciamo che l’aver perso ogni serie di playoff da lui disputata (anche se in realtà ne ha giocata solo una da protagonista, quella del 2009 contro i Rockets) intacca in parte lo splendore di quel giocatore che abbiamo visto fino ai 25 anni.  Ma altre lacune non risultano, e confessiamo candidamente che ogni tanto, nelle sere d’inverno in cui la NBA ci regala quarti interi di garbage time, per consolarci spegniamo la TV, apriamo YouTube e ci riguardiamo i suoi Top 10 plays.

(la lacrimuccia ce la mettiamo noi, tranquilli)

 

SMALL FORWARDS

TEAM P: John Wallace. East Rutherford, finale NCAA 1996. Il 44 in maglia arancione riceve palla fronte a canestro sulla linea dei tre punti, parte in palleggio, schiaccia a due mani a difesa schierata e subisce il fallo, aprendo le braccia come a mimare un aeroplano. A fine partita saranno 29 punti e 10 rimbalzi. Se siete tifosi dei Syracuse Orange, che al tempo si chiamavano Orangemen (c’entra il sessismo nel cambio di denominazione, ovviamente) e avevano già Jim Boeheim, saprete come John Wallace sia stato Carmelo Anthony prima di Carmelo Anthony, o Derrick Coleman e Dave Bing dopo Derrick Coleman e Dave Bing. Capace di portarsi sulle spalle una squadra di onesti mestieranti e condurla alla finale NCAA al termine di una stagione da 22,2 punti e 8,7 rimbalzi a partita, il 49% dal campo e il 42% da tre, diciamo che in quanto a voglia di allenarsi era secondo solo ad Allen Iverson, chiamato con la 1 allo stesso draft in cui lui uscì un po’ a sorpresa con la 18 (in molti lo vedevano tra le prime 10), e questo si è visto nella sua carriera in NBA. Una stagione da rookie ai New York Knicks assolutamente trascurabile, già decisamente meglio al secondo tentativo in maglia Raptors, pagava, oltre all’attitudine al lavoro, una struttura fisica che era una via di mezzo tra un 3 e un 4 con poca voglia di fare sollevamento pesi.  E infatti, dal terzo anno in poi le sue statistiche cominciano a calare e non la smettono più, se non quando si sposta oltreoceano (un anno al Panionios e uno alla Snaidero Udine, intervallati da una ultima parentesi NBA ai Miami Heat).

(Queste cose qua le ha fatte tutte in quella finale NCAA del 1996, peraltro)

TEAM S: Grant Hill.  In un draft 1994 che proprio povero di talento non è stato, Grant Hill è stato per larghi tratti di stagione il rookie più esaltante, in una Lega che aveva appena perso – provvisoriamente – Michael Jordan e che aveva un disperato bisogno di trovarne un altro, con una faccia pulita e un talento da spendere con grandi e piccini. E a dire il vero, i suoi anni ai Pistons sono stati letteralmente una gioia per gli occhi. Atletismo, tecnica, playmaking, rapidità, controllo del corpo, punti (tanti, quasi 22 a partita), rimbalzi, assist. Mancava il tiro da tre ma a dire il vero nessuno se ne lamentava. Poi, sul finire del suo sesto anno a Detroit, le caviglie hanno cominciato a scricchiolare, tanto da far pensare la dirigenza Pistons ad un sign-and-trade che portò a Motor City uno degli artefici della vittoria del titolo NBA solo quattro anni dopo, Ben Wallace. E in effetti, purtroppo per noi spettatori imparziali, quelle caviglie, di scricchiolare non hanno smesso quasi mai, se non per periodi più o meno brevi. Così, al mix letale visto con la 33 di Detroit, erano venuti a mancare due ingredienti: rapidità ed atletismo. Il suo basketball IQ ha fatto sì che comunque si sia potuto fare una carriera lunga e redditizia, migliorando nei liberi, costruendosi un po’ di tiro da fuori, ma non era più quello spettacolo che avevamo visto per qualche anno.

(Faccia pulita sì, ma piedi in testa da nessuno. E sì, quella maglia dei Pistons resta bellissima)

 

POWER FORWARDS

TEAM P: Anthony Bennett. “Come sarebbe a dire, mi sono comprato una Duna? Non ti avevo detto di andare in concessionaria FIAT e prenderti quello che ti pare?” (Italia, fate conto 1988). “Come sarebbe a dire Anthony Bennett? Non avevo detto che mi serviva un lungo forte a rimbalzo? Scusa, c’erano Olynyk, Gobert, quel greco dal nome impronunciabile, c’era Steven Adams, anche Zeller al limite, e te mi vai a scegliere proprio Bennett?” (USA, 27 giugno 2013, Barclays Center). Ora, è vero che a UNLV aveva fatto piuttosto bene nel suo unico anno di college, ma insomma, le lacune nel suo gioco erano apparse subito lampanti anzichenò: assenza pressoché totale di arsenale offensivo dal palleggio, non proprio velocissimo in difesa, piuttosto propenso all’infortunio, addirittura con difficoltà respiratorie abbastanza palesi già prima del draft. Diciamo che se nel basket collegiale era potuto “campare di prepotenze”, come si dice dalle mie parti, ecco, in NBA non è che fosse arrivato un nuovo Charles Barkley, tutt’altro. Il fatto che abbia nel CV la vittoria di un’Eurolega (DNP in semifinale e DNP in finale, ovviamente) non fa altro che aggiungere folklore al personaggio.

Che poi, il problema è che negli anni gli è scomparso anche questo piazzatone

TEAM S: Pervis Ellison. Il fatto che il suo soprannome negli anni fosse passato da “Never Nervous Pervis” ad “Out of Service Pervis” ci dice purtroppo qualcosa sulla sua non-carriera in NBA. Eppure chi scrive è purtroppo per lui abbastanza grande da ricordarsi bene il Pervis – che, lo ricordiamo, è stato a lungo l’unico freshmana vincere il titolo di MOP delle Final Four NCAA fino ad anni un po’ più recenti – da 20 punti, 11 rimbalzi e il 54% dal campo in maglia Washington Bullets. In quel momento, oltre a portarsi a casa il premio come Most Improved Player della NBA, che nel suo caso suonava come “giocatore ritrovato”, Pervis toccava vette che non avrebbe mai più raggiunto. Già dalla stagione successiva, infatti, le sue apparizioni sul parquet cominciarono a diradarsi.  33 partite saltate nel 1993, dove comunque mise insieme delle ottime cifre, 35 nel 1994, l’arrivo a Washington di un promettente rookie, Juwan Howard, che spalanca le porte alla sua partenza verso Boston, ed ecco che il giocatore ritrovato ritorna ad essere un giocatore perso.

A soli 27 anni si ritrova a giocare meno di 20 minuti a partita, a 29 l’integrità fisica lo abbandona definitivamente (giocherà 78 partite complessive nei suoi ultimi 5 anni in NBA), a 33 è già l’ora di appendere le scarpe al chiodo. Delle quattro casacche da lui indossate in carriera, due non esistono più.  Ditemi voi se questo non è un giocatore romantico.

 

CENTERS

TEAM P: Hasheem Thabeet. Scelta ardua, ma anche il povero Michael Olowokandi ha dovuto alla fine arrendersi e lasciare il suo posto al centro tanzaniano. Già nel febbraio del suo anno da rookie viene spedito in D-League, cosa mai successa ad una seconda scelta assoluta, forse uno dei suoi momenti più mitologici è stato quando Houston lo ha impacchettato insieme a Jonny Flynn, suo compagno anche in questo team, e lo ha spedito a Portland in cambio di un già trentottenne Marcus Camby e una scelta al secondo giro del draft.  E in tutto questo, praticamente tutti i suoi career-high li abbiamo visti nel corso della sua trascurabilissima stagione da matricola, quando a Memphis decisero di prendere un lungo in uno dei draft migliori di sempre per le guardie.  Non per girare il dito nella piaga, ma prendere Thabeet in un draft dove hai Curry, Harden, DeRozan eccetera è un po’ come quando al campetto ti dicono di fare le squadre, e siccome tu non conosci nessuno, prendi quello più alto, “almeno sotto canestro si farà valere”. E invece.

Vabbè dai, il suo meglio lo dà in panchina, ma almeno è simpatico

TEAM S: Yao Ming.  Per le persone come me che hanno un cervello che vede e sente basket ovunque, dalla pallina di carta buttata nel cestino al lavoro, rigorosamente da distanza ragguardevole, al passaggio da dietro la schiena delle chiavi della macchina ad amici, colleghi, genitori più o meno pronti a raccogliere queste perle, ogni volta che sentiamo parlare di “dinastia Ming”, invece di pensare alla Storia dell’Estremo Oriente, o tutt’al più a Franco Battiato, la prima cosa che ci viene in mente sono gli Houston Rockets dal 2002 al 2009.  In questo lasso di tempo, infatti, abbiamo avuto la possibilità di veder giocare un cinese di due metri e ventinove – alla faccia dei luoghi comuni – che sul parquet sapeva fare praticamente tutto, anche tirare i liberi con una percentuale più alta di quasi tutti voi che leggete questo pezzo. Poi però il piedone numero 58 di Yao Ming si rompe, e come potete ben immaginare, non è che sia una cosa facile da aggiustare. E infatti, dopo l’infortunio dell’8 maggio 2009, gara 3 delle semifinali di conference contro i Lakers, lo rivediamo in campo solo nelle prime 5 partite del 2010, quando si fa di nuovo male contro i Wizards, stavolta al tendine d’Achille, e decide che per lui la carriera in NBA può finire lì.

 

Eh, ok, ma la partita tra queste due squadre poi come va a finire? Ci piacerebbe potervi dire che come in tante belle storie che ci hanno raccontato da bambini, anche in questa c’è un lieto fine, ma la realtà non sempre è così, e sicuramente non lo è in questo caso. Derrick Rose riesce ad abusare facilmente di Jonny Flynn praticamente ad ogni possesso offensivo battendolo in palleggio, ma in area si scontra contro il corpaccione di Bennett e ogni tanto Thabeet riesce a prendergli il tempo e stopparlo – sembra incredibile ma questi due sono ancora in attività, cioè, di lavoro fanno proprio i giocatori di pallacanestro. Gli altri quattro del Team S giocano praticamente da fermi, ed anche se talento e classe li sostengono in attacco negli uno contro uno contro i rispettivi avversari, basta un blocco di Bennett ogni tanto per liberare al tiro Wallace e Anderson, ed ecco che a fine primo quarto il Team P è avanti di uno, in una partita giocata a ritmo “Minors di domenica mattina”. E prima che si comincino a sputare polmoni o a veder saltare articolazioni sul parquet, ecco che il custode della palestra arriva a mettere fine a questo match improvvisato. “Ehi, gente, stanno per arrivare ad allenarsi i ragazzi di Villanova che hanno appena vinto il titolo NCAA, non vorrete mica che vi vedano in queste condizioni? Su, forza, filate a farvi una doccia prima che sia troppo tardi. Dalle tribune sarete molto più rispettati, ve lo dico io. Saranno contentissimi di avere delle leggende della NBA che li guardano.”

“Oh raga, sono Greg… Greg Oden! Non mi fate giocare??!”